IL VELO NERO – Rick Moody

IL VELO NERO - Rick Moody

Comincio dalla fine. Se non vi è ancora capitato di leggere i libri di Rick Moody, fatelo, e partite da questo. Per anni abbiamo importato poca narrativa dagli Stati Uniti – Americana di Don DeLillo, tanto per citare un esempio, arrivò in Italia con trent’anni di ritardo e solo grazie a un piccolo editore napoletano: Tullio Pironti. Per tradurre in italiano Infinite Jest, Sandro Veronesi mise su una casa editrice a proprie spese. Oggi siamo sommersi di romanzi americani di ogni genere. Non sono tutti dei capolavori, e orientarsi in questo mare magnum di titoli e recensioni accattivanti, in molti casi si tratta di veri e propri spot pubblicitari, non è semplice. Americana di Luca Briasco è un manuale dettagliato, istruttivo, illuminante, che vi potrà tornare utile almeno per una prima selezione di autori, alla quale però è sfuggita, chissà perché, Rick Moody, tornato di recente nelle librerie italiane con La nave di Teseo.

Il velo nero è un memoir che si legge come un romanzo. Racconta la storia di un ragazzo annichilito dall’alcol, dalla droga, e dalla depressione. Questo ragazzo è Rick Moody “Io stesso sono l’argomento di questo libro”. Un libro scritto come la sua vita “a ritmo di spasmi, in un modo più vicino all’epilessia che alla narrazione”. Moody si mette a nudo, dà in pasto al lettore la propria intimità, senza filtri, senza pudore forse. Leggendo mi sono venuti in mente altri due romanzi che seguono lo stesso tracciato e che ho amato molto: Il male oscuro di Giuseppe Berto e Il re pallido di David Foster Wallace, scrittore al quale Moody è vicino per stile – massimalismo argomentativo – e intensità. Come Berto e Wallace, Moody elabora il dolore e lo trasforma in letteratura, alta letteratura. La sua storia personale si intreccia con quella di un antenato, che scopriamo essere stato il protagonista di un racconto di Nathaniel Hawthorne intitolato “Il velo nero del pastore”. Dopo aver ucciso involontariamente un amico, il trisavolo di Moody se ne andò in giro per il resto della sua vita con il viso coperto da un velo che non tolse neppure in punto di morte. Il velo della vergogna diventa nel memoir del giovane Rick il manto triste dell’autodistruzione, il buio nel quale lo scrittore newyorchese viene risucchiato con forza. Cos’è questa dannata malinconia? Si chiede Moody nel lungo flusso di incoscienza, audace, sincero e denso di umanità che forma il libro “La malinconia non si riferisce a nulla. La malinconia ha uno stile o un modo ma nessun oggetto. La malinconia è un modo di pensare, un modo di pensare al pensiero, e ha bisogno di consumare la propria vittima“. Sono pagine strazianti, crude, poetiche, quelle che raccontano il ricovero nell’ospedale psichiatrico, ultima tappa di un girone dantesco senza fine  “Cosa avevo imparato? Avevo imparato che il mio passato non esisteva se non nelle interpretazioni del passato“. Se coltivate l’ambizione di scrivere, leggete Rick Moody e vedrete che vi passerà presto.

Angelo Cennamo

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MARS ROOM – Rachel Kushner

Mars Room - Rachel Kushner

Nessuno vive nel futuro. Il presente, il presente, il presente. Questo continua a essere la vita

