LA TERRA DELLA MAGIA – Russell Banks

L’indifferenza con cui sono accolti in Italia tutti i libri di Russell Banks non è venuta meno neppure in occasione dell’uscita dell’ultimissimo romanzo del grande maestro americano deceduto nel 2022, pochi mesi dopo la sua pubblicazione negli States. In Italia La Terra Della Magia lo hanno ignorato perfino quelli di Einaudi, dico Einaudi, editore che non si risparmia quando si tratta di pubblicizzare i soliti italiani da vetrina, ma che scompare di fronte ad eventi eccezionali come the last appearance di uno tra i più importanti romanzieri contemporanei. E se in molte librerie la nuova opera non è proprio arrivata e in altre ha fatto capolino una singola copia, al massimo tre, Il Dolce Domani, forse il capolavoro di Banks, è stato disponibile per pochi giorni solo nelle edicole (ormai rare pure quelle) con la collana Americana curata da Sandro Veronesi per il Corriere della Sera. Ma questa è un’altra storia, direte, dopotutto l’invisibilità di Banks sugli scaffali peninsulari non è poi tanto diversa da quella di altri grossi autori soverchiati da mezze calzette più nazionalpopolari.

The Magic Kingdom (La Terra Della Magia – Einaudi – traduzione di Gianni Pannofino) è uscito esattamente un anno dopo Foregone (I Tradimenti), il cui protagonista (un uomo anziano, irrimediabilmente malato e alla fine della propria vita) è di fatto un alter ego dell’autore. In tanti avevamo pensato che I Tradimenti potesse risolversi in una sorta di testamento spirituale di Banks, l’ultimo sforzo prima di congedarsi dalla narrativa e dalla vita. E invece lo scrittore di Newton, Massachusetts, ha fatto in tempo a regalarci una nuova storia, nuova ma dal sapore antico, alla maniera di altri maestri, specie del Sud, ai quali questo romanzo sembra voler essere un tributo: Mark Twain, William Faulkner, Eudora Welty, Flannery O’Connor. 

Nei primi anni Settanta, Harley Mann è un ex immobiliarista della Florida giunto al culmine di un’esistenza avventurosa, piena di ricordi e di nodi irrisolti. Harley ha un’urgenza. Harley ha una storia da tramandare, la sua. Per farlo ricorre al mezzo più efficace di cui dispone: un registratore a bobine Grundig TK 46. Un capitolo per ogni bobina. Harley parla parla, non si trattiene, per troppi anni si è trascinato nel petto un macigno, ma ora ha deciso di liberarsene per affermare una verità della quale perfino lui aveva dubitato. Ma qual è questa verità? 

Abbiate pazienza, perché la storia di Harley Mann è lunga, più lunga delle 429 pagine del romanzo, per via delle mille cose accadutegli, vere o presunte, alcune, le decisive, mai chiarite del tutto.  

La storia inizia negli anni Dieci del Novecento. Nella prima immagine c’è una vedova che con i suoi quattro figli maschi (due coppie di gemelli) e un quinto figlio in arrivo, lavora come una schiava in una piantagione della Georgia. Ma la permanenza alla Rosewell Plantation per i Mann è solo la prima tappa, la più infelice e faticosa di un’esistenza che di lì a poco riserverà nuove sorprese. Il debito che costringeva i Mann a vivere nel peggiore degrado viene saldato da John Bennett, il decano di una setta religiosa, gli shakers, che ha una colonia giù in Florida, a New Bethany. 

Il viaggio dei Mann dalla Georgia alla Florida, su treni e chiatte a vapore, tra paludi e praterie, è un capolavoro di epica americana – questo romanzo non diventerà un classico della letteratura, questo romanzo è già un classico della letteratura. Perché il decano John, che dopo le prime cinquanta pagine del libro diventa una figura centrale della storia, ha deciso di saldare il debito dei Mann? È il primo dei dubbi che assalirà il piccolo Harley, geloso della madre e delle attenzioni a lei rivolte da quel patriarca-santone tuttofare, dall’accento da contadino del Kentucky, prodigo di buoni consigli, premuroso e soprattutto ligio all’Ora et Labora degli shakers, che impone ai propri adepti la rinuncia a ogni piacere della carne e per questo tiene gli uomini separati dalle donne. Buona parte del romanzo è il racconto delle giornate che si susseguono all’interno della colonia, con i ruoli che ciascuno è chiamato a ricoprire per mandare avanti le numerose attività che fanno di New Bethany una piccola nazione dentro la nazione. Chi si univa agli shakers doveva cedere alla comunità tutti i propri beni, e chi non possedeva nulla poteva destinare i figli al lavoro sotto la guida dei decani fino alla maggiore età. A New Bethany comandano il decano John e la decana Mary, e la disciplina militaresca stabilita dai due leader non ammette deroghe, raggiri, turbamenti. I shakers credono in Gesù e nella sua reincarnazione femminile: Madre Ann Lee “Il dovere degli shaker, il fine di ogni loro atto, consisteva nel vivere ogni istante come se quella seconda apparizione fosse già avvenuta”.

La comparsa nella colonia di Sadie Pratt, una giovane donna malata di tubercolosi e volontaria in un ospedale vicino, imprime la prima svolta alla storia, che da questo momento ruoterà intorno alle sole figure di Harley, Sadie e il decano John, tutti gli altri personaggi di colpo spariscono, finiscono fuori campo o diventano marginali. Harley è ancora un adolescente ma con Sadie è amore a prima vista. Tra i due ci sono sette anni di differenza; fino a pagina duecento sembrano tanti ma a due terzi del racconto la distanza si accorcia sempre di più fino ad annullarsi in un peccato irreparabile. 

Harley, Sadie, John. Qual è il ruolo del decano in questo curioso o solo immaginato triangolo amoroso? Siamo alla seconda svolta del romanzo, che ora in avanti perde la sua matrice picaresco-religiosa per trasformarsi in un noir. La vicenda umana troppo umana di Harley e Sadie, la sua evoluzione triste, apre una breccia nel vano progetto di felicità alimentato dagli shakers. Tutti gli Eden nascondono una tentazione, leggiamo sulla quarta di copertina, e il paradiso di New Bethany non fa eccezione. La parabola biblica disegnata da Russell Banks è l’amaro resoconto di una speranza tradita, di una drammatica presa di coscienza che va oltre la fede e ogni possibile redenzione terrena. 

