LA TERRA D’OMBRA – Ron Rash

È davvero singolare che uno dei maggiori scrittori americani, sto parlando di Ron Rash, voce eminente di quella letteratura del Sud che ha avuto in Faulkner, Flanery O’ Connor, Eudora Welty, i suoi punti di riferimento, sia stato letto per la prima e unica volta in Italia lo scorso anno. Il merito va a “La Nuova Frontiera”, editore da sempre attento alla narrativa d’oltreoceano, che si è aggiudicato i diritti di “Un piede in paradiso” – uno dei sette romanzi di Rash, uscito negli Stati Uniti vent’anni prima (nel 2002) – dopo una lunga e inspiegabile serie di rifiuti. 

Da qualche giorno è arrivato in libreria un secondo romanzo di Rash (stesso editore, stesso traduttore del precedente: Tommaso Pincio). 

Proprio come Faulkner, Rash ci regala storie di provincia, dolorose, dalla prosa disadorna ma cariche di pathos e dal sapore antico. Ancora una volta a dominare il racconto sono i luoghi impervi e selvaggi degli Appalachi. “La terra d’ombra” è una valle stretta dove perfino la luce stenta ad infilarsi. 

“Questo è un posto di cui la gente dovrebbe avere paura, non una valle buia qualsiasi”. 

La trama è essenziale, pochi i personaggi. Siamo negli ultimi mesi del 1918. In una fattoria della valle abitano i fratelli Shelton: Laurel, una giovane donna evitata da molti per via di una maldicenza; Hank, tornato da poco dalle trincee francesi e in procinto di sposare Carolyn. Le giornate scorrono lente, tra il lavoro nei campi e le faccende domestiche, un susseguirsi di flora e fauna, paesaggi, nomi di arnesi, dettagli: istantanee dai molti pixel che Rash sciorina con una naturalezza superba. La vita dei due fratelli, quella routine mista di semplicità e di noia, viene turbata da una misteriosa presenza: poco distante dalla fattoria Laurel scorge uno sconosciuto suonatore di flauto. Walter, questo il nome del giovane, è apparentemente muto, schivo. Laurel ne è attratta e prova a coinvolgrlo nella sua vita a due con il fratello. L’identità indecifrabile dell’ospite inatteso, i suoi silenzi, le nuove dinamiche interpersonali degli Shelton con la guerra sullo sfondo, sono la trama del libro. 

“La terra d’ombra” è un romanzo sulla diversità (Laurel è creduta una strega, Hank ha una sola mano, Walter ha perduto la voce), il pregiudizio, la solitudine, ma anche sull’impossibilità di sfuggire al proprio destino. A Faulkner sarebbe piaciuto. 

Angelo Cennamo

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FAIRY TALE – Stephen King

“Sono sicuro di riuscire a raccontare questa storia. Sono altrettanto sicuro che nessuno ci crederà”.

A raccontarla, la storia, è Charlie Reade, un diciassettenne come tanti di una cittadina dell’Illinois. Be’, a dire il vero, come tanti proprio no: sua madre è morta in un incidente quando lui aveva otto anni, suo padre è un alcolizzato apparentenente senza speranze. Come potete immaginare, Charlie è cresciuto praticamente da solo, e, per quanto non abbia mai professato nessuna fede, un giorno pur di salvare il padre dalla sua orribile dipendenza, decide di mettersi a pregare. Charlie stipula un patto con quel Dio sconosciuto con cui prima di allora non aveva mai avuto a che fare “Tu liberi mio padre dall’alcol, io farò qualcosa per sdebitarmi”.

È questo l’antefatto di “Fairy Tale”, il nuovo romanzo di Stephen King, edito da Sperling & Kupfer con la traduzione di Luca Briasco. 

Passando vicino a una vecchia casa, “La casa di Psycho” – in città la chiamano così per via di una strana leggenda legata a quel posto e a chi lo abita – Charlie ha l’opportunità di adempiere al suo contratto. Per una banale coincidenza, Charlie fa la conoscenza del sig. Bowditch e del suo vecchio cane Radar. Fate attenzione a questi due personaggi, soprattutto al vecchio Bowditch (quanti anni avrà?), perché saranno loro a far cambiare direzione al romanzo e ad introdurre Charlie in un altro mondo, il cui accesso è nascosto nel capanno dietro la casa. 