Romy Leslie Hall, 29 anni e due ergastoli da scontare nel penitenziario di Stanville, California. Romy si esibiva al “Mars Room”, un locale notturno di San Francisco frequentato da reietti come Kurt Kennedy, reduce dal Vietnam, disabile, l’uomo che continuava a perseguitarla, sempre, ovunque. Kurt è la vittima e il carnefice di questa storia di ossessioni e di bellezze sfregiate dalla miseria e dalle droghe. Vite sprecate, lacerate, distrutte da un destino infame, già scritto. Il romanzo si apre con un cellulare della polizia che di notte, lontano dalla curiosità e dagli occhi indiscreti della gente, trasferisce un gruppo di detenute nella prigione di Stanville. Qui Romy dovrà reinventare, rimodulare quel che resta della propria esistenza, adattarla ai nuovi ritmi, le nuove compagnie “Amici non ce ne sono. I sentimenti degli altri non ti riguardano”, ai nuovi spazi. Non è mai stata una ragazza libera, Romy. Non lo era neppure al “Mars Room”. Prigioniera fuori e dentro. Prigioniera della sua bellezza molestata, barattata, della sua rabbia, la sua indignazione. Al “Mars Room” le insegnavano a spillare soldi agli uomini “Gli uomini sono portafogli che camminano”. Romy non è innocente, non cerca riscatti. Un professore del carcere, Gordon, altro protagonista del romanzo – anche lui vittima come tutti gli altri personaggi di questo girone dantesco che è Stanville – finirà per invaghirsi di lei. Le procurerà libri come Il buio oltre la siepe – che fantasia, Gordon. Le storie delle altre detenute, a cominciare da Conan, donna dall’identità sessuale borderline, fanno da corollario alla vicenda di Romy, raccontata su diversi piani temporali – dentro e fuori dal carcere. I fidanzati, i molestatori, la madre morta in un incidente d’auto, il figlio Jackson, sua ultima risorsa. L’ultimo grumo di vita in cui riporre una speranza, l’ultimo contatto col mondo esterno. Che ne sarà di lui? “Gli ho dato la vita. E’ dare molto. E’ il contrario di niente. E il contrario di niente non è qualcosa. E’ tutto”. Mars Room è un romanzo che ti resta addosso. Rachel Kushner ha scritto una storia violenta, dannatamente vera, commovente. Le ultime pagine del libro sono tra le cose migliori che ho letto da qualche anno a questa parte. In Romy Hall ho rivisto la Romana di Moravia, la bellezza mortificata dalla lussuria e dalla bestialità di certi uomini. E’ un romanzo sull’ossessione e sul significato della libertà, claustrofobico, dalle atmosfere cupe, viscerale, profondamente umano e straziante. Una prova d’autore ampiamente superata dalla Kushner, autrice di altri bei libri come Telex da Cuba e I lanciafiamme. E’ lei l’erede di DeLillo.

Angelo Cennamo

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TEMPESTA DI GHIACCIO – Rick Moody

Tempesta di ghiaccio - Rich Moody

Dicembre 1973, un’ondata di gelo blocca gli Stati Uniti. Intere città rimangono isolate nel ghiaccio. Tutto si ferma. In una piccola località del Connecticut, New Canaan, due famiglie di amici – gli Hood e i Williams – cedono alla routine della vita matrimoniale spingendosi in un gioco erotico pericoloso che non lascerà loro scampo. I figli, adolescenti irrequieti e annoiati, storditi dalle droghe e dalla compulsività televisiva, sono scossi dai primi turbamenti del sesso. Benjamin Hood ha una relazione apparentemente segreta con Janey Williams “Forse scopava per protestare contro l’idea di famiglia, per sfuggirne le costrizioni”. Benjamin è amico di Jim Williams, il marito della sua amante. Jim Williams. Un brav’uomo “Lui e sua moglie erano molto affiatati, davvero. Per esempio, nell’evitare ogni contatto intimo”. Fuori, il gelo ferma il tempo. Dentro, la tempesta emotiva che disgrega i due nuclei familiari – la sera della tormenta trascinati in un perverso scambio di coppia organizzato in una villa vicina – travolgerà ogni cosa, e costringerà tutti i protagonisti, ragazzi e adulti, ad un redde rationem dolorosissimo. Rick Moody ha scritto una storia di lussuria – siamo in piena rivoluzione sessuale – e di incomunicabilità, una storia ferocissima nella quale però non mancano momenti di leggerezza e di comicità, con un finale thriller.

Tempesta di ghiaccio è uscito negli Usa nel 1994 – le turbolenze familiari di Franzen arriveranno almeno sette anni dopo – ed è il secondo romanzo di Moody, forse il più riuscito. In Italia lo ha riportato in libreria La nave di Teseo, lo stesso editore che ha pubblicato due dei premi Pulitzer degli ultimi anni: Less di Andrew Sean Greer e The overstory di Richard Powers. Adoro Rick Moody; trovo che sia tra i migliori scrittori della sua generazione, quella di Eugenides, Chabon, Egan, Everett, anche se qui da noi è meno conosciuto degli autori che ho citato (non chiedetemi perché, non so rispondervi).