Angelo Cennamo

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STELLA MARIS – Cormac McCarthy

“Tutti vogliono possedere la fine del mondo” è l’incipit del romanzo col quale Don DeLillo, alla soglia degli ottanta anni, inizia ad interrogarsi sul mistero della grande notte cosmica che lo attende. In Zero K, lo scrittore del Bronx affida al miliardario Ross Lockart la mission impossible di sospendere la vita per poi riprenderla dopo molti anni ricorrendo alla tecnica della criogenesi. Nel libro successivo, la fine del mondo si prefigura come un silenzioso black out che piomba senza preavviso su New York durante il Supebowl. Cormac McCarthy, che appartiene alla stessa generazione di DeLillo, sonda l’ignoto scrivendo due romanzi (Il Passeggero e Stella Maris) dal sapore molto delilliano. L’ultima frontiera di McCarthy non ha niente a che vedere con i deserti del New Mexico e del Texas: in Stella Maris le lunghe cavalcate di John Grady col suo socio Racey Lawlins e la romantica caccia alla lupa lasciano il posto a una fitta rete di dissertazioni filosofiche che vedono impegnata una ventenne dottoranda in matematica dal QI non testabile e il suo psichiatra. Alicia Western, questo è il nome della ragazza, è affetta da anoressia e da una grave forma di schizofrenia paranoide. Le sue allucinazioni, visive e uditive, hanno riempito le parti in corsivo dell’altro romanzo (Il Passeggero), che si apre proprio con la morte della ragazza per suicidio. È il 1972, in Vietnam si combatte senza sosta e gli strascichi della seconda guerra mondiale, almeno nella famiglia Western, non smettono di farsi sentire per le ragioni che spiegherò più avanti. 

Breve premessa: quando si recensicono libri attesi da molti anni, scritti da monumenti della letteratura come Cormac McCarthy, si rischia di lasciarsi attrarre dalla forza centripeta dei condizionamenti, o di inciampare in invisibili forme di sudditanza che possono in vario modo falsarne il giudizio. Per quanto mi sarà possibile, proverò a scrollarmi di dosso ogni zavorra affettiva e a parlare del romanzo con il giusto e dovuto distacco. Ma non vi assicuro di riuscirci. 

Come ne La scopa del sistema di Wallace, uno degli attori non protagonisti di Stella Maris è il filosofo austriaco Wittgenstein, rifacendosi al quale McCarthy ritiene che una grossa parte del parlato abbia origine da contenuti fino a un attimo prima sconosciuti al nostro inconscio. Come si realizzi questo processo già affrontato per la verità qualche millennio prima da Gorgia di Leontini (Nulla esiste, e se anche esistesse non sarebbe comprensibile, e se anche fosse comprensibile non sarebbe comunicabile agli altri), McCarthy non ce lo dice, ma il rapporto tra la realtà e la sua possibile rappresentazione linguistica e conoscibilità oggettiva (in questo caso il richiamo è a Kant) è uno dei temi principali affrontati nel libro, la cui struttura tra l’altro somiglia a quella dei Oi Dialogoi di Platone (“Non sfuggirò mai a Platone” si legge a pag. 111). Si può dire la stessa cosa circa l’uso e la funzione della parola, per la musica? (Alicia è anche una virtuosa del violino “La prima volta che ho sentito Bach ho avuto un’esperienza extracorporea”). Parebbe di no, “La musica non è un linguaggio. Non allude a niente se non a se stessa”, per quanto essa preceda le parole e prescinda perfino dall’umanità “Schopenhauer dice che se l’intero universo svanisse l’unica cosa che rimarrebbe sarebbe la musica”. Come spiegavo all’inizio, però, il vero centro di gravità (non più permanente) della fragile esistenza di Alicia, è la matematica, e la conversazione tra lei e il dott. Cohen, lo psichiatra che registra tutto, parola per parola, ne investe le più svariate applicazioni. A un certo punto della non-storia, le vicende personali di Alicia si sovrappongono a quelle del padre di lei e al suo rapporto professionale con Oppenheimer (il padre di Alicia faceva parte del gruppo di scienziati che ha lavorato sulla bomba che è stata sganciata a Hiroshima), da qui il mio richiamo precedente agli strascichi della seconda guerra mondiale. La questione paterna, già affrontata ne Il Passeggero, in Stella Maris viene sviscerata in una dimensione più intima, più umana. Tutto in Stella Maris è più intimo e doloroso, a cominciare dal contesto in cui è collocato il dialogo che compone il libro: la camera di un ospedale psichiatrico. La discussione o seduta psicoanalitica di Alicia è come l’estuario di un fiume, nella seconda parte diventa incontenibile e in alcuni passaggi di difficile comprensione per i numerosi rimandi filosofici. Cohen e Alicia si provocano a vicenda, l’uno diventa spalla dell’altro e la naturalezza del confronto-ascolto non è scontato. Negli Stati Uniti i due romanzi sono stati pubblicati insieme, in Italia a distanza di qualche mese l’uno dall’altro: prima Il Passeggero poi Stella Maris (la traduzione è di Maurizia Balmelli). Siamo sicuri che l’ordine giusto non sarebbe stato quello inverso? Io le due parti le avrei perfino accorpate in un unico romanzo e ridotto di una trentina di pagine almeno il dialogo di Alicia, che delle due è indubbiamente la più interessante. Stella Maris è un libro cerebrale, colto, la sintesi perfetta tra il lirismo barocco di Suttree e il minimalismo apocalittico de La Strada. A qualcuno forse non scalderà il cuore ma ne sentiremo parlare a lungo. 

Angelo Cennamo

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SCARTI – Jonathan Miles

La vedova di un broker ucciso nell’attacco al World Trade Center cerca una bistecchiera nel box dove ha raccolto i ricordi della sua precedente vita matrimoniale. Sara è ancora giovane e di bell’aspetto, il suo secondo marito, Dave, le ha regalato un paio di tette nuove, siliconate. Muovendosi tra le cose che ha ammassato in quei pochi metri quadri, suo malgrado, Sara deve fare i conti con un passato bugiardo e contraddittorio. Brian “lo aveva cancellato del tutto… lo aveva semplicemente buttato via”, ma Brian è incancellabile, lui è ancora lì e continua parlarle, a rivelarsi attraverso necrologi, pagine di giornali, foto, appunti. Il box è la sua vera tomba, il “suo mausoleo”. Quella di Sara è una delle tre storie che compongono Scarti, romanzo uscito la prima volta nel 2013 e ripubblicato in Italia sempre da minimum fax dieci anni dopo con una nuova cover e la traduzione di Assunta Martinese.

Troppi Jonathan nella letteratura, scrive il Franzen di Purity, e tra i tanti, Miles è di sicuro il meno conosciuto, almeno da noi. E se il suo unico libro tradotto (Want Not) a suo tempo non ebbe molta fortuna, le ragioni di questa sua invisibilità o non curanza restano inspiegabili. Sì perché Scarti è un romanzo fuori dall’ordinario, per qualità, tecnica narrativa, per le dinamiche familiari che lo animano, soprattutto per il senso delle sue trame. Al di là della chiara riflessione etica sul consumismo e sullo spreco, evidente soprattutto nella vicenda di Talmadge e Micah, la coppia che occupa abusivamente un appartamento a Manhattan e rovista nei cassonetti per “restare fuori dal sistema… per dire no”, Scarti ha molto da dire proprio in termini di esplorazione del significato dell’essere e del sentirsi umani. Di più. Scarti è un romanzo sulla speranza e sulla possibilità di resistere a qualunque dramma, di opporsi al peggiore dei destini adattandosi a nuove forme, seguendo altri canali, meditando sul fine ultimo. A tutti i personaggi del libro capita di subire delle sottrazioni (La vita è una questione di sottrazione graduale, fa dire Richard Ford a Frank Bascombe in Tutto potrebbe andare molto peggio): lutti, abbandoni, incidenti, malattie. Ma questi uomini e donne umiliati o sconfitti Miles li sprona a non mollare, indica loro una via di uscita, una seconda opportunità, e la miracolosa convergenza delle tre storie, nel finale, ne attesta l’approccio ottimistico.

