Il 23 gennaio è arrivato in libreria Lupi nella notte, pubblicato da Jimenez con la traduzione di Michela Carpi. Con questo romanzo Michael Farris Smith approda per la prima volta nel panorama editoriale italiano, portando con sé una voce che negli Stati Uniti è già stata accostata ai grandi interpreti del Sud. Non a caso James Lee Burke lo ha idealmente affiancato a nomi come William Faulkner, Cormac McCarthy e Annie Proulx: un paragone impegnativo, certo, che aiuta però a collocare la natura e l’ambizione della sua scrittura. Definire Lupi nella notte semplicemente un romanzo sarebbe riduttivo: è piuttosto una veglia nel buio, un rito narrativo che convoca personaggi spezzati e li costringe a sostare, per un’ultima volta, davanti alla possibilità della redenzione. Non troverete epica nel senso tradizionale del termine, non c’è l’eroe che trionfa né il male che si manifesta in forma assoluta e riconoscibile; c’è invece una zona grigia, una terra intermedia dove la colpa è ordinaria, la violenza una prassi e il destino un meccanismo già avviato. Smith si muove dentro nella tradizione del southern gothic, ma il suo Sud non è folklore né decorazione fine a se stessa. Come in Faulkner, il paesaggio è coscienza diffusa, e come in McCarthy, la natura non consola ma osserva. Le foreste, le strade notturne, le stazioni di servizio aperte a ogni ora sono proiezioni interiori più che semplici coordinate geografiche. L’incipit, con l’anziana Wanetah che si allontana nella notte e si perde nel bosco, ha il sapore di una fiaba rovesciata, con un falò attorno al quale due uomini – Burdean e Keal – progettano un crimine di cui nemmeno loro sembrano conoscere davvero il senso ultimo. L’incontro con una figura quasi messianica introduce una dimensione simbolica che attraversa tutto il romanzo, in cui il bene e il male non sono categorie stabili ma forze che convivono negli stessi corpi. Burdean e Keal non sono “cattivi” nel senso classico del noir: sono professionisti della zona grigia, la cui violenza non è pirotecnica ma metodica; in questo Smith si distanzia tanto dal thriller contemporaneo quanto da un certo hard boiled novecentesco, perché il crimine è mestiere, non ideologia, e la colpa una condizione stabile. Keal, con i suoi sogni premonitori, introduce una sfumatura biblica. Questa corda tesa tra destino e responsabilità richiama ancora McCarthy, soprattutto quello di Non è un paese per vecchi, dove il male è come una corre sotto traccia. Accanto ai due uomini orbitano due donne di forte intensità, Wanetah, fragile e insieme portatrice di una saggezza antica, e Cara, madre ferita che trova in una misteriosa bambina – la la figura messianica che ho citato prima – una seconda occasione; se Burdean e Keal rappresentano l’inerzia morale, le figure femminili incarnano la tensione verso una cura impossibile ma necessaria. La bambina stessa è il fulcro simbolico del romanzo: non è semplicemente un personaggio, ma una domanda incarnata; la sua presenza richiama immagini sacre, ma Smith evita ogni retorica salvifica, e la chiesa abbandonata con i cadaveri accatastati suggerisce una discesa agli inferi che è insieme concreta e metaforica; in questo senso l’autore dialoga anche con certa narrativa di Flannery O’Connor, per esempio, dove il soprannaturale non consola ma ferisce e rivela. Uno degli aspetti più interessanti di Lupi nella notte è la lingua: Smith riduce l’epica ai suoi elementi primordiali – fango, fumo, ossa, sangue – e costruisce una prosa lirica senza ornamento. Ciò che distingue Smith da molti autori contemporanei è la capacità di tenere insieme realismo e mito: la sua America non è muscolare e iperbolica come quella di un certo immaginario cinematografico, ma un’America marginale, fatta di diner notturni, strade che non conducono altrove, un luogo in cui Dio non è morto ma si è ritirato, lasciando gli uomini a gestire le proprie macerie. Il romanzo non è religioso ma è attraversato da un’ansia teologica che interroga la possibilità della grazia. Più che un thriller, il libro è una meditazione sulla sopravvivenza morale: ogni personaggio lo vediamo fuggire dal passato, dal dolore o da sé stesso. Smith non offre soluzioni e non chiude le ferite, lascia il lettore in una sospensione inquieta che obbliga a guardare ciò che di solito si evita. Se Faulkner cercava la verità nel cuore contraddittorio delle sue comunità e McCarthy inseguiva una metafisica del male nel paesaggio, Smith abita lo spazio intermedio in cui l’uomo resta un animale ferito che cammina nel buio con una torcia sporca.
Angelo Cennamo