COSA RESTA DEL SOGNO: LA LETTERATURA AMERICANA AL TEMPO DI DONALD TRUMP

C’è un’immagine che più di ogni altra racconta cosa sia successo alla letteratura americana in questi dieci anni, ed è quella della folla che il 6 gennaio 2021 sale le scale di Capitol Hill convinta di dover salvare la nazione da un furto che non è mai avvenuto. Fino a quel giorno, gli scrittori americani avevano affrontato l’elezione di Trump soprattutto come una crisi di realtà da osservare e commentare da fuori: quando il dibattito pubblico si è riempito di espressioni come fake news e fatti alternativi, il romanzo, che vive da sempre di un patto implicito con il lettore su cosa sia vero e cosa sia inventato, si è trovato improvvisamente spiazzato, al punto che alcuni studiosi hanno parlato apertamente di una derealizzazione della cultura politica americana. Uno dei primi libri a intercettare questo smarrimento è stato La caduta dei Golden di Salman Rushdie, che segue il passaggio dall’epoca Obama a quella Trump come una scivolata collettiva dentro un universo da fumetto, popolato da un magnate che viene chiamato il Joker: un romanzo che osserva la finzione politica quasi divertito, con la distanza di chi crede ancora che sia un episodio, per quanto grave, reversibile.Capitol Hill ha cambiato il tono di quella distanza. Non perché abbia prodotto subito nuovi capolavori, ma perché ha reso impossibile continuare a trattare la derealizzazione americana come una metafora: la finzione era diventata azione, la teoria del complotto aveva preso una rampa di scale, e la letteratura si è trovata a dover raccontare non più uno scivolamento culturale ma una frattura istituzionale con conseguenze reali. Da quel momento in poi il registro dominante non è più stato quello satirico e un po’ incredulo del primo mandato, ma qualcosa di più cupo e retrospettivo, come se gli scrittori avessero smesso di chiedersi come si fosse arrivati fin lì e avessero cominciato a chiedersi cosa restasse in piedi. In questo clima, opere come Topeka School di Ben Lerner, ambientate anni prima dell’elezione ma lette a posteriori come una preistoria del presente, hanno acquisito un peso che non avevano al momento della pubblicazione: il collasso del linguaggio pubblico, la tossicità della competizione maschile, l’ascesa dei troll e della nuova destra raccontati come sintomi precoci di un male che a Washington, quel giorno di gennaio, ha smesso di essere solo linguistico.Il ritorno col secondo mandato ha portato con sé una reazione più diretta e meno letteraria in senso stretto, quella dei lettori che sono tornati in massa verso libri già scritti. Dopo l’elezione del novembre 2024, Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood ha visto le vendite impennarsi di migliaia di punti percentuali nei giorni successivi al voto, risalendo fino al secondo posto tra i libri più venduti su Amazon, insieme a 1984 di Orwell, a Fahrenheit 451 di Bradbury e al saggio Sulla tirannia dello storico Timothy Snyder, diventato una sorta di manuale di sopravvivenza civile. Un fenomeno che si era già visto, in forma più contenuta, dopo la prima vittoria di Trump nel 2016, ma che nel 2024 arrivava dopo un’esperienza concreta, non più solo temuta: gli stessi lettori che nel 2016 leggevano quei libri come avvertimento li leggevano ora come una diagnosi confermata. La distopia è diventata meno un genere letterario e più uno strumento diagnostico collettivo, il segno che una parte consistente del paese percepisce il proprio tempo come una deviazione pericolosa da qualcosa che si dava per acquisito, e la richiesta di quei testi vecchi di decenni dice più sullo stato d’animo nazionale di quanto potrebbe dire qualunque romanzo nuovo scritto in fretta per intercettare l’attualità. Non tutti, dentro il mondo letterario, hanno guardato con favore a questa produzione di romanzi sull’autoritarismo. È emersa una critica, anche aspra, secondo cui buona parte della narrativa post 2016 