UN OTTIMISTA IN AMERICA – Italo Calvino

“In America nessuno ha scelto un luogo piuttosto d’un altro: ci si capita per caso e subito lo si fa proprio.”

Venticinque anni prima di “Lezioni americane”, il libro basato su una serie di lezioni preparate in vista di un ciclo di sei discorsi da tenere all’università di Harvard per l’anno accademico 1985-1986 (la morte lo colse prima di arrivarci), Italo Calvino fece il suo primo viaggio negli Usa “Partendo per gli Stati Uniti, e anche durante il viaggio, spergiuravo che non avrei scritto un libro sull’America (ce n’è già tanti!). Invece ora ho cambiato idea. I libri di viaggio sono un modo utile, modesto eppure completo di fare letteratura.” Il libro in verità non fu mai pubblicato perché, rileggendo le bozze, l’autore  giudicò il materiale raccolto “troppo modesto” per farne un’opera letteraria e “non abbastanza originale” come reportage giornalistico – avesse potuto vedere cosa si spaccia oggi per letteratura, l’umile scrittore avrebbe cambiato idea senza nessuna remora. Calvino gli States li girò in lungo e in largo per sei mesi, tra il 1959 e il 1960, incontrando uomini d’affari, politici, letterati, ma anche tanta gente comune. Soprattutto New York…”perché io New York la amo.” Per definire la Grande Mela Calvino ne coglie subito il senso, l’immagine basica, la sensazione più intima “prima di tutto New York è  un ritmo…una città elettrica, impregnata di elettricità.” Gli spazi, enormi, i grattacieli, ovvio, ma anche le auto “tutte lunghe, lunghissime, talora assurdamente lunghe e larghe.” Eppure Calvino sembra ambientarsi presto, non è il marziano a Roma di Flaiano, ma un giovane uomo curioso, un attento osservatore che non giudica. Il sogno, il pragmatismo, la ricchezza, e le diseguaglianze, talvolta feroci: la descrizione del fenomeno di chi sceglie di vivere nei camper per poi muoversi alla ricerca di lavori stagionali è una “Nomadland” di altri tempi.”

“Comincio a capirla, Chicago. Forse comincia a farmi paura. Insomma, comincia a piacermi. È la vera città americana, produttiva, materiale, brutale, tough” ( e di lì a poco ci sarebbe nato anche il primo presidente di colore, “negro” avrebbe scritto Calvino, rischiando la ghigliottina della futura Cancel Culture). La West Coast è un’altra storia. Il Pacifico è un mare infido, diverso, poco familiare, e Los Angeles, più che una metropoli, sembra un’accozzaglia di quartieri troppo diversi tra loro. “Capisco che dovrei scrivere qualcosa su Hollywood, ma non ho nulla da raccontare.” Dell’altra America, quella povera del New Mexico, con i suoi deserti e le riserve di indiani, di quella sì. O del profondo Sud, dalla Georgia all’Alabama dove “le case dei negri sono tuguri di legno” e la sola speranza di riscatto si chiama Martin Luther King. È un tempo di vigilia: King, Kennedy, la luna e tutto il resto. Il reportage di Calvino è preciso, dettagliato, colto, affettuoso, un On the road senza filtri o allucinazioni, lucido e generoso. Calvino ha amato l’America, noi amiamo lui: il romanziere, l’intellettuale, il viaggiatore.

Angelo Cennamo

Standard

Una risposta a "UN OTTIMISTA IN AMERICA – Italo Calvino"

Scrivi una risposta a John Domini Cancella risposta