L’ETA’ DI MEZZO – Joyce Carol Oates

L'età di mezzo - Joyce Carol Oates

Nella mezza età c’è mistero, c’è mistificazione, scrive John Cheever nei suoi diari. Di misteri e mistificazioni il libro di cui sto per parlarvi ne è pieno. Siamo a Salthill-on-Hudson, un piccolo centro poco distante da Manhattan. I suoi abitanti sono tutti ricchi, di bell’aspetto, apparentemente giovani. L’upper class americana non ancora sconvolta dall’11 Settembre e impoverita dal fallimento della Lehman Brothers. Adam Berendt è uno scultore, e come tutti gli altri residenti ha un’età indefinita: cinquanta, cinquantadue, forse cinquantatré. Corpulento, tozzo, vede con un solo occhio, se ne va in giro con un cane meticcio che ha chiamato Apollodoro, come il discepolo di Socrate. Non è un caso. Non è un caso perché Adam è un socratico, nel senso che vive secondo lo spirito dell’antica filosofia greca: è saggio, disprezza i beni materiali, e pone ai suoi amici domande scomode. Adam non sarà esattamente un bell’uomo, anzi non lo è affatto, ma possiede uno strano carisma che seduce: tutte le donne di Salthill sono innamorate di lui. Adam seduce non solo da vivo, ma anche da morto, ovvero per quattro quinti del romanzo: la Oates, infatti, lo toglie fisicamente dalla scena nelle prime pagine, facendolo morire nel salvataggio di una bambina caduta da una barca durante i festeggiamenti del 4 Luglio. Dopotutto un gesto incauto – la bambina era una sconosciuta, e di sicuro sarebbe stata salvata da qualcun altro dei numerosi gitanti sul fiume – che però trova una sua ragione, un significato profondo negli ultimi paragrafi di questo libro, uscito nel 2001, ovvero in un periodo particolarmente fecondo per la letteratura americana; negli stessi mesi infatti furono pubblicati numerosi altri best-sellers: Le correzioni di Franzen, Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay di Chabon, L’opera struggente di un formidabile genio di Eggers, La macchia umana di Roth, Sei pezzi da mille di Ellroy, In fondo alla palude di Lansdale, tanto per citarne alcuni. Dicevo della morte di Adam. E’ da qui che la Oates dà inizio alla sua storia, lunga, densa di fatti e di personaggi, la storia di un’assenza, rumorosa, ingombrante: la morte di Adam sconvolge l’intera comunità di Salthill, è come un’infezione contagiosa, e il suo fantasma un demone che indirizza, devia le vite dei suoi amici. A cominciare da Marina Troy, la libraia che non ha fatto in tempo a dichiaragli il proprio amore, la donna alla quale Adam aveva imposto di ricevere in dono la sua casa di campagna in Pennsylvania. In quel luogo isolato Marina ritrova le tracce di un passato ancora avvolto nel mistero: libri, vecchie foto, sculture rimaste incomplete. Ritrova soprattutto se stessa, le ambizioni artistiche che per troppo tempo aveva represso per dedicarsi ad altro. La ricerca di nuove identità è un altro tema centrale del libro. Nella seconda parte, la figura di Adam lascia campo a quelle degli altri protagonisti; il romanzo allora si dilata, non più un solo romanzo ma almeno cinque romanzi, ciascuno per ogni personaggio: la storia del tragicomico matrimonio di  Lionel e Camille Hoffmann; quella dell’avvocato Roger Cavanagh e di Abigail Des Pres, la mamma alcolizzata che rischia di uccidere il figlio in un incidente d’auto; il romanzo di Augusta Cutler e della sua improvvisa scomparsa. Di  Marina ne ho già parlato. Ciascuno dei vecchi amici di Adam vivrà una specie di metamorfosi, una catarsi che lo farà approdare ad una nuova vita. L’età di mezzo è dunque un libro corale, polifonico, di grande spessore filosofico oltre che letterario: tutto il libro è  pervaso di filosofia socratica, sembra una declinazione moderna del Fedone. La vita, la morte, il senso inafferrabile delle cose. La scrittura di Joyce Carol Oates non rasenta la perfezione, è perfetta, nel senso che nessuno meglio di lei avrebbe potuto raccontare questa storia, queste storie, con la stessa sensibilità, con la stessa classe.

