MENO DI ZERO – Bret Easton Ellis

 

 

Meno di zero - Bret Easton Ellis

 

Cos’è giusto? Se si vuole una cosa, è giusto prendersela. Se si vuole fare una cosa, è giusto farla

Tutte le volte che si parla di Bret Easton Ellis, prima o poi la discussione finisce su David Foster Wallace, sulla la rivalità, contesa, acredine, invidia? – chiamatela come vi pare – che si è scatenata tra questi due giganti della letteratura moderna americana, diciamola tutta, per futili motivi. Data la mia passione/amore per Wallace, per anni  mi ero imposto di non acquistare libri di Ellis – a dire il vero Ellis mi stava proprio sulle balle. Una vera sciocchezza. Ma quanto vi sto raccontando non è affatto interessante. Veniamo allora al romanzo, il primo di Ellis, pubblicato nel 1985, a meno di vent’anni, la stessa età del Moravia de Gli indifferenti. Meno di zero – Less than zero – è un libro senza trama, il ritratto di una gioventù bruciata, biondissima, abbronzatissima, vissuta, sopravvissuta sarebbe più corretto, negli ambienti glamour della Los Angeles degli anni Ottanta. Clay, voce narrante, è come gli altri un ragazzo annoiato, strafatto di cocaina e valium. Genitori divorziati, un padre manager con lifting e trapianto dei capelli – biondissimo anche lui – madre alcolizzata e sotto analisi come il figlio. Clay si divide tra Blair, con la quale ha o ha avuto una relazione – i due fanno sesso, si perdono, poi si ritrovano, lei ama lui, lui non ama lei, o forse si amano entrambi senza saperlo, senza averlo capito fino in fondo – e l’amico Julian, altro protagonista del romanzo, altro bel personaggio, ragazzo introverso, schivo, finito in un brutto giro di droga e di prostituzione. Giornate vuote, vite devastate dalla solitudine, logorate dal lusso, dall’ignavia. Lo chiamano “edonismo reganiano”, ma qui c’è molto di più. Ellis spinge sull’acceleratore e ci regala un racconto potente, crudo, senza pietà né tenerezza, con un finale in crescendo. Clay è figlio di Caulfield Holden – l’adolescente sbandato di Salinger, che dopo essere stato espulso dal liceo, bighellona per New York pur di ritardare l’annuncio della brutta notizia ai genitori – e di Alexander Portnoy, il ragazzo psicanalizzato del capolavoro giovanile di Philip Roth. Clay che da una cabina telefonica di Beverly Hills chiama il suo psichiatra e gli dice “Non credo che lei mi sia di grande aiuto”, prima di mandarlo affanculo, dà voce ad una nuova consapevolezza, è una delle scene più significative e riuscite di questo racconto, che con Imperial bedrooms, venticinque anni dopo, avrà il suo sequel. Mancano poche pagine alla fine, le migliori. La letteratura è alta quando sa interpretare un’epoca, tutto il resto è intrattenimento. Dieci e lode al giovanissimo Bret Easton Ellis.

Angelo Cennamo

Standard

CAPE FEAR – John D. MacDonald

 

CAPE FEAR - John MacDonald

 

“La notte era buia e il cielo era alto, e il mondo era un posto molto grande

Uscito la prima volta nel 1958, Cape Fear è uno di quei romanzi prima o poi destinati al cinema, indimenticabile la versione di Martin Scorsese con Bob De Niro nel ruolo di Max Cady. Di John MacDonald – unico scrittore di thriller ad aver vinto il National Book Award – in Italia sapevamo pochissimo prima che Mattioli1885 – casa editrice esperta nel ripescaggio di grandi autori americani semisconosciuti – si decidesse a ripubblicarlo con la collaborazione dell’ottimo Nicola Manuppelli, traduttore anche di altri scrittori dimenticati come A.B. Guthrie, Andre Dubus e Don Robertson.

