L’ULTIMA CORRIERA PER LA SAGGEZZA – Ivan Doig

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È l’ultimo dei sedici romanzi di Ivan Doig, una delle voci migliori della letteratura americana più sconosciuta, che Nutrimenti e Nicola Manuppelli – traduttore e talent scout per conto dello stesso editore – ci ha fatto conoscere in questi anni, penso a scrittori come Don Robertson e Steve Yarbrough, tanto per fare qualche nome. Ivan Doig, che avevamo incrociato precedentemente con “Il racconto del barista”, è l’ultimo decano dell’Ovest, scrive Manuppelli nella postfazione del libro, accostandolo senz’alcun tentennamento a maestri del calibro di Steinbeck e Stegner, ma anche di Melville e Mark Twain. Twain, l’inventore di Tom Sawyer; lessi il suo romanzo a undici anni, la stessa età che ha Donal, il protagonista de “L’ultima corriera per la saggezza”. Il cerchio che si chiude intorno a un mondo osservato e raccontato con gli occhi di un bambino. Perché è così che Doig muove le sue pedine sul foglio, ed è con questo spirito fanciullesco che certi romanzi vanno letti, spogliandoci cioè di ogni sovrastruttura, resettando qualunque cosa ci sia capitata dopo la maggiore età, tuffandoci nella trama come in un gioco. Il gusto del divertimento puro. “L’ultima corriera per la saggezza” è la storia di un viaggio, ma anche la metafora di un tempo, una dimensione che ci separa magicamente dal disincanto della vita adulta. Uno spazio dove i dati anagrafici non hanno alcun significato: piccoli e grandi nel romanzo di Doig sono la stessa cosa, si scambiano i ruoli. Tutti i passeggeri che accompagnano Donal nei suoi spostamenti sono degli eterni ragazzi: la fascinosa Leticia che lo seduce baciandolo sulle labbra; lo sceriffo con il fratellastro ammanettato; lo zio Herman, perfino il “personaggio” Jack Kerouac, lo scrittore leggendario che col suo “On the road” ha dato vita all’archetipo di certe narrazioni, e al quale questo libro vuole essere una specie di tributo. Il viaggio meraviglioso di Donal è allora un invito a conservare lo stupore dell’infanzia, un monito a non rinunciare ai sogni e alle illusioni. “L’ultima corriera per la saggezza” è un libro epico, commovente, una poesia lunga come un romanzo di cinquecento pagine e passa; una storia che contiene tutti i topoi della narrativa americana di frontiera, forse la più autentica, folle e genuina come i sentimenti del protagonista, eroe indimenticabile che segue le orme di altri giovani avventurieri della letteratura – l’Augie March di Saul Bellow, l’Huckleberry Finn di Mark Twain, il Theo Decker di Donna Tartt… – e del cinema: il Bruno Ricci di “Ladri di biciclette”, lo Spanky de “Le simpatiche canaglie”. Cos’altro aggiungerhe: leggete e sognate con Ivan Doig. Buon viaggio.
Angelo Cennamo
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HO FATTO LA SPIA – Joyce Carol Oates

