Philip Roth, John Updike, amici, rivali, accomunati da un insolito destino: entrambi tacciati di sessismo, di misoginia per una rappresentazione del rapporto uomo donna eccessivamente machista e/o patriarcale. Coppie, la saga di Coniglio, Lamento di Portnoy, Il professore di desiderio, Il teatro di Sabbath, romanzi di punta nell’immaginario critico di certe sensibilità. “Un pene con un grande vocabolario”, così una volta David Foster Wallace definì Updike. Niente Nobel. Autori di sintesi, tra realismo e sperimentalismo, con il primo che per l’altro prova un’ammirazione che sconfina quasi nell’invidia. Quella famosa riflessione di Roth sulla capacità di Updike di documentarsi su tutto prima di scrivere, mentre lui, che viveva in campagna, non conosceva neppure i nomi degli alberi, mette in luce una prerogativa di Updike che fa la differenza in una possibile o impossibile comparazione tra i due. Roth si è concentrato sugli aspetti immateriali dell’esperienza umana: la vita, la morte, l’amore in tutte le sue forme, l’odio, la famiglia, la religione, la malattia, la verità e la finzione, la scrittura soprattutto. Updike ha esplorato la materia, è entrato nei dettagli della quotidianità, ma nella quotidianità dell’uomo qualunque più che degli intellettuali o degli uomini d’affari che popolano l’universo borghese dello scrittore di Newark. Il realismo pragmatico, il precisionismo di Updike riempiono un vuoto che Roth non ha mai pensato di dover colmare.
Vado dritto al punto. Ho faticato molto a terminare la lettura di questo romanzo. Ho faticato molto ma volevo/dovevo leggerlo fino all’ultima pagina perché un autore come Ian McEwan merita rispetto. Un autore come McEwan non lo si può liquidare neanche a metà strada, a pagina 220, più o meno il punto in cui stavo meditando di chiudere il libro. Ci vuole stile anche in queste piccole cose. Ma andiamo avanti. Di McEwan ho amato storie come Espiazione, Miele, Amsterdam, Nel guscio… Lezioni è arrivato in libreria sull’onda e la spinta di tre quattro recensioni efficaci, credibili soprattutto. Una su tutte quella di Sandro Veronesi, che per questo libro ha speso parole importanti: “Il più bel romanzo del secolo”, ha scritto il due volte premio Strega sull’inserto del Corriere della sera. E Le correzioni di Franzen, Gilead di Robinson, Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay di Chabon, La macchia umana di Roth, Notturno cileno e 2666 di Bolaño, Piattaforma e Serotonina di Houellebeq? Mah. Lezioni è un romanzo furbo e in alcune parti palesemente furbo. L’idea di raccontare la storia del Novecento mescolandola alle vicende private del protagonista, l’everyman britannico Roland Baines, a me è sembrata poco originale e con degli intarsi narrativi inutilmente vischiosi. Chi è davvero Roland Baines?, si chiede l’editore nella sinossi del libro. La vita di Roland, con la sua infanzia libica che ricorda molto quella di Mike Balistreri nella trilogia del male di Roberto Costantini, è segnata anzi marchiata a fuoco da tre donne. La biografia di Roland avrebbe avuto ben altra consistenza se fosse stata contenuta nel binario privato, spogliata cioè di quel contorno sociologico, politico che l’appesantisce facendola perfino scomparire, in alcuni passaggi, tra le pieghe di fatti poco rilevanti o dispersivi. Il rapporto tra il piccolo Roland e la lussuriosa Miss Miriam Cornell, che McEwan introduce già nel primo capitolo, ci cattura subito. È l’elemento più attrattivo del romanzo. Miriam punisce gli errori dell’allievo con dei pizzicotti sulle gambe e premia i pezzi di bravura con baci sulla bocca. Ma attenzione, c’è dell’altro, ed è difficile immaginare, finché non l’avrete letta, la spericolata evoluzione che l’autore imprime a questa lunga sequela di appuntamenti prurigino-musicali. Prima di Miriam c’è la madre di Roland, Rosalind, figura algida e intransigente, per quasi mezzo secolo sotto il comando del marito Robert, veterano della Seconda guerra mondiale in servizio