Cape Fear è un romanzo breve dalla trama perfetta e con pochi personaggi, tutti ben delineati dall’autore. Sam Bowden era un giovane tenente quando durante la guerra assistette, per caso, allo stupro di una quattordicenne ad opera di una recluta chiamata Max Cady. Sam avrebbe potuto fingere di non vedere, farsi gli affari propri, ma intervenne: denunciò lo stupratore, testimoniò al processo e Cady si beccò l’ergastolo. Da allora sono passati più o meno tredici anni. Sam oggi è uno stimato avvocato e ha messo su una meravigliosa famiglia. Max nel frattempo ha ottenuto uno sconto di pena ed è uscito dal carcere con un solo obiettivo: vendicarsi. Quando Sam se lo ritrova davanti non impiega molto a capire cosa lo attende. Cape Fear è un thriller ad alta tensione, denso di sfumature, nel quale ci si interroga su tema di grande attualità: farsi giustizia da sé quando lo Stato non ha gli strumenti per difenderci. Max Cady è un personaggio astuto, piomba nella vita tranquilla del suo accusatore come un sasso gettato in uno stagno: nell’acqua i cerchi si allargano, Max studia i movimenti dei figli di Sam – Nancy oggi ha la stessa età della ragazzina che violentò durante la guerra. Si nasconde, osserva, poi ricompare, le sue intenzioni sono chiarissime, ma è un cittadino libero e fermare i suoi propositi omicidi è complicato anche per la polizia. Cosa fare? La paura dei coniugi Bowden cresce pagina dopo pagina. Il racconto è una corsa contro il tempo, tutto sembra precipitare, il finale è incandescente.

Angelo Cennamo

Standard

INVERNO – Ali Smith

 

INVERNO - Ali Smith.jpg

 

Ali Smith, scozzese, classe 1962, si è imposta all’attenzione di mezzo mondo con un romanzo uscito nel 2017 intitolato Autunno, il primo di una quadrilogia ispirata alla ciclicità delle stagioni, della quale fa parte evidentemente anche il suo ultimo libro. Inverno è il racconto di una insolita vigilia di Natale vissuta da un blogger (Art), in Cornovaglia, in compagnia di sua madre (Sophia), della zia (Iris) e della finta fidanzata (Lux nei panni di Charlotte). Art è un personaggio poco empatico, un Peter Pan tecnologico che navigando in rete si è inventato uno strano mestiere: scova pirati di copyright e li segnala alle aziende. Art scrive articoli sulla Natura, ma con gli esseri umani non sembra avere la stessa dimestichezza che ha con i computer e gli smartphone. Alla vigilia di Natale offre mille sterline a una sconosciuta per portarla con sé in Cornovaglia e presentarla alla madre come la fidanzata Charlotte, con la quale ha da poco litigato. Lux è una ventenne piena di piercing, una sbandata apparentemente anche poco istruita “I polsi hanno quella sottigliezza della bambina che è stata fino all’altro ieri, le caviglie che sbucano dagli scarponcini sono nude e magre in modo commovente”. Nel corso della storia la finta Charlotte si rivelerà un elemento centrale, decisivo, forse il personaggio più riuscito del romanzo. E intorno alla sua identità, dichiarata, negata, inutilmente confessata, si dipanerà un divertente gioco di specchi dai riflessi filosofici. Inverno è un libro di non facile lettura, un condensato di mille storie nelle quali il privato si mescola al pubblico, il presente al passato: la Brexit, il clima, internet, i social, i migranti. Ali Smith scompone e ricompone la struttura del racconto, sovrappone ed estrapola. La sua scrittura segue un tracciato di essenzialità, la giusta scorciatoia per dire tanto con meno parole possibili. La prosa della Smith somiglia a quel gioco dei puntini, unendo i quali si disegna la figura intera. Perdersi nei suoi virtuosismi, in quell’incedere sincopato e sinuoso, nel suo realismo isterico – espressione coniata per un’altra Smith (Zadie), è la vera sfida per i lettori. Inverno è dissacrante, tenero e assurdo, una grande prova d’autore. Il romanzo postmoderno è ancora vivo e si muove nella direzione che ci indica Ali Smith.