Elwin Cross Jr. è un docente di lingue morte “Delle 6500 lingue che esistevano adesso nel mondo, solo 600 sarebbero sopravvissute alla prossima generazione”. Seguitemi, la storia di Elwin è la parte migliore del libro. Sua moglie, Maura, lo ha lasciato per un altro uomo. Elwin sa che nel giro di qualche giorno perderà anche suo padre, perché smetterà di riconoscerlo per via dell’Alzheimer. La malattia sta progredendo e l’ospedale che lo tiene in cura ha deciso di congedarlo, di “rottamarlo”. Rottamare. È lo stesso verbo usato dal meccanico al quale si rivolge Jr. per quella leggera ammaccatura che ha ricevuto la sua auto a causa dell’investimento di un cervo. Rottamala. Ma lo scarto può ritornare in gioco, ci dice Miles. A tutto si può rimediare, perfino alla sottovalutazione di questo capolavoro – uno dei migliori romanzi americani dell’ultimo decennio – che minimum fax ripropone a lettori poco attenti perché possano dare al libro e a sé stessi una seconda chance. Dicevamo di Elwin. Il prof. è in sovrappeso e qualcuno gli consiglia di “mangiare solo metà porzione e buttare il resto nella spazzatura”. Gli avanzi finiscono sulle tavole di persone come Talmadge e Micha, ideologi del riciclo, la cui parabola apre uno squarcio su un’America impoverita e fuori dai radar (le tendopoli di San Francisco ne sono una testimonianza recente).

“Nel mondo c’è gente che ha fame. E guarda qua. Questi la roba da mangiare la seppelliscono”.

In uno dei momenti più divertenti, forse ispirato dal monologo dell’insozzatore di cessi di Infinite Jest di Wallace, il cinico Dave, che dopo Sara finirà per sedurre anche la figlia di lei, si ferma a guardare il suo stronzo perfetto al centro del water “lo stronzo che un uomo potrebbe provare a produrre per una vita intera senza mai riuscirci”. Dave pensa che sarebbe un peccato tirare lo scarico e cancellare per sempre quel prodigio irripetibile. Vorrebbe fermare il tempo, conservare il gesto, testimoniarlo, tramandarlo. Decide che lo stronzo va fotografato, immortalato perché anche gli altri possano vederlo. È l’immagine torbida e iperbolica che racchiude meglio di ogni altra il senso di un libro generoso e straziante.

Angelo Cennamo

NOTA

Torno sul romanzo di Miles che ho appena recensito per aggiungere non so bene neppure io cosa. È che scrivendo e rileggendo più volte la recensione, forse per la prima volta ho avuto la sensazione di non aver detto tutto quello che avrei voluto dire. Mi è sfuggito qualcosa, qualcosa di inafferrabile, di intraducibile. Scarti è un concentrato di storie che si dilatano oltre la normale misura di una narrazione tipo. Entrarci è come abitare uno spazio con tutto il corpo, non solo con la mente o l’immaginazione. In questo libro ho camminato, toccato pezzi di carta, assaggiato del cibo, parlato con un malato di Alzheimer, accarezzato un cervo investito e sul punto di essere fatto a pezzi, mi sono seduto sul divano con un’adolescente e il suo patrigno perverso, ho letto delle mail, mi sono scontrato con un fanatico attivista antisistema, ho pianto, ho rimesso in discussione alcune delle mie convinzioni. Insomma non vi ho detto tutto. Mancano dei pezzi. Scarti anche questi di una meditazione su un luogo ora inaccessibile ma nel quale forse riuscirò ad entrare in altri momenti. 

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MANIFESTO CRIMINALE – Colson Whitehead

Di come sia celebrato e riverito in patria Colson Whitehead, lo scrittore americano più premiato degli ultimi trent’anni almeno, mi pare di averne già parlato anche su questo blog: due Pulitzer e un National Book Award vinti in poco meno di trentasei mesi con La Ferrovia Sotterranea e I Ragazzi della Nickel, e un terzo Pulitzer sfiorato nel 2001 con John Henry Festival. Piuttosto non vi ho ancora detto nulla del GRNN, il Grande Romanzo Nero Newyorchese al quale Whithehead ha iniziato a lavorare due anni fa con Harlem Shuffle (Il Ritmo di Harlem) nella scia di altri grossi autori che lo hanno preceduto, non ultimo E.L. Doctorow (Ragtime). Lo faccio adesso in occasione dell’uscita di Crook Manifesto (Manifesto Criminale – Mondadori editore, 378 pagine, traduzione di Silvia Pareschi), secondo capitolo di un progetto ambizioso e magari un giorno destinato a realizzarsi in altre forme oltre quella letteraria, cinema o serie tv – per la sceneggiatura basterà fare il copia-incolla col testo dei romanzi o aggiungere poco altro. 

Crook in inglese vuol dire imbroglione, delinquente, definizione perfettamente calzante alla fauna umana che popola il romanzo o per meglio dire i tre romanzi inclusi nel libro, tra loro connessi in modo da formare un… sto per dire una brutta parola, tenetevi… AFFRESCO …ecco l’ho detta… del decennio più complicato della storia recente di New York: gli anni Settanta. Il protagonista di questa lunga vicenda iniziata con il romanzo precedente è un afroamericano di mezza età: Ray Carney. Il suo Carney’s Furniture, sulla 125ma, è il più avviato negozio di mobili di tutta Harlem, ma anche luogo o covo di strani traffici. Carney è quello che si dice un cittadino al di sopra di ogni sospetto, ed è per questo che ha finito per riciclarsi nella ricettazione (Carney preferisce chiamarla “Ricambio” la circolazione delle merci nella sua sfera illecita). Niente di serio eh, una parentesi breve, giusto il tempo di fare un po’ di grana e sistemare il negozio, comprare un paio di immobili, mettere da parte qualcosa per i figli. Oggi Carney riga dritto, così dice lui. Il fatto è che “il delinquente resta delinquente”, c’è poco da fare, e l’occasione per ricascarci è assai più banale di quanto si pensi, lo sono perfino un paio di biglietti per il concerto dei Jackson Five al Madison Square Garden. Glieli procurerà il detective Munson, ma il prezzo che Carney dovrà pagare sarà altissimo. Munson è il volto della polizia corrotta e tangentista smascherata da quel Frank Serpico, personaggio veramente esistito, portato al cinema da Al Pacino e Sidney Lumet.

