CON PAROLE SEMPLICI – Richard Ford

Non è un memoir né un libro sulla scrittura. È una riflessione brevissima – un centinaio di pagine – sul significato della scrittura politica. La domanda che Ford si pone è semplice quanto insidiosa: sono mai stato uno scrittore politico? Attraverso la ricostruzione dei suoi primi romanzi, scopre di esserlo stato – forse – a sua insaputa. Le ultime pagine sulla genesi del primo Bascombe sono la parte migliore del testo.La storia di Frank Bascombe è la storia di Ford. O quasi. Ford non è Bascombe, e ci tiene a dirlo – non ha mai divorziato, è sposato con Kristina dal 1968 – ma la traiettoria che porta alla nascita del personaggio è così vicina alla sua da rendere il romanzo qualcosa di più di un semplice roman à clef. Dopo due romanzi accolti tiepidamente, Ford aveva tentato la strada del giornalismo sportivo con Inside Sports. Quando la rivista chiuse, si ritrovò senza lavoro, a meno di quarant’anni. Fu Kristina a spingerlo a riprendere la fiction. Ford ha raccontato di essersi ritrovato a girare per casa senza far niente, finché non decise di scrivere un romanzo su un uomo che fa lo sportswriter. Lo cominciò la domenica di Pasqua del 1982. La cosa paradossale è che, come ha ammesso senza reticenze, se la rivista non fosse fallita non avrebbe scritto altro. Sarebbe rimasto lì, contento. Frank Bascombe deve la propria esistenza al fallimento di una testata e alla tenacia di una moglie.Quello che colpisce, rileggendo la genesi del romanzo in controluce con il saggio, è come Ford abbia costruito Bascombe partendo da materiali autobiografici per arrivare a qualcosa di completamente diverso da sé. Il personaggio condivide con l’autore la parentesi sportiva, la crisi di mezza età, il New Jersey. Ma dove Ford è rimasto intero – nel matrimonio, nella scrittura, nella continuità di una vita – Bascombe si è frantumato. È come se Ford avesse affidato al personaggio tutte le possibilità di deriva che lui stesso aveva scartato, trasformando la propria stabilità in materia narrativa per sottrazione.Questa distanza dal sé, questa capacità di abitare una voce profondamente diversa dalla propria, ha radici lontane. Ford è nato a Jackson, Mississippi, nella stessa città di Eudora Welty: da bambino frequentò la sua stessa scuola elementare e abitò per anni dall’altra parte della strada rispetto alla casa in cui Welty viveva ancora. E poi c’era Faulkner, la cui ombra si stendeva sull’intera letteratura del Mississippi come una presenza insieme fondante e soffocante. Crescere in quel Sud significava misurarsi con scrittori che avevano già detto tutto, e detto meglio. La domanda che Ford si porta dietro fin dagli esordi – come si scrive dopo Welty e Faulkner senza esserne schiacciati? – è in fondo una domanda saggia: come si trova una voce propria quando il territorio è già così densamente abitato? La risposta fu andarsene. Ford ha spiegato di aver intuito, forse inconsciamente, che quei grandi scrittori del Sud avevano già fatto le cose che avrebbe cercato di fare lui, e le avevano fatte meglio. Scrisse così un romanzo ambientato in Messico, poi uno nel New Jersey, poi uno nel Montana. Il Sud rimase dentro di lui – nella cadenza della frase, in certi silenzi – ma non divenne mai il suo soggetto dichiarato. Ford ha sempre resistito all’etichetta di scrittore del Sud, sostenendo che Faulkner non era un grande scrittore meridionale ma semplicemente un grande scrittore che viveva nel Sud. È una distinzione sottile ma rivelatrice, e dice molto del modo in cui Ford concepisce il rapporto tra identità e letteratura. Ed è qui che il saggio avrebbe potuto davvero approfondire. Perché la domanda “sono uno scrittore politico?” applicata a Ford non riguarda la militanza esplicita, ma qualcosa di più difficile da definire: la capacità di fare di un personaggio ordinario uno strumento di comprensione della società americana. Bascombe non fa discorsi politici, non prende posizioni. Eppure nei cinque romanzi che lo riguardano, da Sportswriter nel 1986 fino a Per sempre nel 2023, c’è una radiografia dell’America contemporanea che pochi scrittori hanno saputo fare con altrettanta precisione e altrettanta discrezione. È un vero peccato che queste considerazioni siano state compresse in così poche pagine. Non perché il libro sia brutto – certi passaggi hanno la densità e la grazia di tutto il meglio di Ford – ma perché il tema lo avrebbe meritato molto di più. Restano le domande, aperte e fertili. Restano le pagine su Bascombe, che sono le migliori. E resta la sensazione, alla fine, di aver letto un libro scritto di fretta, spinto da un’urgenza storica reale – il trumpismo – ma non ancora trasformata in necessità letteraria vera.

Angelo Cennamo

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