Angelo Cennamo                                      

Standard

JULIE – Don Robertson

 

 

Julie - Don Robertson

 

Don Robertson è uno dei grandi sconosciuti della letteratura americana, un po’ come John Williams, l’autore di Stoner, o Chuck Kinder, il romanziere che ha ispirato Wonder boys di Michael Chabon. La stessa sorte sarebbe toccata forse anche a John Fante se un giorno Charles Bukowski non fosse rimasto folgorato dal suo Chiedi alla polvere e non ne avesse preteso dal suo editore la ripubblicazione. Il Bukowski di Robertson, in Italia, è Nicola Manupelli, traduttore e divulgatore della sua intera opera con Nutrimenti, editore particolarmente attento alla narrativa d’oltreoceano, e che oltre a Robertson pubblica scrittori del calibro di Percival Everett, John Hart, Kent Anderson, John Hart.

Julie è un romanzo rimasto eccezionalmente inedito finora, e pubblicato per la prima volta in questa edizione a livello mondiale. Manuppelli ne ha scoperto l’esistenza conversando un giorno con Sherri Robertson, la vedova dello scrittore. Julie è Julie Sutton, personaggio presente anche in altre opere dello stesso autore, che amava intrecciare le trame dei suoi libri quasi a farne un unico grande romanzo. Attraverso la sua voce, la voce narrante, Robertson mescola il pubblico al privato e finisce per raccontare un pezzo importante della storia americana, dagli anni della Depressione alla rivoluzione sessuale del 1968, passando per la seconda guerra mondiale, la Corea, il Vietnam, l’assassinio di JFK. Leggendolo mi sono ricordato di un altro libro che ho amato molto: Gli anni, il capolavoro di Annie Ernaux, che di questo finto memoir ne è la versione europea. Un padre alcolizzato e inconcludente, una madre mangiatrice di uomini, la vita di Julie diventerà presto una progressione di solitudine e amarezze. La passione per la musica – Julie è una pianista – resta sullo sfondo. Al centro della scena c’è soprattutto il breve e doloroso rapporto tra lei e Morris Bird III, il giovane amore svanito per sempre, che la protagonista cercherà disperatamente in dieci, cento altri uomini “truppe di amanti”. Julie è una donna traviata, come sua madre, ormai “perduta e logora”, senza approdi sicuri oltre i ricordi “Io amo più di quanto mi ricordi davvero di aver amato”. Robertson ne tratteggia la personalità con maestria, precisione, mostrandone la tenerezza, l’infelicità, la lussuria. La sua scrittura non è uguale a quella di nessuno, diceva di lui Stephen King, autore cresciuto nel culto di Don Robertson e al quale più di una volta ha confessato di ispirarsi. Julie è un libro prezioso, doloroso e commovente, un capolavoro rimasto sconosciuto per troppo tempo. Grazie a Nutrimenti e a Nicola Manuppelli per avercelo riportato in vita.

Angelo Cennamo                          

 

Standard

LA MIA OMBRA E’ TUA – Edoardo Nesi

 

 

EDOARDO-NESI-LA-MIA-OMBRA

 

Io non ho una casa, solamente un’ombra, ma tutte le volte che avrai bisogno d’un’ombra, la mia ombra è tua”.

