Come quella di molti altri scrittori americani, la storia familiare di Saul Bellow è fatta di migrazioni, incroci pericolosi, opportunità prese a volo. Nato nel 1915 a Lachine, un paesino poco distante da Montréal, da genitori ebrei russi trasferitisi e naturalizzati negli Stati Uniti, il giovane Saul, ultimo di quattro figli, visse in stretto contatto con la comunità ebraica della periferia multietnica di Montréal, in un mondo in cui si parlava yiddish, russo, inglese e francese, e in cui l’America era ancora una promessa lontana e luminosa. A Chicago, dove la famiglia si trasferì quando aveva nove anni, quella promessa prese forma; e fu Chicago, con le sue strade, i suoi quartieri, la sua energia brutale e democratica, a diventare il paesaggio interiore di quasi tutta la sua narrativa. Alla scrittura approdò nel 1944 con l’introspettivo Dangling Man – Uomo in bilico – romanzo breve, diaristico, scritto sotto l’influenza di Kafka e Dostoevskij, in cui un giovane uomo aspetta la cartolina precetto sospeso in un limbo esistenziale. È un libro ancora acerbo, ma già riconoscibile: quella voce che pensa troppo, che non riesce a smettere di interrogarsi, che trasforma ogni gesto quotidiano in un problema filosofico. La notorietà arrivò però solo dieci anni più tardi con Le Avventure di Augie March, romanzo di formazione picaresco, dai mille colori, forse il punto più alto del suo genio creativo, un libro in cui Bellow lasciò alle spalle la sobrietà europea dei primi romanzi e abbracciò la lingua americana con una libertà e un’esuberanza che non aveva precedenti. Martin Amis lo avrebbe definito il Grande Romanzo Americano per la sua inclusività, il suo pluralismo, la sua promiscuità culturale. Tutto è qui dentro, scrisse, e aveva ragione.
Elegante, colto, perfino snob, e ricchissimo grazie al successo dei suoi libri, Bellow è stato tra i maggiori romanzieri del Novecento, insieme a Philip Roth, Bernard Malamud e Isaac Bashevis Singer, capofila della cosiddetta letteratura ebraica americana, quella stagione straordinaria in cui la sensibilità ebraica, con la sua ironia, la sua nevrotica vitalità intellettuale, la sua tensione tra tradizione e modernità, si impose come la voce più originale e più autentica della narrativa statunitense del dopoguerra. Herzog, il romanzo della consacrazione, uscì nel 1964 e vinse il National Book Award l’anno seguente. È il sesto romanzo di Bellow, e segna un punto di maturità irripetibile, il momento in cui tutti gli elementi della sua scrittura trovano finalmente equilibrio: l’erudizione e la comicità, il tormento esistenziale e il desiderio erotico, la riflessione filosofica e la scena di vita quotidiana resa con precisione quasi cinematografica. La personalità dello scrittore protagonista del libro ricorda molto da vicino quella dell’autore, secondo uno schema ampiamente collaudato nella letteratura anglosassone, e non solo. Moses Herzog è un intellettuale di mezza età, studioso di romanticismo, tradito dalla seconda moglie Madeleine, che lo ha lasciato per il suo migliore amico Valentine Gersbach. Il dolore della doppia perdita – la moglie, l’amico – lo precipita in una crisi che ha qualcosa di comico e qualcosa di grandioso insieme. La risposta di Herzog è singolare e potente: comincia a scrivere lettere. Lettere ossessive, torrenziali, indirizzate a chiunque: amici, parenti, filosofi morti, scienziati, al Presidente degli Stati Uniti, a Dio. Lettere che non spedirà mai. È questo il dispositivo narrativo intorno a cui Bellow costruisce tutto il romanzo: un flusso di coscienza epistolare che è insieme sfogo, autodifesa, requisitoria contro il mondo moderno e contro se stesso. Herzog scrive per non impazzire, o forse perché è già pazzo – la distinzione non è mai del tutto chiara, e Bellow la mantiene volutamente ambigua. Ma a fare compagnia al dotto e spiantato Herzog non ci sono soltanto quelle folli divagazioni metafisiche. Tutto il romanzo è pervaso di sessualità. È Ramona, la fioraia un tempo sua allieva alla scuola serale, donna sensuale e concreta, che riporta l’isterico protagonista all’intenso piacere del vivere reale. Herzog rappresenta, scrisse Philip Roth, che di Bellow è stato forse il più acuto esegeta, la prima spedizione protratta dello scrittore nell’immenso territorio del sesso: un territorio che Roth stesso avrebbe poi attraversato con riconosciuta e più spregiudicata sistematicità, ma che Bellow aprì con una delicatezza e una precisione psicologica che restano insuperate. Le pagine con Ramona sono tra le più belle del romanzo; il sesso come ritorno alla vita, come antidoto alla paranoia, come argomento contro la morte. Dopo una spericolata trasferta a Chicago per rivedere la figlia rimasta con l’ex moglie e il suo amante – Herzog lo chiama “il gondoliere” per via della gamba di legno che lo fa barcollare, con una crudeltà comica che dice tutto sulla sua incapacità di elaborare il lutto – il protagonista riesce piano piano a superare il dramma adulterino che gli è piombato addosso. Non guarisce nel senso clinico del termine. Smette semplicemente di scrivere lettere. L’ultima frase del romanzo è di una semplicità disarmante: At this time he had no messages for anyone. Nothing. Not a single word. Il silenzio come forma di pace o almeno di tregua. Roth definì Herzog “il Leopold Bloom della letteratura americana”, e il paragone non è peregrino. Come Bloom nell’Ulisse, Herzog è un uomo mediocre e grandioso insieme, un personaggio che pensa troppo e sente troppo, che porta il peso della cultura occidentale sulle spalle di un uomo qualunque alle prese con una moglie infedele e un mutuo. Come Joyce con Bloom, Bellow trasforma la sua fragilità in epica – l’epica del quotidiano, dell’intellettuale che non riesce a stare al mondo eppure non smette di amarlo.
Herzog è anche, in controluce, un grande romanzo sulla condizione ebraica in America. Moses Herzog porta un nome biblico e vive nella periferia borghese di New York e Chicago; è l’ebreo che ce l’ha fatta, che ha assimilato, che ha la cattedra universitaria e i vestiti buoni, e che nonostante tutto si sente ancora uno straniero, ancora vulnerabile, ancora esposto. La cultura è la sua armatura e la sua prigione insieme. Bellow era così: saggio, romantico, vanesio. Capace di scrivere pagine di filosofia spuria e di sessualità concreta nello stesso paragrafo, di passare da Hegel a una scena in cucina senza soluzione di continuità, con quella naturalezza che è il marchio dei grandi. Vinse il Nobel nel 1976. La motivazione ufficiale parlò di “comprensione umana e sottile analisi della cultura contemporanea”, ma la formula accademica non rende giustizia alla cosa vera: Bellow era uno scrittore che amava la vita con una voracità quasi indecente, e nei suoi libri si sente.
Angelo Cennamo