Due cicli, due vite ordinarie, un’intera civiltà. È questa, in fondo, la scommessa letteraria più ambiziosa che la narrativa americana del dopoguerra abbia tentato: non raccontare l’epopea di una nazione attraverso la guerra o il mito, ma attraverso un uomo qualunque che ci vive dentro, che compra una macchina, litiga con la moglie, invecchia male e muore. John Updike ci mette trent’anni. Pubblica Corri, Coniglio nel 1960 e chiude il cerchio con Riposa, Coniglio nel 1990, passando per Il ritorno di Coniglio nel 1971 e Sei ricco, Coniglio nel 1981. Il protagonista è Harry Angstrom – ex promessa del basket di una piccola città della Pennsylvania, poi venditore di Toyota, poi uomo che sente il cuore cedere sotto il peso degli anni e dei rimpianti. Ogni romanzo è scritto nel decennio che racconta, e questo sincronismo non è un vezzo formale: è il cuore del progetto. Updike aggiorna Coniglio in tempo reale, lo espone alle ferite di ogni epoca, lo costringe a fare i conti con un’America che cambia mentre lui resta sostanzialmente uguale a se stesso: impulsivo, egoista, capace di tenerezze improvvise e di crudeltà durature.
Con Corri, Coniglio siamo nel 1959: Coniglio ha ventisette anni e scappa dalla moglie incinta senza sapere dove andare, guidato dall’istinto di chi ha già intuito che il meglio è alle spalle. La fuga è patetica. Updike lo sa, e non lo perdona né lo condanna. Con Il ritorno di Coniglio siamo nel 1969. L’America è in fiamme: Vietnam, assassinii politici, la grande frattura culturale. Questa volta Coniglio non scappa, resta immobile, ottuso, reazionario, mentre ospita in casa un giovane nero militante e una ragazza hippy. È uno dei ritratti più scomodi e onesti che la letteratura americana abbia prodotto sul working class white American di quegli anni. Con Sei ricco, Coniglio la storia si sposta al 1979: la crisi petrolifera, Carter, il senso di una promessa infranta. Coniglio ha ereditato la concessionaria del suocero, è benestante per la prima volta, e scopre che il benessere non risolve nulla, semmai amplifica il vuoto. Il romanzo vince il Pulitzer e il National Book Award. Con Riposa, Coniglio eccoci al 1990: il figlio tossicodipendente, il cuore malato, Reagan appena tramontato. È il romanzo della resa totale: fisica, morale, generazionale. La scena finale, Coniglio che gioca a basket con ragazzi molto più giovani e crolla, appartiene alla memoria collettiva della grande narrativa del Novecento. Secondo Pulitzer. Updike è uno stilista che non concede sconti alla bruttezza del mondo ma non rinuncia mai alla sua bellezza. La sua prosa è sensoriale e barocca, capace di trovare luce in un parcheggio o in una partita di golf, di rendere epico il corpo di una donna che invecchia. Non giudica mai il suo personaggio: lo osserva con la precisione di un entomologo e una pietà che si capisce solo alla fine, quando ci si rende conto che Coniglio è anche lui, è anche noi.
Richard Ford lavora su scale temporali ancora più lunghe. Sportswriter esce nel 1986, Per sempre nel 2023: trentasette anni per raccontare la vita di Frank Bascombe, ex romanziere promettente che ha smesso di scrivere narrativa per fare il giornalista sportivo, poi l’agente immobiliare nel New Jersey, poi il padre che aspetta la diagnosi e fa i conti con la vecchiaia. In mezzo, Il giorno dell’Indipendenza nel 1995, Lo stato delle cose nel 2006, Tutto potrebbe andare molto peggio nel 2014. Se Coniglio Angstrom è un corpo in movimento – impulsivo, carnale, sempre sul punto di scappare – Frank Bascombe è una mente che non smette mai di girarsi intorno. È riflessivo, ironico, logorroico in modo controllato, ossessionato dall’autoanalisi al punto da sapere che l’autoanalisi non lo porterà da nessuna parte. I suoi monologhi interiori sono tra le cose più sottilmente comiche e malinconiche che la letteratura contemporanea abbia prodotto. Ford ha costruito un personaggio che pensa troppo, lo sa, e continua a farlo.