nel Nord Africa. La terza donna è Alissa, la moglie di origini tedesche, che di punto in bianco scompare lasciando Roland da solo con Lawrance, il figlio di pochi mesi “il bambino che non era stato nei suoi piani e che non sentiva il bisogno di amare”, tra i sospetti della polizia che non esclude il più tragico degli epiloghi. La fuga di Alissa somiglia a quella di Rachel, la madre del piccolo Dylan nel capolavoro di Jonathan Lethem ( La fortezza della solitudine). La parabola esistenziale di Roland è costellata di delusioni e da un logorante senso di inadeguatezza. Il musicista promettente diventerà prima intrattenitore da pianobar, poi un aspirante scrittore costretto ad arrangiarsi inventando frasi per biglietti di auguri. Gli abusi, i soprusi lasciano ferite profonde ma quelle lezioni serviranno a Roland a dare un significato nuovo ai giorni che verranno, a capire qualcosa di sé, qualcosa su cui non si era mai soffermato prima. Nel frattempo, come dicevo, intorno a lui scorre la storia: il crollo del muro di Berlino, la crisi dei missili a Cuba, i governi di Margaret Thatcher, la guerra in Iraq, la recente pandemia da Covid. Nel progetto di McEwan Roland ne deve fare parte, ma il ruolo sembra forzato, Roland è fin troppo consapevole del flusso che gli passa accanto. Ed è questo che non convince del romanzo: l’incredibile centralità del borghese picolo piccolo nel susseguirsi di grossi eventi destinati a cambiare l’umanità.
“Questo libro è ispirato ai Racconti in un palmo di mano di Yasunari Kawabata, che amo rileggere prima di dormire, nei cinque minuti tra quando mi metto a letto e quando spengo la luce”.
Da qualche anno minimum fax, per una ragione più vicina al cuore che al portafogli sta ripubblicando tutte le opere di William T. Vollmann, scrittore californiano sulla sessantina, piuttosto impegnativo, che in Italia vende meno di certi Nobel dal cognome impronunciabile, ma che di fatto va annoverato tra i migliori autori contemporanei, e non solo per la qualità della sua scrittura (toni, registri, stili) ma per l’abilità con cui sa destreggiarsi tra fiction (lunga o breve che sia) e autofiction, reportage giornalistico e saggio sociologico. Insomma, Vollmann sa scrivere tutto e di tutto. L’Atlante è una raccolta di racconti, dissertazioni, appunti di viaggio, uscita negli Stati Uniti nel 1996 (l’anno di Infinite Jest di Wallace e Fight Club di Palahniuk) che Vollmann ha pensato di organizzare secondo una struttura palindroma: il primo testo è ripreso dall’ultimo, il secondo dal penultimo e così via. L’atlante (titolo perfettamente in linea con il senso del libro, che è proprio un insieme di storie scritte e/o raccolte in giro per il mondo, dalla Somalia a Ercolano, da San Francisco alla Thailandia) è un tomo abbastanza voluminoso, circa cinquecentocinquanta pagine, da tenere sul comodino e da leggere, come suggerisce lo stesso autore, senza dover seguire un ordine particolare e senza alcuna fretta, magari saltando le parti giudicate più noiose. Ne L’atlante ci puoi entrare a pagina 57 come a pagina 423, fa lo stesso. Gli argomenti sono i più disparati, ma ciò che viene fuori in molti dei testi – come spesso accade nelle narrazioni di Vollmann – è un’umanità in affanno e ai margini: uomini e donne sotto le bombe o colpi di artiglieria, fuggiaschi, prostitute, tossicodipendenti, ragazzini costretti a vivere come adulti, uomini schifosi come quelli delle Brevi interviste, perfino Pietro, il discepolo di Cristo. Leggere Vollmann è un’esperienza che difficilmente si può paragonare ad altre letture; la sua prosa massimalista, anche nel tratto brevissimo, è un’onda che ci spinge fuori dal quotidiano. Vollmann scrive usando il corpo secondo criteri empirici più vicini al giornalismo che alla narrativa. Per raccontare I poveri Vollmann vive tra i poveri, per scrivere di bikers gira in moto, e per capire cos’è la guerra ci si butta dentro. Non so quanto abbia venduto questo libro ma chissenefrega, è un capolavoro.