Da questa citazione tratta da “Sotto il vulcano” di Malcolm Lowry prende le mosse l’ultimo libro di Edoardo Nesi, scrittore toscano già vincitore del premio Strega con Storia della mia gente, e traduttore, tra l’altro, di Infinite jest, romanzo cult di David Foster Wallace “La cosa più difficile che ho fatto nella mia vita”. Nesi ha scritto una commedia divertente con pochi personaggi, ambientata tra le colline fiorentine e Milano. I protagonisti sono uno scrittore di successo che ha pubblicato un solo romanzo venticinque anni prima (Vittorio Vezzosi), e il suo giovane assistente (Emiliano De Vito, detto Zapata). Nell’eremo di campagna nel quale Vezzosi si è rintanato col suo maggiordomo di colore, il tempo sembra essersi fermato agli anni Ottanta e Novanta. Vezzosi è un nostalgico, vive di ricordi, combatte la solitudine con vini d’annata e cocaina, e con falsi pretesti continua a rimandare la consegna del manoscritto del suo ultimo libro ( ma esiste per davvero?). Emiliano – voce narrante del romanzo – è un ragazzo goffo, senza nessuna esperienza, incapace di vivere come vivono gli altri. In tasca ha una laurea in Lettere Antiche presa con 110 e lode, ma non sa che farsene. Il viaggio a Milano, dove Vezzosi è attesissimo per parlare ad una fiera sugli Anni Ottanta, sarà per i due l’occasione per mettersi a nudo e confessarsi sogni, debolezze, amori interrotti. E’ questa la parte più interessante del racconto. Nesi ci regala un On the road in salsa italiana. Vezzosi ed Emiliano partono con una vecchia Jeep senza sportelli e parabrezza; è un viaggio fuori dal tempo che ci riporta a quello di Marty McFly e Doc Brown in Ritorno al futuro. Ai due capiterà di tutto, arriveranno perfino a scambiarsi i ruoli, con il nerd che darà suggerimenti all’uomo di mondo. Vezzosi non vede l’ora di ritrovarsi a Milano, ma i libri e il successo hanno poco a che vedere con quella destinazione. Siamo alle battute finali, le ultime trenta pagine sono commoventi, le migliori di questo romanzo denso di riflessioni sul passato – “Il vecchio è meglio del nuovo”, dirà uno dei personaggi – sul mondo dei social, la buona letteratura (Foster Wallace ritornerà), sull’amore.

Angelo Cennamo

Standard

IL SEGRETO DI BALLERUP – Francesca Sbardellati

 

Il segreto di Ballerup - Francesca Sbardellati

 

Francesca Sbardellati è una giovane scrittrice romana che ho conosciuto attraverso il blog, navigando sui social. Era alle prese con il suo romanzo d’esordio e lo aveva trasformato in un caso editoriale prima ancora che venisse pubblicato.

Il segreto di Ballerup – questo il titolo del libro – racconta una storia densa di argomenti e di suggestioni, la storia di un’amicizia tra due ragazzine, che nel corso del racconto diventeranno adulte. Linda Toleman e Greta Olmens abitano in un palazzo nobiliare nel cuore di Copenaghen. Linda è la figlia del portiere, un tempo proprietario dello stabile. La madre di Greta è invece una nota scrittrice danese, donna tanto affascinante quanto scorbutica, innamorata esclusivamente del proprio successo. La differente condizione sociale, ma anche la diversa personalità delle giovani amiche è plasticamente rappresentata dalle loro abitazioni: Linda vive in un seminterrato poco illuminato, Greta in un attico milionario dal quale riesce a vedere perfino la Svezia, e a coltivare un’idea di bellezza che non ammette confini. Dal suo bassofondo, Linda impara a cogliere i dettagli della quotidianità, particolari apparentemente insignificanti che un giorno si riveleranno utili per la sua professione di psicologa. “Il gioco delle scarpe” è il passatempo preferito dalle due amiche: dalla finestrella del seminterrato, Linda e Greta osservano i piedi dei passanti e provano a ricostruirne il carattere, lo stile di vita. Ma gli anni passano in fretta e i sogni cambiano. Quello di Linda è diventare madre. E’ un sogno smodato, il suo. Un’ossessione feroce che la porterà sull’orlo dell’abisso.