Angelo Cennamo

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SEI PEZZI DA MILLE – James Ellroy

Ellroy - Sei pezzi da mille

James Ellroy riscrive la storia americana in chiave noir: aggiunge, sottrae, cambia, mescola le carte, osservando fatti e personaggi da una visuale insolita e alternativa rispetto alle versioni ufficiali tramandate dai manuali scolastici. Con Sei pezzi da mille la storia ricomincia dove si era interrotta: l’assassinio di JFK. Nelle stesse ore dell’attentato che ha cambiato l’America, un giovane poliziotto di Las Vegas, Wayne Tedrow Junior, viene mandato a Dallas con seimila dollari per uccidere “Un pappone negro di nome Wendell Durfee“. Dietro l’operazione c’è la mafia con le sue propaggini: gestori di casinò, polizia corrotta, ma anche Wayne Tedrow Senior, il padre del ragazzo. Senior è un personaggio molto in vista, un ex palazzinaro che dirigeva un “sindacato di sguatteri”, è soprattutto un fanatico di estrema destra amico del KKK e di J. Edgar Hoover. Il rapporto tra padre e figlio, l’odio e la competizione che li lega, la rivalità in amore, è uno dei temi più affascinanti del libro. Dicevamo di Wayne Junior che parte da Las Vegas con sei pezzi da mille per uccidere Wendell. Wayne inizialmente sembra deciso ad assolvere il compito che gli è stato affidato, ma nel corso del romanzo – lunghissimo, estenuante per la scrittura frenetica, frasi brevi e ripetizioni in stile rap, per i mille intrecci a volte difficili da seguire fino in fondo, per i continui ribaltamenti, e per una fauna di personaggi che entrano ed escono dal racconto – la missione seguirà una diversa traiettoria, inaspettata, sorprendente, e la sua vicenda personale finirà per essere inglobata dalle altre trame. Quali? In American Tabloid abbiamo visto l’Fbi prendere di mira il clan dei Kennedy e il comunista Castro. Nel secondo volume il nuovo bersaglio di J. Edgar Hoover è Martin Luther King. King viene spiato, intercettato, il suo movimento per i diritti civili giudicato sovversivo, una minaccia per l’ordine pubblico. La storia di Ellroy si muove tra l’America e il Vietnam, teatro di guerra sì, ma anche luogo di traffici oscuri e fabbrica di droga. Nel romanzo, accanto ai nuovi personaggi, ritroviamo alcuni protagonisti del primo volume della trilogia: l’editore miliardario Howard Hughes, il suo braccio destro Pete Bondurant, soprattutto Ward Littel, ex agente federale poi avvocato di boss mafiosi come Carlos Marcello. Tutti implicati più o meno direttamente nel complotto che ha portato all’uccisione di JFK. Ma a dominare la scena del libro sono tre donne. Sono loro ad accendere maggiore curiosità nel lettore e a distrarlo dalla narrazione più tecnica dei complotti, talvolta prolissa – in questo romanzo ci sono almeno cento pagine di troppo. Vediamole allora queste figure femminili che deviano la trama noir per colorarla di rosso fuoco. Barb, la moglie di Pete, l’avevamo già conosciuta in America tabloid. Bella e dannata. La rossa per la quale JFK aveva perso la testa, la sua ultima scopata prima che Oswald gli facesse saltare il cervello quel giorno di novembre del 1963. Barb era stata scelta come esca del ricatto. Janice è la seconda moglie di Wayne Tedrow Junior, matrigna ed amante di Junior. Una maga circe capace di sedurre chiunque, anche lei sbandata e segnata da un passato travagliato. Infine Arden, la donna di Littel, la contabile mafiosa, la spia innamorata che mi ha ricordato la Caterina Rispoli dei libri di Manzini. Tre donne di grande spessore, letterario oltre che umano. Forti nella loro fragilità. Bugiarde e innamorate. Puttane fedeli capaci di qualunque follia per un’ora di tenerezza. Ellroy è magnetico; il suo minimalismo da marciapiede emoziona, cattura, redime.

Angelo Cennamo

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AMERICAN TABLOID – James Ellroy

