FOLLIE DI BROOKLYN – Paul Auster

Paul Auster è uno di quegli scrittori la cui opera è inscindibile dai luoghi che la abitano. Come Saul Bellow appartiene a Chicago e Philip Roth al New Jersey, Auster è il narratore per eccellenza di Brooklyn, tanto che il New York Times – nel tributo pubblicato dopo la sua morte – lo definì “il santo patrono della Brooklyn letteraria”, un titolo guadagnato sul campo molto prima che il quartiere diventasse simbolo di un’intera generazione di aspiranti scrittori. Auster è stato un autore versatile e prolifico: in media un libro all’anno. Il suo capolavoro, a detta di molti, resta Trilogia di New York, un’opera sperimentale e destabilizzante, capace di ridefinire i confini della narrativa non solo americana – e pensare che il primo dei tre racconti, Città di vetro, fu rifiutato ben diciassette volte. Ma Auster non è mai stato uno scrittore a effetto unico: se Mr. Vertigo seduce con la forza della storia e dei personaggi, Follie di Brooklyn commuove con la sua umanità complessa e leggera al tempo stesso. Il libro, che uscì nel 2005, è in apparenza il più semplice dei romanzi di Auster. Protagonista è Nathan Glass, divorziato, pensionato, sopravvissuto a un cancro: un uomo che si trasferisce a Brooklyn – il quartiere dove è nato ma dove non tornava da cinquantasei anni, e del quale non ricorda nulla – alla ricerca, come lui stesso ammette senza ironia, di un posto dove morire. Per occupare il tempo che gli rimane, comincia a scrivere “Il libro della follia umana”, una raccolta di burle e gaffes vissute con parenti e amici, una distrazione, un modo come un altro per non pensare al peggio. L’esistenza di Nathan sembra destinata a una quiete mesta e solitaria, ma il destino ha per lui altri piani. L’incontro fortuito con il nipote Tom, già brillante studente universitario e ora costretto a reinventarsi come taxista e poi come commesso in una libreria di usato, scuote l’equilibrio precario di Nathan e rimette in moto una serie di coincidenze che strutturano tutto il romanzo. Intorno ai due gravitano Harry Brightman, libraio-intrallazzatore dall’animo generoso, mercanti d’arte di dubbia onestà, insegnanti, designer, evangelici radicali, e la piccola Lucy, pronipote apparsa misteriosamente sulla scena senza dire nulla di sé, accompagnata da una figlia testardissima. La storia si popola di figure costruite con tale maestria da sembrare veri amici, le cui vicende, una volta terminate, lasciano un senso genuino della perdita. È qui che l’apparente semplicità della scrittura tradisce una complessità più profonda. Come dicevo, Follie di Brooklyn è costruito sulla logica del caso: incontri improbabili, ribaltamenti improvvisi, finali forse troppo rosei, eppure funziona, e funziona bene, perché quella stessa logica è il cuore filosofico dell’intera opera di Auster. Rileggerlo come ho fatto io alla stessa età del suo protagonista, sembra quasi uno scherzo architettato dall’autore. Dopo essere sopravvissuto al tumore, Nathan si riconcilia con la figlia Rachel e si innamora di Joyce, la sua vicina vedova. Ma proprio quando tutto sembra ricomporsi, un malore lo costringe a un nuovo ricovero in ospedale. Sarà dimesso – pensate – la mattina dell’11 settembre 2001. La scena finale è memorabile e terribile nella sua semplicità. Nathan cammina lungo il viale “sotto quello splendido cielo azzurro” e si dichiara felice, “l’uomo più felice che sia mai vissuto”, mentre il lettore sa già quello che lui ancora non può sapere: solo due ore dopo, il vento avrebbe spinto verso Brooklyn il fumo e la polvere di tremila corpi ammazzati. 

Angelo Cennamo

Standard

Lascia un commento