Il tracciato seguito dalla Sbardellati è duplice: il racconto dell’amicizia è intervallato da una serie di colloqui che oggi Linda tiene con il suo medico all’interno di un reparto psichiatrico. Cosa le è accaduto? Questo attiene alla struttura. Sul piano temporale, invece, la vicenda è ambientata negli anni Duemila, nei giorni d’oggi; eppure tutta la narrazione ha un sapore antico: nel libro non ci sono espliciti riferimenti alla modernità, non troverete parole come smartphone, computer, file, social; c’è una musica di sottofondo, ma è una musica classica. Tutto è avvolto nella classicità: i luoghi, i sentimenti, i dialoghi tra i personaggi, perfino la prosa della Sbardellati: raffinata, elegante, sobria. Ma ciò che colpisce di più di questo romanzo, fuori da ogni schema-filone-canone italiano – una storia d’amore? Direi di no. Un Noir psicologico? Forse – è il gioco di specchi creato dall’autrice intorno alla storia, un continuo rincorrersi tra verità e finzione con ampi margini di interpretazione; uno spazio bianco nel quale il lettore è chiamato a decidere cosa è reale e cosa non lo è. Il segreto di Ballerup è un’acqua cheta che preannuncia burrasca. Ma non finisce qui, la storia continua.

Angelo Cennamo

Standard

L’ULTIMO SPETTACOLO – Larry McMurtry

L'ultimo spettacolo - Larry McMurtry

Larry McMurtry è stato un romanziere, un saggista, soprattutto uno sceneggiatore per cinema e tv. Gran parte delle sue storie le ha ambientate nel vecchio West o nel Texas: Lonesome Dove e Le strade di Laredo le opere più conosciute. L’ultimo spettacolo esce in America nel 1966, in Italia arriva quarant’anni più tardi, pubblicato da Mattioli 1885 con la traduzione dell’ottimo Seba Pezzani. McMurtry racconta la vita di provincia in una sonnolenta cittadina texana chiamata Thalia, a Nord di Dallas. Siamo negli anni Cinquanta. Qui un gruppo di ragazzi, Duane e Sonny su tutti, trascorrono le giornate tra la scuola, il basket, il cinematografo e la sala da biliardo di Sam the lion, un uomo anziano segnato dalla morte dei suoi tre figli giovanissimi, e che ora si prende cura di un ragazzo senza famiglia, disabile. Sam è un personaggio meraviglioso, il vero protagonista del romanzo. Saggio, prudente, disincantato, il vecchio Sam sembra uscito dalla trilogia della Pianura di Kent Haruf, e anche Thalia ricorda molto la cittadina di Holt, nel Colorado, il luogo dove Haruf colloca le sue storie rurali e malinconiche. La scoperta del sesso, il sesso proibito, è uno dei temi centrali del romanzo: le pagine che raccontano la relazione tra il giovane Sonny e la moglie del suo coach di basket, Ruth Hopper, quarantenne malata di cancro, evocano altri capolavori della letteratura; sono pagine cariche di tenerezza. Ruth è tra i personaggi più riusciti del libro, gli adulti lo sono più dei giovani. La sua fragilità, i sensi di colpa, la paura di invecchiare esorcizzata attraverso l’adulterio ne fanno un’eroina triste, molto umana, vera. McMurtry è molto abile nel disegnare i ruoli femminili. Oltre Ruth, le disinibite Lois e sua figlia Jacy, l’attempata ma sempre seducente Genevieve, e la prostituta Jimmie Sue, ingaggiata da Sonny e Duane per svezzare il povero Billy “era talmente brutta da risultare provocante”. Tante risate, tanta commozione, tanta America.

