JOSHUA COHEN E LA SFIDA IMPOSSIBILE DEL ROMANZO

Leggete i libri lunghi. Non per disciplina, non per sfoggio di resistenza intellettuale, ma per una ragione più profonda: perché solo nei libri lunghi, nei libri che chiedono tempo, pazienza, dedizione e persino smarrimento, la letteratura riesce ancora a competere con la complessità del mondo contemporaneo. Perdetevi nei libri lunghi, soprattutto in quelli che disorientano, che sembrano respingervi, che vi fanno dubitare della vostra scelta dopo cinquanta o cento pagine. È lì, in quella soglia di stanchezza e di attrito, che spesso comincia l’esperienza letteraria autentica. Il libro dei numeri di Joshua Cohen appartiene pienamente a questa categoria. Pubblicato negli Stati Uniti nel 2015 e accolto con entusiasmo da una critica tutt’altro che indulgente — Harold Bloom arrivò a definirlo “di una potenza devastante” — il libro era arrivato in Italia quasi in sordina, grazie all’intuizione coraggiosa di Codice Edizioni (traduzione di Claudia Durastanti), una casa editrice piccola e intraprendente. Il che resta, a ben vedere, uno dei misteri dell’editoria italiana: come è possibile che uno scrittore americano così radicale e ambizioso non sia stato intercettato prima dai grandi marchi. Ma questa è un’altra storia. Joshua Cohen è americano, nato nel New Jersey, ebreo, come Philip Roth e Paul Auster. Con loro condivide non tanto un’eredità stilistica diretta quanto una postura: l’ossessione identitaria, la tensione tra autobiografia e finzione, il corpo a corpo con l’idea stessa di America. Ma Cohen appartiene a una generazione diversa, cresciuta non solo tra libri e biblioteche, bensì dentro lo spazio digitale, nel rumore continuo di dati, schermate, algoritmi, reti. Ed è proprio questa immersione totale nella modernità tecnologica a fare de Il libro dei numeri qualcosa di più di un grande romanzo: un testo-soglia, un’opera di passaggio, quasi un documento profetico. La spinta decisiva ad affrontare il libro può nascere, come è accaduto a molti lettori, da un’associazione naturale: David Foster Wallace. Cohen è forse lo scrittore che più di altri, oggi, ricorda il Wallace di Infinite Jest per il suo stile massimalista, argomentativo, ipertrofico; per quella scrittura al tempo stesso matematica e febbrile, densissima di dettagli, digressioni, strutture concettuali, capace di inglobare saggistica, narrazione, parodia, autobiografia.  L’incipit del romanzo è una dichiarazione di guerra:

“Se state leggendo questa storia su uno schermo, andate a fanculo. Parlerò solo se sfogliato come si deve.”

È una provocazione brutale, certo, ma anche una chiave di lettura. Fin dalle prime righe, Cohen mette in scena il conflitto centrale del libro: quello tra la parola e il numero, tra la letteratura e l’informatica, tra la materialità della carta e l’astrazione digitale. Ma, attenzione, non lo fa in modo nostalgico o reazionario. Il libro dei numeri non è un’elegia della carta stampata né un pamphlet contro internet. È qualcosa di molto più ambizioso e inquietante. La trama, nella sua essenza, è relativamente semplice. Un Joshua Cohen scrittore, quarantenne, fallito, viene ingaggiato come ghostwriter da un altro Joshua Cohen, coetaneo, fondatore e CEO di una gigantesca azienda informatica chiamata Tetration, una sorta di Google mitologico. Il paradosso è evidente: lo scrittore che ha dedicato la propria vita alla parola viene chiamato a raccontare l’ascesa dell’uomo che ha contribuito a distruggere il mondo della parola così come lo conoscevamo. Il gioco dei doppi si moltiplica: Cohen autore, Cohen narratore, Cohen imprenditore. Identità che si riflettono, si contaminano, si annullano. La sfida che il romanzo lancia è interessante: dimostrare che la letteratura può sopravvivere a internet non opponendosi ad esso ma inglobandolo. A differenza di altri romanzi che hanno esplorato il mondo digitale — Il cerchio di Dave Eggers, Purity di Jonathan Franzen — Cohen non cerca di “raccontare” internet dall’esterno. Il suo obiettivo è più audace: portare internet dentro il libro, far sì che il romanzo funzioni come una rete. E infatti la narrazione si costruisce attraverso email, link, messaggi, archivi, flussi di dati, salti temporali e concettuali che imitano la logica ipertestuale del web. Il titolo stesso è un programma. Il libro dei numeri richiama il quarto libro della Bibbia, quello dell’esodo e dell’attesa. Gli ebrei vagano per quarant’anni nel deserto prima di raggiungere la Terra Promessa. Nella riscrittura laica e tecnologica di Cohen, quei quarant’anni vanno dal 1971 — nascita del microprocessore — al 2011, l’anno dello scandalo WikiLeaks. Un arco temporale che coincide con la trasformazione radicale del mondo: dalla nascita dell’informatica moderna alla crisi definitiva dell’idea di verità, segreto, autorità. Qui il romanzo rivela il suo carattere profetico. Riletto oggi, Il libro dei numeri sembra anticipare molte delle domande che ci poniamo di fronte all’intelligenza artificiale. Cohen non parla esplicitamente di AI nel senso in cui ne parliamo oggi, ma ne coglie l’essenza prima che si manifesti pienamente: la delega cognitiva, la trasformazione del linguaggio in dato, la riduzione dell’esperienza umana a informazione processabile. In Tetration non c’è solo un motore di ricerca: c’è l’embrione di un’intelligenza che sa tutto, archivia tutto, connette tutto. Una mente senza corpo, senza memoria selettiva, senza oblio. Il romanzo intuisce con straordinaria lucidità che il vero campo di battaglia non è la tecnologia in sé ma il linguaggio. Se il linguaggio diventa calcolo, se la narrazione diventa algoritmo, cosa resta della letteratura? Cohen non offre risposte consolatorie. Mostra piuttosto un mondo in cui lo scrittore rischia di diventare un residuo, un interprete tardivo di processi che non controlla più. E tuttavia, proprio nel momento in cui la parola sembra soccombere, il romanzo riafferma la sua necessità. Perché nessun algoritmo può davvero raccontare il caos, la contraddizione, l’eccesso dell’esperienza umana come fa questo libro.

Il libro dei numeri è un romanzo-saggio, un’opera-mondo che ingloba storia, sociologia, teologia, informatica, autobiografia. È un flusso inarrestabile, spesso sfiancante, ma sempre animato da un’intelligenza feroce. È un libro che non si limita a rappresentare il nostro tempo, ma lo interroga, lo smonta, lo anticipa. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale promette di scrivere testi, imitare stili, produrre narrazioni, Cohen sembra dirci che la vera letteratura non è riproducibile perché nasce dall’attrito, dall’errore, dall’eccesso. E allora sì: non lasciatevi impressionare dalla mole. Fermatevi quando serve. Perdetevi. Tornate indietro. Perché dentro queste settecento e più pagine c’è una delle riflessioni più profonde e radicali sul destino della scrittura nell’era digitale. Un libro folle, vertiginoso, unico. E, soprattutto, necessario.

Angelo Cennamo

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