Ricordate il Jake Epping di “22.11.63” che dalla dispensa di un ristorante si ritrova magicamente al 9 settembre del 1958? Bene, qui accade qualcosa di simile, ma il viaggio che sta per intraprendere Charlie non ha niente a che vedere con l’assassinio di JFK e con lo scorrere del tempo reale. La nuova storia di King aggiunge altra materia al Fantasy per trasformarsi in una vera e propria fiaba, moderna ma con mille richiami alla tradizione del genere. 

Dicevo del sig. Bowditch e del cane Radar. Il primo, suo malgrado, sarà costretto a rivelare al giovane soccorritore i segreti del capanno; il secondo, nel corso del racconto, acquista un ruolo da protagonista assoluto (lo ricorderemo tra i migliori cani della letteratura di tutti i tempi). Tutto il resto è indicibile, lo scoprirete da soli avventurandovi nelle circa settecento pagine del libro: bellissimo, mai noioso nonostante la mole, commovente. 

Un’ultima annotazione sull’autore: vicino alla soglia degli ottant’anni e con oltre cinquanta opere sul groppone, King non smette di stupire i suoi lettori e di regalare loro storie magnifiche in cui perdersi. Con “Fairy Tale” King fa incontrare Walt Disney con il Robert Zemeckis di “Ritorno al futuro” in un mix esplosivo di verità e finzione, ferocia e buoni sentimenti, gioventù e vecchiaia, rispetto e sacrificio. Leggete. Sognate. 

Angelo Cennamo

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I NETANYAHU – JOSHUA COHEN

In tutti i libri di Joshua Cohen c’è una tara con cui il lettore deve fare i conti: l’identità ebraica. Cosa significa essere ebrei nell’America del XX secolo e oltre, come districarsi nel confronto-scontro tra fede e laicità: Cohen se lo chiede spesso. Raccontarsi prima di tutto come parte di una comunità, delimitando le zone di appartenenza, arricchendole di aneddoti, di sensibilità, compatimento, sfiorando anche la stereotipia “Judy voleva uscire da quella casa e sbarazzarsi del suo naso, che per lei era troppo lungo, troppo grande, troppo gobbuto” (si legge a pag. 49), è una prerogativa di molti scrittori ebrei, dagli antesignani fratelli Singer ai contemporanei Safran Foer, Lerner, soprattutto Englander. Una mission, si direbbe. La versione di Cohen è molto dotta e analitica secondo uno schema ormai collaudato e riconoscibile. In alcuni passaggi la fiction diventa saggio storico e chi sa poco del sionismo, della sua evoluzione, di fronte a una narrazione così fitta di riferimenti – testo e sottotesto, citazioni in lingua yiddish – rischia di non cogliere appieno il senso.  

Ruben Blum insegna storia in un college dello Stato di New York, la Corbin University. Siamo nel 1959. Blum è la trasposizione letteraria di Harold Bloom, il decano della critica che ha ispirato/suggerito “I Netanyahu” – romanzo con il quale Cohen si è aggiudicato il Pulitzer nel 2022, in Italia edito da Codice con la traduzione di Claudia Durastanti – raccontando al suo autore una vicenda realmente accaduta. “I Netanyahu” è stato scritto “In memoria di Harold Bloom”. La trama del romanzo è facilmente riassumibile nell’incontro tra Blum e il collega israeliano Ben-Zion Netanyahu, arrivato al Corbin con la moglie e i tre figli al seguito (uno dei tre è Ben, futuro premier israeliano) perché venga vagliata la sua domanda di assunzione come docente. Tutta la storia (260 pagine circa) è ambientata nel College; “I Netanyahu” è quel che si dice una “campus novel”, divertente e dissacrante, lenta, macchinosa nella prima parte, più spigliata nella seconda – l’incontro tra la famiglia Blum e quella dei Netanyahu arriva a cento pagine dalla fine, le migliori del libro. 

Bloom diceva che perché uno scrittore possa avere un’identità deve problematizzare il passato e porsi come soluzione ai difetti dei suoi predecessori. Ho preferito il Cohen sperimentalista de “Il libro dei numeri” a questo più erudito e umanista de “I Netanyahu”; forse i Pulitzer si maturano step by step e quello del 2022 Cohen ha iniziato a vincerlo qualche anno fa. Ma va bene così. 

