I PRIMAVERILI – Luca Ricci

L’ultima volta che ho incontrato Luca Ricci è stato vicino Napoli, a un reading di “Trascurate Milano”. Salone vanvitelliano, affreschi sulle volte, marmi levigati, postazione microfonata stile Joe Biden. “Non ti stanchi di parlare per un’ora, senza sosta, in piedi?”, gli ho chiesto a fine serata. No, non gli pesa. A cena era perfino più loquace del solito. 

Sarà per questo (?) – non so – che il nuovo romanzo di Luca, “I primaverili” – ultimo capitolo della ormai nota serie delle stagioni iniziata cinque anni fa con “Gli autunnali” – l’ho letto come se lo avesse letto lui in un altro reading immaginario. C’è una discreta saldatura tra il parlato di Ricci e quello che Ricci scrive; intendo dire che Luca parla come racconta (a cena o per strada fa lo stesso), e viceversa. Non è un dettaglio da poco, lascia supporre che il lavoro di editing nel work in progress dei suoi testi sia pressoché marginale. Io dico che lo è. “I primaverili” non chiude solo la quadrilogia di questo scrittore di racconti ben prestato al romanzo (i paragrafi brevissimi, segnati come i giorni sul calendario, tradiscono una condensazione carveriana) ma fa calare definitivamente il sipario su una commedia umana giocata come al solito su due piani: la crisi del maschio, quella dello scrittore, o della scrittura se preferite. Due parabole discendenti, un solo crepuscolo, che nelle storie di Ricci si ammanta della nobile ironia di una Roma precedente, quella bazzicata da Zavattini, Fellini, Flaiano, con quest’ultimo che a un certo punto diventa corpo materiale di una bizzarra evocazione. 

Vediamolo allora quest’ultimo scorcio dell’anno ricciano, un anno lungo cinque anni, iniziato in autunno e finito in primavera.

Il protagonista è uno scrittore single, “platealmente scoglionato” (e scognomato) “ma con un’alta opinione di sé”. Non è molto diverso dal suo collega  annoiato de “Gli autunnali”; ma come le famiglie del romanzo di Tolstoj, ogni personaggio di Ricci è infelice a modo suo, al di là delle assonanze o sonnolenze, smanie, delusioni. In realtà lo scrittore de “I primaverili” non può dirsi neppure infelice perché distante da una qualunque forma di appagamento, lo è piuttosto per una rivelatrice presa di coscienza: la felicità non ci rende migliori, la felicità non ci soddisfa. Fateci caso: dopo pochi attimi di felicità subentra sempre una sensazione di pienezza che ci porta via tutto “per continuare a vivere, meglio evitarla, la felicità”. Il blocco creativo che lo ha assalito dopo il primo libro viene goffamente “metaforizzato” da Ricci attraverso la sedia sgangherata del suo studio, comprata e ricomprata all’infinito, a costi elevatissimi. Un diversivo narrativo divertente (alla Woody Allen) che percorre tutta la storia legando le altre tracce. Lo scrittore non demorde, si guarda intorno, tenta la carta del cinema offrendosi per degli improbabili adattamenti; frequenta una strana redazione culturale dove si concentrano tutti i tic e le nevrosi dell’editoria italiana: proiezioni, stereotipi, ambizioni, disincanto. L’altro, anzi l’altra, è Simonetta, una libraia precaria, divorziata senza figli, molto più grande di lui, che legge Roland Barthes e che sogna un amore metafisico.

La storia parte piano, i due si studiano con circospezione, beh sono adulti, sanno che le sfaccettature dell’essere umano sono diverse e che ogni essere umano è “un abisso”. E allora? E allora accade che il primo bacio in libreria resta lì appeso ad un poi si vedrà che non si tramuta in niente di più. Lo scrittore e la libraia si frequetano, girano per i colli romani (sono una coppia?) ma per una precisa scelta di lei, solo di lei, ogni contatto fisico rimane severamente bandito. Ed è proprio su questo crinale filosofico-sentimentale che si muove tutta la storia o tutte le storie, il nulla (“Se la primavera è un preambolo, l’estate una ricreazione, l’autunno un’agonia e l’inverno un letargo, dov’è la vita vera?”) oppure la rinuncia, che nella stagione della speranza suona come un paradosso. E invece rinuncia: al sesso, alla scrittura, perfino alla parola detta, alla gelosia, come nel siparietto dei due adolescenti nelle prime battute. 