Per la scrittura massimalistica, così virtuosa e ricca di lemmi e di sfumature, per la struttura camaleontica delle sue trame – è capace di cambiare più registri anche nella stessa frase – soprattutto per la propensione a scavare nel dolore con un tono quasi beffardo oltre che poetico e malinconico, Moody ricorda molto David Foster Wallace. Forse lo adoro anche per questo. Cos’altro posso aggiungere: leggete tutto di lui, magari partendo proprio da questo libro.

Angelo Cennamo

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CANCELLAZIONE – Percival Everett

CANCELLAZIONE - Percival Everett

Percival Everett è uno scrittore afroamericano non abituato a esprimere indignazione sociale. È un ruolo che non gli appartiene e che lascia volentieri ad altri: Toni Morrison, Colson Whithead, Paul Beatty e via discorrendo. Everett non scrive per testimoniare né per denunciare discriminazioni razziali. Sa di avere i capelli ricci, la pelle marrone, il naso largo, ma alla razza non c’ha mai creduto. Percival Everett vuole essere uno scrittore. Punto. Nella finzione del romanzo, Everett è Thelonious “Monk” Ellison, scrittore afroamericano radical chic laureatosi ad Harvard, che vive “nei turbini dell’astrattezza” e scrive romanzi di nicchia, illeggibili, noiosi: rielaborazioni di Euripide e parodie dei poststrutturalisti francesi, romanzi poco realistici, lontani dai problemi dei neri. Ma Monk è una stramba eccezione anche dentro la sua famiglia, composta di soli medici: suo fratello Bill è un chirurgo plastico sposato con figli, ma gay. Sua sorella Lisa fa la ginecologa in un ambulatorio di frontiera e ha divorziato dal marito. Medico lo era anche il padre, che nel corso del racconto, scritto in prima persona e strutturato come un diario, compare nell’album dei ricordi di Monk come un genitore saggio, comprensivo, particolarmente affezionato al figlio scrittore, e con qualche peccato di gioventù destinato ad allargare lo stato di famiglia. Monk si muove tra due fronti: deve prendersi cura della madre ammalata di Alzheimer – Everett è abilissimo nel dare voce e corpo alla signora Ellison, nel raccontare la sua sbadataggine, i vuoti di memoria, le dolorose sfumature della malattia – e convincere il suo editore a pubblicare il nuovo romanzo, illeggibile come i precedenti. Di fronte all’ennesimo rifiuto, Monk ha un’idea geniale: mette da parte il manoscritto al quale ha lavorato per anni, e con uno pseudonimo, in poche settimane, scrive un libro pieno di luoghi comuni sui neri, di volgarità, e lo intitola “Cazzo”. Un’apoteosi. Se non avete mai letto nulla di Percival Everett, cominciate da Cancellazione e ne apprezzerete tutte le sue doti migliori: la grande cultura, l’eleganza della prosa, l’ironia, la vena postmoderna, la struttura che si scompone e si ricompone nel corso della narrazione, lo spessore filosofico che viene fuori anche nei passaggi più leggeri della trama, l’umanità, l’originalità nella forma e nei contenuti. Leggendo della famiglia Ellison mi sono venuti in mente i fratelli Lambert de Le correzioni di Jonathan Franzen, ma anche I ragazzi Burgess di Elizabeth Strout: gli stessi conflitti, le stesse gelosie, lo stesso legame solido e invisibile. Cancellazione è un libro sui cliché nei quali la cultura di massa ha segregato per la seconda volta i neri, ma anche un divertente j’accuse rivolto a tanti scrittori di colore che sugli stereotipi hanno costruito le loro carriere.