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“Ho fatto la spia” era comparso nella sua prima versione sotto forma di racconto sull’Harper’s Magazine, nel 2003, con il titolo “Curly Red”. A distanza di sedici anni, Oates – oltre cento libri all’attivo e numerosi premi, tutti tranne il Pulitzer e il Nobel, ne fa un romanzo ambizioso, lungo, denso di suggestioni, e indimenticabile per la sua trama – originale e mai scontata – per lo spessore dei protagonisti e dei comprimari che lo popolano, sia i buoni che i cattivi, ammesso che si riesca a distinguere gli uni dagli altri. Che storia è? “Ho fatto la spia” è un romanzo sulla dissoluzione di una famiglia: i Kerrigan. Un padre e una madre, sette figli, l’ultimo dei quali è Violet Rue, dodici anni all’inizio del racconto, la preferita di casa. Violet è anche la voce narrante del romanzo, scritto in una prima persona che a volte diventa seconda, altre volte addirittura terza.
Ci troviamo a South Niagara, nello Stato di New York, nei primi anni Novanta. I Kerrigan sono di origine irlandese, cattolici, ma più per tradizione che per osservanza. Jerome, il padre padrone, è un manovale di bell’aspetto, un ex pugile, il perno intorno al quale – pensa lui – devono muoversi tutti gli ingranaggi della famiglia; l’unico che può fare e disfare, forgiare, precettare, indicare, decidere. Dall’esterno, i Kerrigan appaiono come un monolite che difficilmente si lascerebbe scalfire. Papà Jerome, a seguire i figli maschi – Jerome jr e Lionel su tutti – poi le donne, anzi le femmine. Gerarchie. Una sera di novembre, Jerome jr e Lionel investono un ragazzo di colore. Sono ubriachi, forse più annoiati che ubriachi. Con una mazza da baseball lo pestano a sangue prima di dileguarsi. La morte del ragazzo, avvenuta qualche giorno dopo in ospedale, fa divampare il caso. Chi sono quei fuggitivi? La targa dell’auto? Violet conosce la verità. Ha ascoltato, ha percepito. La mazza da baseball è stata sotterrata vicino al fiume. Violet sa tutto. La confessione quasi rifiutata da Padre Greavy è il prodromo di un calvario senza fine. È a scuola che la ragazzina fa esplodere la bomba. Si attivano i servizi sociali, le indagini si concentrano sui responsabili. Jerome jr e Lionel non hanno più scampo, sono costretti a patteggiare una pena per omicidio preterintenzionale. È l’inizio della fine. Violet viene cacciata di casa, esiliata, affidata a una zia. “Tu credi che i tuoi genitori ti amino, ma è te che amano o il figlio che è loro.” La permanenza da zia Miriam nasconde molte insidie: Violet scopre il sesso nel modo peggiore, negli ammiccamenti e i palpeggiamenti di zio Oscar, poi del nazista Sandman, il professore di matematica che dopo la scuola abusa della “sgualdrinella” nella sua casa di campagna.
“Il mio segreto era non possedere alcuna attitudine naturale per nessuna materia – per la vita stessa. Mantenermi in vita. Evitare di annegare. Questa era la sfida.”
Raccontare la società americana, quella più gretta e razzista, attraverso le vicende familiari: Oates lo aveva già fatto; come lei, altri suoi colleghi, da Franzen a Elizabeth Strout. I Kerrigan ci ricordano i Levov di Philip Roth, per esempio; Oates ne celebra con ferocia la loro disintegrazione confezionando una Pastorale proletaria e in salsa irlandese. “Ho fatto la spia” è un libro che dovrebbero leggere soprattutto gli uomini, certi uomini, i padri. Le circa cinquecento pagine sono un compendio di brutalità che ancora oggi, negli Usa come in Europa, stentano a diradarsi. Violet le attraversa con imbarazzo e coraggio al tempo stesso, sbagliando, maturando, perseverando, andando incontro ad un destino forse già segnato, amaro, crudele, commovente.
Angelo Cennamo
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I CERCHI NELL’ACQUA – Alessandro Robecchi