Angelo Cennamo

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I TRADIMENTI – Russell Banks

Russell Banks, scrittore di Newton, Massachusetts, viaggia oltre gli ottanta, la stessa età di Leonard Fife, il protagonista del suo ultimo romanzo – “I tradimenti”, edito in Italia da Einaudi con la traduzione di Gianni Pannofino. Leonard è un documentarista del Vermont ma dal 1968 vive e lavora in Canada. Lui e Emma Flynn, l’attuale compagna, formano una coppia di artisti “di una certa notorietà”.

La storia ha inizio nella casa di Fife dove un suo ex allievo ha allestito il set di “Oh, Canada”, il film intervista che ricostruirà la carriera del protagonista ormai prossimo alla morte per via di un cancro che lo sta consumando. All’insaputa di tutti però, Fife trasforma l’intervista in una lunga confessione per smascherare se stesso, l’ipocrisia, le menzogne di una intera vita, a cominciare dalle ragioni che lo hanno portato oltre il confine (non era partito per sfuggire alla leva e alla guerra in Vietnam?).

Essenziale è la presenza di Emma, reclamata in continuazione (“Emma, ci sei?”) e posta da Fife come condizione ineludibile per parlare alla videocamera. Emma è la sola destinataria della confessione, e il tormento del vecchio filmmaker la traccia che lega ogni capitolo del libro in un continuo alternarsi di passato e presente. 

Dunque, Fife è un impostore. Ma c’è ancora tempo per rimediare. Basta volerlo. Fife lo pretende. 

“Il futuro non esiste più, e il presente non è mai esistito. Nessuno sa chi fosse lui in passato. Nessuno può saperlo, a meno che non lo dica lui: a Emma… Quando un individuo non ha futuro e il presente non esiste, se non come coscienza, la sua identità si riduce al suo passato. E se, come per Fife, il suo passato è una menzogna, una finzione, allora non si può dire che questo individuo esista, se non come personaggio immaginario” (è scritto a pagina 129, la migliore del libro). 

“Emma, ci sei?”. Non distraetevi “I ricordi di Fife scorrono come diapositive in un proiettore”, terza persona, presente indicativo, dialoghi senza trattini né virgolette. Le famiglie precedenti, i figli avuti, quelli perduti, gli amici, i trascorsi nella Beat Generation che si intrecciano alle vite di Bob Dylan e di Joan Baez. Ed è qui che Banks rischia di rovinare tutto aggiungendo parti poco utili alla storia e dando l’impressione di non sapere dove andare a parare. Poche decine di pagine, un pantano che buca la fiction e si somma alla confusione mentale di Fife. Poi la sterzata. Ritorna la luce. Banks si muove con agilità tra narrativa e filosofia. E alla maniera di Philip Roth, ci racconta del personaggio parlando di sé. Il romanzo è salvo. Bello e imperfetto. 

Angelo Cennamo

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COME UN’ONDA CHE SALE E CHE SCENDE – William T. Vollmann

“Il mio primo obiettivo nell’accingermi a scrivere questo libro era quello di creare un calcolo morale semplice e pratico per stabilire in quali casi sia accettabile il ricorso all’uccisione, quante persone si possono uccidere e così via”.

Oltre vent’anni di studio, migliaia di pagine ridotte all’osso, si fa per dire (l’edizione italiana tradotta da Gianni Pannofino ne conta 957), e l’ambizione più o meno esibita di segnare una tacca nella storia recente della letteratura americana con un’opera inclassificabile e di ampio spettro “Un libro che si propone di ridurre la quantità di violenza ingiustificata nel mondo, o almeno di ridurne l’insensatezza” scrive l’autore nella nuova prefazione, come dicevo notevolmente ridotta – un solo volume invece dei sette iniziali – tornata nelle librerie italiane quasi vent’anni dopo la prima apparizione del 2003. A spiegare il motivo della drastica riduzione dell’opera è lo stesso Vollmann: “l’ho fatto per soldi”. Proseguendo “questo libro mi ha tenuto in pugno, anno dopo anno. Provo un grande sollievo nel liberarmene: lo odio”. Niente male. 

Il progetto si divide in due parti. Nella prima, più teorica, Vollmann tenta tramite induzione, senso comune e analisi delle azioni anche di personaggi storici (Platone, Giulio Cesare, Gesù, Machiavelli, Napoleone, Lenin, Gandhi, e tanti altri), “di trovare un modo di classificare sul piano etico la violenza”. Questo blocco, a mio avviso il più interessante dei due, si conclude con un calcolo morale ricavato dalle precedenti elaborazioni.