Dicevo dei tre romanzi che compongono Crook Manifesto: con RINGOLEVIO siamo nel 1971. Ringolevio è un gioco che bene o male abbiamo fatto tutti da ragazzi: guardie e ladri, acchiapparello, nascondino, secondo le diverse declinazioni. È la parte migliore del libro, quella in cui assistiamo alla nuova metamorfosi di Carney: l’uomo, il marito, il padre, l’imprenditore (la metanarrativa di Whitehead che diventa spot da Poltrone & Sofà per decantare la merce del Carney’s Furniture, è magnifica) al centro della storia (privata e pubblica) di una New York che non ha ancora smaltito i postumi delle Pantere e degli assassini di Martin Luther King e Bob Kennedy, e che ora sta per imboccare un tunnel ancora più buio, se possibile, flagellata com’è dalla violenza di strada, dalla droga e dalla sporcizia “Capivi che la città stava andando in malora quando anche l’Upper East Side cominciava a fare schifo… Si insinuava in tutti, come una tenebra che dilagava sopra l’East River e penetrava nel vasto reticolo di strade, il timore che le cose non fossero più come prima e sarebbe passato molto tempo prima che ritornassero a posto”.

NEFERTITI T.N.T. sposta le lancette a due anni dopo. Carney non c’è. Sulla scena compaiono Pepper, un autentico delinquente afroamericano, e il suo sodale Zippo, altro personaggio eclettico, multiforme, fotografo porno soprattutto “Harlem era cambiata. I delinquenti non avevano un codice d’onore, e neppure un briciolo di classe”.

Nefertiti T.N.T. è il titolo di un film ambientato negli stessi luoghi del romanzo, un gioco di specchi che riflette le storie e che ne anticipa, forse, la destinazione finale.

Carney ricompare nel 1976 ne I LIQUIDATORI, la parte più cruenta e cinica, occupata da una lunga serie di incendi che flagellano la città piegandola al malaffare di faccendieri e assicuratori senza scrupoli. La New York di Whitehead è la metropoli cupa e violenta che abbiamo conosciuto in romanzi come City on Fire di Garth Risk Hallberg, Questo bacio vada al mondo intero di Colum McCann, La Fortezza della Solitudine di Lethem. I mobili di Ray Carney sono come le Toyota di Coniglio Angstrom nella saga di John Updike. Altro viaggio, altre suggestioni di un’America che non si può fare a meno di leggere e di amare. To be continued.

Angelo Cennamo

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HOLLY – Stephen King

Un romanzo che esce in contemporanea mondiale, con la stessa cover e lo stesso titolo in tutti i paesi (brevissimo, una sola parola, un nome di donna che campeggia su una vecchia casa vittoriana in mezzo al buio), desta una certa curiosità. Non vi pare? Se poi l’autore del romanzo in questione è Stephen King, allora non si può fare a meno di correre in libreria ad acquistarlo, questo romanzo, e a tuffarsi nelle sue cinquecentosei pagine con avidità, smangiucchiando unghie e polpastrelli senza alcun ritegno, come un ragazzino davanti alla nuovissima versione del suo videogame preferito. Direi che possiamo convenire anche su questo. Ma andiamo avanti e parliamo di Holly, l’ultima creatura del Re della letteratura americana, arrivato in Italia con Sperling & Kupfer e la traduzione di Luca Briasco. La figura dell’investigatrice privata Holly Gibney i lettori più affezionati di King l’avevano già incrociata in una fortunata trilogia di qualche anno fa, che di fatto spalancò allo scrittore di Portland le porte del crime seriale: Mr Mercedes, Chi Perde Paga, Fine Turno. Nel nuovo romanzo, Holly è sulle tracce di Bonnie Dahl, una ragazza scomparsa misteriosamente dopo essere uscita di casa in bici. La polizia non è riuscita a cavare un ragno dal buco (capita spesso nei thriller americani che la polizia non basti a risolvere dei casi giudiziari) ed è per questo che sua madre Penny si è rivolta alla nota agenzia Finders Keepers. Attenzione: la scomparsa di Bonnie potrebbe essere legata a una serie di altre sparizioni avvenute nella stessa zona nell’arco di un decennio. Holly arriverà a questa conclusione attraverso un’indagine dettagliata e per tante ragioni complicatissima, non ultima la pandemia da Covid. Chi segue abitualmente King sui social sa bene quali siano state negli ultimi anni le più grandi ossessioni del Re: l’ostracismo dei No Vax, Trump, l’avvento di Elon Musk su Twitter. Escludendo la terza, troppo recente per finire nel romanzo, King ha voluto impastare la sua trama con le altre due, correndo il rischio di sembrare, nel primo caso, un moralista, nell’altro un vassallo di Biden. Trump è la causa della rottura dei rapporti tra Holly e sua madre Charlotte, e del divorzio di Penny Dahl, il cui marito si è pure beccato il Covid perché “il suo idolo si è sempre rifiutato di portare la mascherina”. Nella famiglia di Holly il Coronavirus ha lasciato un segno terribile: Charlotte è morta per non essersi vaccinata; il suo socio, Pete, è finito in ospedale per via della stessa diffidenza. Ma Holly è prudente, se ne va in giro munita di mascherina, non stringe la mano a nessuno, mantiene le distanze, chiede ai suoi interlocutori se hanno fatto la doppia dose. Holly è un’accanita fumatrice, crede nella medicina, crede soprattutto in Dio. Holly fuma, prega, disinfetta. L’assenza forzata di Pete la costringe a raddoppiare gli sforzi tra mille difficoltà. Ma l’eroina di King non è sola. Al suo fianco giostrano il giovane Jerome e sua sorella Barbara. I due ragazzi di colore danno maggiore respiro alla storia e consentono di allargare il tiro a un altro dei temi che a King sta molto cuore: la scrittura. Barbara è un aspirante poetessa. Le fa da mentore la centenaria e pluripremiata Olivia Kingsbury, nel cui nome King si diverte a celare se stesso. Le dritte di Olivia alla sua allieva sono un felice richiamo a On Writing, il saggio di scrittura sul quale si sono forgiate generazioni di scrittori. Il Midwest di Holly è un agglomerato di grandi magazzini, vecchi Drive In, parchi desolati, autorimesse. La geografia urbana flagellata dalla pandemia è credibile, onesta, attuale. 

Dicevamo delle sparizioni. Cosa e chi si nasconde dietro questo disegno criminale? Le indagini sembrano indirizzarsi verso una coppia di attempati professori universitari che vivono in una casetta vittoriana nei pressi di un college prestigioso. Pare che i due abbiano escogitato uno strano modo di curare la sciatica e pure la demenza senile. La malattia, la morte, la paura di invecchiare, l’illusione della poesia che ci rende immuni: King mischia le carte, muove le mani, e tira fuori dal cilindro uno dei suoi pezzi migliori degli ultimi anni. Holly è un crime dalle sfumatore horror. Del crime vi ho già detto, l’horror scopritelo da soli.