L’iperbole del sesso che guasta l’amore si riflette nell’altro campo di gioco del romanzo, quello editoriale, con il piacevolissimo e inaspettato ritorno di un vecchio personaggio della serie, Alberto Gittani, il miglior attore non protagonista de “Gli autunnali, lo scrittore fallito che non ha mai raggiunto “la pienezza della mediocrità”, il cinico spirito guida che detesta la primavera perché ti spinge all’ottimismo “perché volete diventare tutti scrittori? Io mica vi capisco. Un romanzo può scapparti, ma se fai anche il secondo non hai più scuse”. Gittani ogni tanto compare dalle parti di Castel Sant’Angelo, è così vero nella sua infelicità da sembrare finto. Gittani è la voce della coscienza, il solo, probabilmente, ad aver capito tutto dei libri e della vita. 

Angelo Cennamo

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LE MEMORIE DI SVEN STOCCOLMA – Nathaniel Ian Miller

“Eccoci arrivati in un mondo dentro il mondo. In queste lande straniere, queste foibe e sodaglie interstiziali che i giusti vedono dalle auto e dai treni, un’altra vita sogna”.

Ricordate Cornelius Suttree, il fuggiasco di Cormac McCarthy, l’uomo che lascia i suoi affetti più cari e si trasferisce in una baracca su un fiume per pescare pesci gatto? Questa storia, lontana nel tempo e un po’ vera, non è poi così diversa dalla sua. 

Siamo nella Svezia dei primi del Novecento. Sven Ormson è un ragazzo scontroso, alla continua ricerca di sé stesso “mi sentivo prigioniero, e la Svezia era la mia cella”. Un giorno Sven abbandona la sua famiglia e un noioso lavoro in fabbrica per approdare a Spitsbergen, un’isola a nord della Norvegia. Un grave incidente in una miniera di carbone gli costa la perdita di un occhio. Ora lo chiamano “lo sfregiato” o “Sven Stoccolma”. Il secondo tempo della sua vita, tutta da scrivere, da improvvisare, fatta di viaggi e di avventure ai margini del Circolo Polare Artico, che non vi racconto, inizia da qui. 

“Le memorie di Sven Stoccolma”, opera prima dell’americano Nathaniel Ian Miller – edito da Atlantide, l’editore di Tiffany McDaniel, con la traduzione di Luca Briasco – ha il sapore dei grandi classici della letteratura di frontiera. Prima ho citato “Suttree”, potrei aggiungere parte della bibliografia di Jack London e un altro romanzo degli anni Novanta, premio Pulitzer, che ho amato molto proprio perché, come questo, è fuori dai soliti canoni della letteratura d’oltreoceano: “Avviso ai naviganti” di Annie Proulx. 

Angelo Cennamo

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EUROPE CENTRAL – William Vollmann

“Non leggi un libro di mille pagine perché hai sentito dire che il suo autore è un tipo simpatico. Lo leggi perché ti hanno fatto capire che l’autore è un genio”, disse David Foster Wallace a David Lipsky, il giornalista che “Rolling Stone” gli mise alle calcagna per documentare il tour di “Infinite Jest”. “Europe Central”, il romanzo, o per meglio dire la raccolta di racconti interconnessi che nel 2005 valse a William Vollmann il National Book Award, e che nella versione italiana degli Oscar Mondadori di pagine ne ha 962, puoi leggerlo per questa sola ragione. La citazione del Wallace di “Come diventare se stessi” non è casuale; Wallace e Vollmann, più o meno coetanei, hanno – o hanno avuto – diversi tratti in comune, dal massimalismo argomentativo dei rispettivi testi, che nel caso del californiano sfida la resilienza perfino del lettore più navigato e ossessionato da certe narrazioni (“ossessione” è una delle parole chiavi per comprendere, decriptare l’universo di Vollmann), al virtuosismo retorico di una scrittura sempre autorevole e impareggiabile per ampiezza di toni e di registri, perfettamente piegata ai contenuti, sia che si tratti di fiction che di non-fiction, ultimo esempio felice (forse) del postmodernismo americano (nel caso di Vollmann contaminato anche dal New Journalism di autori come Tom Wolfe, Truman Capote, Joan Didion). Quando Vollmann pubblica il suo librone più celebrato dalla critica (il successo di Vollmann tra i critici è inversamente proporzionale alle copie vendute delle sue opere, molto poche, almeno in Italia), l’altro, il gemello diverso, sta lavorando a qualcosa di altrettanto magmatico e indecifrabile che sarà pubblicato postumo col titolo de “Il re pallido”. Gettarsi tra le mille pagine di “Europe Central” (per chi non ha mai fatto esperienza di Vollmann ma ne ha solo sentito parlare), attraversarle con convinzione senza lasciarsi tentare dalla resa o dal gesto clamoroso del lancio del mattone dal balcone o finestra, presuppone dunque un sentimento di stima profonda del lettore nei confronti dell’autore, un patto di fiducia, quello che nel diritto si chiama intuitus personae. Ma anche un pizzico di follia. Si può arrivare a un autore come Vollmann senza seguire prima un determinato percorso libresco? Non lo so. Non è il mio caso. Penso che con Vollmann puoi confrontarti solo se sei spinto, come dicevo prima, da un’ossessione e da una dipendenza da alcune forme letterarie, anche da una forte attrazione per tutto quello che ruota intorno all’America: non è il caso di questo romanzo-non-romanzo, ma la bibliografia di Vollmann è una specie di sintesi, un riassunto degli Stati Uniti (storia, costume, ecc.). 