Sportswriter è ambientato nel weekend di Pasqua del 1983: Frank ha perso un figlio, il matrimonio è andato, ha abbandonato la narrativa chiamando la rinuncia “guarigione”. Non succede quasi niente: è un flusso di coscienza attraverso il New Jersey suburbano. Eppure tiene, perché la voce di Ford è ipnotica, saggia. Il giorno dell’Indipendenza – Pulitzer 1996 – si svolge nel weekend del 4 luglio 1988: Frank porta il figlio adolescente in un viaggio goffo e tenero verso le Hall of Fame del baseball e del basket, cercando di ricucire qualcosa che non si ricuce. L’America di Reagan, la crisi immobiliare, il sogno della casa propria come ultima forma di identità americana: tutto transita attraverso questo viaggio che non arriva dove voleva. Lo stato delle cose è il 2000, la notte delle elezioni Bush-Gore, l’America spaccata: Frank ha il cancro alla prostata e la ex moglie è tornata dal primo marito che tutti credevano morto. Il romanzo è forse il più denso del ciclo, e ha pagine di una lucidità impressionante sulla malattia e sulla vecchiaia come lenta restituzione di sé. Tutto potrebbe andare molto peggio è ambientato dopo l’uragano Sandy del 2012. È il libro più elegiaco: Frank cammina su un New Jersey devastato cercando di capire cosa rimane quando tutto è stato portato via. Per sempre conclude la serie: Frank ha quasi ottant’anni, porta il figlio Paul malato di SLA in un ultimo viaggio verso il Monte Rushmore. Il cerchio si chiude con la stessa malinconia quieta con cui era cominciato. La domanda sul Great American Novel è americana quasi quanto la letteratura stessa, e le risposte canoniche guardano sempre verso l’alto – Melville, Twain, Fitzgerald, Faulkner, romanzi che misurano la nazione sulla scala del mito e della storia. Updike e Ford fanno la scelta opposta: restano in basso, nel quotidiano, nel mediocre nel senso etimologico del termine: ciò che sta a mezza altezza. E da quella posizione vedono tutto. Coniglio Angstrom e Frank Bascombe sono la classe media bianca americana del secondo Novecento guardata dall’interno: i suoi valori contraddittori, il suo rapporto tormentato con il successo, la famiglia, il corpo, la morte, la promessa di una vita piena che si intuisce sempre leggermente mancata. Sono personaggi americani fino al midollo, e non perché incarnino un’idea di America ma perché ne portano il peso specifico, quella tensione irrisolvibile tra ciò che si è e ciò che si sarebbe dovuto diventare. Updike è un autore lirico, sensuale, barocco; la sua crudeltà verso il personaggio è quella di chi ama troppo per mentire. Ford è invece uno scrittore sobrio, ironico, filosofico, la sua malinconia ha la qualità asciutta del pragmatismo americano: le cose vanno come vanno, si registrano, si va avanti. Ma al di là delle differenze di stile e di temperamento, c’è qualcosa che li accomuna profondamente, qualcosa che sta al cuore di entrambi i progetti, la convinzione che la letteratura debba guardare in faccia ciò che gli esseri umani preferiscono non vedere: la vecchiaia, il corpo che cede, i matrimoni che durano troppo o finiscono troppo presto, i figli che deludono o vengono delusi, la morte che arriva non come evento drammatico ma come consumazione lenta, quotidiana, quasi amministrativa. Né Updike né Ford concedono al lettore la consolazione del riscatto. È evidente. Coniglio muore su un campo da basket, in Florida, tra gente che non lo conosce. Frank Bascombe percorre con il figlio malato le strade del Midwest verso un monumento scolpito nella roccia, e il viaggio non redime niente, non rivela nulla, non approda a nessuna epifania. È semplicemente ciò che un padre e un figlio fanno quando non hanno altro da fare che stare insieme. In questo rifiuto della consolazione, i due autori sono più vicini alla grande tradizione del romanzo europeo – Flaubert, Tolstoj, Chekhov – che alla narrativa americana della seconda possibilità. Ciononostante sono profondamente, irriducibilmente americani, perché i loro personaggi non smettono mai di credere – da qualche parte nel fondo cieco della loro coscienza – che le cose potrebbero ancora cambiare, che basti correre un po’ più in fretta, vendere qualche macchina in più, trovare la casa giusta. È questa fede irrazionale e tenace – smentita dai fatti, sopravvissuta ai fatti – il vero soggetto di entrambi i cicli. Qualcuno, mi pare Julian Barnes, rileggendo la tetralogia di Coniglio dopo la morte di Updike, la definì semplicemente «il mio miglior romanzo americano del dopoguerra». Non uno dei migliori: il migliore. È una di quelle affermazioni che si capiscono solo dopo aver letto tutto, dopo aver vissuto con Coniglio per quattro decenni e averlo visto correre, tornare, arricchirsi e morire. Lo stesso si potrebbe dire di Frank Bascombe, che in quasi quarant’anni di narrativa è diventato uno dei personaggi più amati della letteratura contemporanea; non perché sia straordinario, ma perché non lo è affatto, e Ford ha avuto il coraggio e la pazienza di seguirlo fino in fondo, fino alla vecchiaia e alla malattia, senza abbellire niente. Insieme, Updike e Ford coprono l’America da Eisenhower a Biden. Insieme raccontano un’intera civiltà attraverso due vite che non hanno niente di straordinario ma che proprio per questo lasciano un segno riconoscibile.
Angelo Cennamo