LUNA ROSSO SANGUE – Antonio Lanzetta

L’infanzia rubata è la matrice di tutte le storie di Antonio Lanzetta. Ferite che non si rimarginano, e che ti lasciano al buio fino a farti sprofondare nella dannazione. Dei bravi romanzieri si dice che scrivano sempre lo stesso libro. Le storie di Antonio non si ripetono ma conservano dei tratti riconoscibili che col tempo diventano impronte nitide di un filone che prima di lui in Italia non esisteva. Luna Rosso Sangue, il nuovo romanzo edito da Newton Compton, segna una tappa importante in questo processo di continua ricerca, quello cioè della piena maturità: Lanzetta ha trovato la sua voce, una voce che è solo sua e di nessun altro. Luna Rosso Sangue è in buona sostanza un Hard boiled che nel finale vira sorprendentemente nell’Horror, una combinazione di generi piuttosto inusuale, specie a certe latitudini. Che Lanzetta sia un divoratore di letteratura nordamericana (lo Stephen King italiano, lo definì il Sunday Times) non è un mistero, e che nel Cilento, il set di tutte le sue narrazioni, ritroviamo le suggestioni di luoghi affini come gli Appalachi, il Midwest o la province del Sud, dal Texas al Mississippi, è altrettanto evidente. Il nuovo romanzo è ambientato in quella striscia di terra che va dal paesino montano di Rocca (forse Roccadaspide) fino al mare di Acciaroli. I protagonisti sono i fratelli Pietro e Toni Casale, due sbandati la cui adolescenza è segnata dal suicidio del padre, avvenuto quando Pietro, il fratello maggiore che è anche la voce narrante della storia, aveva quattordici anni. I due lavorano nell’officina ereditata dallo zio Franco, un ricettacolo di auto rubate più che una carrozzeria, ma a un certo punto del romanzo vengono arruolati come detective da Rosa, l’amica del cuore di Pietro, e messi sulle tracce di Luisa, la figlia di lei, scomparsa, si dice, nel campus universitario di Fisciano. La soluzione della complessa vicenda, che come in ogni romanzo di Lanzetta procede su due piani temporali alternati (gli anni dell’adolescenza e il presente), andrà ricercata in due tragici episodi del passato, uno dei quali è proprio il suicidio del padre dei fratelli Casale. Pietro è il classico personaggio di Lanzetta, l’uomo dalla personalità irrisolta, macchiata e ammaccata da un destino avverso che lo trattiene dall’inizio alla fine in un limbo di amoralità ma che lo sottrae a qualunque giudizio etico. In questa storia quasi nessuno è al di sopra di ogni sospetto.  Del resto Lanzetta è uno scrittore di frontiera, e nel romanzo di confini ne contiamo parecchi: l’infanzia e l’età adulta, il bene e il male, il diritto e il pregiudizio, il rispetto che non fa mai pari con la legalità, la vita e la morte, la verità e la leggenda. Difficile dire se Luna Rosso Sangue sia il più bel romanzo di Antonio ma è sicuramente quello col finale migliore e con lo spettro narrativo più ampio: alla vicenda delle morti sulle quali Pietro e Toni vorranno fare luce, Lanzetta affianca due trame parallele: i rapporti opachi tra politica e malaffare; l’impossibilità di recidere i legami con la propria terra e di emanciparsi dalla superstizione. Il Cilento dei fratelli Casale non è lo stesso dei romanzi precedenti, ha perso quella connotazione di borgo ruspante / piccolo mondo antico per acquistare un’insolita durezza e universalità. Il clan napoletano dei Pappalardo, che investe e ricicla sul litorale di Pioppi e Acciaroli, ricorda certe famiglie italiane che nella Providence di Don Winslow impongono il pizzo agli indigeni di Rhode Island; e i fratelli Casale, da finti carrozzieri a detective con licenza di uccidere, gli Hap e Leonard di Joe Lansdale. Tu chiamale se vuoi proiezioni. 

Angelo Cennamo

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Una risposta a "LUNA ROSSO SANGUE – Antonio Lanzetta"

  1. Avatar di luicardella luicardella ha detto:

    Obiettiva e bella recensione. Impeccabile. Lanzetta, fortunatamente, appartiene al nostro territorio e credo che in futuro avremo da leggere grande storie. Le sue potenzialità sono enormi e lo dimostra in ogni libro sempre di più.

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