È il primo romanzo scritto da Jonathan Lethem ma fu pubblicato nel 1995, un anno dopo “Concerto per archi e canguro”. In Italia è arrivato senza fortuna nel 2003 con minimum fax, che in questi giorni ha deciso di riportarlo in libreria con una nuova e sgargiante veste grafica e la traduzione di Martina Testa. Il Lethem di “Amnesia Moon” non è lo scrittore maturo di “Brooklyn senza madre” e “La fortezza della solitudine”, forse lo zenit della sua produzione letteraria, ma nel romanzo troviamo una geniale combinazione di talento innato e di empirismo narrativo (si vede che Lethem ha letto molto, osservato, carpito), che rende il flusso del racconto quasi ipnotico. Il tema della perdita di memoria “Amnesia” Lethem lo aveva già saggiato e portato ai lettori con un racconto uscito in Italia sempre con minimum fax un paio di anni prima, “Cinque scopate” (“Five Fucks”), incluso in una raccolta intitolata (vado a memoria) “L’inferno comincia in giardino”, che avremmo letto in sei o sette. Definire “Amnesia Moon” uno strano romanzo sarebbe il minimo, ma l’aggettivo strano, per quanto banale, trovo che sia il più appropriato a definirlo. Tutti i personaggi della storia soffrono di amnesia, hanno dimenticato i loro nomi, cosa facevano e com’era il mondo prima che venisse sconvolto da una catastrofe (una guerra?) di cui si sa poco o nulla proprio perché nessuno è in condizione di ricostruire i fatti. Tra i personaggi spicca la figura di Chaos, il cui vero nome (prima del misterioso evento) è Everett. Chaos ha dimenticato la propria identità ma anche il suo amico Cale Hotchkiss e la donna di cui è (era) innamorato, Gwen. Non sa neppure spiegarsi cosa ci fa in quella cittadina dello Wyoming, Hatfork, e per quale maledetta ragione i suoi abitanti sopravvivano come disperati mangiando cibo in scatola. Uno dei temi del romanzo è il viaggio. Come un apocalittico Sal Paradise, Chaos se ne va in giro tra i piccoli universi, tra loro diversissimi, di questa landa devastata forse da una tragedia nucleare: White Valnut, Vacaville, luoghi governati da nuove leggi e le cui realtà, come in un celebre romanzo di Ursula K. Le Guin, sono alterate/condizionate dai sogni. Il viaggio di Chaos in questa terra frammentata e disunita, è anche il viaggio di Lethem tra i suoi maestri; non solo Le Guin, tra le pagine del romanzo vengono fuori Franz Kafka, Philip K. Dick e altro. Gli americani costruiscono il proprio successo sulla rimozione del passato: ricordate la banda di sfigati di Stephen King che ha dimenticato di aver combattutto “It”? Ecco, credo che Lethem abbia voluto dirci più o meno la stessa cosa.
“Se hai letto i miei romanzi, sai già assolutamente tutto di me. Quindi questo libro è solo una nuova puntata, e i particolari spesso sono utili…”.
“La storia da dentro” – 657 pagine più note, Einaudi, traduzione di Gaspare Bona – è uscito in Italia accompagnato dalla più funesta delle promozioni possibili: la morte dell’autore avvenuta poche ore prima della pubblicazione. Martin Amis aveva settantrè anni, la stessa età in cui è morto suo padre Kingsley, anche lui noto scrittore, anche lui portato via dal cancro.