american tabloid - james ellroy

In ogni libro di James Ellroy c’è un capitolo non scritto nel quale si racconta l’assassinio di una donna. Nel 1958 Ellroy è un bambino di dieci anni e quella donna è sua madre. Il delitto, rimasto irrisolto, accende la curiosità del ragazzino per il mondo del crimine, spingendolo prima oltre l’orlo dell’abisso poi alla resurrezione, proprio grazie alla letteratura. La storia di American tabloid  ha inizio nello stesso anno. Fin da subito, il libro è una gigantesca scena del delitto, “quel” delitto e molti altri ancora: l’America-tutta è una gigantesca scena del delitto “L’America non è mai stata innocente” scrive Ellroy nell’incipit. Raccontare la trama del romanzo è impossibile per il fitto susseguirsi di fatti, alcuni veramente accaduti, altri inventati. Una decina sono i protagonisti, molte di più le seconde linee. Ellroy riscrive un pezzo di storia americana in chiave noir. Sono gli anni dell’ascesa al potere di John Fitzgerald Kennedy e della sua tragica fine, praticamente la vicenda più scioccante dell’ultimo secolo per la società americana dopo la guerra in Vietnam. Mescolando verità e finzione, Ellroy ne ha tratto un romanzo potente con pochi precedenti nel genere thriller-crime. American tabloid è un libro tentacolare nel quale è difficile distinguere le vittime dai carnefici, i vincitori dai vinti, ognuno dei personaggi è pervaso dal male, ed è proprio il male a muovere, come pedine su una scacchiera, questi uomini e queste donne sulla scena del crimine. Non mi addentrerò nei mille intrecci riportati anche attraverso una verosimile ricostruzione di comunicazioni riservate e di trascrizioni di intercettazioni telefoniche, mi limiterò a delineare il quadro generale della storia, a tracciare i blocchi – tentacoli – essenziali del romanzo. Prima di tutto loro: i Kennedy. Joe, il capostipite, ci viene descritto come un ex produttore cinematografico poi finanziatore di traffici oscuri, disposto a qualunque compromesso pur di “comprare” la presidenza del figlio John. Dei due fratelli, Bob sembra il più assennato: prudente ai limiti del bigottismo, metodico, ineccepibile anche come padre e marito. Di tutt’altra pasta il fratello Jack: pragmatico, spregiudicato, soprattutto un insaziabile donnaiolo per non dire maniaco sessuale – qui Ellroy non ha dovuto lavorare troppo di fantasia. Secondo tentacolo: Fbi. Il suo capo indiscusso, personaggio leggendario, più letterario che storico – lo ritroviamo in almeno una decina di romanzi americani – è J. Edgar Hoover. Hoover detesta i Kennedy, ed è convinto che il comunismo sia più pericoloso della mafia, anche perché la mafia, dice, non esiste. Terzo tentacolo: Jimmy Hoffa con il suo sindacato di trasporti legato alla criminalità organizzata. Nel 1958, Bob Kennedy lavora in una commissione parlamentare allo scopo di incastrare Hoffa e smascherare i suoi intrallazzi malavitosi: è questa la traccia sulla quale si muove tutto il romanzo. Quarto tentacolo: la stampa, ovvero Howard Hughes, editore miliardario, drogato, paranoico, proprietario di una rivista scandalistica chiamata “Hush-Hush”. Con lui, Pete Bondurant, ex sceriffo, oggi investigatore privato, all’occorrenza pusher. Lascio per ultimi i due principali protagonisti della storia: Kemper Boyd e Ward Littel. Sono due ex agenti federali infiltrati da Edgar Hoover nel clan dei Kennedy per rovinare i piani presidenziali di Jack. Kemper è un personaggio diabolico: intelligente, scaltro, cinico, arrampicatore sociale oltre ogni forma di decenza, ricattatore, spia capace di giocare su più tavoli. Da uomo di Hoover diventa fido – si fa per dire – consigliere di Bob e Jack Kennedy. Ward Littel segue la scia del suo mentore. Le parabole dei due supereroi del male seguiranno traiettorie diverse fino ad intrecciarsi inesorabilmente in una delle scene finali e più spettacolari del libro. Il romanzo si apre con le immagini mandate dai tg della rivoluzione cubana: Castro il barbuto ha rovesciato il governo di Fulgenzio Batista. L’Avana al centro dei disordini, la sua miseria, il degrado, mi ha fatto ricordare la Napoli del dopoguerra raccontata da Curzio Malaparte ne La pelle: il contrabbando, la prostituzione, ma anche tanta umanità e speranza. La storia di Ellroy è una spola continua tra Usa e Cuba, ed è proprio la rivolta cubana ad innescare le spirali più noir della narrazione fino alle sue ultime pagine, quelle cioè dell’attentato a Dallas del 22 novembre del 1963. Tutto questo e molto altro è American tabloid, il primo volume di una trilogia cult – Sei pezzi da mille e Il sangue è randagio gli altri due capitoli – con la quale James Ellroy ha dato prova non solo di essere tra i maestri indiscussi del crime ma anche un abile costruttore di romanzi storici. Frasi brevi come dei tweet, ritmo forsennato, battute fulminanti. Leggere American Tabloid è come avventurarsi sulle montagne russe: a giro finito, devi reggerti forte e prendete fiato.

Angelo Cennamo

                                                                       

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RIEN NE VA PLUS – Antonio Manzini

 

rien ne va plus - manzini

 