Ma stiamo sul pezzo. Tra verità e finzione Vollmann ricostruisce gli anni più cruenti della storia europea del XX secolo: le tragedie del nazismo e del comunismo, la seconda guerra mondiale, gli strascici del tempo a venire. Un prisma di voci, punti di osservazione, trame, sottotrame, divagazioni che se impongono al lettore uno sforzo di concentrazione fuori dall’ordinario (sforzo ben ripagato), non possono non aver richiesto all’autore un lavoro di studio e di scrittura notevolissimo. Che la rappresentazione dei fatti narrati da Vollmann non sia solo il prodotto della sua immaginazione – da qui la dubbia classificazione del libro come opera esclusivamente di fiction – è lo stesso Vollmann a negarlo “I critici letterari, perlopiù, concordano nell’affermare che la prosa narrativa non si possa ridurre a mera falsità”, ma senza la calibrata interazione-interlocuzione alla quale Vollmann sottopone i mille personaggi della sua opera – primi attori e comparse – non staremmo qui a parlare di “Europe Central” come di un capolavoro assoluto della letteratura di tutti i tempi, alla stregua de “L’Iliade”, “L’Odissea”, “Guerra e pace”, perché “Europe Central” questo è, un’opera che sfida il tempo e che racchiude in sé tutta la parabola dei sentimenti umani, dall’odio alla volontà di potenza, dalla misericordia alla passione più sfrenata. La vicenda di Elena Konstantinovskaja, eroina e “ago e filo” per tutti o quasi tutti i capitoli del libro, femme fatale bisessuale e disinibita, amante di Vera Ivanovna poi moglie del regista Roman Karmen e soprattutto oggetto del desiderio (in parte realizzato) e musa ispiratrice del compositore Šostakovič, è il più bel romanzo nel non-romanzo. L’Elena di Vollmann è come la Elena di Omero, ma della guerra la Konstantinovskaja non è artefice, ne è vittima e spettatrice. Šostakovič è soggiogato dalla mutevolezza della sua ars amandi fatta di pluralità e slanci imbarazzanti “Lei amava le donne; e lui la amava per questo”. Non può sposarla perché è già sposato ma il vorrei ma non posso e l’infinito rincorrersi dei due occupa buona parte del libro, così come le note delle sinfonie scritte negli anni del conflitto, che vengono fuori come i battiti dei loro cuori sofferenti, amplessi furtivi di un amore irregolare, asimmetrico. Lo sturm und drang di Vollmann è un gioco sovrumano, un vortice di passioni laceranti nel quale ogni cosa viene risucchiata a tempo debito, senza pudore né ragionevolezza, come schegge impazzite di un delirio collettivo che nella delicata questione russo-ucraina di questi mesi sembra ripetersi: la vita e la morte, l’obbedienza e l’anarchia, l’infedeltà e il sopruso, l’annientamento, l’estasi. 

Angelo Cennamo

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IL CRINALE – Michael Punke

Prima di diventare avvocato e ambasciatore alla WTO, Michael Punke è nato e cresciuto in Wyoming. Non è un dettaglio. Il suo primo romanzo, “The Revenant” (“Redivivo”), pubblicato negli Usa nel 2002 – in Italia nel 2014, sempre con Einaudi – è stato un bestseller internazionale che ha ispirato anche un film con Leonardo Di Caprio. 