Angelo Cennamo

       

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FEDELTA’ – Marco Missiroli

 

FEDELTA' - Marco Missiroli

Dopo aver letto un’infinità di commenti, analisi, su web e carta stampata, ho deciso di aprire un varco tra i romanzi americani incolonnati a mo’ di torre Eiffel sul mio comodino per inserirci  Fedeltà di Marco Missiroli, tornato in libreria dopo quattro anni con un libro attesissimo, chiacchieratissimo, pubblicato dal nuovo editore Einaudi. Subito dopo la sua uscita, ero rimasto colpito da una accorata recensione di Luca Briasco, anche lui – molto più di me – affaccendato con i Lansdale, Stephen King e Foster Wallace, che di questo libro – italianissimo – ne aveva decantato contenuti e stile, ma anche da alcune voci di dissenso rispetto al clamore dei più numerosi supporter, come quella di Marco Ciriello de Il Messaggero. E’ un romanzo che divide, mi sono detto. Non è il primo, non sarà l’ultimo. Ad ogni modo, avevo messo in conto di leggerlo perché Missiroli mi piace. Mi piace quello che dice, come lo dice soprattutto. Mi piacciono i suoi mondi, le inquadrature. Quelle di Libero Marsell di Atti osceni in luogo privato, che dallo spiraglio di una porta assiste incredulo all’adulterio della madre, e del piccolo Pietro di Senza coda turbato dai pizzini che un boss mafioso invia a suo padre, mi sono rimaste dentro. In Fedeltà di scene suggestive ce ne sono diverse, a cominciare dall’incipit, dallo scatto di Carlo Pentecoste verso la finestra. Carlo riconosce Margherita, sua moglie, seduta sul muricciolo, col cappotto amaranto, mentre legge un libro di Némirovsky – come nei romanzi precedenti anche in questo non mancano riferimenti letterari – “teneva una gamba accavallata e con la mano libera vegliava lo zaino”. “Vegliava lo zaino”, preparatevi a una lezione di lingua italiana. “Tua moglie mi ha seguita” dice Sofia, la giovane allieva al suo professore, nelle prime righe. Carlo e Margherita sono una coppia milanese come ce ne sono tante. Lui sognava di fare lo scrittore ma si guadagna da vivere con l’insegnamento, lei è un’agente immobiliare, ma le sarebbe piaciuto avere uno studio di architetto. Il loro matrimonio è minato dall’attrazione di Carlo per Sofia, e dalla infatuazione di Margherita per Andrea, il suo fisioterapista, bellissimo e bisessuale. Un doppio binario incandescente che anche nella struttura procede per passaggi repentini,  cambi di “inquadrature”. E’ un terreno scivoloso quello scelto da Missiroli, troppo facile inciampare nel già visto, cadere nei cliché. In un altro romanzo che pure ho amato molto – Gli autunnali di Luca Ricci – un marito, scrittore anche lui o aspirante tale, avverte il peso di un amore ormai logoro, di un matrimonio che sta per spegnersi. La storia di Fedeltà sembra complementare rispetto all’altra. Missiroli alza l’asticella della noia spingendo la sua coppia sull’orlo dell’abisso. E’ un crinale pericoloso, un gioco di malintesi, equivoci, desideri più o meno repressi. I due non precipitano, ma il rapporto ne risentirà. Fedeltà non è tanto un romanzo sul tradimento, quanto sulla difficoltà di resistere alle tentazioni “Siamo sicuri che resistere a una tentazione significhi essere fedeli?”. La storia di Carlo e Margherita – ma anche di Andrea, Sofia, la suocera di Carlo – si muove su due diversi piani temporali ed è ambientata tra la Romagna e Milano, una Milano dai colori pastello che ci ricorda i luoghi dove si consuma la straziante solitudine dell’architetto Dorigo di Un amore di Buzzati, ma anche la città di Morte di un uomo felice di Giorgio Fontana o di certe canzoni di Gaber e Jannacci. Il konw-how letterario di Missiroli è stratificato, Missiroli si porta dietro la parte più vivace e spendibile del Novecento – la lingua usata in questo libro è sublime, ricercata, al tempo stesso leggera, calda, briosa – e sa coniugare la tradizione con la modernità, mai scontata, rinnovandola, alimentandola di nuove strutture e di visioni ad ampio raggio. Ho divorato questo romanzo in ventiquattro ore, dopo aver letto Addio fantasmi di Nadia Terranova. Entrambi i libri sono candidati al premio Strega, entrambi meritano di vincerlo.