Angelo Cennamo

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IL DOLCE DOMANI – Russell Banks

In un posto sperduto sulle montagne dello Stato di New York, Sam Dent, uno scuolabus precipita in una scarpata. Muoiono quattordici ragazzi, altri si salvano. A salvarsi è anche Dolores Driscoll, l’autista del mezzo che da vent’anni passa a prendere gli studenti di questo paesino nascosto nella neve, poco distante da Lake Placid, che si anima, si fa per dire, solo durante le vacanze. La storia inizia nel day after ed è raccontata da quattro voci, una delle quali è proprio quella di Dolores. Ho detto la storia, in verità i narratori (il padre di due ragazzi morti, un avvocato venuto da New York per accaparrarsi i mandati delle famiglie delle vittime, una studentessa sopravvissuta che però ha perso l’uso delle gambe) dicono molto di più rispetto alla sola versione dei fatti: ci fanno entrare nelle loro vite, confessano segreti, abusi, infelicità, tradimenti. Le bisettrici di Banks sono due: interno – esterno, vero – falso. L’unico protagonista che non fa parte della comunità di Sam Dent è Mitchel Stephens, l’avvocato. Mitchel è un professionista affermato della Grande Mela. Quando si trasferisce sul luogo dell’incidente viene percepito come un intruso, il suo distacco ammantato di retorica e di ottimismo sulla riuscita delle cause di risarcimento, inizialmente suscita diffidenza. Chiunque assocerebbe quella tragedia all’idea di un processo che porti a indennizzi milionari, eppure le famiglie di Sam Dent non vogliono essere permeate da nessuna forma di giustizia. La sola presenza dell’avvocato sul luogo dell’incidente crea scompiglio, nuova agitazione. Sembra che a nessuno interessi sapere chi è il colpevole. Di più. Sembra che nessuno sia veramente sopravvissuto a quella tragedia: a Sam Dent sono morti anche i vivi. Dove vuole andare a parare Russell Banks? Qual è il senso di questo bellissimo Il Dolce Domani, romanzo del 1991, in Italia fuori scaffale da anni e tornato disponibile grazie al Corriere della sera con la collana Americana curata da Sandro Veronesi? Si direbbe un thriller. Forse lo è. Ma la chiave della storia è fuori dal meccanismo del romanzo di genere al quale siamo abituati. Dicevo interno – esterno. La notizia dello scuolabus che precipita nel burrone fa il giro degli Stati Uniti, deflagra sui media, ma Banks di rimbalzo ci porta negli angoli più invisibili di queste vite spezzate. Dentro le case, nelle camere da letto, negli armadi. Billy Ansel, il padre di due ragazzini morti, ha una relazione clandestina con la madre di un’altra delle vittime. È un reduce del Vietnam (l’esterno che in un altro tempo ha già violato l’interno di Sam Dent) e per non soccombere alla malasorte (Billy è anche vedovo) si lascia andare all’alcol e al sesso con Risa, la moglie del suo migliore amico che incontra in una camera d’hotel al buio. Interessante è la svolta che Banks riserva alla vicenda dei due amanti: dopo l’incidente, tutto si ferma, si resetta, alla passione subentra l’indifferenza. Nichole Burnell, la ragazzina sulla sedia a rotelle che più avanti devierà il corso del processo, ha un conto aperto con la sua famiglia “Per me, le mie gambe valevano tutto allora e niente adesso. Ma per mamma e papà, niente allora e un paio di milioni di dollari adesso” dirà a un certo punto. Nelle battute finali, il cinismo di Nichole prevarrà su quello dell’avvocato. È il miglior colpo di scena. D’accordo, di chi è allora la colpa dell’incidente? Si chiede il lettore attraversando questo prisma di versioni. Il vero non è vero, il falso non è falso, e qualcuno lo avrà pure capito. Che importa, a Sam Dent sono morti anche i vivi. 

Angelo Cennamo

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HO INTERVISTATO DAVID FOSTER WALLACE

Il cielo livido a Claremont minaccia pioggia e le strade deserte del primo pomeriggio fanno sembrare la città un luogo inospitale. Nell’aria c’è un che di sinistro. Arrivo in perfetto orario. Dal sedile del taxi riconosco la casa‎ dalle vetrate ampie e dai cani che si rincorrono dietro al cancello. Lui è davanti alla porta di ingresso, in piedi: pantaloni della tuta, scarpe da ginnastica, felpa e smanicato, gli occhiali alla John Lennon e l’immancabile bandana. Nella mano destra ha una bottiglia di Gatorade, come se avesse da poco terminato una corsa. Ha il viso stanco e non sembra contento di vedermi. Buongiorno, dico, avvicinandomi al prato inglese che circonda la casa. Salve, risponde lui, accennando un sorriso di circostanza. Con l’altra mano mi fa segno di entrare. Chiama i cani a se’ rassicurandomi che non mi faranno niente. Fa cenno al giardiniere di spegnere gli idranti. È più alto di quanto ricordassi. Ciao. Mi saluta di nuovo, in italiano. Questa volta sorrido io. Ci stringiamo la mano. È visibilmente sudato. Non mi sbagliavo: poco prima aveva fatto jogging. Mi fa accomodare nel salone a pianterreno, su un divano di pelle bianca. Davanti al divano c’è un tavolino basso, di legno nero, tipo Ikea, sopra dei barattoli vuoti di Pepsi, popcorn dappertutto e una copia di Infinite Jest aperta. Le pagine sono scarabocchiate di rosso. La mia copia, invece, quella che mi sono portato dall’Italia per la dedica, è intonsa come se non avessi mai letto il libro. Sulle pareti, poster di tennisti, una famosa stampa di Warhol e una foto sua in compagnia di Jonathan Franzen. Jon è il mio migliore amico, dice. Come la preferisci l’intervista? Sai è una giornataccia. Oh, mi dispiace. Insomma, non è un buon momento. Mi dispiace, non sapevo. No no, niente di grave. È che sono impegnato con una roba grossa, un libro che non riesco a finire. Un vero tormento. Racconta una mia esperienza personale a Peoria, nell’Illinois. Vorrei che sembrasse un romanzo ma non lo è. Parlo della noia ma non vorrei essere noioso. È pazzesco, lo so. Sono a metà, più o meno. Vuoi una Pepsi? Sei italiano, preferirai del vino. No, grazie, va bene la Pepsi. Ok, vado a prenderla e cominciamo. Nella breve assenza vengo attratto da uno scaffale sul lato destro della stanza. È appesantito da un centinaio di libri. Sulla parte alta sono accatastate delle racchette. Provo a leggere i titoli e i nomi degli autori ma sono troppo distante. Eccolo che arriva. Allora, come è andato il viaggio? Male, grazie. Ho una paura fottuta degli aerei. Come me! Accidenti, allora avevi proprio voglia di vedermi. Di’ un po’, Infinite Jest lo hai letto per davvero? Non sarai per caso uno di quei giornalisti che vengono qui a intervistarmi dopo aver dato un’occhiata su internet? Certo che l’ho letto! L’ho letto tutto, dalla prima all’ultima pagina, note comprese. Ok ok. Comunque scherzo, non farci caso. Allora, Dave, partiamo? D’accordo, vamos! Clicco sul tasto play del registratore. Emozione.