Con “Il crinale”, da qualche giorno in libreria, Punke non si allontana più di tanto dalle atmosfere del libro precedente. Nel nuovo romanzo si racconta la battaglia di Fetterman (massacro di Fetterman) del 1866, combattuta dall’esercito americano contro la tribù degli Oglala (Lakota), meglio conosciuti come Sioux. Chi intendesse approfondire la vicenda – praticamente il momento culminante della resistenza dei nativi americani contro gli invasori bianchi nell’Ovest – può farlo attraverso un paio di saggi consigliati dallo stesso Punke nelle note finali del libro: “The Fetterman Massacre” di Dee Brown o “Give Me Eighty Men. Women and the muth of the Fetterman fight” di Shannon D. Smith.

Il romanzo è evidentemente un western storico che tra finzione e verità ricostruisce un momento cruciale della lunga questione dei pellerossa. La disfatta di Fettermann, che arrivò dieci anni prima di quella del generale Custer, segnò un punto a favore dei nativi americani, ma l’annosa questione dell’invasione dei bianchi, com’è noto, ebbe ben altro esito. Punke ci porta in un angolo del Montana, la valle di Powder, dove un battaglione dell’esercito guidato dal colonnello Henry Carrington (personaggio realmente esistito) intende costruire un Forte (Fort Phil Kearny) per difendere la strada per i giacimenti d’oro di quello Stato. Carrington non ha propositi bellicosi, nonostante parte della sua truppa, a cominciare dal tenente George Washington Grummond, non veda l’ora di sterminare le tribù indigene che di tanto in tanto si affacciano sulla valle. Per due terzi, la storia raccontata da Punke è un alternarsi di punti di osservazione: quello guardingo dell’esercito, al cui interno si staglia la figura già citata di Grummond, testa calda e marito bugiardo di Frances; quello dei nativi americani: del capo guerriero Nuvola Rossa, del suo subalterno Cavallo Pazzo, di Piccolo Falco. Le due fazioni si studiano a distanza, il crinale della collina segna il confine tra la pace e la guerra. Gli Oglala tessono alleanze con altre tribù in vista di un possibile scontro: soprattutto con gli Arapaho e i Cheyenne (che nella traduzione di Gaspare Bona diventano “gli” Cheyenne). In attesa di migliori equipaggiamenti, gli uomini di Carrington si danno da fare per costruire il Forte, ma le tensioni interne tra falchi e colombe finiscono per logorare i nervi e la tenuta del gruppo. Nel romanzo non mancano voci femminili; al seguito dell’esercito ci sono le mogli dei soldati. Frances Grummond ne è l’attrice protagonista. Frances, che è anche una delle due voci narranti del romanzo, annota quello che vede su due diari segreti. Le sue paure, la sua delusione, i pentimenti, occupano uno spazio importante nell’economia del racconto. Le altre donne sono le lavandaie, spesso molestate a fine giornata da soldati alticci o semplicemente da mariti infedeli. Tra gli altri personaggi del libro figura il leggendario Nelson Story, fonte di ispirazione anche di “Lonesome Dove”, il non plus ultra del genere western col quale Larry McMurtry si aggiudicò il premio Pulitzer nel 1986. 

Tutto procede con ordine (impegno, studio, confronto) fino allo scontro decisivo tra i bianchi e i pellerossa, lo spietato redde rationem forse evitabile, sicuramente già scritto. Che ne sarà del pugnace tenente Grummond e del prudente colonnello Carrington? Siamo alle battute finali di questo bel romanzo (revisionista?) ricco di spunti, storie, descrizioni, ma che non ci scalda il cuore. 

Angelo Cennamo  

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LEGITTIMA VENDETTA – S.A. Cosby

S.A. Cosby, scrittore originario della Virginia, lo abbiamo conosciuto un paio d’anni fa con “Deserto d’asfalto” (vincitore del Los Angeles Times Book Prize 2020 nella categoria Mystery/thriller) grazie all’editore Nutrimenti e al suo traduttore Nicola Manuppelli. Con “Legittima vendetta” (“Razorblade Tears”), nelle librerie italiane dal 28 marzo, questa volta con Rizzoli, Cosby – che prima di arrivare al successo con la scrittura ha fatto mille mestieri, dal buttafuori al giardiniere, dall’operaio al montatore di palchi – non ha deluso le aspettative (piuttosto alte visto il gradimento dell’altro romanzo), confermandosi tra i nuovi protagonisti del genere crime.