La seconda parte è legata invece all’esperienza dell’autore e comprende una serie di studi monografici “sulla violenza e la percezione della violenza”. Il canone di Vollmann è documentato con perizia, dettagliatissimo, sviscerato alla sua maniera – nel post di lancio su Facebook, Luca Briasco ha definito Vollmann il più grande scrittore americano vivente – eppure comprensibile nonostante le fitte implicazioni/ramificazioni storiche, filosofiche, religiose, politiche (uno dei passaggi cruciali è sull’11 Settembre: la fondatezza del criterio di calcolo deve avere come precondizione che i fatti non siano controversi; un altro sull’autosufficienza che spiega l’uso delle armi nel Nordamerica).

La morte procurata dalla ferocia della condotta umana, dalla guerra, dagli Stati, da un destino beffardo, è un argomento che lo scrittore californiano conosce bene. L’empirismo di Vollmann, il tentativo riuscito o meno di vivisezionare la banalità del male, i suoi pensieri in libertà sulla violenza, passano attraverso la tragica scomparsa della sorellina Julie, annegata a sei anni quando lui ne aveva nove, e la guerra nella ex Jugoslavia che lo ha visto impegnato in prima linea. Vite spezzate. Molte di queste Vollmann le ha conosciute, ha guardato loro negli occhi prima di raccontarle nel suo “Come un’onda che sale e che scende”. 

Perché si dovrebbe leggere un libro così lungo, impegnativo, complesso, magmatico – la prosa è come sempre torrenziale – e con un’impostazione di tipo logico-matematico (la nonfiction di Vollmann ricorda un po’ quella del suo “gemello diverso” Foster Wallace)? Va letto perché è un libro di Vollmann e Vollmann è tra i pochi geni della parola scritta rimasti in circolazione dopo la scomparsa di Bolaño, il già citato Wallace, DeLillo, Pynchon (questi ultimi sono ancora vivi ma hanno già dato). Va letto perché è un libro fuori dall’ordinario e dal senso comune della letteratura, del tutto indifferente al gusto dominante e a qualunque tendenza (l’incoscienza dei grandi). Con “Europe Central” forse la cosa migliore pubblicata da Vollmann.

Angelo Cennamo

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CHIAMALO SONNO – Henry Roth

La strana epifania sulla scena letteraria di Henry Roth – autore di origini ucraine ma naturalizzato americano – e l’unicità della sua opera riconosciuta – quasi un one/book/novelist – ricordano la parabola del John Fante di “Chiedi alla polvere” e l’immutata freschezza di Raffaele La Capria, anche lui come Roth entrato nel mito con un solo romanzo. 

“Chiamalo sonno” – “Call It Sleep” – che nel corso della sua vita l’autore citerà spesso con l’acronimo CIS, venne pubblicato nel 1934. Roth allora aveva meno di trent’anni ed era un perfetto sconosciuto. In poco tempo il romanzo si trovò al centro di un’aspra polemica tra chi accusò lo scrittore di non aver colto l’opportunità di raccontare la cruda realtà dei ghetti ebraici confezionando al contrario un’opera borghese, e chi invece lo difese apprezzandone la vena poetica e intimista. Piccoli fuochi, se vogliamo, rapportati al grande successo che arrivò solo nel 1960, a seguito cioè di una insperata ripubblicazione del libro che se da un lato consacrò il non più giovane Henry tra i maggiori romanzieri americani della sua generazione, nel contempo lo trovò del tutto impreparato alle luci della ribalta, avendo egli abbandonato le iniziali ambizioni di scrittura per dedicarsi ad altri mestieri tra i quali quello di allevatore di anatre. 

“Chiamalo sonno”, uscito in Italia prima nel 1964 con l’editore Lerici poi nel 1986 con Garzanti – traduzione di Mario Materassi – è il più classico dei romanzi di formazione. Non solo. La New York di inizio Novecento vista con gli occhi del piccolo David Schearl, per quanto il romanzo sia scritto in terza persona, è un luogo di meraviglie, di anfratti da esplorare in una duplice dimensione, quella pubblica (in questo senso il romanzo lambisce il saggio storico: immigrazione, ebraismo, dinamiche sociali) quella familiare, tra vicende poco chiare (possibili tradimenti, dubbia identità biologica del protagonista) e violenza domestica.