avrebbe prodotto soprattutto libri rassicuranti per un pubblico già convinto delle proprie idee, quella che alcuni hanno bollato come letteratura della resistenza, senza però riuscire a raccontare con onestà chi avesse davvero votato Trump e perché. È una critica che riprende, quasi punto per punto, quella che Tom Wolfe rivolgeva già nel 1989 ai romanzieri americani troppo chiusi nei propri circuiti, incapaci di guardare all’America nella sua complessità. Dopo Capitol Hill questa tensione si è manifestata con maggiore evidenza. La risposta più interessante a questo periodo non è arrivata né dalla distopia dichiarata né dal romanzo apertamente politico, ma da una terza via, quella di raccontare l’America di oggi passando per il suo passato. Il caso più clamoroso è James di Percival Everett, vincitore del National Book Award nel 2024 e poi del premio Pulitzer nel 2025, che riscrive Le avventure di Huckleberry Finn dal punto di vista di Jim, lo schiavo in fuga. Non è un libro sul presidente in carica, eppure resta probabilmente il romanzo che più di ogni altro ha saputo mettere a fuoco i nodi irrisolti della cittadinanza, della voce negata e dell’autodeterminazione che il dibattito pubblico americano continua a portarsi dietro anche nel secondo mandato. Anche l’edizione 2025 del National Book Award conferma questa tendenza allo spostamento: L’Antidoto di Karen Russell si muove nel Dust Bowl degli anni Trenta per interrogare la violenza fondativa nei confronti delle popolazioni indigene, mentre tra i vincitori compare anche il libro di Omar El Akkad sul conflitto a Gaza. La narrativa americana premiata sceglie sempre più spesso di parlare del presente allontanandosene, per grado di parentela storica, per apertura al resto del mondo, prendendo le distanze da quella cronaca quotidiana che il paese fatica ormai a metabolizzare in tempo reale.Resta da capire cosa sopravviva del sogno americano dentro questo spostamento. L’idea di un paese in cui la reinvenzione di sé è sempre possibile, in cui la mobilità sociale e la frontiera aperta restano promesse credibili, non è scomparsa dalla letteratura, ma ha smesso di essere raccontata con innocenza. I romanzi di questi anni non negano quel mito, lo mettono sotto processo: lo raccontano come una promessa fatta a pochi e negata a molti, come una narrazione che si regge sull’oblio di ciò che è stato calpestato per costruirla, che si tratti della schiavitù in James, della violenza contro le comunità indigene ne L’Antidoto, o della retorica della sicurezza e del confine in tanta narrativa sull’immigrazione. La struttura profonda del mito resiste comunque, perché resiste anche nella critica: il bisogno americano di raccontarsi attraverso una storia di caduta e possibile riscatto, individuale prima ancora che collettivo, non è scomparso, si è solo fatto più consapevole delle proprie ombre. Il sogno americano non è più raccontato come destino compiuto, ma come domanda aperta, chi ha diritto a sognarlo e a quale prezzo per gli altri. Il ritratto dell’America che emerge da questi anni ha meno realismo diretto e più mediazione, meno fiducia che basti descrivere i fatti per restituire la verità di un paese, e più bisogno di passare attraverso l’allegoria, la storia e lo sguardo straniero. Capitol Hill resta lo spartiacque simbolico di questo passaggio, il momento in cui la finzione ha smesso di poter essere solo commento e ha dovuto fare i conti con conseguenze reali, tanto che oggi la letteratura americana sembra aver capito che il paese non si lascia più fotografare in presa diretta, perché è esso stesso un paese che ha smesso di credere in un’unica fotografia possibile. Resta, sullo sfondo, una domanda che nessuno di questi libri chiude definitivamente, se la letteratura riesca ancora a parlare a un paese intero, o se anch’essa, come tutto il resto, si sia rassegnata a parlare solo a una sua metà. 

Angelo Cennamo

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