La trama del libro è piuttosto semplice: una coppia omosessuale – due giornalisti sposati con una figlia di pochi anni – viene assassinata a sangue freddo. Per dare una svolta alle indagini della polizia, giunte a un punto morto, il padre di una delle vittime (Buddy Lee Jenkins): un ex galeotto, bianco, divorziato, col vizio dell’alcol, propone al consuocero (Ike Randolph), di colore e anche lui con dei trascorsi in galera, di occuparsi del caso non ancora risolto. Come il Beauregard Montage di “Deserto d’asfalto”, Ike ha chiuso i ponti col suo passato balordo. Oggi Ike ha una moglie, un’azienda da mandare avanti e da pochi giorni anche una nipotina da crescere: non può e non vuole mandare tutto all’aria (lavoro, famiglia, reputazione) per vestire i panni del giustiziere della notte. Ma le pressioni di Buddy muovono le corde giuste ed è qui che il romanzo decolla. Come due Hap e Leonard attempati, Ike e Buddy iniziano un’indagine parallela a quella ufficiale della polizia che scatenerà una lunga spirale di violenza e di feroci ripicche. 

“Legittima vendetta” è chiaramente un romanzo sull’omofobia e sul razzismo. Ike e Buddy, che non avevano accettato l’omosessualità dei loro figli, men che meno l’idea che i due si sposassero, ora devono fare i conti col peso dei rimorsi e con una crescente sete di vendetta che cancella ogni timore, precauzione, riabilitazione civile dopo l’esperienza del carcere. Leggendo questa storia molti di voi si sorprenderanno del clima di arretratezza che si respira ancora oggi nelle province del sud degli Stati Uniti. La faccia brutale dell’America di Trump, troviamo scritto nella sinossi. Non credo che Trump abbia il copyright su questo andazzo, già perfettamente rappresentato da autori come Joe Lansdale, Chris Offutt, Ron Rash. Resta il fatto che Cosby, sulla falsariga dei suoi più illustri colleghi, è riuscito ad imbastire un plot forse non molto originale ma di grande impatto emotivo. 

Angelo Cennamo

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DIVORZI – Susan Taubes

“Una donna che si è suicidata giovedì notte camminando nell’Oceano Atlantico è stata identificata oggi come la signora Susan Taubes, insegnante e scrittrice di origine ungherese il cui romanzo è stato pubblicato la scorsa settimana”. Così il New York Times dell’8 novembre del 1969 diede la notizia del suicidio di Susan Taubes, intellettuale ebrea di Budapest, emigrata negli Stati Uniti dove insegnò (alla Columbia University di New York) e divenne amica di Susan Sontag. Il romanzo al quale si fa riferimento nell’articolo è “Divorcing” – il titolo sarebbe dovuto essere “To America and Back in a Coffin” – che il critico Hugh Kenner aveva stroncato senz’appello pochi giorni prima dalle colonne dello stesso quotodiano, contribuendo, a detta di qualcuno (Sontag in primis), a destabilizzare oltremodo la già fragile psiche della scrittrice. Ma questa è un’altra storia, forse. 

“Divorzi”, pubblicato in Italia da Fazi con la traduzione di Giuseppina Oneto, è una storia semiautobiografica che ci porta ad altre due vicende letterarie simili, quella di Ingeborg Bachmann (anche lei autrice di un solo romanzo, nel quale, tra l’altro, si fa riferimento a un personaggio di nome Ivan come nel libro della Taubes), e a “La campana di vetro” di Sylvia Plath, altro unicum, sempre autobiografico, che riflette la tormentata relazione tra la Plath – suicidatasi l’11 febbraio del 1963 – e Ted Huges. 

La storia racconta dalla Taubes, che nella finzione è Sophie Blind, inizia dalla fine: in una strada di Parigi la donna viene investita e uccisa da un’auto. Una liberazione per la protagonista, una tragica preveggenza per l’autrice (ricordate “Caro vecchio di neon” di David Foster Wallace?). Sophie è sempre in viaggio, dall’Europa agli Stati Uniti. Parigi. New York. Il suo matrimonio in crisi è la traccia che accompagna il lettore per tutte le trecentoventuno pagine. Lui (Ezra), gli altri, i luoghi, le stanze: vuote, silenziose; le valigie. Solitudine, tormento, infelicità nella narrazione diventano indifferenza. Il tono sorprendentemente distaccato, cinico, esistenzialista, presta il fianco a una forma nuova, originale per quei tempi. “Divorzi” è un romanzo sulle donne e sulla cultura patriarcale. Ambizioso, sperimentale, filosofico. Leggendolo ho pensato a “Il disprezzo” di Moravia: stessa densità, eleganza, turbamento. 