A differenza di Oskar Schell, il bambino newyorchese del romanzo di Safran Foer che si mette alla ricerca virtuale del padre assente perché scomparso nell’attentato alle Torri Gemelle, il nostro David deve scontrarsi con un genitore fin troppo presente, manesco, svitato, arrogante anche con la moglie, arrivata dall’Europa nella “Terra Dorata” con il suo bambino lasciandosi alle spalle un passato ambiguo e opaco. È questo uno dei temi più interessanti della storia: l’antefatto. David è un ragazzino sensibile e curioso; le sue continue scoperte: il sesso, l’amicizia, la morte, Dio, sono un lento processo di iniziazione che finisce per coinvolgere il lettore e guidarlo attraverso una narrazione potente e lirica al tempo stesso, nella quale ritroviamo pezzi di un’altra straordinaria epopea ebraica dei primi del Novecento, quella dei fratelli Singer.

Angelo Cennamo

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FACTOTUM – Charles Bukowski

Eh sì, la vita del giovane Bukowski somiglia abbastanza a quella di John Fante. Due disperati in cerca di fortuna e con tanta voglia di scrivere. Sempre in giro, Charles e John, tra bettole e squallide stanze d’hotel. Pochi dollari in tasca, mestieri improvvisati. Charles è sempre brillo, John lo è molto meno. Se “Chiedi alla polvere” di Fante è diventato un classico della letteratura del Novecento, lo dobbiamo soprattutto a Bukowski, fu lui a pretendere dal proprio editore la ripubblicazione di quel libro, letto per caso in una biblioteca pubblica e nel quale, da giovane spiantato, si era riconosciuto. Realismo sporco, così viene definito lo stile di questo outsider della narrativa americana, alla stregua di Hubert Selby jr e William Burroughs, poeti maledetti di una stagione che non ha eredi. Scrittura piana, frasi brevi, volgarità, ma anche sprazzi di poesia e tanta ironia, tanta vita vissuta soprattutto. 

“Factotum” esce negli Usa nel 1975; qui da noi arriva vent’anni dopo. È praticamente il romanzo che ha rivelato Bukowski al pubblico italiano. Una storia di sbronze e di lavori precari, tutta on the road; il protagonista, Henry Chinaski – l’alter ego dell’autore – si trascina da una città all’altra degli Stati Uniti “Fare la valigia per me era sempre un momento felice” senza nessuna meta, affidandosi al caso, all’improvvisazione. Henry non ha nessuna voglia di lavorare ma il pallino della scrittura non lo molla. Butta giù racconti in stampatello a “ritmo di record”, ubriacandosi e ascoltando “la Quinta di Beethoven, la Seconda di Brahms”, li spedisce a una rivista newyorchese che quasi sempre glieli restituisce. Henry scrive, beve, scopa. Quanto dista Bukowski da Henry Miller?Disperato, erotico, stomp. 

Angelo Cennamo

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ASPETTA PRIMAVERA, BANDINI – John Fante

Quando l’8 maggio del 1983 John Fante morì, nel suo paese era stato dimenticato quasi del tutto come romanziere; l’editore John Martin non l’aveva sentito mai nominare. Forse per via della cronologia irregolare, sincopata dei suoi (pochi) successi letterari. Prendete ad esempio il primo romanzo “La strada per Los Angeles”, scritto tra il 1934 e il 1936. Nessun editore volle pubblicarlo prima del 1985, vale a dire due anni dopo la morte di Fante. 

“Aspetta primavera, Bandini”, che esce nel 1938, è di fatto il primo libro dell’autore di Denver, l’esordio di Arturo Bandini (alter ego di Fante), e anche il suo unico romanzo scritto in terza persona e completamente ambientato in Colorado, lo Stato americano dove Nicola Fante, padre di John, originario di Torricella Peligna, piccolo comune del chietino, trent’anni prima si era trasferito in cerca di fortuna come muratore. Chiedersi dove finisce la finzione e dove ha inizio la verità nelle storie di Fante è un esercizio pressoché inutile: poche bibliografie sono più autobiografiche di quella di John Fante.

Dicevo prima dell’ambientazione. In “Aspetta primavera, Bandini” tutto accade a Rocklin, una cittadina di diecimila anime del Colorado. Arturo Bandini è un ragazzino lentigginoso, molto vispo, un ribelle “suo padre in miniatura, suo padre senza baffi”. Gli hanno dato questo nome, Arturo, ma lui avrebbe preferito chiamarsi John. Suo padre e sua madre erano italiani “ma lui avrebbe preferito essere americano”. Suo padre era muratore “ma lui avrebbe preferito diventare il lanciatore dei Chicago Cubs”. 