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“Il delitto, qualunque delitto, dalle botte al furto in casa, fino all’omicidio, crea una scia di dolore che non è possibile calcolare. Il sassolino nell’acqua ferma produce un cerchio, poi un altro, poi un altro, i cerchi si allargano.”
Tarcisio Ghezzi e Pasquale Carella, sono loro e non il solito Monterossi, i protagonisti di questo settimo capitolo – mai definirla serie – del Grande Romanzo Milanese che Alessandro Robecchi sta scrivendo per Sellerio da un osservatorio duplice, quello borghese e mediatico dell’autore pentito di Crazy Love, il programma di gossip confezionato dalla tivù commerciale – “La Fabbrica Della Merda” – e pettinato da Flora De Pisis; quello sgangherato e proletario dei due poliziotti inseparabili, Ghezzi e Carella per l’appunto. Sorprende e dispiace non trovare anche in questo caso al centro della scena il Monterossi, vale a dire il personaggio cardine, il jolly intorno al quale ruotano tutte le trame di Robecchi, la sua simpatia, le sue contraddizioni di uomo e di autore televisivo, il suo osservatorio radical chic dei fatti del mondo. Evidentemente Robecchi avvertiva l’urgenza-esigenza di raccontare una storia diversa, sbirresca, più cupa, più amara, meno scanzonata delle altre. Una scommessa vinta, direi. Vinta perché “I cerchi nell’acqua” è un romanzo perfetto, lo è per ambientazione, costruzione, per gli intrecci polizieschi, per lo spessore filosofico – che parolone! – che ricaviamo dalle vite sbandate dei protagonisti e delle comparse, e dal senso estetico delle vicende narrate.
“È vero che cercava il Salina, è vero che ora cerca il Vinciguerra, ma quello che sta cercando veramente sono… quei trent’anni…dal giovane sbirro che era al vecchio poliziotto stremato dalle cose che ha visto…quei trent’anni che ora gli sembrano dieci minuti, un’ora, un tempo così corto da dire: beh, la vita? Tutto qui?”.
Facciamo un passo indietro. Il romanzo ha inizio con un invito a cena del Monterossi ai coniugi Ghezzi, Tarcisio e l’immancabile signora Rosa. Ghezzi e Monterossi si sono spesso incrociati sulle scene del delitto al punto di diventare amici, buoni amici. L’incontro in salotto, mentre le donne, Bianca e la signora Rosa, se ne stanno di là a inciuciare, ha il sapore di una confessione, di un’operazione a cuore aperto con la quale il Ghezzi, trent’anni di onorato servizio, racconta al suo compare di trame cosa vuol dire essere poliziotti, e di come il confine tra lecito e illecito, tra il bene e il male, sia spesso invisibile o poco chiaro a certe latitudini sociali. Facile sporcarsi le mani quando rischi la vita giorno e notte per quattro soldi. Che ne sa il Monterossi “di quel campo di grano”. Il racconto di Ghezzi apre di fatto due trame, una nella quale è coinvolto lo stesso Ghezzi, l’altra in cui il protagonista assoluto è Carella. Due storie – nelle quali non mi addentro – che finiranno per incrociarsi in un’unica traccia, ancora una volta avvincente, ricca di colpi di scena e soprattutto ben scritta. Alessandro Robecchi sa scrivere, e sa deragliare dal giallo all’attualità: “I cerchi nell’acqua” è un meraviglioso romanzo sociale sulla tentazione del male, nessuno si senta escluso. Forse il racconto di Ghezzi non è neppure una confessione. Forse è un’altra cosa, una specie di “corrispondenza da fuori”, da una parte del mondo che Carlo Monterossi non conosce e non può capire.
Angelo Cennamo
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UN ALTRO MONDO – James Baldwin

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Leggendo i romanzi di James Baldwin o di altri autori afroamericani, chissà perché mi viene da pensare a Percival Everett, uno scrittore di colore di una generazione successiva a quella di Baldwin. Everett non è solo un romanziere di talento, particolarmente eclettico, Everett si distingue anche per la curiosa modalità con la quale si rapporta alle storie che racconta: quasi sempre non menziona, esclude il tema dell’identità. Everett non pare avvertire su di sé la responsabilità della mission, non porta il peso (?) della croce che altri suoi colleghi hanno, legittimamente, deciso di abbracciare. Di Everett sappiamo che è afroamericano perché vediamo la sua immagine sulle quarte di copertina, non per altro. Il newyorchese Baldwin, invece, dell’identità nera ne ha fatto un segno distintivo e riconoscibile. “Un altro mondo” esce nel 1962, siamo alla vigilia della rivoluzione giovanile che negli Usa ingloba il Vietnam e i diritti civili. Al centro della storia c’è un giovane batterista di Harlem, Rufus Scott. Buona parte del romanzo è segnata dalla musica jazz e dalle canzoni di Bessie Smith “un negro, diceva suo padre, vive tutta la sua vita, vive e muore battendo il ritmo”. Nella prima parte, in un locale di Harlem, Rufus incontra Leona, una donna bianca della Georgia, molto più grande di lui, con un matrimonio burrascoso alle spalle e un figlio che le è stato portato via. Tra i due nasce una strana alchimia. In piena notte, Rufus e Leona passeggiano e flirtano per le strade di New York come i protagonisti di “Tre camere a Manhattan” di Georges Simenon. È uno dei momenti più intriganti del racconto, nel cui cast figurano anche altri personaggi interessanti, a cominciare da Vivaldo, amico scrittore e per certi versi martire dell’irrequieto Rufus; Cass, la moglie insoddisfatta di Richard, mentore e amico di Vivaldo; Ida, sorella di Rufus e unico familiare davvero interessato alla sua sorte. La relazione tra il nero Rufus e la bianca Leona è presto soffocata dalla violenza e la gelosia accecante di lui. Le ristrettezze e i pregiudizi, di ogni tipo, aggiungeranno altro combustibile all’implosione di un sentimento forse immaturo e fuori contesto. Vale per Rufus ma anche per gli altri, ciascuno dei quali, attraverso la ricostruzione della vita del giovane musicista, dovrà misurarsi con i propri ricordi e le colpe del passato. “Un altro mondo” è un romanzo commovente, dal retrogusto amaro. È un po’ la cifra di Baldwin quella di raccontare una società divisa nella quale né l’amore né l’amicizia possono accorciare le distanze. Baldwin merita più attenzione; bene ha fatto Fandango a riportarlo in libreria dopo anni di oblio. La traduzione è di Attilio Veraldi. Ricordate “La mazzetta”?
Angelo Cennamo
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LA VITA AGRA – Luciano Bianciardi