Infinite Jest lo hai scritto nei primi anni ’90. Come è cambiata l’America in tutto questo tempo? Molte cose che hai messo nel libro si sono avverate. Penso ad esempio al problema della dipendenza. Internet.

Non è cambiata affatto, anzi, vedo tante persone chiuse in casa. Giovani ipnotizzati dai social‎. Degli zombie scollati dalla realtà. Poco empatici. Famiglie di sociopatici. L’intrattenimento plagia, uccide. Nel romanzo parlo di una strana cartuccia. Oggi la cartuccia è lo smartphone.

I protagonisti del tuo romanzo sono giovani tennisti che per il successo sono disposti a tutto

Esatto. Non hanno alternative al successo. È un obbligo al quale non possono sottrarsi. Vivono in una società che ha fatto della competizione la prima ragione di vita, forse l’unica. Voglio dire, ti fanno credere che se arrivi secondo non vali niente. E allora non puoi consentirti di perdere. Sconfitta uguale emarginazione, emarginazione uguale morte.

Da ragazzo hai giocato a tennis, eri una giovane promessa

Sì. Ho scritto dei saggi sul tennis. Adoro i tennisti come Roger Federer: talento, forza atletica, umiltà, passione, poesia. Da ragazzo me la cavavo, facevo dei lob perfetti. Poi ho avuto un incidente e ho dovuto abbandonare.

Quante copie ha venduto nel mondo Infinite Jest ?

Non lo so di preciso. Credo molte. Non me l’aspettavo. Non mi aspettavo che un libro di milletrecento pagine, così complicato, potesse piacere a tanta gente. Comunque sia, non scrivo con l’assillo delle vendite, non ho mai aspettative di questo tipo. Però fa piacere sapere che quello che scrivi viene apprezzato, viene condiviso dagli altri. Come dire, è gratificante. Sì, gratificante.

Molti giovani non leggono, sono presi solo da internet, dai social. Credi che la letteratura, i romanzi, sia una roba superata?

Bella domanda. Spero di no. La scrittura cambia pelle, evolve in altre forme. Io penso che sopravviverà. La vita è racconto, diceva un filosofo che ho studiato al college. Tutti hanno voglia di raccontarsi, farlo nei gruppi di wa o con i social è lo stesso. Può essere letteratura anche quella, no?

A proposito di scrittura, molti ti considerano un genio perché hai inventato un nuovo modo di fare letteratura. Dicono che dopo di te la letteratura non è più la stessa. Ne sei consapevole?

Dicono così? Be’, mi rendo conto di essere un po’ strano, questo sì. Diciamo che mi diverte superare certi steccati, sperimentare, sorprendere i lettori. Ma non lo faccio per esibire il mio presunto tra virgolette talento. Non lo faccio per dire ai lettori: vedete come sono bravo o roba del genere. Non mi interessa. Cerco solo di essere me stesso, di mostrare la mia natura intima senza filtri e senza ricorrere alla retorica della prosa più convenzionale. A volte mi chiedono della punteggiatura. La punteggiatura è una convenzione. Quando parli con qualcuno, i punti e le virgole non li vedi. Però, attenzione, esiste un limite, non si può stravolgere tutto. Ne ho scritto anche in un saggio sul prescrittivismo.

C’è una frase in questo libro che mi piace molto: “I tergicristalli dipingono arcobaleni neri sul parabrezza luccicante dei taxi”

(Ride). Piace molto anche a Karen (sua moglie). L’ho rubacchiata al mio amico Don (DeLillo). In Rumore Bianco Don ha scritto qualcosa di simile, dice a bassa voce. Gli arcobaleni neri sono il bene e il male che ci portiamo dentro. Tutti abbiamo un arcobaleno nero. Ci fa paura, è lo spettro di uno spirito maligno, vorremmo cancellarlo. Mi piace pensare che le mie storie possano aiutare le persone a guardarsi dentro e a non avere paura di quel colore, il nero intendo.

Nel 2006 sei venuto a Capri – Napoli – la mia città

Wow! Yeesss! Ho mangiato delle insalate di polpi magnifiche. Se vuoi ordino una pizza, ma non farti illusioni: qui non siamo a Marechiaro. Scusa, mi avevi chiesto di Capri. Sì, ci venni con Jonathan e Jeffrey (Eugenides) per un convegno organizzato da Antonio Monda, mi pare si chiamasse così. Sì, ricordi bene. Nel pubblico c’ero anch’io. Fu un esperienza straordinaria in tutti i sensi. Conservo dei bei ricordi. Non sapevo che la letteratura americana dalle tue parti avesse un grande seguito. Mi piacerebbe tornarci, ma è troppo lontano e non amo i viaggi lunghi. Soprattutto in questo periodo.

Qual è, se esiste, il libro al quale ti senti più legato?

Non saprei, ne ho scritti così pochi. Quello al quale sto lavorando adesso forse è il libro che mi somiglia di più. Da qualche settimana però sono fermo. Non riesco ad andare avanti. Non c’è verso. È angosciante. Non mi era mai accaduto prima. Forse ho solo bisogno di una pausa. Vieni. Si alza di scatto dal divano.