Nello stesso giorno, il dieci di gennaio, sono tornati in libreria due scrittori che io amo molto: Michel Houellebecq – del suo Serotonina ho già scritto su Telegraph Avenue – e Antonio Manzini con Rien ne va plus. Il 29 di questo mese uscirà anche la seconda parte de L’assassinio del Commendatore, il thriller psicologico di Murakami Haruki. Come dire, il 2019 non poteva cominciare meglio. La storia raccontata da Manzini riprende dove si era interrotta la trama precedente, quella di Fate il vostro gioco. Un furgone portavalori con tre milioni di euro, l’incasso del casinò di Saint-Vincent, scompare nel nulla. Sembrerebbe un normale caso di rapina, ma il vicequestore Schiavone sente che qualcosa non quadra, lo intuisce, dice lui, dall’odore. La scomparsa del furgone è collegata al caso dell’omicidio del ragioniere Favre, un ex dipendente della casa da gioco, i cui mandanti sono rimasti sconosciuti. Serve allora un supplemento di indagine per trovare il nesso, il punto di contatto tra i due fatti, nuovi indizi necessari a ricomporre il puzzle. Contro il parere dei vertici della questura e della procura, che vorrebbero indirizzare l’indagine altrove, Schiavone decide di seguire il proprio intuito, quello strano odore, e di andare fino in fondo, ovviamente alla sua maniera, con i suoi metodi, forzando le regole, abusando del ruolo. Sono giorni difficili per Rocco, le ombre del passato cominciano ad addensarsi minacciosamente; la vicenda della morte di Luigi Baiocchi, il killer di sua moglie Marina, sembra giunta ad una svolta decisiva. La storia raccontata da Manzini come sempre viaggia sul doppio binario, non manca, non può mancare quello del cazzeggio e della commedia: gli amori, il rapporto paterno tra Schiavone e Gabriele nel frattempo trasferitosi con la madre Cecilia a casa sua  – i tre seduti in salotto a guardare un film di zombie con pizza e coca sembrano una famiglia in piena regola – le gag del solito cast di poliziotti imbranati “In questa squadra mobile adottiamo un sistema dispotico e piramidale che vede in cima il capo, cioè io, e giù alla base la bassa manovalanza grigia e silenziosa, cioè voi due” dice Rocco, indovinate a chi? La scena poi della telefonata che Ugo Casella fa al cugino Nicolino per ricevere una dritta sul corteggiamento che sta goffamente portando avanti alla sua vicina di casa, è a dir poco esilarante, una delle cose migliori che ho letto negli ultimi anni, degna del dialogo tra Schiavone e Gigi er cesso in 7-7-2007, ricordate? Eh sì, da tempo Manzini ha ribaltato la massima di Umberto Saba secondo cui la letteratura italiana è secoli di noia: con Rocco Schiavone non ci si annoia mai. Non solo. In questo libro, a mio avviso tra i due barra tre migliori delle serie, Manzini ci appare addirittura migliorato, rodato, nella scrittura, oggi più morbida, scorrevole, colloquiale, come nella costruzione delle trame, perfettamente armonizzate tra loro.

Angelo Cennamo

 

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SEROTONINA – Michel Houellebecq

serotonina - michel houellebecq

Per recensire un capolavoro – parola abusata, me ne rendo conto, ma nel caso di specie non me ne vengono in mente delle altre, sinonimi o vocaboli “equipollenti” come dicono le persone colte – basterebbe scrivere: questo libro è un capolavoro. Punto. Tuttavia di Serotonina di Michel Houellebecq, romanzo edito in Italia da La nave di Teseo e arrivato in libreria il dieci di gennaio, qualcosa mi tocca pur scriverla, non fosse altro che per onorare i pochi lettori che ho, assecondare la loro curiosità fatta lievitare per settimane da giornali, tivù, blogger, scrittori e altri addetti ai lavori, intorno a questo tomo di 332 pagine, divenuto un caso letterario ancora prima che venisse pubblicato. E allora raccontiamolo questo capolavoro.