Angelo Cennamo

Standard

GOODBYE, COLUMBUS – Philip Roth

Goodbye, Columbus - Philip Roth

 

Il premio Pulitzer nel 1997 con Pastorale Americana, la National Medal of Arts alla Casa Bianca nel 1998, tre Pen/Faulkner Awards, la Golden Medal per la Narrativa: nella bacheca di Philip Roth è mancato solo il Nobel, ma poco importa; nessuno è stato più grande di lui tra gli scrittori americani del Novecento, dopo William Faulkner. “Il culmine di un enigma irrisolto nella letteratura ebraica dei secoli XX e XXI” lo definì una volta Harold Bloom, il decano, il critico più schizzinoso degli Stati Uniti. Tanto per rimanere sui premi, nel 1960 Roth si aggiudicò il National Book Award con il suo libro d’esordio Goodbye, Columbus. Siamo nella prima parte della stagione rothiana, quella del figlio, la fase dell’eresia, della ribellione, ai valori borghesi e alla religione. Neil Klugman è un giovane bibliotecario da poco laureato in filosofia. Vive in un quartiere povero di Newark, nel New Jersey. Brenda Patimkin è una bella fanciulla di Short Hills, un sobborgo lussuosissimo, quasi inaccessibile a spiantati come Neil. I due si conoscono per caso nella piscina di un club. Nasce una storia d’amore tenera e vivace, ma insieme all’amore anche una serie di incomprensioni legate alla differente condizione sociale e a una diversa educazione sessuale. E’ un’estate speciale per la famiglia Patimkin: i preparativi per le nozze di Ron, fratello di Brenda, mettono agitazione, generano caos. Tutto il racconto è ambientato a casa di Brenda, dove Neil viene ospitato proprio nei giorni di maggiore fibrillazione. In Neil è facile riconoscere il giovane Roth. Neil è Philip Roth prima ancora che Roth inventi il suo alter ego Nathan Zuckerman. L’imbarazzo del giovane protagonista che, dialogando con la madre di Brenda finge di essere un ebreo ortodosso, diventerà uno dei temi ricorrenti nei successivi romanzi, da Lamento di Portnoy all’invenzione-finzione di Carnovsky, il libro contro gli ebrei scritto da Zuckerman che farà morire di crepacuore il padre dello Scrittore fantasma. Il sesso, la testardaggine, la declinazione laica di un sentimento religioso a volte soffocante: in Goodbye, Columbus ritroviamo tutti gli ingredienti della tradizione letteraria di Roth, coniugati con una scrittura forse ancora acerba ma dal tratto già riconoscibile. I dialoghi tra Neil e Brenda, lo spessore dei due protagonisti, sono sicuramente le cose migliori di questo gioiello di costruzione e tecnica narrativa di appena 123 pagine, magnificamente tradotto da Vincenzo Mantovani e corredato da altri cinque racconti brevi.

A differenza di quelli fra noi che vengono al mondo ululando, ciechi e nudi, Philip Roth è comparso con unghie, denti e capelli, sapendo già parlare”  Saul Bellow.

Angelo Cennamo

Standard

L’ATTIMO PRIMA – Francesco Musolino

 

L'attimo prima - Francesco Musolino

Solo quando andiamo in frantumi sappiamo di cosa siamo fatti”