Dove andiamo? In garage. Voglio mostrarti il materiale che ho raccolto.
Il garage è dietro la casa. Per arrivarci attraversiamo un vialetto laterale. I cani ci seguono. Dave alza la porta di ferro marrone scuro, con le scanalature. Entrando vengo investito da un tanfo di panni sporchi e di cibo avariato. Lo stanzone è molto profondo, silenzioso e illuminato solo dalla luce artificiale di un grosso neon installato al centro del corridoio iniziale. Lungo la parete sinistra sono ammassati degli scatoloni pieni di libri. Più avanti altri scatoloni con appunti, dischetti e quaderni vari. Dave mi mostra alcuni manoscritti. Sono illeggibili. Mentre si abbassa di nuovo mi guardo intorno. A un tratto il mio sguardo s‎i posa su un particolare del soffitto: il corridoio del garage è attraversato in senso longitudinale da alcune travi di legno massiccio. Dave si volta. Vede che ne sto fissando una in particolare. In quel punto il legno è scheggiato, e sulla parte centrale ci sono delle lettere cerchiate. Mi guarda. Scuote il capo. Vuoi sapere se è accaduto qui? Quella domanda, così diretta, mi toglie il fiato. Cosa? No, veramente. Eddai, l’ho capito a cosa stai pensando. Se ti interessa, sì, è successo lì, dove ti trovi adesso. Proprio in quel punto. Ma non chiedermi altro, ti prego. E non scriverlo sul blog, mi raccomando. Il volto di Dave ha cambiato espressione. È come se la mia curiosità avesse profanato la sua tomba. D’accordo, gli dico scusandomi. Scusandomi, e per cosa? Non è stato lui a condurmi nel garage? Ok ok, lascia stare, mi dice, aggiustandosi la bandana sulla fronte.Usciamo. Dave chiude la porta del garage tenendo sotto il braccio degli appunti che ha preso da un cassetto di una scrivania ricoperta di faldoni ben ordinati su tre file. Riattraversiamo il vialetto e ritorniamo in casa. Il sole è calato e si alzato un leggero vento. Scusami, Dave, non volevo. Provo a ricucire lo strappo. Tranquillo. Lascia stare. Ora però se non hai altre domande sul libro, io andrei. Sono esausto, non dormo da chissà quanti giorni e domani ho un’altra giornata complicata. D’accordo, Dave. Ok. A proposito, non ho ancora firmato la tua copia, dice spalancando gli occhi. Poi prende un pennarello nero dal tavolo e allunga il braccio per ricevere la mia versione italiana di Infinite Jest. Per me è il momento più emozionante. Sulla pagina bianca che precede il primo capitolo scrive: “Al mio amico (friend) italiano A. – Dave Wallace”. Ecco fatto. Ah, un’ultima domanda. Dimmi. Come ti piacerebbe essere ricordato, un giorno? Fammici pensare. Mm… “Un antidoto contro la solitudine”. Così. Ci salutiamo con un abbraccio. Mi accompagna alla porta. Grazie di tutto. Grazie a te e buon viaggio, mi dice passandosi una mano tra i capelli. Attraverso il prato inglese avviandomi verso il taxi che mi sta aspettando oltre il cancello. Sta cominciando a piovere. Uno dei cani mi segue scodinzolando fino all’auto. Entro in macchina. Mi accascio sul sedile di pelle. Oddio il libro! Dove l’ho messo? Che stupido, devo averlo dimenticato sul divano. Ripercorro il viale di corsa sotto la pioggia che in pochi minuti ha iniziato ad infittirsi. Busso alla porta bagnato fradicio. Non mi sente. Ribusso. Busso ancora. Viene ad aprire un signore anziano con degli strani occhiali e un cappellino dei Lakers. Chi sarà? Non ricordo di averlo visto prima. Scusi, gli dico con imbarazzo, cercavo Dave, Dave Wallace. Chi è lei? Sono un amico, un suo amico italiano. Mi guarda stranito. David Foster Wallace, intende? Lo scrittore? Sì, proprio lui. Ma Mr. Wallace è morto diversi anni fa. Non abita più qui.

Angelo Cennamo

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A OVEST DI ROMA (IL MIO CANE STUPIDO) – John Fante

Nel 1971 John Fante è un discreto sceneggiatore hollywoodiano con un passato da scrittore di insuccesso. Oddio, nel 1957 con Full of Life (“L’ho scritto per soldi, non è un buon romanzo”, scriverà in una lettera), una certa visibilità se l’era pure guadagnata. Manca ancora qualche anno a La Confraternita dell’Uva, il capolavoro della maturità che sfiorerà il cinema con Francis Ford Coppola, Fante butta giù un centinaio di cartelle sperando che il suo editore possa farle diventare un romanzo. Non c’è verso: Il Mio Cane Stupido uscirà solo quindici anni dopo, quando lo scrittore di Denver è già passato a miglior vita. Del resto, la sua è una lunga storia di ripubblicazioni pretese dal discepolo Bukowski e di successi postumi, basti pensare a Chiedi alla Polvere o a La Strada per Los Angeles. 

Come La Confraternita, anche Il Mio Cane Stupido doveva diventare un film (con Peter Sellers e Frank Sinatra), poi però non se ne fece niente. Il protagonista del romanzo è Henry Molise, l’alter ego della seconda parte della carriera di Fante. Henry è uno scrittore di mezza età, disoccupato, costretto a mantenere la famiglia scrivendo per il cinema. Sogna di cambiare vita, di andarsene a Roma tra i suoi veri compaesani. Ha una moglie, Harriet, stufa di lui e quattro figli che non gli somigliano per niente. Quattro spine nel fianco. La comparsa in giardino di un cane randagio (Stupido), sornione ma perennemente eccitato, lo aiuterà ad uscire da quello stato di avvilimento nel quale è piombato da molti mesi. Stupido non sarà particolarmente educato, obbediente, ma ha una dote che a Henry manca: il coraggio, la sfrontatezza. Quando Stupido si scontra con gli altri cani del vicinato e li sodomizza, Henry gioisce. Ne è fiero. Stupido ha tolto a Henry la pace, la poca che gli è rimasta, ma quella strana bestia, grossa, pelosa, goffa, scomposta e arrapata, è la sua rivincita, il riscatto contro l’insuccesso dei libri rifiutati o poco venduti, le auto che non si è potuto permettere, le donne che lo hanno respinto. Un romanzo breve, divertentissimo e amaro come tutte le storie di Fante. Una meraviglia. 

Angelo Cennamo

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THE CONSULTANT – Bentley Little

Di Bentley Little, scrittore sessantenne dell’Arizona, si sa poco; Little ha un’indole solitaria, non ama i circuiti letterari né i social, e l’isolamento che si è autoinflitto da quando ha iniziato a scrivere contribuisce ad alimentare intorno alla sua figura una specie di aura leggendaria (Salinger e Pynchon docent). The Consultant, pubblicato negli Usa nel 2022 e arrivato in Italia quest’anno con l’editore Vallecchi e la traduzione di Ariase Barretta, è il suo ultimo romanzo. Tutta la vicenda è ambientata all’interno di una società californiana di software. La CompWare – questo il nome della società – naviga in cattive acque, e la mancata fusione con un’altra azienda, fallita per un soffio, ha finito per acuirne la crisi in modo irreversibile. Austin Matthews, l’amminisrratore delegato, gioca la sua ultima carta ingaggiando uno staff di consulenti affinché gli analizzino le ragioni della crisi e gli diano dei suggerimenti per rimediare al dissesto e invertire la rotta. Si chiama BFG, nessuno sa cosa significhi l’acronimo, ma le credenziali di questa società di consulenza sono le migliori possibili. Regus Patoff è il volto della BFG. La mente. La voce. Insomma la BFG è Regus Patoff e nessun altro. Patoff è uno dei due protagonisti del romanzo, un horror aziendale che nelle sue trecentottantasette pagine, fittissime, racchiude l’eterna lotta tra il bene e il male. Il bene è Craig Horne, dirigente della CompWare. Craig è sposato con Angie e ha un figlio di nome Dylan, un bambino sensibile alla lettura e così innamorato del padre che non vorrebbe mai separarsene. La storia della CompWare viene raccontata parallelamente a quella della famiglia di Craig, normalissima, piuttosto unita. Le due trame sono indissolubilmente legate fra loro non solo per le ripercussioni nel privato della crisi societaria ma perché la BFG a un certo punto della storia arriverà ad occuparsi anche del Pronto Soccorso dove lavora Angie. Regus Patoff ci viene descritto come un uomo alto, magro, dallo sguardo gelido. La sua natura è compressa da Little in una dimensione umana che sembra avere diverse eccezioni. La CompWare cambia forma e struttura come La Casa di Foglie di Mark Danielewski. Patoff manda centinaia di mail in poche ore, compare misteriosamente nel salotto di Craig e di Matthews senza preavviso. Apprende con cinica soddisfazione delle numerose morti sospette all’interno dell’azienda, al punto da far ritenere che dietro quelle sparizioni ci sia proprio lui. Patoff è un mostro: sottopone i dipendenti della CompWare a continui colloqui videoregistrati e preceduti da preghiere. Spia il personale anche nell’intimità e lo costringe a seguire standard estetici e alimentari. Insomma, da controllore la BFG si trasforma in una specie di cancro che divora tutto (anche la dignità), dal quale la controllata non riesce più a liberarsi. Quanto durerà quel regime orwelliano? Sono lecite le restrizioni e le umiliazioni che Patoff impone agli impiegati della CompWare? Se lo chiedono tutti. Eppure qualunque soglia di tollerabilità venga superata né Matthews né Craig riescono a porre fine a quella assurda sudditanza. 

