C’è un momento, leggendo Rifiuto (Rejection, 2024; E/O, traduzione di Vincenzo Latronico), in cui ci si accorge di ridere di qualcosa che, raccontato da chiunque altro, sarebbe semplicemente osceno o patetico. È il marchio di fabbrica di Tony Tulathimutte: prendere il materiale più imbarazzante della vita contemporanea – l’incel che si crede femminista, la stalker che si crede vittima, il feticista che si crede normale – e trattarlo con una precisione stilistica che rende la vergogna leggibile, quasi sopportabile. Il risultato è un libro spiazzante e probabilmente uno dei ritratti più accurati che abbiamo finora della soggettività forgiata da internet. Il libro si presenta come una raccolta di sette racconti, ma funziona come un romanzo a episodi, quello che gli anglofoni chiamano novel-in-stories. I primi tre pezzi, “Il Femminista”, “Pics” e “Ahegao”, formano una sorta di trilogia sulle diverse declinazioni del rifiuto: sessuale, sociale, sessuale-identitario. I personaggi si intrecciano lateralmente – chi è comparsa in un racconto diventa voce narrante nel successivo – creando un ecosistema chiuso e soffocante, la cui logica interna riproduce quella dei social: ogni individuo è insieme protagonista della propria narrazione di vittimismo e comparsa grottesca in quella di un altro. La seconda metà del libro abbandona il realismo psicologico per la sperimentazione formale: un racconto assume la forma di un lungo post su un forum in stile Reddit (“Il nostro futuro fico”), un altro quella di una lettera di rifiuto editoriale indirizzata all’autore stesso (un espediente metanarrativo in cui un ipotetico editore stronca uno per uno i racconti del libro), prima di rivelarsi un’invenzione dello stesso Tulathimutte, gesto tipico della sua ironia: disinnescare preventivamente la critica ridicolizzandola dall’interno.Il racconto d’apertura, “Il Femminista”, resta il pezzo più discusso del libro, pubblicato già nel 2019 su n+1, dove è diventato il testo di narrativa più letto nella storia della rivista: segue un uomo che costruisce la propria identità sull’alleanza femminista, convinto che questo gli garantisca un credito morale e sessuale che il mondo continua a negargli, con un’attenzione quasi clinica alla logica interna della sua radicalizzazione, finché la traiettoria non si rovescia in violenza. Tulathimutte ha precisato più volte di non condividere le idee del personaggio, ma il potere del racconto sta proprio nel fatto che la voce non giudica mai dall’esterno, costringendo il lettore dentro una testa che si autoinganna con coerenza spaventosa. “Pics” ribalta la prospettiva: Alison, dopo una notte con l’amico di sempre, trasforma il rifiuto di lui in un’ossessione biennale che la isola progressivamente dal mondo reale, mentre la sua vita sociale si consuma in una chat di gruppo, ed è forse il racconto più crudele del libro nei confronti del proprio personaggio, e insieme il più empatico, mostrando come l’autovalidazione digitale possa funzionare da cassa di risonanza per la propria patologia, anziché da correttivo.”Ahegao”, il terzo pannello della trilogia, segue Kant, un uomo thailandese-americano gay che fa coming out via email e scopre di essere incapace di vivere la propria sessualità sadica se non attraverso la pornografia; è il racconto più esplicito del libro; la sua chiusura, una lunga fantasia pornografica di alcune migliaia di parole, sorprende per l’audacia con cui rifiuta ogni pudore letterario, ed è anche quello che meglio mostra la strategia compositiva di Tulathimutte: portare un’ossessione caratteriale a un livello di sproporzione tale da diventare, insieme, comica e devastante. Il libro si inserisce in un filone che la critica americana ha iniziato a chiamare, non senza ironia, “internet novel” o “terminally online fiction”: libri che non si limitano a rappresentare i personaggi mentre usano i social media, ma adottano le forme retoriche di quei media – il thread, il post, la chat di gruppo – come strutture narrative a pieno titolo; in questo senso Tulathimutte lavora un territorio affine a quello di autori come Patricia Lockwood o Sally Rooney, ma con un registro più vicino alla satira sociale che alla lirica dell’interiorità, e il suo bersaglio non è la dissociazione contemplativa di chi scrolla, ma la costruzione retorica dell’identità politica come merce di scambio nelle dinamiche di corteggiamento e di status. Leggendolo ho pensato a David Foster Wallace per il sovraccarico sintattico: frasi lunghe, mescolanza di registri alti e bassi alternati nella stessa riga, subordinate che si moltiplicano, un lessico che, senza soluzione di continuità, passa dal gergo accademico della teoria di genere allo slang di internet, fino al turpiloquio più crudo. Questo cortocircuito di registri è la fonte principale della comicità del libro, ma anche il suo strumento critico, mostrando come il linguaggio della giustizia sociale, quello della pornografia online e quello della terapia si siano fusi in un unico idioletto contemporaneo, spesso usato dai personaggi non per comunicare ma per proteggersi. Latronico, che firma la traduzione italiana, ha il merito di non appiattire questa policromia linguistica in un italiano neutro, mantenendo gli anglicismi dove servono senza trasformare il testo in un esercizio di trascrizione gergale illeggibile (un equilibrio delicato, dato quanto il testo originale sia ancorato a specifiche sottoculture online difficili da rendere in un’altra lingua).Rifiuto non è comunque un libro consolatorio, né vuole esserlo: è una diagnosi feroce e stilisticamente virtuosa di come l’essere respinti – in amore, nel sesso, nell’identità che vorremmo proiettare – sia diventato il trauma fondativo di un’intera cultura digitale, e di come quella stessa cultura fornisca gli strumenti retorici per non affrontarlo mai davvero.
Angelo Cennamo