Angelo Cennamo

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ADDIO FANTASMI – Nadia Terranova

 

 

Addio fantasmi - Nadia Terranova

Di Nadia Terranova avevo già letto la bella storia d’amore ambientata nell’Italia degli Anni di Piombo, contenuta in un romanzo uscito qualche anno fa, intitolato Gli anni al contrario. La ritrovo oggi con Addio fantasmi, libro forse più vicino alle sue corde rispetto al precedente, di maggiore spessore emotivo, più maturo anche nella scrittura. E’ un romanzo breve, Addio fantasmi, ma largo, larghissimo, che dilata il tempo, i sentimenti, i ricordi. Denso di una percezione che la Terranova viviseziona strutturando il racconto in tre parti: il nome. Il corpo. La voce. Ida è una giovane donna siciliana, siciliana come l’autrice, la cui vita è stata segnata da un abbandono: quando aveva tredici anni, suo padre fuggì di casa senza alcuna ragione apparente “Mio padre, quella mattina¸aveva deciso di scivolare via, aveva chiuso la porta in faccia a me e a mia madre, immeritevoli di saluti e spiegazioni”. Il corpo di quell’assenza è ingombrante, è un vuoto fisico, Ida lo tocca ogni giorno “Fra il tramonto e la cena, l’assenza di mio padre tornava a visitarmi” interrogando se stessa e gli altri Non vuoi sapere che sono diventata grande, non ti interessa?”. Domande senza risposta che scavano, come una goccia con la roccia, la sua anima fragile di adolescente, poi di adulta. La voce del padre Ida la ascolta e riascolta nella registrazione di una musicassetta. E’ una voce che sembra venire dall’oltretomba, è la voce di un morto che non è morto, di un morto senza tomba. Quando sua madre la chiama perché vuole ristrutturare e vendere la casa familiare, Ida torna a Messina dopo oltre vent’anni. Tornare a casa ha qualcosa di omerico nella simbologia delle suggestioni. E’ un viaggio fatto soprattutto con il cuore e con la mente. Nel tragitto da Roma a Messina, Ida è accompagnata dai fantasmi di sempre, non sono andati mai via. Sono loro, quei fantasmi, ad aver riempito la sua vita, fino a trasformarsi in un’ossessione, una forza diabolica, lacerante, che è arrivata a minare i rapporti con i suoi familiari, la madre, il marito. Quello di Ida è un viaggio a ritroso attraverso i ricordi, ancora vividi, dolorosi, attraverso gli oggetti di un eterno presente. Ma è soprattutto un’occasione per fare i conti con quel groviglio di interrogativi inevasi, i traumi angoscianti, martellanti, un approdo per vincere la paura, una possibile catarsi, una luce in fondo al buio.

Di Addio fantasmi non mi ha solo colpito la bellezza e l’intensità della trama, la tenerezza della protagonista che diventa quella del lettore, trascinato abilmente da Nadia Terranova al centro della scena, ma anche la scrittura: cristallina, elegante, leggera come la brezza che soffia tra Scilla e Cariddi, ed uno stile narrativo a metà strada tra la Ferrante de I giorni dell’abbandono e Resta con me di Elizabeth Strout. Leggete e commuovetevi con  Addio fantasmi.

Angelo Cennamo

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MUCCHIO D’OSSA – Stephen King