Nel bene o nel male, i romanzi di Michel Houellebecq fanno sempre discutere, alimentano dibattiti, spesso polemiche feroci: Sottomissione, il libro che anticipò la stagione del terrorismo islamico fu accusato addirittura di blasfemia e l’autore costretto a rinunciare alla promozione in pubblico per non finire sulla black list dove è già inciso da tempo il nome di Salman Rushdie. Scrive sempre lo stesso libro, dicono di lui i suoi detrattori. Una critica che accompagnò per molti anni anche altri scrittori celebri: Sartre, Camus, Moravia, come Houellebecq cantori del nichilismo e dell’apatia. Leggendo Serotonina, riflettevo sul fatto che i libri di Houellebecq come accade per esempio con i romanzi di Richard Yates, li amiamo e li detestiamo per la stessa ragione: raccontano storie disturbanti, storie che ci costringono a guardare nelle nostre vite e a scoprirci soli e infelici. “In Occidente nessuno sarà più felice” è l’amara conclusione del protagonista, Florent-Claude Labrouste, il quarantaseienne funzionario del ministero dell’Agricoltura perdente fin dalla nascita per aver ricevuto un nome del tutto sbagliato, fastidioso, che non gli somiglia affatto. Nella prima parte del racconto, scritto tutto in prima persona, Florent sta trascorrendo una noiosa vacanza in Spagna in compagnia di Yuzu, la giovane fidanzata giapponese dalla quale intende separarsi a qualunque costo, al punto di escogitare un piano sbrigativo e folle, il piano consiste semplicemente nel gettarla dalla finestra. Yuzu è una ragazza viziata “A essere figlie uniche di genitori ricchi si viene fuori come Yuzu, qualunque sia il paese, qualunque sia la cultura” e molto disinibita, anzi è una vera troia. Florent scopre infatti che in sua assenza la fidanzata organizza festini erotici con uomini e cani. Per i dettagli vi rimando alle pagine 48, 49 e 50. Lui e Yuzu sono una coppia in fase terminale “Non c’era più niente che potesse salvarla, ed era comunque un’eventualità non auspicabile”. E’ a questo punto che la storia raccontata da Houellebecq entra nel vivo. Florent si dà alla fuga, fugge dalla sua vita e da se stesso. Si trasferisce prima in albergo poi nella tenuta di un suo ex compagno di università – Aymeric, uomo di origini nobili oggi allevatore in crisi e marito abbandonato – dove trascorrerà un capodanno tragico ed esilarante – tutto il libro si muove sui binari dell’inquietudine e della comicità – ”Ero felice nella solitudine? Pensavo di no. Ero capace di essere felice in generale? È il tipo di domanda che credo sia meglio non farsi”. Florent è ufficialmente depresso. A tenerlo in vita, anzi ad aiutarlo a non morire, è il Captorix, un farmaco di nuova generazione “una piccola compressa bianca, ovale, divisibile. Non crea né trasforma; interpreta. Ciò che era definitivo, lo rende passeggero; ciò che era ineluttabile, lo rende contingente”. E’ il tempo dei ricordi. Florent si illude di riportarli in vita, di ridare corpo al passato, ma l’appuntamento con Claire, una sua vecchia fiamma, è deludente. La ragazza briosa e sensuale di vent’anni prima oggi è una grassona già sbronza prima di cenare. Anche il nuovo incontro con Aymeric, l’allevatore disperato che lo coinvolge in una rivolta sanguinosa contro la polizia, non ha lo stesso sapore della giovinezza “In fondo le uniche amicizie autentiche, non sopravvivono mai all’ingresso nella vita adulta, si evita di rivedere i propri amici di gioventù per non trovarsi di fronte a testimoni delle proprie speranze deluse“. La sola speranza resta Camille, la studentessa che Florent aveva conosciuto ad uno stage, la sola donna che lo aveva reso davvero felice. Florent la rintraccia, la spia per giorni in compagnia di un bambino, Camille oggi ha un figlio, poi rinuncia ad incontrarla, non ha il coraggio né la forza di alterare i nuovi equilibri della sua vita. E’ la fine di tutto. Niente amici, niente amori, niente sesso, la serotonina riduce il tasso di testosterone. In una delle scene più straordinarie del libro, il dottor Azote, lo psichiatra che lo tiene in cura, suggerisce a Florent di sostituire il Captorix con tre puttane, gli prescrive tre escort con tanto di nome e numero di telefono. Azote compare poco nel libro ma è un personaggio meraviglioso, l’ho immaginato come Philippe Noiret. Ora Florent è in bilico tra il pensiero di farla finita – la ricostruzione fisico-matematica della sua possibile caduta dal balcone è un momento di alta letteratura che ci riporta a certe congetture di Philip Roth – ed una rassicurante rassegnazione alla morte “ In realtà Dio si occupa di noi, pensa a noi in ogni istante, e a volte ci dà direttive molto precise”. Siamo alle ultime battute del libro, un libro potente, divertente, lacerante, il migliore dei romanzi scritti da Houellebecq anche perché li racchiude tutti. Serotonina è il congedo del maschio occidentale da un tempo avviato inesorabilmente al tramonto. Il declino del pene di Florent diventa la metafora di un’Europa che non ha più la forza né la volontà di risollevarsi, un’Europa impotente come lui, che ha smarrito identità, progetti, valori. Vita, morte, disincanto, e tanto riso amaro in questo lungo flusso di coscienza nel quale Houellebecq mescola alla sua maniera il romanticismo alla filosofia, e la comicità alla pornografia.

Angelo Cennamo                   

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IL SUGGERITORE – Donato Carrisi

 

il suggeritore - donato carrisi

 

“La morte, specie se violenta, esercita uno strano fascino sui vivi”.

Sarà per questo che i thriller vendono molto. Donato Carrisi, come altri suoi colleghi italiani: Dazieri, Costantini, De Marco, Pulixi, le regole del thriller anglosassone le ha riscritte, riuscendo a declinare un genere che fino a qualche anno fa era appannaggio degli americani in una nuova forma e con uno stile più “letterario” – che brutta parola.