“Com’è che ne andrò di qui? In che modo, con che mezzo?”.
“Tentai questo libro più di un decennio fa. E fallii”. Gli scrittori muoiono due volte, la prima è quando restano bloccati davanti alla pagina bianca. In quei casi è del tutto inutile sforzarsi, Amis lo sa “La maggior parte della narrativa, compresi i racconti, ha origine nel subconscio. Spesso la senti arrivare. Una sensazione squisita. Nabokov la definiva ‘un fremito’, Updike ‘un brivido’: una senzazione di feconda immobilità. Il subconscio ti mette sull’avviso: senza saperlo hai continuato a covare qualcosa. La narrativa arriva da lì, da un’ansia silenziosa. E adesso tu ha dato un romanzo da scrivere”.
Un libro mondo: memoir, diario di viaggio, raccolta di appunti, saggio di scrittura…”Il libro parla di una vita, la mia, quindi non sembrerà un romanzo, piuttosto una raccolta di racconti collegati fra loro, con divagazioni saggistiche”. Amis però ne parla come di un romanzo, e allora romanzo sia, un romanzo frastagliato, disarticolato, con parti di metanarrativa, con una prima persona che diventa terza e con Martin che indossa i panni del protagonista del racconto. Lo si può leggere a pezzi, saltando le pagine più noiose (ce ne sono diverse: chi scrive un’autobiografia pensa a, seleziona il materiale importante per lui e di riflesso immagina che quei fatti possano risultare interessanti anche per i lettori, ma non è sempre così), senza seguire l’ordine dei capitoli, senza fretta, entrando a metà libro, magari alternandolo ad altre letture.
Di quest’opera ci rimmarranno impresse soprattutto due cose. La prima: i consigli sulla scrittura “I consigli sulla scrittura vanno sempre presi alla leggera. Gli scrittori devono scoprire da soli la propria voce”; la seconda: il racconto dell’amicizia con Philip Larkin e soprattutto con Saul Bellow, un nuovo padre per Amis; le curiosità sui suoi cinque matrimoni, i fiumi di denaro guadagnati con “Herzog” e “Il dono di Humboldt”, il viaggio insieme in Israele, il difficile rapporto con l’ortodossia ebrea, il morbo di Alzheimer che lo ha spento poco alla volta. Stessa sorte toccata anche a un’altra nota scrittrice citata: Iris Murdoch. Tenero e commovente il ricordo di lei rannicchiata sul divano a guardare una puntata dei Teletubbies.
“Se l’Atlantico fosse stato una donna o un uomo, avrebbe potuto vendicarsi sputtanandolo in un romanzo. Ma i romanzi erano finiti, come la storia”. Sì, le pagine migliori del libro sono decisamente quelle dedicate al premio Nobel di Lachine.
“L’ultima pagina di ‘La storia da dentro’ è ormai visibile a occhio nudo. Finire un romanzo di solito provoca una cupa soddisfazione con una traccia di tristezza. Ma in questo momento le emozioni stanno assumendo una configurazione completamente diversa… In ogni caso, amico mio, immagino che questo sarà il nostro commiato”. Buon viaggio, Martin.