Il romanzo lo apre Svevo Bandini, il padre burbero, lo scalpellino italiano amante del vino e del poker che in altri libri è Nick Molise o semplicemente Nick Fante. È lui il vero protagonista della storia, più di quanto lo sia Arturo. Manca poco al Natale. Svevo ha una casa che non ha pagato, un paio di scarpe sfondate e riparate alla meglio con del cartone, è senza lavoro, le sue tasche sono vuote: gli ultimi dieci dollari li ha persi giocando a poker. Un disperato. Nell’incipit lo vediamo tornare a casa mentre affonda le sue scarpe scassate nella neve. Non è sobrio, bestemmia, maledice quel Colorado sempre ghiacciato, il posto peggiore per un muratore italiano. È andato in America e c’ha trovato l’Abruzzo. Svevo non è mai partito. A casa lo aspettano i suoi tre figli e la moglie devota “si chiamava Maria, ed era paziente, lo aspettava, gli sfiorava i muscoli dei lombi, così paziente, lo riempiva di baci qui e là”. Maria che cucina, Maria che rassetta casa, Maria che sgrana il rosario, unico diversivo in una vita di stenti e di umiliazioni, sempre uguale. Nella fede Maria ha trovato la sua “ragion d’essere”. Ma Svevo almeno la ama? Le è fedele?

Due scene. La prima. Maria nella salumeria del sig. Craik, che ai Bandini fa credito ormai da settimane. Maria entra in punta di piedi, non dice nulla, si ferma in un angolino, il suo imbarazzo ci dà la misura e il senso della povertà. È uno dei momenti più toccanti del romanzo.

La seconda. Arturo decide di andare a casa di Effie Hildegarde, la ricca vedova che ha sedotto Svevo. Ma non appena vede il padre sull’uscio della sua villa con in bocca un sigaro e con addosso un pigiama di seta costosissimo, rimane abbagliato. La rabbia si tramuta in orgoglio. Quel pezzo d’uomo gli appare come il re d’Inghilterra, e allora “soffrisse pure, sua madre!”.

“Aspetta primavera, Bandini” è una storia di miseria e di sentimenti forti, dolceamara come certe pellicole neorealiste di De Sica e Rossellini. Con Svevo che canta “Oi Marì” e “Torna a Surriento”, la gelida Rocklin non è così diversa da Torricella Peligna. Un bellissimo  romanzo italiano. 

Angelo Cennamo

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FIVE DECEMBERS – James Kestrel

Novembre 1941, scuri presagi si addensano nel cielo di Honolulu come grosse nubi gonfie di pioggia. Alle Hawaii si respira aria di tempesta, “raffiche di entropia” direbbe Jonathan Franzen. Joe McGrady ha abbandonato la marina per fare il poliziotto. Quello di cui ora ha bisogno è una vita tranquilla, magari insieme alla sua Molly “diciamolo, l’esercito è tutta un’altra faccenda. È il campionato dei professionisti, mentre la polizia di Honolulu non è nemmeno una squadretta di provincia”. Una sera all’improvviso McGrady viene richiamato in servizio: nella proprietà di una persona molto in vista sull’isola è stato trovato il cadavere di un uomo. Inizia da qui la lunga storia di “Isole di sangue” di James Kestrel, che io chiamerò con il titolo originale “Five decembers” (stravolgere i titoli dei libri, anche quelli facilmente traducibili, è una pessima abitudine alla quale non mi rassegno). 

McGrady è un personaggio poco empatico, scostante, ma la determinazione e la serietà con le quali affronta il caso affidatogli sono encomiabili. Nelle indagini non mancheranno intralci (tanti), sorprese, altri punti di vista, scontri con i vertici del comando, specie con il capitano Beamer. Ma a complicare l’inchiesta è soprattutto l’identità della vittima, il ragazzo assassinato è il nipote di un uomo molto influente. E allora? Allora non sono ammessi errori, ritardi, clamore. Occorre agire in fretta, tenere alla larga giornalisti e fotoreporter, rimanere vigili, con un occhio a quelle strane nubi che stanno oscurando il cielo di Honolulu e del resto del mondo, scongiurando l’irreparabile e cioè che i venti della storia spazzino via tutto (uomini, tracce, testimoni) in un solo colpo. Quanto manca all’attacco a Pearl Harbor? Pochissimo.

