
Leggendo i romanzi di James Baldwin o di altri autori afroamericani, chissà perché mi viene da pensare a Percival Everett, uno scrittore di colore di una generazione successiva a quella di Baldwin. Everett non è solo un romanziere di talento, particolarmente eclettico, Everett si distingue anche per la curiosa modalità con la quale si rapporta alle storie che racconta: quasi sempre non menziona, esclude il tema dell’identità. Everett non pare avvertire su di sé la responsabilità della mission, non porta il peso (?) della croce che altri suoi colleghi hanno, legittimamente, deciso di abbracciare. Di Everett sappiamo che è afroamericano perché vediamo la sua immagine sulle quarte di copertina, non per altro. Il newyorchese Baldwin, invece, dell’identità nera ne ha fatto un segno distintivo e riconoscibile. “Un altro mondo” esce nel 1962, siamo alla vigilia della rivoluzione giovanile che negli Usa ingloba il Vietnam e i diritti civili. Al centro della storia c’è un giovane batterista di Harlem, Rufus Scott. Buona parte del romanzo è segnata dalla musica jazz e dalle canzoni di Bessie Smith “un negro, diceva suo padre, vive tutta la sua vita, vive e muore battendo il ritmo”. Nella prima parte, in un locale di Harlem, Rufus incontra Leona, una donna bianca della Georgia, molto più grande di lui, con un matrimonio burrascoso alle spalle e un figlio che le è stato portato via. Tra i due nasce una strana alchimia. In piena notte, Rufus e Leona passeggiano e flirtano per le strade di New York come i protagonisti di “Tre camere a Manhattan” di Georges Simenon. È uno dei momenti più intriganti del racconto, nel cui cast figurano anche altri personaggi interessanti, a cominciare da Vivaldo, amico scrittore e per certi versi martire dell’irrequieto Rufus; Cass, la moglie insoddisfatta di Richard, mentore e amico di Vivaldo; Ida, sorella di Rufus e unico familiare davvero interessato alla sua sorte. La relazione tra il nero Rufus e la bianca Leona è presto soffocata dalla violenza e la gelosia accecante di lui. Le ristrettezze e i pregiudizi, di ogni tipo, aggiungeranno altro combustibile all’implosione di un sentimento forse immaturo e fuori contesto. Vale per Rufus ma anche per gli altri, ciascuno dei quali, attraverso la ricostruzione della vita del giovane musicista, dovrà misurarsi con i propri ricordi e le colpe del passato. “Un altro mondo” è un romanzo commovente, dal retrogusto amaro. È un po’ la cifra di Baldwin quella di raccontare una società divisa nella quale né l’amore né l’amicizia possono accorciare le distanze. Baldwin merita più attenzione; bene ha fatto Fandango a riportarlo in libreria dopo anni di oblio. La traduzione è di Attilio Veraldi. Ricordate “La mazzetta”?
Angelo Cennamo