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Due parole su “La vita agra”, l’opera più nota – la sola opera nota – di Luciano Bianciardi, pubblicata la prima volta nel 1962 e ambientata nella Milano degli anni Cinquanta e Sessanta. Parto dalle cose che mi sono piaciute, poche. La scrittura. La prosa di Bianciardi è moderna, scorrevole, per nulla vischiosa, arzigogolata, ampollosa, tronfia, “letteraria”, come quella di tanti romanzieri della sua generazione. È interessante anche lo spaccato dell’Italia del boom economico: fedele, dettagliato, credibile, evocativo. Tutto il resto l’ho trovato abbastanza deludente, soprattutto l’approccio, come dire, pedagogico? Moralistico? Con il quale l’autore ha inteso raccontare il capitalismo che in quegli anni iniziava a delinearsi. Confesso che l’operazione di Bianciardi mi è sembrata sleale, finta, irritante. Bianciardi scrive un breve trattato socio-politico e lo maschera da romanzo, mi sono detto. Sindacalismo sotto mentite spoglie. Insomma, della buona dottrina marxista fatta passare per fiction. Ne “La vita agra” ritroviamo i temi e le invettive del più autentico Pasolini de “Gli scritti corsari”. Dei due libri ho preferito quello di Pasolini.

Angelo Cennamo

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MONEY – Martin Amis

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“È impossibile eliminare la congiura ordita dai soldi. Ci si può solo adeguare”, dice John Self a cento pagine dalla fine della sua storia, la storia della sua vita, delle sue ossessioni: il lusso, l’agiatezza, il denaro.
1984, in Inghilterra governa Margaret Thatcher, negli Stati Uniti Donald Reagan. Carlo e Diana qualche anno prima si sono giurati amore eterno davanti a milioni di telespettatori sparsi per il mondo. In questo scenario che Martin Amis colloca “Money”, probabilmente il suo libro migliore. John Self – nomen omen – ne è il personaggio chiave oltre che la voce narrante. Self è un englishman in New York. Ha 35 anni, gira spot pubblicitari e ora sta per approdare al cinema. Il suo primo film – Good Money o Bad Money – sarà uno sballo e gli frutterà un pacco di soldi. Si spera, almeno. Self è un ventesimo secolo dipendente, mangia solo schifezze, adora la pornografia, frequenta topless bar, beve a tutte le ore, si droga, e ha una fidanzata londinese, Selina, che lo tradisce non si sa con chi. Selina è la versione femminile di Self: materialista e schiava del denaro, si aggrappa al giovane regista solo perché non ha altre fonti di reddito. Lui ne è consapevole, ma anziché allontanarla le chiede di sposarlo. La storia vomitata da Self si svolge perlopiù a New York, nei dintorni di Central Park, tra i locali di Broadway, taxi e stanze d’hotel. È una città frenetica, rumorosa, spietata, affarista. Intorno a Self ruota un cast di primedonne grottesche, su tutti: Fielding Goodney, suo socio; Caduta Massi, vecchia gloria di soap opera, la cui bellezza appassita mal si attaglia al ruolo della protagonista del film; Martina Twain, l’altra donna di Self, delicata, raffinata, colta. John Self è un uomo sull’orlo di una crisi di nervi, sopraffatto da mille insicurezze e pentimenti. Sempre in affanno, infelice “Sono un oggetto incredibile che avanza, una massa di cento chili lanciata a tutta velocità. Sono il treno espresso alla fine del sogno”. Ho letto “Money” pochi mesi dopo “Glamorama” di Bret Easton Ellis. I due libri si somigliano – “Money” è uscito prima dell’altro – per il degrado umano, la brutalità e la leggerezza di un mondo vuoto di valori e di sentimenti autentici che raccontano entrambi. “Money” è “Glamorama” al cubo, un archetipo di altre narrazioni – almeno un paio di autori hanno saccheggiato questo libro – e Amis, che figura anche tra i personaggi del romanzo (ricordo un solo precedente del genere: Philip Roth con il suo alter ego Natahan Zuckerman ne “I fatti”), è un Ellis più capace e più vasto.
Angelo Cennamo
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COME UNA BESTIA FEROCE – Edward Bunker

