ON WRITING: AUTOBIOGRAFIA, MANUALE E RIVINCITA SULLO SNOBISMO LETTERARIO

«Non mi chiedono mai del linguaggio», dice Stephen King parlando di sé in questo delizioso pamphlet autobiografico che ha la compattezza e il respiro di un vero romanzo. Dove comincia una vita? Quella di King comincia in prima elementare, quando una fastidiosa malattia all’orecchio costringe il piccolo Stevie a saltare un intero anno scolastico. Mesi di reclusione forzata durante i quali il bambino prodigio butta giù i primi racconti – fin da subito storie fantastiche – ricompensato con pizzicotti sulle guance e le mance dei parenti. Ma quella frase d’apertura dice molto sul personaggio, e forse sulla sua frustrazione: nonostante decine di milioni di copie vendute in ogni angolo della terra, King fatica ancora a essere preso sul serio dalla critica e da una certa frangia di lettori snob. Poco importa ricordare che la narrativa non deve presentarsi sempre in giacca e cravatta, che il suo obiettivo non è la correttezza grammaticale ma la capacità di mettere a proprio agio il lettore e poi trascinarlo dentro una storia: lo steccato tra letteratura mainstream e letteratura di genere resta alto, e non solo in Italia. Né valgono gli illustri precedenti di Dickens, Twain o Simenon – tre dei tanti abbagli dei palati fini – a smontare il pregiudizio duro a morire sul presunto disvalore di certe narrazioni. On Writing, però, non è un libro polemico. Tutt’altro. I numerosi aneddoti disseminati nelle sue duecentosettantanove pagine costituiscono un compendio prezioso non solo per chi vuole avviarsi al difficile mestiere di scrittore, ma anche per il semplice lettore appassionato.

«Scrivi con la porta chiusa, correggi con la porta aperta»: notate la precisione quasi geometrica di questa formula, la sua perfezione stilistica. Una volta completata la prima stesura, il racconto si apre all’esterno, al giudizio di chi legge. Non sarebbe male, suggerisce King, immaginare un lettore ideale (un amico, un familiare) che stia lì a valutare ogni pagina. Mai abusare degli avverbi o della forma passiva. Eliminare le parole superflue, senza pietà. Tenere la scrivania nell’angolo della stanza, non al centro: la vita non deve essere al servizio dell’arte, ma viceversa. Piccoli consigli pratici, una cassetta degli attrezzi artigianale, niente di rivoluzionario, anche perché l’unico modo per imparare a scrivere è leggere e scrivere molto, e non esistono scorciatoie. Sul versante strettamente biografico, quella di King è davvero una vita fuori dal comune: l’alcol, la droga, un gravissimo incidente stradale. Figlio di una ragazza madre costretta a fare mille mestieri per crescere e mantenere agli studi due figli, King ha manifestato fin da ragazzino una spiccata propensione per le storie. Prima il giornalino della scuola, poi i romanzi scritti nel retrobottega di una lavanderia – il suo primo impiego, nonostante una laurea e un’abilitazione all’insegnamento. Tra i passaggi più interessanti, quello in cui King racconta il momento della svolta. Lui e sua moglie sono in macchina, senza un soldo. Lei tiene in braccio il figlio che vomita, malato, bisognoso di un farmaco costoso. Rientrando a casa, King apre la cassetta postale e trova la lettera del suo editore: Carrie, il romanzo d’esordio, è stato acquistato. Il libro gli frutterà oltre quattrocentomila dollari. Il resto, come si dice, è storia.

Angelo Cennamo

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