“I poeti sono amati ma solo perché non sanno stare al mondo”, scrive Saul Bellow ne Il dono di Humboldt. È da questa epigrafe morale, non dichiarata ma implicita, che sembra nascere Gioco di Prestigio, il nuovo romanzo di Luca Ricci edito da La Nave di Teseo, primo ritorno alla forma lunga dopo la quadrilogia delle stagioni e la raccolta Gotico Rosa. Il protagonista senza nome, come tutti gli altri di Ricci, è un disperato che ciondola dalle parti di Castel Sant’Angelo, in una Roma indifferente e invasa dai turisti. Non lavora, beve, non coltiva la resilienza ma la rassegnazione. Alla speranza preferisce un onesto cedimento, non fa nulla: esiste. È poeta nel senso che conta, non perché scriva versi, ma perché, come dice Franzen in Purity, per esserlo non occorre scriverli. La poesia, qui, è prima di tutto una postura esistenziale, un modo di stare, o meglio di non stare, al mondo. E non è evasione “richiede precisione, rigore. Il poeta le cose non può dirle male come fanno tutti: deve dirle bene.” Da qui la definizione più folgorante del libro, quella che ne contiene il senso: “La poesia è un piccolo granello di sabbia che rischia di inceppare il meccanismo del produci, consuma, crepa.” In un tempo in cui la letteratura viene arruolata a servizio di cause, mercati e identità certificabili, questa difesa della forma come resistenza ha il sapore di una provocazione seria, quasi anacronistica e proprio per questo necessaria. La trama, se così si può chiamare, è scarna per scelta. Il Chinaski di Ricci incontra lei, la tizia. Due disperati che sfuggono alle convenzioni, fuori dai radar, dalle bolle social, legati dalla privazione di tutto – nella povertà, la sola parola che non compare mai, la più scontata – e dalla sfiducia nella politica: “i migliori curano il cancro, vanno sulla luna, non fanno politica.” Tra i due vige una sola regola: non si chiede del passato. Ma il passato arriva lo stesso attraverso flashback autobiografici che si alternano al presente e che sono il cuore pulsante del romanzo. Una girandola di esperienze e di riferimenti culturali che spaziano da Omero al Portnoy di Roth, da Kafka a Ungaretti, da Moana Pozzi ai Sex Pistols, dai Los Angeles Lakers alla letteratura del Novecento europeo. La facoltà di Lettere a Pisa, “facoltà da sfigati”, la passione per i racconti come “moto carbonaro che lega pochi maniaci della forma di storie poco lette”, gli anni a Milano, i corsi di recitazione improbabili, il sesso con i trans, un portierato a Roma, i lavori precari. È in questi strati che “Ciuccia Nuvole” assomiglia meno a Bukowski e di più ai girovaghi selvaggi di Bolaño: un’intelligenza marginale che attraversa le esperienze come un detective senza meta, accumulando derive invece di prove.
Gioco di prestigio è molto dialogato, con un ritmo che avvicina il testo alla performance orale più che alla pagina scritta, e si regge su un principio etico condiviso dai due protagonisti: una gara a toccare il fondo, ad assaporare l’infimo. “Quando cominceremo a puzzare?… Abbiamo già iniziato.” Non c’è compiacimento in questa discesa, non c’è estetica dello squallore. C’è qualcosa di più antico e di più onesto: la convinzione che per comprendere il senso dell’umano devi toccare il fondo, non solo quello della bottiglia – il fango, la merda – rinunciando a tutto, anche all’illusione. Tutti i personaggi di Ricci stanno sull’orlo del baratro, tutte le sue storie hanno come sfondo l’abisso. Ma qui l’abisso viene scelto, quasi rivendicato, come l’unico terreno su cui ancora si può stare in piedi con dignità. Il controcampo ideologico è Cesare Salvioni, il bestsellerista engagé, la cui presenza funziona come un disturbo calibrato nella geometria del libro. In una delle scene finali, “Ciuccia Nuvole” lo affronta con la battuta più tagliente del romanzo: “Il suo impegno sociale è una scusa per nascondere il suo disimpegno letterario.” La frase colpisce perché eccede la finzione. Quanti Salvioni circolano nel panorama letterario contemporaneo? Il romanzo non risponde, ma la domanda è già una risposta, e il nichilismo del protagonista, che non pubblica, non si impegna, non produce, acquista per contrasto una sua forma paradossale di integrità. È da questi dettagli che si giudica uno scrittore, e Ricci dissemina il testo di frasi da appuntare. Una su tutte: “Mio padre non ha letto abbastanza per capirsi. Nessuno gli ha fornito gli strumenti adatti per andare in crisi a tempo debito.” Poche righe che contengono un’intera visione della letteratura come strumento non di conforto ma di crisi e di passaggio necessario. Il romanzo di formazione al rovescio: non si cresce, si scende. Ma si scende con gli occhi aperti. Ricci è da sempre un autore controcorrente, prima con gli amori e “altre forme d’odio”, poi con le stagioni come metafora dell’esistenza, ora con la poesia mai scritta. Argomenti demodé, come la letteratura del resto. Gioco di Prestigio è un romanzo sulla perdizione, ma anche sul rigore che la perdizione richiede se vuoi attraversarla davvero e non fingere di farlo. Dove si va quando tutte le strade sono finite? Ricci non risponde. Ma il titolo, forse, è già una risposta: un gioco di prestigio. Qualcosa che scompare davanti ai vostri occhi, e non sapete ancora se tornerà.
Angelo Cennamo