Lorenzo, 25 anni, lavora in un’agenzia di viaggi di Messina. L’infanzia l’ha trascorsa a La bella tavola, il ristorante dei suoi genitori “Accovacciato, seduto sulle piastrelle, quella era la prospettiva attraverso la quale guardavo il mondo intorno”. Una laurea stentata in biologia e un sogno: fare lo chef. E’ questo, grosso modo, il plot de L’attimo prima, romanzo d’esordio di Francesco Musolino, giornalista e critico letterario messinese, attento ai linguaggi giovanili e molto attivo sui social. La storia raccontata da Musolino è in parte ambientata nel ristorante di famiglia, tra gli odori e i sapori della buona cucina mediterranea, in parte nell’agenzia di viaggi dove attualmente si guadagna da vivere con un nodo in gola. Leandro e Sara, papà e mamma, da giovanissimi avevano varcato lo Stretto per realizzare il sogno della vita: cucinare. La bella tavola è un luogo felice, colorato, musicale, il perimetro di un amore grande, generoso, l’amore che lega Leandro a Sara, e che si riversa sui loro figli: Lorenzo ed Elena. E’ questa la dimensione nella quale Lorenzo vuole realizzarsi. Ma una domenica mattina di fine estate, di colpo, tutto cambia. Il tempo, la vita, il respiro, i sogni, le speranze: ogni cosa rallenta fino a fermarsi. In Giappone la chiamano Kintsugi: la tecnica di riparare con l’oro. Kintsugi è la parola che Elena, grande viaggiatrice, ripete a Lorenzo per aiutarlo a rialzarsi, a rimettersi in cammino. L’attimo prima è una fiaba moderna, un romanzo sui sogni interrotti, sul dolore, lo smarrimento, ma anche un inno alla vita, alla sua bellezza. Una storia tenera, raccontata con uno stile garbato e brioso. Leggendo il libro ho ritrovato le atmosfere di un paio di romanzi americani che ho molto amato, la stessa brillantezza, la stessa commozione: L’opera struggente di un formidabile genio di Dave Eggers e Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer. La scrittura di Musolino plana dall’alto e scorre luminosa, disegnando un mondo di sentimenti veri, intensi, struggenti. Musolino ha il talento della leggerezza, direbbe Calvino.

Angelo Cennamo

Standard

IL CANONE ITALIANO

 

 

Durastanti

Il romanzo, nella forma che abbiamo conosciuto fino ad oggi, ha ancora un futuro? Da anni se ne discute senza mai arrivare ad una conclusione certa, inopinabile, che chiuda definitivamente il cerchio. Di romanzi recenti che hanno smentito le voci più crepuscolari e pessimiste sulla sopravvivenza della narrativa italiana e straniera, ne abbiamo letti a decine. Inutile stare qui ad elencarli. Il romanzo è ancora vivo e lotta insieme a noi. Andando oltre, una domanda che mi viene posta con una certa frequenza da amici e lettori è invece la seguente: “Qual è, secondo te, il più grande scrittore italiano vivente?”. Silenzio. Ci penso un attimo. Mi vengono in mente nomi diversi. Fosse ancora vivo Camilleri, risponderei che è lui il più grande di tutti. Ma Camilleri è morto, sicché devo ricominciare a pensare. Piperno? Busi? Elena Ferrante? Missiroli? Moresco? Mari? Dopo aver letto “La straniera” di Claudia Durastanti mi verrebbe da rispondere che è lei il più grande scrittore italiano vivente. Ma forse sarebbe un abbaglio. Sì, perché lo scrittore più grande lo individui non solo per il talento che esprime nei libri che pubblica, ma anche per la continuità del suo talento. Il grande scrittore si misura sulla distanza. Posto che in Italia non abbiamo, né avremo mai, autori come Philip Roth o Stephen King, che hanno sfornato decine di capolavori, ma un gruppo più o meno nutrito di bravi – alcuni bravissimi – romanzieri che si sono fermati a 4/5 buoni libri, alternandoli ad opere di basso pregio, sarebbe più interessante spostare il tiro su un altro tema: esiste o non esiste un canone italiano, una traccia, un’impronta che renda la nostra letteratura riconoscibile e diversa da tutte le altre? Io dico di sì. Esiste per esempio nel romanzo sociale o Noir che dir si voglia, nel cui filone ritroviamo gli umori e le suggestioni della provincia, le tradizioni, le radici di ogni territorio. Esiste nel cosiddetto mainstream, in opere recenti come la quadrilogia della Ferrante o nel compendio della borghesia pariolina – vita, stile, azione, slang – contenuto nei libri di Piperno. Esiste nei racconti di Luca Ricci, che mescolano e declinano nella modernità la tradizione di Moravia, Flaiano, Buzzati. Esiste nel melting pot di molte altre voci giovanili, indirettamente eredi di una certa narrativa Usa – Foster Wallace? – e di una storia a volte ingombrante ma filtrata attraverso i nuovi linguaggi del web.

Angelo Cennamo

Standard