Di James Kestrel, l’autore del romanzo, vincitore tra l’altro dell’Edgar Award nel 2022, non si può dire che sia un abitudinario: da marinaio ha raggiunto ogni angolo della terra, ha gestito un bar, insegnato inglese, investigato per difensori pubblici, fatto l’avvocato, scritto diversi romanzi di successo. 

“Five decembers” sfugge a qualunque classificazione di genere: thriller, noir, romanzo d’amore, romanzo di guerra, romanzo storico, romanzo picaresco (la traduzione italiana è di Alfredo Colitto). La vicenda è compressa tra il 1941 e il 1945, in un’area geografica, il Pacifico, teatro di uno dei più infuocati capitoli della seconda guerra mondiale. Il ritmo è serrato come gli eventi e i viaggi del protagonista, che si susseguono in un’atmosfera di perenne incertezza, frame rosso fuoco di una pellicola da Oscar. La pista dell’omicidio porterà McGrady prima a Hong kong, poi di nuovo a Honolulu, tra mille volti, mille divise, spari, bagliori sessuali, nuovi amori, mozziconi di Lucky Strike. La guerra distrae, travolge tutto, ma “qualcosa rimane tra le pagine chiare” e le pagine crude dell’odisseico protagonista di Kestrel, eroe per caso di una storia più grande di lui. 

Angelo Cennamo

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VITA E AVVENTURE DI HENRY BECH, SCRITTORE – John Updike

“Caro John, che dire? Se proprio devi commettere la sconvenienza artistica di scrivere di uno scrittore, meglio, immagino, che tu scriva di me piuttosto che di te”.

Apparso la prima volta nel 1964 sul New Yorker, Henry Beck è l’alter ego di John Updike, scrittore originario della Pennsylvania, qui da noi conosciuto per la quadrilogia di Coniglio Angstrom e poco altro. Per quanto tradotto in ogni angolo del mondo e universalmente riconosciuto tra i giganti della narrativa del Novecento, non so perché in Italia Updike si legge poco. Una volta un libraio della Feltrinelli, indicandomi la schermata delle giacenze, mi face notare che de “Il centauro” era rimasta una sola copia disponibile, copia che mi affrettai a prenotare, ovviamente. La stessa serie del Coniglio, anch’essa edita da Einaudi, è mancante di uno dei quattro romanzi: nonostante dal mio umile pulpito ne invochi la ripubblicazione, sono ormai diversi anni, infatti, che “Sei ricco, Coniglio” non è più in vendita. 

Ma questa è un’altra storia. Dicevo di Henry Bech. Della vasta produzione di Big John, Bech è stato il personaggio più raccontato, quello che ha accompagnato Updike per tutta la vita e la carriera, un concentrato dei maggiori scrittori americani della sua generazione (più o meno quella): un Norman Mailer “rimpannucciato”, l’infanzia sembra presa dall’Alex Portnoy di Philip Roth, il passato “ancestrale” da I.B. Singer, altri pezzi da Salinger, Saul Bellow, H. Roth. Insomma, Bech è una specie di avatar della grande letteratura bianca ed ebraica dello scorso secolo. Da qualche settimana, Big Sur ha portato in libreria “Vita e avventure di Henry Bech, scrittore”, venti racconti che si leggono come un lungo romanzo (oltre seicento pagine) per buona parte mai visti prima in Italia. È tra le operazioni più coraggiose alle quali questo editore particolarmente attento agli outsider della letteratura americana (Updike non lo è), ci ha abituato da tempo. Bech è un personaggio sopra le righe, ironico e istrionico, pungente, a volte goffo a volte irresistibile, la cui dimensione borghese e forse un po’ démodé non ne ha attenuato la simpatia. Ricordate Arthur Less, il protagonista dell’omonimo romanzo – premio Pulitzer nel 2018 – di Andrew Sean Greer? Ecco, se avete letto il romanzo di Greer noterete una certa somiglianza, e non solo tra questi due personaggi ma anche nella brillantezza delle rispettive narrazioni. 

Il librone di Bech si può leggere alternandolo ad altri romanzi o racconti. Non abbiate fretta, né di finirlo né di postarlo sui social. Potete aprirlo, iniziarlo, anche pagina 150 o 400, fa lo stesso: l’essenza e il mood di Bech vanno oltre l’impaginazione. Oltre il tempo.  

Angelo Cennamo

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