Mucchio d'ossa - Stephen King

Nella vasta bibliografia di Stephen King, tra romanzi popolari e celebrati come It, Shining, L’ombra dello scorpione e Il miglio verde, Mucchio d’ossa passa quasi inosservato. Eppure alla sua uscita, nel 1998 – anno particolarmente fecondo per la letteratura americana – anche la critica più ostica verso la narrativa di genere giudicò il libro con favore. Come spesso accade, i titoli dei romanzi di King sono fuorvianti, sembrano scelti apposta per avallare il falso cliché dell’autore horror. Mucchio d’ossa fa pensare a scheletri, teschi, zombie che escono dai sepolcri e invadono le strade seminando il panico tra i passanti, ma nella storia raccontata da King non troverete nulla di tutto questo “Anche la più sagace caratterizzazione in un romanzo non è che un mucchio d’ossa” è una citazione che King prende in prestito da Thomas Hardy per dare il La al suo racconto. Una storia d’amore maledetta, recita il sottotitolo. E qui ci siamo. L’amore è quello di Mike Noonan, scrittore di successo che ricalca per certi versi la figura dell’autore – di spunti autobiografici nel libro ce n’è più di uno. Mike ha perso l’ispirazione a seguito della tragica morte della moglie e fa fronte agli impegni assunti col suo editore sfornando romanzi che ha scritto precedentemente, manoscritti messi prudentemente da parte per essere tirati fuori in tempi di magra come questi. Il blocco dello scrittore è dunque il tema centrale del libro, intorno al quale King fa ruotare anche altre tracce, come la storia di Mattie, la giovane vedova braccata dal suocero, disposto a portarle via la figlia con ogni mezzo. La vicenda giudiziaria nella quale Mike si lascia coinvolgere ha le atmosfere di un legal thriller di John Grisham: da un lato la ragazza di origini umili, dall’altro il potente imprenditore capace di smuovere mari e monti per assecondare ogni suo capriccio. Al centro, Mike, che di soldi con i suoi best-seller ne ha guadagnati abbastanza per ingaggiare un buon avvocato da mettere al fianco di Mettie, e che a quattro anni dalla morte della moglie sembra aver ritrovato la voglia di vivere e di innamorarsi. Cosa manca. Il paranormale. La casa di famiglia dove il romanziere in crisi si è trasferito per ricominciare a scrivere è abitata da un misterioso fantasma: rumori, voci, strani richiami. Cosa nasconde quel luogo? Mucchio d’ossa è un romanzo ben strutturato, scritto magnificamente, e leggendolo vi sorprenderete di trovare vecchie conoscenze, personaggi già incontrati in altri libri di King: William Denbrough, lo scrittore di It, Norris Ridgwick, il poliziotto di Cose preziose, Ralph Roberts, il protagonista di Insomnia.

Angelo Cennamo

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ROSSO AMERICANO – Rick Moody

Rosso americano - Rick Moody

Hiram Frederick Moody III, scrittore e musicista newyorchese meglio conosciuto con lo pseudonimo di Rick Moody, allievo di John Hawkes dal quale ha attinto il piglio sperimentalista, il coraggio di esplorare nuove forme di scrittura e di intrattenimento infrangendo i vincoli e le regole più comuni  della tradizione.  Ha collaborato con riviste prestigiose come  “Esquire”, “New York Times”, “Harper’s” e “New Yorker”. Spesso viene accostato ad autori del passato come Updike e Cheever, io invece trovo che Moody somigli solo a sé stesso e al suo (quasi) coetaneo David Foster Wallace per il massimalismo, il virtuosismo retorico della prosa a volte schizofrenica (realismo isterico) e per come riesce, specialmente in opere più autobiografiche come Il Velo Nero, a incunearsi nelle pieghe del dolore, a raccontarci il dolore in ogni sua sfumatura, anche la più invisibile. Purple America (Rosso Americano) – uscito negli Usa nel 1997, lo stesso anno di Pastorale Americana di Philip Roth, Underworld di Don DeLillo e Mason & Dixon di Thomas Pynchon, e pubblicato in Italia da La nave di Teseo – è il romanzo della consacrazione di Moody dopo i primissimi successi Carcasi batterista, chiamare Alice e Tempesta di ghiaccio. La storia è tragicomica e per certi versi riflette il modo di scrivere dell’autore, che con poche parole messe nella stessa frase è capace di farci ridere ma anche di mozzarci il fiato. Tutto accade in quarantotto ore, un tempo breve che nel romanzo però si dilata all’inverosimile. Hex Raitliffe è un trentottenne balbuziente alcolizzato con “massicci occhiali da saldatore legalmente-non-vedente-incapace-di-vedere-a-un-palmo-dal-naso” tornato a casa dalla madre gravemente malata per accudirla dopo che il suo patrigno l’ha abbandonata di punto in bianco. Hex non è un figlio perfetto, anzi nella sua vita non è riuscito a combinare nulla di buono –  questo romanzo è fondamentalmente una storia di fallimenti e di occasioni mancate – lo sguardo di Moody verso i suoi personaggi però è indulgente, misericordioso, altre volte cinico, secondo i canoni del romanziere di razza, versatile  e imprevedibile,  che sa brutalizzare o prendersi gioco, beffarsi delle debolezze altrui. La tenerezza con la quale Hex aiuta la donna (paralitica e quasi del tutto afona) a fare il bagno nel dettagliatissimo incipit (sette pagine senza un punto) ricorda la premura  del giovane protagonista di un altro bellissimo romanzo italiano di qualche anno fa: L’invenzione della madre, opera prima di Marco Peano. Come nel libro di Peano, le parole di Moody danno corpo al corpo, il corpo del genitore ingabbiato, martoriato dalla tetraplegia, che arriva a implorare il suicidio assistito come ultimo desiderio. Ma il rapporto tra Exe e la madre, che evolverà in un finale thriller, è solo uno dei diversi temi affrontati. Moody alleggerisce il dramma della malattia e della fuga del patrigno, coinvolto nella  stessa giornata anche in un incidente a una centrale nucleare, con una trama parallela, più grottesca, che ha come protagonista una ex compagna delle medie di Hex, Jane Ingersoll. Le due vicende viaggiano insieme ma sembrano non toccarsi. La descrizione anatomico-cabarettistica del breve corteggiamento, tra eros e tanathos, soprattutto del primo bacio tra i due e del conseguente accoppiamento sessuale: goffo, avvilente, esilarante, con Jane che “bofonchia vocali inedite”, è un pezzo di altissima letteratura, tra le scene migliori del romanzo. Non saprei dire quanti libri abbia venduto o venda Rick Moody nel suo paese e all’estero, quello che so è che Moody scrive meglio di tanti autori americani in Italia più popolari di lui “La bocca di lei sa di porti del New England, di sigarette, alcool, esperienza”. Nel 2001, il New Yorker lo inserì tra i venti giovani autori americani che avrebbero segnato la letteratura del nuovo secolo. Il suo ultimo libro è The Long Accomplishment: A Memoir of Struggle and Hope in Matrimony (La lunga impresa del mio matrimonio), uscito nel 2019 con Henry Holt e co. – in Italia edito da La Nave di Teseo.