Il suggeritore è il suo romanzo d’esordio. L’ambientazione è imprecisata, luoghi e nomi dei protagonisti lasciano pensare ad una città del centro Europa – Svizzera? Poco importa. In un bosco sono state seppellite le braccia di sei bambine. La macabra scoperta dà inizio ad un’indagine complicata e dai rivolti imprevedibili. Al centro della scena si muovono due personaggi: Goran Gavila, un criminologo dal vissuto turbolento: una moglie scappata di casa e un figlio piccolo a cui badare – e Mila Vasquez, un’investigatrice esperta di casi di sparizione, con un trauma infantile che non smette di perseguitarla. Mila ci viene descritta come una trentenne dal fisico tonico e mascolino “ore ed ore di palestra avevano sradicato tenacemente ogni traccia di femminilità”. Leggendo di lei, mi è venuto in mente la protagonista dei thriller di Sandrone Dazieri, la poliziotta Colomba Caselli. Mila e Colomba sono donne coraggiose, anaffettive per le stesse ragioni forse, trasandate, entrambe segnate da brutte esperienze che ne hanno minato il corpo e la mente. A completare il cast ci sono il capo della polizia Roche, un paio di agenti, e il dott. Krepp, un anatomopatologo anziano, tatuato e con i capelli lunghi “Ecco come finiscono i punk quando invecchiano”. Trattandosi di un thriller non posso aggiungere altro sulla trama. Una cosa però posso dirvela: in questo libro non ci sono vincitori né vinti, né buoni né cattivi. Nel corso delle indagini scoprirete infatti che ciascuno dei personaggi ha qualcosa da nascondere, un lato oscuro. Il male non risparmia nessuno, è questo il messaggio, il senso del romanzo “Il buio ci chiama, ci seduce con la sua vertigine. Ed è difficile resistere alla tentazione…” dice Mila in una delle scene finali al suo collega criminologo. Ho accennato prima al passato turbolento di Goran, al suo matrimonio fallito e alla sua vita da single insieme al figlio Tommy. Il rapporto tra Goran e Tommy è uno dei temi centrali del libro, e nelle battute conclusive accenderà la storia con il miglior colpo di scena del romanzo. Un ultimo appunto lo riservo per l’assassino. Rinunciate ad ogni previsione o calcolo, nulla sarà come appare fino all’ultima pagina: Carrisi è abile nel giocare con la verità, si diverte a seminare dettagli, suggestioni, a stimolare ipotesi che puntualmente si rivelano infondate e fuorvianti. L’assassino è il suggeritore. Vi basti questo.

Angelo Cennamo

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TU SEI IL MALE – Roberto Costantini

tu sei il male - roberto costantini

Questa storia inizia nel 1982, durante la finale dei mondiali di calcio in Spagna. Una diciottenne impiegata del Vaticano scompare misteriosamente proprio nelle ore in cui Dino Zoff alza la coppa dei vincitori e per le strade di Roma esplode la festa. Il suo corpo viene ritrovato pochi giorni dopo nelle acque del Tevere. Ad indagare sul delitto è un giovane commissario di origini siciliane cresciuto nella Libia di Gheddafi, con un passato da picchiatore fascista e una laurea in filosofia presa con la raccomandazione di un ministro democristiano. Si chiama Michele Balistreri, per gli amici Mike. Mike è di bell’aspetto, gli piacciono le donne di ogni età, l’alcol, il poker, e nel tempo libero –  a Vigna Clara, quartiere chic e sonnolento della Roma borghese, di tempo libero ce n’è abbastanza – se ne va in giro per la città e il litorale ostiense a bordo di un Duetto Alfa Romeo, lo stesso di Dustin Hoffman ne Il laureato. Insieme a lui, Angelo Dioguardi, ragazzo del popolo, orfano, amante del poker come Mike e cantante di night nelle sere d’estate. Angelo lavora nello stesso ufficio dove è impiegata Elisa Sordi, la ragazza assassinata. Si occupa della gestione del patrimonio immobiliare del Vaticano su incarico di un cardinale molto influente, zio della sua fidanzata. Cosa manca a questa storia per essere marcatamente italiana? Il sequel. Sì, perché se il caso di Elisa rimarrà irrisolto per oltre vent’anni, nella seconda parte del racconto i dubbi, i misteri e i depistaggi legati a quella vicenda cominciano a diradarsi a seguito di una nuova tragedia: il suicidio della madre di Elisa, avvenuto per una strana coincidenza durante la finale dei mondiali del 2006, quella in cui gli azzurri battono la Francia. Balistreri oggi è un uomo depresso, solo, la bellezza e gli svaghi degli anni Ottanta sono solo un ricordo, ma una serie di nuovi delitti lo costringono a fare i conti con un passato che sembra non volerlo mai abbandonare. Altro non si può dire di questo romanzone di circa settecento pagine con il quale l’ingegnere Roberto Costantini nel 2011 fece il suo esordio – e che esordio – nella letteratura noir. Tu sei il male è il primo volume di una trilogia che ha avuto riscontri positivi anche fuori dai confini nazionali. “E’ intessuto di affascinante storia politica, i personaggi sono caratterizzati con brillante acume psicologico, ed è un thriller mozzafiato” le parole di Jeffery Deaver non lasciano dubbi: questo libro non è solo un thriller ma uno straordinario affresco di storia moderna italiana, con richiami più o meno espliciti a fatti di cronaca nera realmente accaduti. Leggendo Tu sei il male ho ritrovato il mood di altri due libri “romani”: La scuola cattolica di Albinati e Romanzo criminale di De Cataldo, ma anche il tragico epilogo di Pasolini nella periferia più degradata di Ostia.