La biografia di James Lee Burke, classe 1936 (millenovecentotrentasei!), originario di Houston ma vissuto nella Louisiana, non è molto diversa da quella di tanti romanzieri americani della sua generazione: mille mestieri, da geometra a giornalista, poi docente universitario, impiegato in una compagnia petrolifera, e un rapporto tormentato con la scrittura che lo ha visto inciampare numerose volte prima di consacrarsi come autore di successo del genere crime proprio con la fortunata serie di Dave Robicheaux, il personaggio che gli è riuscito meglio e che al cinema ha avuto i volti di Alec Baldwin e Tommy Lee Jones. E sì perché di porte in faccia Burke ne ha prese parecchie; pensate che uno dei suoi romanzi più tribolati, “The Lost Get-Back Boogie”, fu bocciato dalle case editrici più di cento volte, ben oltre i diciotto tentativi falliti di Joyce per il suo “Ulisse” o i trentadue di Douglas Stuart per “Shuggie Bain”. Per quanto sia uno scrittore abbastanza prolifico e conosciuto negli Usa, le storie di Burke per anni hanno latitato dalle nostre librerie. “Robicheaux” è un romanzo del 2018, in Italia è arrivato con Jimenez – editore sempre attento alla narrativa d’oltreoceano – e la traduzione di Gianluca Testani. Parliamo chiaramente di un crime, e della migliore specie: se non avete fatto ancora i conti con Mr. Robicheaux, affrettatevi a conoscerlo, entrare nel suo ambiente, frequentare amici e nemici, la ristretta cerchia familiare oggi ridotta alla sola figlia Alafair (uno dei quattro figli di Burke si chiama così).
Di “Robicheaux” ci sorprendono soprattutto due cose. La prima: il profilo del protagonista (il vissuto, i ricordi, la dipendenza dall’alcol – le uscite e le ricadute – i modi spicci, la ruvidezza dei dialoghi, il rapporto con la figlia, le radici con la storia e i luoghi). La seconda: i paesaggi della Louisiana, essenziali nell’economia di questa e delle altre storie della serie, e che nell’interazione con il poliziotto (anche voce narrante) conferiscono al romanzo quella poeticità che solo la letteratura del sud sa regalarci. In una delle scene più belle del libro vediamo Dave incamminarsi verso casa sotto la pioggia, e nella nebbia rivolgere un cenno di saluto al timoniere del rimorchiatore che sta risalendo il bayou “Avrei voluto farmi una bevuta con lui. Avrei voluto essere sulla sua barca e navigare indietro nel tempo e trovare un posto dove non c’erano orologi né calendari”.
Robicheaux si muove su più fronti: vuole vincere una volta per tutte la sua guerra con l’alcol, e nel corso di un’indagine è costretto a difendersi dal sospetto di essere lui stesso l’assassino dell’uomo che ha tolto la vita a sua moglie Molly in un incidente stradale. Burke semina indizi, svia, cambia registro, fa ruotare intorno al protagonista un cast di personaggi spietati e indimenticabili; costruisce una magnifica storia di vendetta, razzismo e misoginia, collocandola in uno dei luoghi più affascinanti d’America “Metà della Louisiana è sott’acqua, l’altra metà è sotto accusa”.
Il 22 maggio del 2018 ci lasciava Philip Roth, scrittore originario di Newark (New Jersey). Oltre trenta libri, quasi tutti di fiction, un premio Pulitzer con Pastorale Americana, un National Book Award con la sua opera prima Goodbye, Columbus. Niente Nobel per essere finito, pare, nel mirino dei nuovi ayatollah (Me too, Cancel Culture, eccetera eccetera), quelli che non distinguono la realtà dalla letteratura, a New York come a Stoccolma. La lunga parabola di romanziere la possiamo dividere in due stagioni: quella del figlio (Lamento di Portnoy romanzo simbolo), quella del padre (Seymour Levov il padre di Pastorale Americana ne è l’interprete principale. Roth non è stato padre nella vita ma lo è stato nei libri). Patrimonio – la storia commovente della malattia e della fine di papà Herman – sia pure in una cronologia asimmetrica, è il romanzo cerniera: Roth smette i panni del figlio e diventa padre. Perché è importante leggere Philip Roth. Perché è stato il più grande scrittore della sua generazione e non solo. Perché ha saputo farci ridere raccontando la morte e piangere parlando di sesso. Perché non ha cavalcato l’onda del sentire comune ma si è ribellato ad ogni ordine precostituito: religioso, sociale, familiare. Perché, giocando con la verità e la finzione, ci ha condotti nella sua vita attraverso trame prodigiose e virtuosismi retorici che nessuna intelligenza artificiale riuscirà mai a sfiorare.
