Brandon Taylor, Raven Leilani, Ocean Vuong, Tony Tulathimutte, Torrey Peters: sono questi, stando alla critica e ai premi vinti, i migliori trentenni della narrativa americana di oggi. Li conoscete? Forse Vuong, gli altri non credo, o non abbastanza da fermarvi su uno scaffale in libreria. Niente a che vedere con Foster Wallace, Franzen, Ellis, Eugenides, Lahiri, Safran Foer, che a trent’anni erano già delle star, non delle semplici promesse editoriali.
Da questo scarto nasce facilmente il sospetto di una generazione mancata, di un vuoto improvviso dopo decenni di voci che sapevano imporsi. È un sospetto comodo, perché assolve in blocco chi scrive oggi dalla responsabilità di non aver prodotto nulla di buono: la colpa sarebbe del tempo, non degli autori. Ma è anche, per lo stesso motivo, un sospetto da maneggiare con cautela, perché ogni generazione che invecchia tende a misurare quella successiva con il metro sbagliato: confronta il presente, ancora informe, con un passato già sistemato, già filtrato dal tempo e dalla critica che ne ha deciso la statura. Prima di arrendersi all’idea di un declino, vale la pena fermarsi a chiedersi cosa, esattamente, stiamo misurando: la qualità di quello che si scrive oggi, la sua capacità di farsi notare, o lo sguardo stesso con cui scegliamo, ogni volta, chi merita di restare. Sono tre piani diversi, che si confondono con facilità ma raccontano storie non sovrapponibili, e solo separandoli si capisce dove sta davvero il problema, se un problema c’è.
Il primo piano, quello più facile da liquidare con un’alzata di spalle, è probabilmente quello che nasconde la spiegazione più solida: il problema, più che nei libri, sta nel modo in cui un nome riesce ad arrivare fino al pubblico. Negli anni Novanta e Duemila esistevano poche, potenti macchine di consacrazione: il New Yorker con la sua celebre lista “20 under 40”, Granta con le sue antologie dei “Best Young American Novelists”, grandi editori disposti a investire massicciamente su un singolo autore-bandiera per generazione, costruendogli intorno un vero evento mediatico. Quando uscirono Infinite Jest o Le correzioni, l’intero discorso pubblico letterario (recensioni, programmi televisivi, copertine patinate) convergeva su quel singolo libro, in un’epoca in cui i canali di legittimazione culturale erano pochi e ben presidiati. Quelle macchine esistono ancora oggi: il New Yorker continua a pubblicare le sue liste, il National Book Foundation prosegue il suo programma “5 Under 35”; solo che adesso competono con centinaia di altre fonti di legittimazione: Substack letterari rivolti a nicchie verticali, BookTok che impone logiche virali del tutto autonome dalla critica tradizionale, riviste indipendenti che coprono microscene regionali o identitarie, piattaforme dove ogni lettore diventa anche recensore. Il risultato è che il consenso, semplicemente, non si concentra più in un unico punto: nessun canale ha oggi il potere che il New Yorker aveva trent’anni fa di imporre un nome a tutti contemporaneamente.
C’è poi una seconda spiegazione, più sottile, che riguarda il genere e la forma oggi dominanti. La narrativa dei trentenni si esprime spesso nel racconto breve e nell’autofiction minimalista, formati meno spettacolari, meno “da copertina”, rispetto al grande romanzo enciclopedico e massimalista che rese iconici Wallace o Don DeLillo. Quando il National Book Foundation ha annunciato i suoi cinque autori under 35 per il 2026, la selezione comprendeva tre romanzi e due raccolte di racconti, tutti firmati da scrittrici, con temi concentrati su desiderio, intimità, creazione artistica e i luoghi che ci formano: un’attenzione al frammento e all’interiorità più che all’ambizione totalizzante del romanzo che vuole “spiegare l’America” in seicento pagine. È in parte un effetto della scrittura creativa universitaria, gli ormai pervasivi programmi MFA, che premiano la precisione della singola frase più dell’architettura del romanzo lungo; e in parte un riflesso di un’epoca che diffida istintivamente delle grandi narrazioni totalizzanti, quasi vergognandosi della loro pretesa di dire qualcosa su tutti. A questo si aggiunge un terzo fattore, meno discusso ma altrettanto concreto: è cambiata l’economia editoriale, e gli anticipi sostanziosi che permettevano a un autore di dedicare anni interi a un solo romanzo ambizioso oggi sono rari. Molti scrittori promettenti insegnano, lavorano nell’editing, scrivono per piattaforme streaming, dividendo energie che una generazione fa potevano concentrarsi quasi esclusivamente sulla scrittura di un romanzo.
Eppure, a guardarli da vicino, senza la fretta di archiviarli, i nomi citati all’inizio reggono benissimo il confronto sul piano della qualità: la domanda allora non è se valgano quanto i loro predecessori, ma perché nessuno se ne sia accorto allo stesso modo. E qui torna utile il confronto con Wallace, Franzen, Ellis: a differenza dei trentenni di oggi, loro non aspettarono affatto la canonizzazione, furono star quasi subito, accolti da un’attenzione mediatica istantanea che oggi è semplicemente negata a chiunque scriva, per quanto scriva bene. Il cerchio così si chiude su se stesso: non credo che i nuovi autori non abbiano il tempo per maturare, manca loro l’apparato, l’imbuto stretto e potente di cui parlavo all’inizio, quello che trasformava il riconoscimento della critica in un evento condiviso anche da chi i libri non li aveva nemmeno letti. La materia prima: la voce, la tecnica, la varietà di prospettive, ci sono, e in alcuni casi sono già state premiate quanto quelle dei loro predecessori. Quello che è sparito è il dispositivo culturale che trasformava un buon libro in un nome che tutti, anche i non lettori, sapevano riconoscere.
Angelo Cennamo