Angelo Cennamo                              

 

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1Q84 – Libri I e II – Murakami Haruki

 

1q84 - murakami

“Quello che apprezzo di più, soprattutto per quanto riguarda i romanzi, è non riuscire a comprenderli fino in fondo” dice l’editor Komatsu al giovane ghost writer Tengo. E’ quello che accade leggendo i romanzi di Murakami Haruki, maestro della letteratura giapponese, come Philip Roth – lui ormai a fine corsa – eterno candidato al Nobel. Pretendere di capire fino in fondo Murakami non è solo tempo perso ma un vacuo tentativo di profanare il suo talento. 1Q84 è una storia raccolta in tre volumi, densa di fatti, mescolanze, digressioni, nella quale tutto ci appare inizialmente sdoppiato, sfocato, oltre che incomprensibile. In un altro romanzo distopico – Infinite jest – David Foster Wallace conduce i lettori in una nuova dimensione nella quale il tempo viene sponsorizzato: Anno dei Pannoloni per Adulti Depend, Anno del Whopper, Anno della Saponetta Dove in Formato Prova…. I protagonisti del libro di Murakami varcano invece la soglia del 1984 per ritrovarsi in un anno parallelo denominato 1Q84, in un mondo – un altro mondo – nel quale è possibile riscrivere il passato. La bolla temporale dentro cui si sviluppano le due trame è una sorta di prigione poco dorata dalla quale non è possibile uscire. Il doppio tempo è scandito da una visione inquietante: due lune in cielo. Due lune, due mondi, due trame, due protagonisti: una giovane killer in minigonna e tacchi a spillo che vendica le donne che subiscono violenza, e un suo coetaneo ghost writer incaricato da un editore spregiudicato di riscrivere il romanzo abbozzato da un’adolescente molto promettente, ma dallo stile ancora acerbo, per poi presentarlo alla più importante competizione letteraria giapponese. Aomame e Tengo, questi i nomi dei protagonisti, si erano già conosciuti da bambini, ma ignorano di essere coinvolti in una vicenda più grande di loro, destinata a cambiare le sorti del mondo e forse a farli rincontrare. Il romanzo che Tengo riscriverà per conto della ragazzina – Fukaeri – tra mille dubbi e ripensamenti, nasconde una storia vera, raccapricciante, che una volta svelata rischia di compromettere l’esistenza dell’autrice. Parallelamente, la strana missione di Aomame condurrà la giovane assassina al cospetto di un altro personaggio cardine del libro, il Leader di una setta religiosa che controlla e manipola le vite altrui e che ha ispirato la storia raccontata da Fukaeri nel romanzo riscritto da Tengo. Di più non si può dire di questo racconto fantascientifico, magnificamente congegnato, fatto di numerosi intrecci, incastri millimetrici che alimentano curiosità e suspance. 1Q84 è un thriller psicologico dal sapore orwelliano, nel quale non mancano momenti di tedio. Un romanzo – sdoppiato anche nella struttura: libri I e II – carico di metafore, simbolismi e di messaggi più o meno subliminali: la condanna della misoginia e della cultura di massa, il controllo della società, l’identità familiare, il sesso come fuga dalla realtà e dall’apatia. Un capolavoro di immaginazione che ci riporta alle migliori performance di Stephen King, il solo autore che può competere alla pari con Murakami nel genere distopico-fantasy. Bello, onirico, sfiancante.

Angelo Cennamo

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CITTA’ DI MORTI – Herbert Lieberman

Città di morti - Herbert Lieberman

In principio fu Herbert Lieberman? Prima di tanti altri suoi colleghi oggi più conosciuti e venduti, da Patricia Cornwell a Jeffery Deaver, è stato lui a rimpinguare gli scaffali del genere thriller con una quindicina di romanzi, tra cui spiccano titoli come Nightbloom e Crawlspace. Quando venne pubblicato nel 1976, Città di morti riscosse grande successo soprattutto in Francia, dove divenne un vero e proprio oggetto di culto vincendo il prestigioso Grand Prix de Littérature Policière, ma passò quasi inosservato negli Usa per ragioni difficili da spiegare. Con qualche decennio di ritardo, il romanzo è sbarcato in Italia grazie a Minimumfax, editore specializzato nel ripescaggio di grandi scrittori dimenticati: Bernard Malamaud, Richard Yates, John Barth, tanto per citarne qualcuno.