 

 

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Diciotto anni in un penitenziario ti segnano, e qualche volta ti insegnano, a scrivere, come nel caso di Edward Bunker. Bunker non ha la biografia di uno scrittore qualunque; non ci sono lauree o corsi di composizione creativa nel suo curriculum. Nasce nel 1933 a Hollywood da genitori che lavorano nel mondo del cinema, ma fin dalla prima adolescenza la sua vita è un continuo girovagare tra riformatori e case famiglia.

“Come una bestia feroce” viene pubblicato la prima volta nel 1973; dal romanzo è stato tratto un bellissimo film con Dustin Hoffman “Vigilato speciale”. Il grande romanzo dei bassifondi di Los Angeles, lo definisce James Ellroy nella sua accorata prefazione. Ellroy ha un pedigree molto simile a quello di Bunker, e come autore si è formato proprio sui noir del suo “padrino” californiano, ereditandone lo stile e il linguaggio crudo. Ma veniamo ai fatti. Max Dembo esce dalla prigione di San Quentin in libertà condizionata dopo aver scontato una condanna di otto anni per assegni falsi. Vorrebbe rigare dritto anche se con poca convinzione, e diventare una volta per tutte un uomo onesto. Max ha il fiato sul collo di Rosenthal, il suo sorvegliante. Cerca lavoro, ma chi è disposto a dare un’occupazione a un tipo come lui? Fuori dal carcere ritrova vecchie conoscenze, uomini e donne che si arrangiano con lavoretti poco leciti o con sussidi di disoccupazione. Willy è un suo amico d’infanzia, tossico, anche lui in libertà vigilata. Vive con la moglie Selma e il figlio di lei “era troppo pigro per lavorare e troppo spaventato per rubare”. Di personaggi come Willy il libro ne è pieno; una specie di girone dantesco fatto di gangster, avanzi di galera e sgualdrine. Max capisce che il suo destino di dannato non ammette deroghe. Con altri due amici mette su una banda per organizzare una rapina in banca. La seconda parte del romanzo è una fuga rocambolesca con Allison, la giovane amante che si lascia sedurre dal male – Allison è tra i personaggi più interessanti della storia –  e una lunga scia di sangue che cancella ogni proposito di futuro. Ci sarà mai redenzione per Max Dembo? Ritmo, passione, crudeltà: “La più bella crime story mai scritta” scrive Quentin Tarantino sulla quarta di copertina. 

Angelo Cennamo
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NESSUNO È COME QUALCUN ALTRO – Amy Hempel

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“Niente metafore! Nessuno è come qualcun altro”.

Amy Hempel, americana di Chicago – ah, questo Midwest – allieva di Gordon Lish, da ormai diversi anni ci delizia con racconti dallo stile minimalista, brevi, alcuni brevissimi, ma densi di suggestioni e di immagini forti. Parole scelte e maneggiate con cura, come quelle posate con precisione millimetrica in ciascuna delle centicinquanta pagine di questo libro – la traduzione italiana è di Silvia Pareschi – che arriva a ridosso, nella ripubblicazione della SEM, di “Ragioni per vivere”, la raccolta che ha reso celebre la Hempel in tutto il mondo. “Nessuno è come qualcun altro” contiene quindici schegge di vita, tracciati malinconici di donne deluse, sull’orlo della solitudine, sopraffatte da un tormento a volte irreversibile. In “Le chicane” una burrascosa storia d’amore si lega a mille ricordi e al suicidio di una zia. Quella di “Greed” è la voce di una moglie tradita con una faciloneria offensiva. L’amante di suo marito, una delle tante, è affascinante e più anziana di lui. La protagonista di “Cloudland”, l’ultimo dei racconti, il più lungo, ha partorito e dato in adozione il figlio avuto da un uomo sposato. Il trasferimento da New York in Florida ha il sapore di una fuga. Le sue parole, velate di amarezza, ricordano il Bascombe più crepuscolare di Richard Ford.

