LA TRILOGIA DI KENT HARUF

Kent Haruf occupa un posto singolare e inatteso nel panorama della narrativa americana degli ultimi vent’anni. La sua Trilogia della Pianura (Canto della pianura, Crepuscolo, Benedizione) più che una semplice sequenza di storie è un’unica, coerente meditazione sul rapporto tra individuo e comunità, tra solitudine e solidarietà, tra la persistenza di valori fondanti e l’ineluttabile trasformazione del mondo rurale americano. Un’opera che interroga il tempo lungo della vita collettiva, opponendosi alla frammentazione e all’accelerazione tipiche della modernità. Ciò che colpisce, riletta in una prospettiva critica ampia, è la capacità di Haruf di costruire un universo apparentemente periferico (la contea immaginaria di Holt, trasparente ritratto della Yuma del Colorado orientale) e di trasformarlo in un microcosmo universale, degno di affiancarsi ad altre geografie che hanno segnato la letteratura moderna. Come la Macondo di García Márquez, la Crosby di Elizabeth Strout, la Winesburg di Sherwood Anderson o la Gilead di Marilynne Robinson, Holt diventa un luogo simbolico, una mappa morale in cui la ripetizione delle esistenze quotidiane assume una valenza archetipica. In questo senso, Haruf si inserisce in una tradizione che fa del “locale” una lente per osservare l’universale, dimostrando come la marginalità spaziale possa tradursi in centralità etica. I romanzi di Haruf non ricorrono a complessità strutturali, né ad astruse sperimentazioni lessicali: la loro forza risiede in una prosa deliberatamente asciutta, ma capace di generare una densità affettiva rarissima. La sottrazione stilistica non impoverisce affatto il testo, semmai lo carica di una tensione latente, affidando al lettore il compito di cogliere, interpretare, ciò che resta sospeso nei silenzi. In questo minimalismo esemplare si avverte l’eco della “tecnica dell’iceberg” di Hemingway, non tanto per imitazione stilistica, quanto per una comune disciplina dello sguardo. Haruf condivide con Hemingway l’attenzione ai gesti esatti, alla fisiologia del lavoro manuale, alla materialità dei corpi immersi in un mondo ancora regolato da relazioni dirette e da un’etica della responsabilità. Ma laddove Hemingway tende spesso a isolare l’individuo in una prova solitaria, Haruf reinscrive sempre l’esperienza del singolo all’interno di una rete comunitaria, fragile ma persistente. È fondamentale sottolineare come Haruf non si rifugi mai nella nostalgia. La sua non è un’operazione elegiaca o regressiva: il mondo che racconta è già post-frontiera, già segnato dalla fine del mito fondativo dell’Ovest. Ciò che lo interessa non è il rimpianto per ciò che è stato, ma l’indagine su ciò che sopravvive dopo il tramonto dei grandi racconti identitari americani. In questo, Haruf dialoga con scrittori come William Maxwell, per la sua attenzione alla vulnerabilità dei legami umani, e con autori quali Kent Meyers o Ivan Doig, che hanno saputo raccontare un’America rurale in transizione, sospesa tra identità arcaiche e pressioni della modernità economica e culturale. Il centro emotivo e simbolico della trilogia ruota attorno a figure che incarnano la persistenza di un umanesimo elementare, quasi pre-politico. I fratelli McPheron, allevatori anziani e celibi, legati da un vincolo fraterno che sembra provenire da un tempo arcaico; la giovane Victoria Roubideaux, portatrice di una discontinuità generazionale; Tom Guthrie e i suoi figli, testimoni di una paternità ferita ma ostinatamente presente; Dad Lewis, protagonista di Benedizione, che nell’ultimo mese di vita tenta una ricomposizione tardiva dei frammenti di un’esistenza segnata da colpe, omissioni e affetti inespressi. Sono personaggi collocati ai bordi della società produttiva, ma è proprio da questa marginalità che scaturisce la loro forza espressiva. Attraverso di loro, Haruf interroga la dimensione morale dell’esistenza: che cosa significa davvero “prendersi cura” dell’altro? Qual è il senso della comunità quando i codici condivisi sembrano dissolversi? È ancora possibile una responsabilità reciproca in un mondo fondato sull’autonomia individuale e sulla competizione? Le risposte non sono mai esplicite, ma emergono per accumulazione di gesti, per prossimità emotiva, per un’etica della presenza che si oppone alla retorica dell’efficienza. Crepuscolo, il romanzo più drammatico della trilogia, mette in scena questi interrogativi con una potenza che non deriva