Angelo Cennamo

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L’ANNO CHE BRUCIAMMO I FANTASMI (THE SENTENCE) – Louise Erdrich

Non si può separare Louise Erdrich, la donna, la scrittrice, la poetessa – premio Pulitzer nel 2021 con “Il guardiano notturno” – dalle radici, fortissime, che la legano alla Turtle Mountain Band of Chippewa Indians, la tribù degli Ojibwa dalla quale proviene la sua famiglia e che fa da sfondo a tutte le storie dei suoi libri, da “Il giorno dei colombi” a “La casa tonda”. È, come si dice, una mission, che la Erdrich si porta dietro da sempre, con alterne fortune ma che le conferisce un’identità precisa, inconfondibile, nel variegato panorama della letteratura americana. Louise Erdrich è un’icona della cultura pellerossa. È quella cosa lì. 

“L’anno che bruciammo i fantasmi”, che io chiamerò “The Sentence” come nella versione originale (ricordate la questione di “Beloved” di Toni Morrison che qui da noi è diventato “Amatissima”?), è uscito nello stesso anno dell’affermazione al Pulitzer. Da qualche giorno Feltrinelli lo ha portato in Italia con la traduzione di Andrea Buzzi. Nonostante la solita patina culturale (solita nel senso di tipica), il romanzo si discosta dai precedenti per una curiosa matrice noir presente nella parte iniziale, e per la decisa impronta di attualità riferita a due eventi drammatici avvenuti negli ultimi anni: l’assassinio di George Floyd, che nella testimonianza della Erdrich riproduce la stessa violenza subita dagli indiani, e la pandemia da covid. Tutto accade in una cittadina del Minnesota. All’inizio della storia Tookie è una ragazza innamorata e abbastanza ingenua: un favore ben retribuito le costa inizialmente una condanna a sessant’anni di carcere. Dopo i primi capitoli, il romanzo switcha dal poliziesco e prende un’altra direzione. Tookie oggi è una donna di mezza età, sposata con il poliziotto che l’aveva arrestata per quella brutta faccenda, e lavora in una libreria indipendente. Non è un caso: la rinascita di Tookie è passata attraverso la lettura e sono proprio i libri di Tookie (nelle ultime pagine elencati in una specie di lista di consigli per gli acquisti) a dare forma e sostanza al romanzo “I libri contengono tutto ciò che vale la pena di sapere tranne ciò che conta davvero”. “The Sentence” è fondamentalmente un libro che parla di altri libri. Mille le citazioni, i titoli, suggerimenti, interlocuzioni con i clienti del negozio, tra i quali il fantasma di Flora, amica della protagonista e assidua frequentatrice (anche dopo la morte) della libreria dove lei lavora. Il negozio di Tookie mi ha ricordato il Brokeland Records del romanzo di Michel Chabon (“Telegraph Avenue”), quel piccolo mondo antico di vinili che resiste alla grande distribuzione dei nuovi tempi e dove gli abitanti del quartiere si ritrovano per scambiarsi ricordi e conversare del più e del meno. “In ‘The Sentence’ i libri sono una questione di vita e di morte e i lettori esplorano regni insondabili per conservare un legame con la parola scritta”, spiega l’autrice nei ringraziamenti finali di questo bel compendio di umanità e di nostalgia. Sì, “The Sentence” è un romanzo d’amore. 

Angelo Cennamo

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LE QUATTRO DITA DELLA MORTE – Rick Moody

Rick Moody, scrittore newyorchese della generazione di Foster Wallace e Jonathan Franzen (autori che non cito a caso), negli anni Novanta si era imposto tra gli enfant prodige della nuova narrativa americana con un dittico di romanzi niente male, in Italia passati inizialmente inosservati poi ripubblicati un decennio più tardi da La Nave di Teseo: “Rosso Americano” e “Tempesta di ghiaccio”. Nel 2002, con “Il velo nero”, opera impressionante non solo per la mole ma anche per i suoi saliscendi emotivi, e per l’ampiezza dei registri narrativi, Moody raggiunge forse il picco più alto della sua maturità di scrittore. “Le quattro dita della morte” esce otto anni dopo (lo stesso anno, il 2010, Jennifer Egan pubblica “Il tempo è un bastardo” – anche questa citazione non è casuale). La storia è ambientata in un futuro relativamente prossimo (2025) ed è strutturata in tre parti.