The Consultant è una straordinaria parabola sulla violazione della privacy e sulla manipolazione. Little, non a caso laureato in comunicazione, ci mette in guardia dal potere della politica, della pubblicità, e dei social. Nel romanzo non mancano spunti di macabro umorismo. Tutto corre sul filo del paradosso, della rassegnazione e del mistero, alla maniera di certe trame di Stephen King, scrittore dal quale Little sembra aver preso molto. Che ne sarà di Craig Horne e di Regus Patoff? Buona lettura. 

Angelo Cennamo

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LA SCOPA DEL SISTEMA (2) – David Foster Wallace

1987, uno studente universitario di Ithaca (NY), cresciuto nel Midwest, riscrive la propria tesi di laurea in filosofia e ne fa un romanzo bislacco folle ma per tante ragioni destinato a lasciare un segno nella letteratura americana, in quegli anni alle prese col minimalismo di personaggi come Carver, Ellis, Leavitt, McInerney. Si chiama David Foster Wallace, di lì a poco diventerà uno degli scrittori più innovativi della sua generazione, e a seguito della morte, avvenuta per suicidio a soli quarantasei anni, una vera e propria figura di culto. Definire lo stile di Foster Wallace è complicato anche per un linguista arguto come Stefano Bartezzaghi che del suo romanzo di esordio ha curato la prefazione italiana per conto di Einaudi. Postmoderno, si è detto. Ma c’è dell’altro. La scrittura è vertiginosa, ellittica, in alcuni passaggi ostica, incomprensibile, in altri più snella perché Wallace sa tradurre, scomporre pensieri complessi e rivestirli di nuove forme pop, avvicinare l’alto al basso, ispezionare la mente dei suoi personaggi, destrutturare sinapsi, offrire al lettore secondi e terzi punti di osservazione.

La Scopa del Sistema racconta le avventure di Lenore Beadsman, una ragazza fragile e insicura che si mette alla ricerca della bisnonna novantenne (ultima allieva del filosofo Wittgenstein), fuggita misteriosamente dalla casa di riposo insieme a un folto gruppo di altri pazienti e infermieri. Tutto quello che accade nelle cinquecentosettantacinque pagine del romanzo: la difficile relazione – diciamo pure l’impossibile relazione – tra Lenore e Rick Vigorous, l’ultraquarantenne conosciuto nello studio di uno psicanalista; la popolarità di Vlad l’Impalatore, l’uccellino che recita sermoni religiosi su una tv via cavo (in Telegraph Avenue di Michael Chabon c’è un pennuto che gli somiglia molto – Telegraph Avenue è uscito nel 2012); i problemi di tossicodipendenza del fratello minore di Lenore, LaVache, ragazzo nato con una sola gamba; insomma tutta questa proliferazione di storie, ognuna delle quali costituisce un romanzo dentro il romanzo, fa da corollario alla traccia centrale del libro che è proprio l’assenza della bisnonna filosofa. I pezzi cuciti da Wallace intorno alla vicenda della scomparsa non seguono una linea retta, la struttura è volutamente disarmonica, con una punteggiatura avventurosa, ma l’incastro tra le diverse sottotrame è efficace così come l’alternarsi degli spunti comici alle parti più filosofiche, i continui richiami agli studi dell’anziana fuggiasca: aporie, antinomie, messaggi cifrati; dettagli oscuri, in alcuni casi indigesti, che tuttavia stimolano la curiosità del lettore attirandolo in un vortice ipnotico. Ho riletto per l’ennesima volta La Scopa del Sistema, complice la nuova edizione curata da Sandro Veronesi per il Corriere della sera con la prefazione di Edoardo Nesi –  la scelta di Nesi non è casuale, Nesi è il traduttore di Infinite Jest – anche per testarne la resistenza al tempo: Wallace è un autore generazionale? Quante volte ce lo saremmo chiesto. Direi di no; a distanza di anni, se possibile, ho trovato il romanzo migliorato, come se a ogni rilettura si sprigionasse una nuova brillantezza, si consolidasse il mito. Quando La Scopa  fu pubblicato non mancarono voci dissonanti di chi contestava a Wallace un eccesso di narcisismo e liquidava la sua opera prima come un vibrante esercizio di stile, nulla di più. In verità il romanzo funziona in ogni sua parte, perfino nei cazzeggi, ma per comprenderne appieno il senso: 1) non va persa di vista la sua fase embrionale, e cioè la tesi di laurea dell’autore, che viene fuori in diversi passaggi del testo, per esempio nelle trascrizioni delle sedute terapeutiche tra Lenore e il suo psichiatra o nei dialoghi tra Lenore e il fratello LaVache all’Amherst College; 2) va inclusa tra i protagonisti la figura invisibile di Wittgenstein. La presenza di Wittgenstein è consustanziale rispetto all’assenza di Lenore. Di più, i due sono praticamente la stessa cosa. Wittgenstein giudicava il linguaggio come un insieme di “giochilinguistici” dove il significato di una parola è l’uso di quella parola in un particolare contesto. Ecco allora la chiave di volta: siamo fatti di parole, non esiste realtà oltre il linguaggio, “La vita è il suo racconto” dice Lenore al suo psicanalista. Ma questo assioma vale anche per gli osceni sproloqui di Vlad l’Impalatore o gli animali parlanti ne sono esclusi? Dicevo di Wittgenstein, è la password per accedere e decriptare tutta l’opera di Wallace, non solo questo libro, basti pensare allo strapotere della pubblicità negli anni sponsorizzati di Infinite Jest. Quanto all’esuberanza o alla spregiudicata esibizione del talento (a ventiquattro anni certi virtuosismi non richiesti si possono anche perdonare, specie a chi possiede simili armamentari linguistici) questa non inficia la superba tessitura del romanzo, non mina la tenuta del plot, al contrario aggiunge qualità e brio al racconto, che dall’inizio alla fine non conosce cali di tensione né si perde in futili digressioni. Se non avete ancora fatto esperienza di David Foster Wallace, non perdete altro tempo. Cominciate da qui.  

Angelo Cennamo

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