
L’ULTIMA CORRIERA PER LA SAGGEZZA – Ivan Doig






Due parole su “La vita agra”, l’opera più nota – la sola opera nota – di Luciano Bianciardi, pubblicata la prima volta nel 1962 e ambientata nella Milano degli anni Cinquanta e Sessanta. Parto dalle cose che mi sono piaciute, poche. La scrittura. La prosa di Bianciardi è moderna, scorrevole, per nulla vischiosa, arzigogolata, ampollosa, tronfia, “letteraria”, come quella di tanti romanzieri della sua generazione. È interessante anche lo spaccato dell’Italia del boom economico: fedele, dettagliato, credibile, evocativo. Tutto il resto l’ho trovato abbastanza deludente, soprattutto l’approccio, come dire, pedagogico? Moralistico? Con il quale l’autore ha inteso raccontare il capitalismo che in quegli anni iniziava a delinearsi. Confesso che l’operazione di Bianciardi mi è sembrata sleale, finta, irritante. Bianciardi scrive un breve trattato socio-politico e lo maschera da romanzo, mi sono detto. Sindacalismo sotto mentite spoglie. Insomma, della buona dottrina marxista fatta passare per fiction. Ne “La vita agra” ritroviamo i temi e le invettive del più autentico Pasolini de “Gli scritti corsari”. Dei due libri ho preferito quello di Pasolini.
Angelo Cennamo
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Diciotto anni in un penitenziario ti segnano, e qualche volta ti insegnano, a scrivere, come nel caso di Edward Bunker. Bunker non ha la biografia di uno scrittore qualunque; non ci sono lauree o corsi di composizione creativa nel suo curriculum. Nasce nel 1933 a Hollywood da genitori che lavorano nel mondo del cinema, ma fin dalla prima adolescenza la sua vita è un continuo girovagare tra riformatori e case famiglia.
“Come una bestia feroce” viene pubblicato la prima volta nel 1973; dal romanzo è stato tratto un bellissimo film con Dustin Hoffman “Vigilato speciale”. Il grande romanzo dei bassifondi di Los Angeles, lo definisce James Ellroy nella sua accorata prefazione. Ellroy ha un pedigree molto simile a quello di Bunker, e come autore si è formato proprio sui noir del suo “padrino” californiano, ereditandone lo stile e il linguaggio crudo. Ma veniamo ai fatti. Max Dembo esce dalla prigione di San Quentin in libertà condizionata dopo aver scontato una condanna di otto anni per assegni falsi. Vorrebbe rigare dritto anche se con poca convinzione, e diventare una volta per tutte un uomo onesto. Max ha il fiato sul collo di Rosenthal, il suo sorvegliante. Cerca lavoro, ma chi è disposto a dare un’occupazione a un tipo come lui? Fuori dal carcere ritrova vecchie conoscenze, uomini e donne che si arrangiano con lavoretti poco leciti o con sussidi di disoccupazione. Willy è un suo amico d’infanzia, tossico, anche lui in libertà vigilata. Vive con la moglie Selma e il figlio di lei “era troppo pigro per lavorare e troppo spaventato per rubare”. Di personaggi come Willy il libro ne è pieno; una specie di girone dantesco fatto di gangster, avanzi di galera e sgualdrine. Max capisce che il suo destino di dannato non ammette deroghe. Con altri due amici mette su una banda per organizzare una rapina in banca. La seconda parte del romanzo è una fuga rocambolesca con Allison, la giovane amante che si lascia sedurre dal male – Allison è tra i personaggi più interessanti della storia – e una lunga scia di sangue che cancella ogni proposito di futuro. Ci sarà mai redenzione per Max Dembo? Ritmo, passione, crudeltà: “La più bella crime story mai scritta” scrive Quentin Tarantino sulla quarta di copertina.

“Niente metafore! Nessuno è come qualcun altro”.
Amy Hempel, americana di Chicago – ah, questo Midwest – allieva di Gordon Lish, da ormai diversi anni ci delizia con racconti dallo stile minimalista, brevi, alcuni brevissimi, ma densi di suggestioni e di immagini forti. Parole scelte e maneggiate con cura, come quelle posate con precisione millimetrica in ciascuna delle centicinquanta pagine di questo libro – la traduzione italiana è di Silvia Pareschi – che arriva a ridosso, nella ripubblicazione della SEM, di “Ragioni per vivere”, la raccolta che ha reso celebre la Hempel in tutto il mondo. “Nessuno è come qualcun altro” contiene quindici schegge di vita, tracciati malinconici di donne deluse, sull’orlo della solitudine, sopraffatte da un tormento a volte irreversibile. In “Le chicane” una burrascosa storia d’amore si lega a mille ricordi e al suicidio di una zia. Quella di “Greed” è la voce di una moglie tradita con una faciloneria offensiva. L’amante di suo marito, una delle tante, è affascinante e più anziana di lui. La protagonista di “Cloudland”, l’ultimo dei racconti, il più lungo, ha partorito e dato in adozione il figlio avuto da un uomo sposato. Il trasferimento da New York in Florida ha il sapore di una fuga. Le sue parole, velate di amarezza, ricordano il Bascombe più crepuscolare di Richard Ford.
“Oggi c’è tanta gente che ha bisogno di aiuto, e non occorre essere innamorati per poterlo dare. Aiutare è amare”.
Difficile non pensare a Raymond Carver leggendo le storie della Hempel, alla sua prosa scarna ma potente, ai silenzi e ai vuoti di una narrazione che fa dell’insignificante, del dettaglio trascurabile, la sua parte dominante, il centro di tutto.
Angelo Cennamo