Montese Crandall, scrittore frustrato con una moglie gravemente malata ai polmoni, per sbarcare il lunario vende figurine di baseball e altri cimeli sportivi. Nelle prime battute del romanzo lo troviamo a un reading tristissimo, davanti a tre quattro persone fintamente assorte mentre lui declama i suoi racconti composti da una sola frase. La svolta arriva con una strana partita a scacchi: contro uno degli spettatori presenti Montese si gioca la possibilità di romanzare il remake di un vecchio film Horror intitolato “La mano strisciante”.

A meno di duecento delle ottocentonovatatre pagine del libro, la storia raccontata da Moody, come una scatola cinese, si apre a quella raccontata da Crandall di una rischiosissima missione su Marte con lo scopo non dichiarato di recuperare un batterio letale chiamato “M.thanatobacillus”. A una delle tre astronavi che come le caravelle di Colombo partono per la spedizione sul pianeta rosso, Crandall dà il nome della nave di Melville: “Pequod”. Il viaggio dei nove personaggi di Moody in cerca del batterio mortale non è meno epico e avventuroso di quello del capitano Achab, e neppure meno complesso dal punto di vista narrativo, anzi. Il massimalismo di Moody, ironicamente riflesso nel superminimalismo del suo alter ego, dilaga in più direzioni, si inerpica per sentieri impervi, si destruttura secondo il mood (Moody) postmoderno, evolve nel Fantasy e nell’Horror. A metà romanzo, la nota di Crandall-Moody (due pagine fitte in perfetto stile “Infinite Jest” di Wallace) arriva come un pit stop salvifico per il lettore, che da quel momento potrà orientarsi con maggiore disinvoltura tra divagazioni labirintiche e trame parallele. Della missione nello spazio sopravviverà solo un braccio umano, mozzato all’altezza del gomito e senza il dito medio. Un braccio strisciante e contagioso che porta con sé nuovi misteri, l’apocalisse. 

Angelo Cennamo

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RUMORE BIANCO – Don DeLillo

Tutti vogliono possedere la fine del mondo” scrive Don DeLillo nell’incipit di “Zero K”. È la frase che dà inizio al racconto ma che di fatto chiude il cerchio di una narrazione più ampia, iniziata molti anni prima, nel 1985, con un suo libro gemello. “Rumore Bianco” è un romanzo sulla paura della morte, sulla dipendenza dalla tv e la curiosità morbosa per le catastrofi “ogni tanto il nostro cervello si spegne. Ogni tanto abbiamo bisogno di una catastrofe per interrompere il bombardamento incessante di informazioni a cui siamo sottoposti”.

La nuova traduzione di Federica Aceto, uscita più o meno in contemporanea con una discussa versione cinematografica (tradurre in immagini i libri di DeLillo richiede più incoscienza che talento), è una buona occasione per sfogliare di nuovo questo classico della letteratura dei nostri tempi, una delle vette più alte del postmodernismo americano, opera sulla quale poggia buona parte della produzione di David Foster Wallace.

Jack Gladney è un professore di studi hitleriani in un campus universitario dove gli scarti della cultura pop americana hanno oscurato qualunque altra forma di apprendimento. La quarta moglie di Jack, Babette, soffre di vuoti di memoria e di nascosto si sottopone a una terapia sperimentale per superare le proprie ossessioni, le stesse del marito. “Il rimpianto più profondo è la morte. L’unica cosa da affrontare è la morte. Non penso ad altro. Il punto è uno solo: non voglio morire”, dice Jack al suo collega Murray (tra i personaggi più interessanti del romanzo) nelle ultime pagine. È la frase che racchiude il senso del libro agganciandolo al suo gemello, il cui protagonista, Jeffrey Lockart, affida il sogno della resurrezione alla tecnica avveniristica della criogenesi.

DeLillo ci porta nella quotidianità di una famiglia progressista con figli di matrimoni precedenti, larga come la trama del romanzo, che non scorre mai in divenire ma procede in orizzontale attraverso il racconto delle sensazioni e delle manie dei protagonisti “E se la morte non fosse altro che un rumore?”. Il vero problema, dice Heinrich, il figlio sofista e catastrofista della coppia, sono le radiazioni che ci circondano ogni giorno: radio, tv, forno a microonde, fili elettrici. I campi elettrici e magnetici sono la nostra rovina. Il luogo più luogo del romanzo, che è ricco di immagini simboliche come “il fienile più fotografato d’America” – chi scatta la foto non lo fa per catturare un’immagine ma “per consolidarla…fotografano l’atto stesso di fotografare” – è un luogo chiuso, senza finestre, illuminato giorno e notte dai neon, sommerso dalla plastica e dalla carta, involucri, buste, etichette, dal ronzio sottile, quasi impercettibile dell’aria condizionata e dei banconi refrigeranti: il supermercato. Qui la storia si inspessisce di richiami filosofici e sociologici, e si trasforma in una specie di nevrosi collettiva che porterà i personaggi a un vero delirio, dapprima a seguito del deragliamento di un carro cisterna che genererà una nube tossica, poi attraverso la ricerca ossessiva di un farmaco che promette l’annientamento della paura.