“Se siete fortunati vi stancherete di questo libro” scrive Mark Danielewski nelle prime battute di “Casa di foglie”. Molti di voi penseranno la stessa cosa leggendo “Il passeggero” di Cormac McCarthy, il romanzo più atteso degli ultimi sedici anni e fatto uscire diviso in due parti, l’altra (“Stella Maris”), il sequel o prequel a seconda dei punti di vista (Joy Williams dice che la sequenza giusta è quella inversa) sarà pubblicata a settembre sempre da Einaudi e con la traduzione di Maurizia Balmelli. Ma chi glielo ha fatto fare a McCarthy di ritornare in pista a novant’anni suonati dopo aver sfornato capolavori come “La strada” – premio Pulitzer nel 2007 – “La trilogia della frontiera” o Meridiano di sangue”, per Harold Bloom Il Grande Romanzo Americano con “Moby Dick” di Melville e “Mentre morivo” di Faulkner? L’idea pare sia partita da lontano: appunti, bozze, rinvii, cassetti chiusi poi riaperti, studi recenti di fisica, e l’urgenza di confrontarsi con il più decisivo degli appuntamenti, scandagliarlo nei limiti del possibile con la scienza, proseguendo oltre attraverso la scrittura. “Il passeggero” è un romanzo-poema che sfugge a qualunque canone o codificazione letteraria, i pochi esempi che mi tornano in mente sono “Ulisse” di Joyce, “Lincoln nel bardo” di Saunders, “Petrolio” di Pasolini. Un’opera non di trama ma di senso, con sequenze disarticolate, parti smarginate oltre la normale tollerabilità/comprensione del lettore medio, ma con momenti di spettacolare profondità e di rara bellezza: spunti, riflessioni, frasi che ci resteranno impresse nella memoria e che rileggeremo o sentiremo pronunciare chissà quante altre volte “condividere la lettura anche solo di qualche decina di libri costituisce un vincolo ben più potente del sangue”. L’America disegnata da McCarthy non è la terra selvaggia e cruenta dei suoi western più celebri, neppure quella apocalittica dell’ultima versione premiata col Pulitzer, è una nazione cupa, crepuscolare, divisa fondamentalmente in due ambienti: la stanza dell’ospedale psichiatrico dove è ricoverata Alicia (genio della matematica e ragazza schizofrenica); gli spazi aperti nei quali si muove il fratello Bobby, ex pilota di formula due, oggi sommozzatore impegnato in missioni di recupero. Le due parti sono separate e alternate, con un tempo reale e un tempo narrativo che si confondono in una strana asimmetria, e con una serie di rimandi alla figura del padre dei due protagonisti, scienziato di fama internazionale, tra i progettisti della bomba atomica sganciata su Hiroshima. La parte di Alicia è scritta in corsivo ed è la più ostica per i suoi sconfinamenti metafisici: la ragazza, suicidatasi dieci anni prima, nelle sue continue allucinazioni viene visitata da creature immaginarie tra le quali si impone la figura di Kid. Kid è un nome ricorrente nella letteratura di McCarthy: c’è un personaggio di nome Kid anche in “Meridiano di sangue”. Uno dei temi della storia è l’amore incestuoso tra i due fratelli: Bobby è inguaribilmente innamorato della sorella morta. L’assenza di lei si riflette nella scomparsa di un altro personaggio del libro: l’ottavo passeggero di un JetStar, apparentemente intatto, adagiato sul fondale del Golfo del Messico per una ragione che non conosciamo. Nessuno sa di quel disastro, nessuno ne parla: chi ha fatto sparire la scatola nera dell’aereo? La scoperta non dovuta di Bobby coinciderà con la sua rovina: due emissari del governo inizieranno a perseguitarlo costringendolo alla fuga.