Angelo Cennamo

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LAMENTO DI PORTNOY – Philip Roth

Lamento di Portnoy - Philip Roth

1969. L’America non si è ancora ripresa dagli assassinii dei fratelli Kennedy e Martin Luther King – James Ellroy, Don DeLillo e Stephen King ne hanno tirato su un bel po’ di libri. Philip Roth pubblica il romanzo della consacrazione dopo le buone prove di Goodbye, Columbus, Lasciar andare e Quando lei era buona. L’invenzione di Nathan Zuckerman arriverà qualche anno più tardi, ma il gioco della simulazione e dissimulazione della verità è già iniziato. Alex Portnoy è un giovanotto di trentatré anni, piccolo borghese, con un impiego dignitoso al Comune di New York. È lì, sdraiato sul lettino del suo psicanalista a raccontare i tic e le nevrosi che lo accompagnano dall’infanzia. Tutto il libro è un lungo lamento, vorticoso, incessante, comico, esilarante. Il romanzo appartiene alla prima parte della produzione di Roth, quella cosiddetta “del figlio”, nella quale lo scrittore di Newark dà voce alla ribellione. Nel rituale gioco di specchi tra realtà e finzione, è il Carnovsky di Nathan Zuckerman, il romanzo eretico, blasfemo, che farà morire di crepacuore il padre del suo alter ego, lo scrittore fantasma attraverso il quale Roth racconta la propria vita mascherandola da fiction. Portnoy è Philip Roth. E il padre assicuratore di Portnoy è il padre di Roth. Ho riletto il libro nel suo cinquantennale, e per la prima volta l’ho comprato non avendone mai posseduto una copia. Non si può smettere di leggere Roth, è come fare il tagliando all’automobile o le analisi del sangue. Certi libri ci danno il senso della distanza e della vicinanza alla storia, a un luogo, in questo caso ad un modo di sentire e di vedere il mondo. L’uomo sul lettino racconta i conflitti con il padre, ebreo come lui, ma Alex non vuole esserlo. Non vuole credere nel Dio di Abramo né in nessun altro dio. L’odio-amore-incestuoso per la madre, ossessionata dall’ordine e dall’igiene. Padre e madre sono “I più eminenti produttori e confezionatori di colpevolezza dei nostri tempi”. La misoginia che lo fa scappare dalle donne e dal matrimonio – Scimmia è il nomignolo affibbiato alla fidanzata ninfomane, gretta, ignorante, che fa sesso orale mentre lui declama poesie di Yeats. L’onanismo compulsivo della prima adolescenza – il dialogo tra lui, chiuso in bagno, e i genitori preoccupati per la sua finta diarrea è una delle scene più divertenti e ben scritte del romanzo. Non aspettatevi il Roth più riflessivo e acuto della piena maturità, quello de La macchia umana o di Pastorale americana o de Il teatro di Sabbath, ma questo romanzo resta tra le cose migliori pubblicate dallo scrittore di Newark; ovviamente, per comprenderne appieno il senso, va letto e contestualizzato in quello scorcio di Novecento che della dissacrazione e della ribellione ne è stato la culla. Il flusso lamentoso di Portnoy ci riporta al magma inarrestabile di un altro sconclusionato della letteratura americana, al giovane Holden di Salinger, il ragazzaccio mezzo matto che deve annunciare ai suoi genitori di essere stato cacciato dal liceo. Il libro di Roth ne è in buona sostanza il sequel. La storia di Holden Caulfield si conclude in una clinica psichiatrica, quella di Alex Portnoy ha come unica ambientazione lo studio del suo psicanalista. Disperati, erotici, stomp.