“Oggi c’è tanta gente che ha bisogno di aiuto, e non occorre essere innamorati per poterlo dare. Aiutare è amare”.

Difficile non pensare a Raymond Carver leggendo le storie della Hempel, alla sua prosa scarna ma potente, ai silenzi e ai vuoti di una narrazione che fa dell’insignificante, del dettaglio trascurabile, la sua parte dominante, il centro di tutto. 

Angelo Cennamo

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IL MIGLIORE – Bernard Malamud

 
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Bernard Malamud, scrittore di Brooklyn, molti lo ricordano per “Il commesso”, il suo romanzo più popolare, uscito negli Stati Uniti nel 1957, in Italia pubblicato inizialmente col titolo de “Il ragazzo di bottega”. “Il migliore” – edito da minimum fax come tutti gli altri libri di Malamud – lo anticipa di cinque anni. È una storia ambientata nel mondo del baseball che potrebbe sviare forse qualche lettore non avvezzo a questo sport poco praticato in Italia. Non lasciatevi impressionare più di tanto: il baseball è un dettaglio, importante, ma un dettaglio: sarebbe stato lo stesso se Malamud ci avesse parlato di calcio o di un qualunque altro sport di squadra. Ad ogni modo, Roy Hobbs, il protagonista di questa storia, è un giovane talento del baseball che parte dal suo paesino alla volta di Chicago per partecipare a un provino con un grande club. Ad accompagnarlo nell’avventuroso viaggio in treno è il suo scopritore Sam Simpson, un ex giocatore, una specie di secondo padre. Siamo al primo capitolo del romanzo. La storia riprende con Roy che, a trentaquattro anni suonati, si ritrova a firmare un contratto con i New York Knights, una squadra blasonata ma sprofondata nei bassifondi della classifica, e che ora rischia di retrocedere. Un salto di quindici anni dei quali al lettore non viene raccontato assolutamente nulla. Cosa gli sarà successo in tutto questo tempo, a Roy Hobbs? Dov’era finito? Cosa ha fatto? È intorno a questo vuoto spazio-temporale, al mistero fitto che lo avvolge, che Malamud imbastisce la sua trama. Dunque, dicevamo, Roy, all’età in cui molti battitori appendono le scarpette al chiodo, ha di fronte a sé una seconda chance: risollevare le sorti dei Knights e diventare finalmente un campione del baseball. Roy entra nella seconda parte della storia con “Wonderboy”, la mazza che lui stesso si costruì da ragazzo e dalla quale non si è mai più separato. Sentite Malamud con quanto vigore descrive “l’esperienza religiosa” del gesto atletico  “Wonderboy lampeggiò al sole e colpì nel punto in cui era più grossa. Il cielo fu percosso da un’esplosione simile alla salva di un calibro ventuno”.
Quell’ultima opportunità Roy non se la lascerebbe sfuggire per niente al mondo; le sue performance sono prodigiose; i Knights cominciano a scalare la classifica esclusivamente grazie al suo contributo “Come una locomotiva arrugginita che uscisse per la prima volta dal deposito dopo anni, avanzavano sui binari sbuffando, ansimando, ruttando fumo e sparando scintille”. La figura del protagonista è affiancata da un gruppetto di personaggi che l’autore disegna con perfezione: il coach Pop, uomo sanguigno e di cuore – io l’ho immaginato come certi allenatori del vecchio calcio italiano: Nereo Rocco o il più recente Carletto Mazzone – Memo, l’amore incompiuto di Roy, eternamente divisa tra il fantasma del suo ex fidanzato morto e l’allibratore Gus; il Giudice, il finanziatore senza scrupoli dei Knights, un uomo indecifrabile sempre chiuso nel suo ufficio buio a fumare sigari e a ordire trame losche. In una delle scene salienti del romanzo, Roy arriva ai ferri corti con lui dopo aver chiesto invano un aumento di stipendio. Roy è ambizioso, sicuro di sé, ma potrebbe vacillare dietro la spinta del denaro e il miraggio di un matrimonio agiato con Memo. “Il migliore” è una storia di sfide, di coraggio, di perdizione. Malamud, Bellow, Roth: la spina dorsale della letteratura ebraica americana. 
 
Angelo Cennamo
 
 
 
 

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