Il vagabondaggio, nelle ultime cento pagine, è la parte più poetica e mccarthyana del racconto. L’isolamento di Bobby ricorda la condizione di Cornelius “Suttree”, anche lui come Bobby originario di Knoxville, nel Tennessee “È Knoxville che sforna fuori di testa o li attira soltanto?”.
“Traslocò in una baracca persa tra le dune poco più a sud di Bay St Louis. La sera camminava per la spiaggia e spingeva lo sguardo sull’acqua grigia dove stormi di pellicani scendevano faticosamente la costa nei loro lenti voli a due sopra le onde lunghe del mare aperto. Uccelli improbabili”. Cosa si nasconde nel buio della notte cosmica? McCarthy prova a schiarire le tenebre, ma non c’è scampo “ogni realtà è perdita e ogni perdita è definitiva. Altre non ce n’è. E la realtà che indaghiamo deve prima di tutto contenerci. E cosa siamo noi? Dieci percento biologia e novanta percento mormorio notturno”.
“Il passeggero” non è il miglior libro di Cormac McCarthy: pecca di credibilità, alcuni passaggi appaiono eccessivamente sconnessi e dispersivi. Non disturba invece la parte dialogica, dominante nelle trecentottantacinque pagine, né le divagazioni scientifiche sulla fisica quantistica e sulla matematica, funzionali alla narrazione e foriere forse di un mistero che sarà svelato in “Stella Maris”. To be continued.
La scomparsa di Emanuela Orlandi, avvenuta esattamente quarant’anni fa, è una vicenda ancora tutta da chiarire, “il nostro caso Kennedy” dice Alessio Macchia a Warren Hamilton. Hamilton è Papa Pietro Secondo, Macchia il suo uomo fidato. Siamo nel bel mezzo di “Vatican Tabloid”, il nuovo romanzo di Pietro Caliceti, secondo capitolo di una trilogia iniziata tre anni fa con “L’opzione di Dio”, editi entrambi da Baldini+Castoldi.
“L’America non è mai stata innocente”, recita l’incipit di un altro “Tabloid” al quale il libro di Caliceti sembra strizzare l’occhio “Questa cosa della Teologia della Liberazione per la Chiesa è mooolto pericolosa” e in questa “o” strascicata sembra proprio di vederlo, il re del Crime. Ma al di là delle assonanze con il capolavoro di James Ellroy, nel Tabloid italiano si parla d’altro, per quanto l’America un ruolo da protagonista ce l’abbia eccome: l’America c’entra sempre. Vale la pena addentrarsi in queste cinquecento e passa pagine fittissime di fatti veri e non veri, di personaggi reali e di altri inventati, senza aver letto il primo episodio della trilogia? Direi che è possibile, ma non ve lo consiglio: nel caso, prendete tutti e due i libri e cominciate da “L’opzione di Dio”. Ma vediamo ora a che punto siamo con la storia.
Pietro Secondo, eletto grazie al sostegno dei musulmani dell’Isis e dei loro soldi nascosti nello IOR, ha indetto un Anno Santo speciale, l’Anno Santo della Resurrezione. Della Chiesa più che di Cristo. Tra l’idea del Giubileo e il suo compimento c’è il romanzo. Prima di tutto il presente narrativo, con una lettera anonima spedita non si sa da chi al Papa, che mette in all’erta i servizi segreti, l'”Entità”, e che dà il via anche a una seconda indagine, parallela a quella ufficiale. Poco dopo, la scoperta nell’ambasciata vaticana a Roma di resti umani riaccende il caso Orlandi. Ed è qui che il racconto si sdoppia tra l’attualità del futuro e un passato già scritto. Seguendo lo schema ellroyano, Caliceti ricostruisce in chiave crime cinquant’anni di storia italiana, da Moro a Wojtyla, dalla banda della Magliana all’omicidio Pecorelli (il direttore di OP che infastidiva i vertici della Dc e per la cui morte finì sotto precesso Giulio Andreotti), da Calvi a Sindona, da Renatino De Pedis a Marcinkus, da Carminati alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo.