Angelo Cennamo

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I TEMPI NUOVI – Alessandro Robecchi

 

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Prendete un autore televisivo di programmi trash – pentito – ancora giovane, belloccio, con un bel po’ di grana, single. Affiancatelo ad un investigatore privato enigmatico e francazzista, che sulla targa della sua agenzia scrive “Sistemi Integrati” tanto per, e che per “integrare” meglio i “Sistemi” arruola una ex poliziotta non tanto ex, con un nome che sembra uscito da una commedia di Eduardo: Agatina. Aggiungete ora due sovrintendenti della Polizia di Stato, scoglionati ma ligi al dovere, e catapultate questa fauna di simpatici antieroi in una Milano caotica, rumorosa, dove per trovare parcheggio devi teletrasportarti ai moti del ’48. I tempi nuovi di Alessandro Robecchi è l’ultimo capitolo di una serialità che è entrata ormai a pieno titolo nel salotto buono della letteratura noir. Robecchi è italiano ma scrive come un texano che ascolta Giorgio Gaber. Carlo Monterossi  e Oscar Falcone avranno anche poco da spartire con i personaggi di Joe Lansdale, eppure le battute fulminanti dei loro dialoghi, serrati, dal ritmo cinematografico, sembrano uscite da romanzi come Rumble tumble o Mucho mojo. Nel nuovo episodio, gli Hap e Leonard dei Navigli devono rintracciare il marito di una “bella-donna-milanese-nel-pieno-dei-suoi-poteri”, che però non sembra affatto dispiaciuta per la misteriosa scomparsa del coniuge. La vicenda di Gloria Grechi, è questo il nome della donna, finirà per intrecciarsi ad una trama parallela – il doppio canale è uno schema tipico delle storie di Robecchi – che vede protagonista un giovane studente, tutto casa e aula universitaria, assassinato nella propria auto, senza una ragione apparente. Trattandosi di noir, il crimine ovviamente non è che un pretesto, un espediente narrativo del quale Robecchi si serve per raccontare molto di più. Intanto, la tivù commerciale di Flora De Pisis, la fabbrica della merda che adesso, per ordine del super direttore Calleri, deve rassicurare, non più terrorizzare i telespettatori. I tempi nuovi richiedono altri stili, nuovi linguaggi, ottimismo prima di tutto. Bella rivoluzione! E la povertà? Quella non puoi di certo mascherarla o meglio cancellarla con un sorriso luminoso della esuberante De Pisis. Nei tempi nuovi, distinguere un farabutto da una persona per bene è un esercizio complicato. Il crinale tra i buoni e i cattivi è diventato una linea scura sottilissima, tanto per ricitare Lansdale, e la storia inventata da Robecchi, con le sue declinazioni umane, politiche e sociologiche – il noir italiano è il nuovo romanzo sociale, ricordiamolo – ce lo racconta meglio di tanti editoriali e talk show televisivi.

Angelo Cennamo

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