La storia è ambientata nella New York degli anni Settanta, i peggiori forse dalla crisi di Wall Street per la delinquenza dilagante, per i numerosi morti ammazzati, da arma da fuoco come da eroina. Pochi i personaggi tra i quali si staglia la figura di Paul Konig, anatomopatologo e capo dei medici legali di New York, il più noto ed apprezzato perché nessuno meglio di lui sa leggere sui corpi dei morti le loro storie.  Le giornate del dott. Konig, che io ho immaginato come l’attore Ernest Borgnine –  il romanzo sembra la sceneggiatura di un meraviglioso film d’azione, per scrittura, ritmo, e per i dialoghi, assolutamente perfetti – sono a volte lente ed inconcludenti, altre volte cadenzate da macabre routine “Come molte altre, fiorenti imprese, quella di Paul Konig è un’attività ciclica. Ci sono stagioni fiacche e stagioni intense. Giorni fruttuosi e giorni infruttuosi”. Quello di Konig è di sicuro un brutto mestiere, brutto come lui – il nostro Paul – il medico, il padre, l’amico, il collega di lavoro Paul – è una persona scorbutica, irascibile, arrogante – un mestiere faticoso, senza orari e sottopagato “Faccio quello che quei fighetti figli di puttana di Park Avenue con i loro uffici di lusso non faranno mai. Faccio il lavoro sporco. Rassetto casa dopo la festa“. Konig si muove in un girone dantesco, tra obitori, squallide aule giudiziarie, uffici della polizia degradati che puzzano di sporcizia e dell’incuria burocratica, laboratori decrepiti “Ogni volta che intraprende quella discesa, ogni volta che entra in quel mattatoio, in quell’ossario dal quale esalano miasmi sempre più intensi, tutto il suo essere è pervaso dalla sensazione strana, eppure assolutamente genuina, di trovarsi di nuovo a casa“. La New York raccontata da Lieberman somiglia alla città tetra e violenta di Underworld di DeLillo e alla City on fire di Garth Risk Hallberg, romanzi ambientati negli stessi anni e con trame per certi versi contigue, quasi si trattasse di una trilogia. Al centro della storia due vicende: il ritrovamento di resti umani sulla riva di un fiume; il rapimento di Lolly, la figlia di Konig, uscita di casa cinque mesi prima e finita nelle mani di un pericoloso squilibrato. Nel libro, come è facile attendersi, abbondano una certa terminologia medica ed una serie di dettagli raccapriccianti che tuttavia non incupiscono la narrazione, non ne alterano la bellezza e il respiro ampio da grande romanzo, grande oltre qualunque classificazione di genere, perché, per chi non lo avesse ancora capito, Città di morti è una storia che trasuda amore e odio, con molteplici sottotracce perfettamente allineate al suo nucleo centrale. Viva Lieberman e viva Minimum fax che ce lo ha fatto conoscere.

Angelo Cennamo

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L’ASSASSINIO DEL COMMENDATORE – Murakami Haruki

 

L'ASSASSINIO DEL COMMENDATORE - Murakami

 

Mi hanno sempre affascinato i romanzi che parlano di quadri: Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, Il Cardellino di Donna Tartt, La ragazza con l’orecchino di perla di Tracy Chevalier, La vedova Van Gogh di Camilo Sànchez. Ne L’assassinio del commendatore di Murakami Huraki la raffigurazione pittorica nasconde un mistero fitto intorno al quale si dipana una trama palpitante fin dalle prime pagine, prodigiosa – foriera di uno stupore che lascia il lettore in attesa di qualcosa che sta per accadere, lo si percepisce rigo dopo rigo, paragrafo dopo paragrafo – avvolta dalla solita aura magica che l’autore giapponese infonde alle sue narrazioni. Murakami si diverte a giocare con la verità, a mescolare la realtà con il sogno, e i lettori amano farsi guidare da lui in queste storie talvolta indecifrabili, sempre sospese tra il mito e il pragmatismo di una quotidianità lenta: i protagonisti di questo libro non hanno alcuna fretta di vivere, di lavorare, di muoversi, sembrano collocati fuori dal tempo, in una dimensione ovattata senza i rumori, i tic, le nevrosi della modernità. La voce narrante è quella di un giovane ritrattista, mai nominato, che dopo la separazione dalla moglie inizia un lungo vagabondaggio in auto, senza meta, per poi trasferirsi nella casa dove ha vissuto un noto pittore giapponese, padre di un suo compagno di accademia. Nella casa, costruita in un luogo isolato, tra i boschi, l’assenza del grande maestro, oggi ricoverato in un centro per anziani, diventa presenza attraverso il mobilio, i dischi di musica classica, i libri, e una tela molto speciale, imballata e nascosta in soffitta, una tela che riproduce una scena ispirata al Don Giovanni di Mozart. Vivere nella casa di Amada Tomohiko – questo il nome dell’artista – è stimolante per un pittore ancora alla ricerca di una propria identità e stufo di dipingere ritratti. Ma ci sono commissioni impossibili da rifiutare: un uomo sconosciuto presentatosi con lo pseudonimo di Menshiki, che scoprirà essere il suo dirimpettaio, chiede al protagonista di fargli il ritratto. E’ una richiesta pressante per la quale l’uomo, apparentemente facoltoso, colto, raffinato, è disposto a pagare qualunque cifra. Nel corso della storia, Menshiky acquisterà un ruolo decisivo, essenziale anche per la soluzione di altri misteri, fino a diventare il vero protagonista del romanzo. Chi è Menshiky? Cosa nasconde? È uno dei tre interrogativi del racconto, insieme alla vicenda del quadro e allo strano richiamo che di notte raggiunge la casa del pittore da una cripta forse millenaria, nascosta nel giardino. L’assassinio del commendatore è un thriller psicologico, una storia che ci parla della nostra fragilità interiore e della forza riparatrice dell’arte, ma anche di mondi paralleli, della linea invisibile che separa la verità dal sogno “Spesso non capiamo bene dove passa il confine tra ciò che è reale e ciò che non lo è” dice Menshiky in una delle scene più intense del romanzo. E’ la frase che racchiude il libro, il primo di un dittico destinato a ripetere il successo di altri capolavori come Norwegian wood, Kafka sulla spiaggia e 1Q84.

Angelo Cennamo

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