dal colpo di scena ma da una necessità narrativa interna, quasi inevitabile. Il celebre episodio del confronto tra Harold McPheron e il toro rappresenta uno dei momenti più intensi della letteratura americana recente. Non si tratta soltanto di una scena ad alta tensione simbolica, ma di una vera e propria epifania morale: il corpo a corpo con l’animale diventa metafora della lotta silenziosa che gli uomini di Holt conducono contro la solitudine, la morte, la disgregazione dei legami sociali. Come nei racconti di caccia o di corrida di Hemingway, l’azione fisica si carica di un significato che oltrepassa il racconto, rivelando la statura morale del personaggio attraverso la sua capacità di “stare” nella prova. E tuttavia Haruf si distingue nettamente da Hemingway per una dimensione che gli è propria: una fiducia discreta, mai retorica né sentimentale, nella possibilità di redenzione attraverso la relazione. In questo senso, la sua narrativa è più vicina a quella di John Williams (Stoner) o Larry Watson, autori per i quali la grandezza dei personaggi risiede non nelle imprese ma nella capacità di sopportare, di restare fedeli, di amare senza clamore. Ciò che rende Haruf unico, però, è la qualità quasi luminosa, talvolta pastorale, che riesce a distillare dalle sue pianure: un paesaggio che è organismo vivente, matrice originaria dei comportamenti umani. La contea di Holt è un luogo in cui il tempo non procede in modo lineare, ma ciclico, scandito dalle stagioni, dalle nascite e dalle morti del bestiame, dai lavori agricoli, dai silenzi condivisi. Questo tempo “altro” entra in conflitto con l’accelerazione della modernità, offrendo al lettore una diversa percezione della durata, della perdita e della continuità. La forza simbolica di Holt risiede proprio nella sua marginalità: è un luogo che resiste al frastuono delle metropoli, alla frammentazione culturale dell’America iperconnessa, alle logiche estrattive del tardo capitalismo. Non per questo Holt è un paradiso. Haruf racconta senza indulgenze la povertà, la violenza domestica, la malattia, il lutto, le solitudini corrosive. Ma lo fa con uno sguardo che rifiuta il giudizio e la semplificazione ideologica. Il dolore, nei suoi romanzi, non è mai spettacolarizzato né utilizzato come leva emotiva; è piuttosto una materia formativa, un’occasione di consapevolezza, come in una parabola biblica spogliata di ogni dogmatismo. Praticamente la stessa linea narrativa di Willa Cather e Marilynne Robinson: interrogare il sacro nell’ordinario, le forme invisibili della grazia che emergono nei gesti quotidiani. Il lungo ritardo con cui Haruf è stato riconosciuto dal pubblico italiano rivela una difficoltà più ampia: quella di accogliere una grande narrativa silenziosa, lontana dai modelli dominanti del romanzo di consumo. La scelta di NNEditore di pubblicare la trilogia si è rivelata coraggiosa e lungimirante: ha intercettato un bisogno profondo di storie radicate, di una lingua che non grida, di personaggi che vivono secondo il ritmo naturale del mondo anziché secondo l’imperativo della velocità. Oggi Haruf appare come uno degli ultimi custodi di un immaginario rurale che non si oppone alla modernità, ma ne costituisce una controstoria critica. Un’America alternativa, non fondata sul mito del successo individuale, bensì sulla tessitura minuta dei legami quotidiani, sui piccoli gesti che tengono insieme una comunità anche quando questa sembra destinata a dissolversi. Holt continua a parlare ai lettori contemporanei proprio per questo: perché è, paradossalmente, un “paese per vecchi”, un luogo in cui l’anzianità equivale a memoria, continuità, responsabilità, insegnamento. Nella mappa immaginaria di Haruf, i vecchi non scompaiono né messi da parte: sono i custodi di una sapienza non codificata, i depositari di una fragile ma ostinata etica della cura. La Trilogia della Pianura si impone così come un monumento discreto alla capacità della letteratura di illuminare ciò che abitualmente resta nell’ombra: il lavoro quotidiano, la vita ordinaria, la resistenza delle persone comuni. In questa attenzione caparbia al “piccolo” Haruf raggiunge la grandezza. In un’epoca dominata dalla spettacolarizzazione e dall’urgenza del visibile, la sua opera invita a rallentare, ad ascoltare il respiro lungo del mondo, a riconoscere negli ultimi i custodi di un’umanità ancora intatta. 

Angelo Cennamo

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