Hamilton è un progressista, intende seguire la via dell’apertura, la stessa del suo predecessore e prima di lui di Bergoglio: andare verso “le periferie esistenziali” oltre quelle geografiche. Ma è assalito da un dubbio: troppa umana comprensione non finirà per danneggiare la Chiesa tanto da renderla invisibile e inefficace? È una delle questioni più interessanti affrontate da Caliceti, che di tanto in tanto si spinge fuori dai confini della narrativa.
“Vatican Tabloid” è il Grande Romanzo Crime Italiano, un’opera work in progress che ha un solo precedente: la trilogia del male di Roberto Costantini, con la quale questa forma un dittico imprescindibile per tutti gli amanti del new journalism alla Capote o dell’epica noir di Don Winslow. Caliceti tiene insieme il vero e il falso evitando giudizi morali, moniti o proclami. Il romanzo è veloce, ben costruito sui diversi piani temporali e accorpato in paragrafi brevi che ne agevolano la lettura. To be continued.
“Crum è ovunque. C’è una Crum sepolta nel profondo della maggior parte di noi… Può essere diversa per ciascuno di noi, un luogo così penoso, così vacuo, così veritiero, così estremo, così oscuro, così abrasivo, così formante, così maledettamente formante che esiste una sola cosa che vi può venire in mente di fare. Scappare”.
“Urlando con i cannibali” (“Screaming with the cannibals”) è il secondo capitolo della trilogia di Crum di Lee Maynard, scrittore del West Virginia la cui ruvidezza ricorda un po’ quella di certi romanzieri senza fronzoli alla Ron Rash, Chris Offutt, Joe Lansdale, Willy Vlautin… insomma ci siamo capiti. In Italia il libro arriva con vent’anni di ritardo rispetto alla prima uscita americana del 2003. A pubblicarlo è Mattioli 1885 con la traduzione di Nicola Manuppelli.
Siamo nel West Virginia degli anni ’50. Jesse (chiamato così in onore del prozio Long Neck, uomo alto e magro come il palo di una staccionata, ahimè incenerito da un fulmine all’inizio del romanzo – gran bel personaggio questo Long Neck) non si è mai mosso dal suo paesello: quattro case, la scuola, gli amici, una noia infinita. Jesse osserva gli adulti. Osserva e impara. Impara e scalpita.
“Crum era il passato e anche il tempo che avevo trascorso lì era il passato”.
Con una valigia di cartone e pochi dollari in tasca, il ragazzo di campagna parte per non sa neanche lui dove, e con passaggi di fortuna passa il Tug River per ritrovarsi nel Kentucky. Attento, Jesse, è brutta gente, sono degli “inchiappetta-maiali”, dei cannibali! Così gli dicevano tutte le volte che a nuoto provava a toccare l’altra sponda. Inizia da qui il lungo viaggio di Jesse, e questo magnifico romanzo picaresco, un po’ “On the road” di Kerouac un po’ “Il giovane Holden” di Salinger. “Urlando con i cannibali” è una storia di nuovi inizi e di continue scoperte: del sesso (le avventure con la seducente moglie di Luther, Ruth Ella, praticamente una ninfomame, e con la non più giovanissima Rosalind nella seconda parte, sono forse le parti migliori del libro); del mare (nel South Virginia per la prima volta nella vita Jesse vedrà l’oceano); del peccato (la scena del delirio collettivo nella chiesa dell’invasato e deforme reverendo Abel Hitch, è un pezzo di alta scuola); di se stesso e di quell’irrefrenabile desiderio di libertà che lo conduce sempre altrove “Il mio posto nel mondo era lontano e sperduto, nelle nebbie della distanza e del tempo, un luogo così nobile, luminoso e rarefatto che avrei avuto difficoltà anche solo a respirarne l’aria. Un luogo che non avevo mai visto e di cui non conoscevo il nome”.