Della nuova traduzione di Federica Aceto colpisce prima di tutto la scelta del tempo verbale. “Non ho scelto il passato prossimo perché la vecchia traduzione (di Mario Biondi) era al passato remoto”, ha precisato la Aceto in un suo post su Facebook. Il protagonista narra di eventi passati da non si sa quanto, ma ogni tanto “sbuca il presente nel flusso del suo racconto e già notando questo per me il passato prossimo non dico che si sia imposto ma mi ha bussato sulla spalla. E io ci ho pensato”. Una buona pensata, direi, che è servita a conferire alla narrazione una maggiore scorrevolezza e a renderla emotivamente più calda e coinvolgente. Non credo che la nuova traduzione sia stata dettata da questioni di marketing (l’uscita imminente del film) e neppure motivata dal tentativo di attualizzare il linguaggio dell’opera (la versione di Biondi non è vecchia), piuttosto dalla aspirazione, legittima, di riproporla con una voce diversa. 

Angelo Cennamo

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SILLABARIO ALL’INCONTRARIO – Ezio Sinigaglia

“Questo libro nasce dalla malattia”. Un’indagine a ritroso alla ricerca della causa del male, alla stregua di un romanzo giallo (il metodo è lo stesso: si parte dagli ultimi indizi per risalire al nome del colpevole). Ma se nel giallo la trama è delineata in ogni suo aspetto, qui la sequenza inversamente alfabetica dalla Z di “Zoo” alla A di “Aldilà” ma anche di “Al di là… cioè andare oltre” è un incerto divenire, un saggio “senza disciplina, un diario, incompleto ma ricco di fatti e di personaggi, di digressioni”. “Non la traduzione in prosa di un progetto narrativo”, precisa l’autore, ma di fatto lo è. “La cecità è il suo movente, la ricerca di appigli la sua metodologia, un buio appena rischiarato la meta”. Una cura o il tentativo di una cura, dunque. Un libro terapeutico. Il percorso arzigogolato incuriosisce, pungola il lettore, che indaga, e indagando prova a interpretare le parti più buie. Come il Berto de “Il male oscuro” che fugge dal Veneto per vomitare in pochi giorni il suo magma di parole nell’eremo di Tropea, Sinigaglia lascia la sua Milano per recludersi con il figlio Umberto in un paesino della Sardegna, Geremeas. Nella casa sul mare di tanto in tanto vanno a trovarlo degli amici “Non vado io dall’umanità: è l’umanità a venire da me”. S come Solitudine, e come Silenzio “Il silenzio è il mio segreto. Lo porto con me fin dall’infanzia”. Ma le assonanze con Berto non finiscono qui. La P di Sinigaglia è una delicata ricognizione del ruolo paterno. La morte del padre “di qui potrebbe prendere origine uno dei canali radicolari del dente del mio disagio” e pensando al figlio adottivo “quello di padre è un mestiere così scomodo e così poco gratificante che lo si fa il meno possibile: si cerca di sottrarsi: è umano, è comprensibile”. Sulla Q di Quattrini non c’è molto da dire “È semplice: non ne ho”. La F di Freud è un passaggio chiave, uno snodo. Cosa c’è di losco o di sbagliato in questo maledetto peregrinare scritto quasi trent’anni fa?

Mentre scrivo queste poche righe, Lorenza Foschini ha presentato, si dice così, il Sillabario al premio Strega. È solo l’inizio di un viaggio lungo e accidentato, lo è sempre stato per gli outsider come Sinigaglia, è “il destino di uno scrittore inedito”, avulso o di insuccesso. “Non voglio soldi, voglio lettori” diceva Richard Yates. La parabola di Sinigaglia non è molto diversa da quella di Mr “Revolutionary Road”. Questo romanzo (uscirà il 16 febbraio pubblicato da TerraRossa Edizioni) difficilmente lo troverete dietro una vetrina in bella mostra. Cercatelo tra gli scaffali della libreria come si cerca una pepita d’oro nel letto di un fiume.

Angelo Cennamo

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