PRINCIPIANTI – Raymond Carver

 

Principianti - Carver

Gli scrittori hanno bisogno dei loro editor quanto gli sportivi ne hanno dei loro allenatori, e a nessuno verrebbe da giudicare la prestazione di un nuotatore meno meritevole perché a bordo piscina qualcuno lo incita a mulinare le braccia più veloce

Lo scrive Paolo Giordano nella prefazione italiana di Principianti, la versione originale e senza tagli – oltre il cinquanta per cento tra testi e titoli – di Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, raccolta di racconti pubblicata nel 1981, riveduta e corretta da Gordon Lish, l’editor alter ego, il Dio onnipotente al quale Carver rimase sempre devoto per non dire succubo. Quella mutilazione così profonda, invasiva, fu un duro colpo ai fragili nervi del talentuoso scrittore dell’Oregon, uscito da pochi mesi dal tunnel dell’alcolismo e per questo troppo vulnerabile per contraddire l’artefice del suo successo, l’allenatore vincente, come lo definisce Giordano, che in lui aveva intravisto le giuste qualità per lanciare sul mercato una nuova proposta editoriale di genere minimalista. Carver non arriverà a vedere la pubblicazione della versione autentica delle sue storie, ma leggendo Principianti ciascuno di noi può finalmente comprendere l’equivoco generato dall’etichetta di scrittore minimalista che gli è stata appiccicata addosso forse con troppa disinvoltura. Carver non era un minimalista, era un “precisionista”.

Principianti è un insieme di trame che raccontano le difficoltà della coppia, l’utopia di resistere al logoramento del tempo e della noia, mariti e mogli arrivati alla fine di qualcosa, come Holly e Duane in Gazebo. Il più delle volte è l’alcol il tema trainante delle storie: una delle parole più ricorrenti nelle short stories di Carver è “birra”; tutti i personaggi ne hanno una scorta in frigo. In Dì alle donne che usciamo Bill e Jerry, una domenica pomeriggio, lasciano le rispettive mogli a casa per andare ad ubriacarsi in un bar. Uscendo, vedono due giovani ragazze in bicicletta, le inseguono, provano ad abbordarle, ci riescono, ma la conclusione di quell’incontro sarà tragica. L.D. di Un’altra cosa viene cacciato di casa dalla moglie e da sua figlia proprio perché il vizio di bere lo ha reso insensibile e violento. In altri racconti è il tradimento a rovinare il matrimonio. Ne L’avventura un padre e un figlio si rivedono dopo molti anni in aeroporto. Il padre vuole per forza raccontare al figlio la storia del suo divorzio per togliersi dalla coscienza un peso diventato ormai insostenibile. Il marito della sua amante, racconta il vecchio, era arrivato a suicidarsi per il dispiacere causato da quella relazione clandestina. Nei racconti di Carver c’è sempre un prima e un dopo non detti. Carver arriva al centro e coglie particolari e dettagli apparentemente insignificanti, ma è la sua forza, il suo tratto originale e accattivante. Il giovane padre di Distanza rinuncia a una battuta di caccia per rimanere vicino alla moglie e alla figlioletta che durante la notte non si è sentita bene. Dopo una lite furibonda, tra i due sembra essere tornato il sereno, ma col tempo, scrive l’autore nelle ultime righe, le cose cambieranno: lui incontrerà altre donne, lei avrà un altro uomo. Non lo vediamo ma sappiamo che accadrà. Il racconto che dà il titolo alla raccolta è un vero gioiello di tecnica descrittiva, una delle cose migliori scritte da Carver per intensità, bellezza dei dialoghi e impianto narrativo. Una versione moderna del Simposio di Platone. La conversazione a cuore aperto tra due coppie di amici diventa lo spunto per interrogarsi ed interrogare i lettori sul significato della parola “Amore”. Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Secondo me, dice uno dei protagonisti, siamo tutti nient’altro che principianti, in fatto d’amore .  Ho deciso: voglio imparare a scrivere come Carver.

Angelo Cennamo

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EASTER PARADE – Richard Yates

Easter Parade - Yates

“Né l’una né l’altra delle sorelle Grimes avrebbe avuto una vita felice, e a ripensarci si aveva sempre l’impressione che i guai fossero cominciati con il divorzio dei loro genitori”.

La migliore sinossi  di Easter Parade  – romanzo pubblicato nel 1976 e uscito in Italia più di trent’anni dopo con  minimum fax – è nel suo incipit. Sarah e Emily Grimes crescono tra New York e il New Jersey, lontano dal padre, giornalista di poco talento costretto a correggere bozze in un giornale reazionario “Che mestiere fa vostro padre? Scrive titoli. Scrive titoli sul Sun, rispondevano”, e con una madre che le incoraggia a chiamarla “Pookie”, donna fisicamente minuta, dai nervi fragili, sola, ossessionata dall’idea di finezza, che affoga nell’alcol i dispiaceri di una vita complicata, sempre in salita. Le due sorelle hanno caratteri diversi; una è più sorridente e tradizionale, l’altra più introversa e indipendente. Sono attese da destini opposti ma dalla stessa infelicità, direbbe con parole sue Lev Tolstoj. Sarah sposa il rampollo di una famiglia di immigrati inglesi decaduta, Tony Wilson, bello come Laurence Olivier. Si trasferisce, sarebbe meglio dire si  rinchiude, nella sua tenuta di campagna e con lui farà tre figli. La più giovane, Emily, è invece una donna  in carriera, emancipata, single, che da giovanissima perde la verginità con un soldato appena conosciuto, e che da quel momento passa da una relazione all’altra senza mai accasarsi. L’ultimo dei suoi amanti è Howard, il  suo  capoufficio, uomo di mezza età, facoltoso e divorziato, che dopo pochi mesi di convivenza decide però di tornare dalla sua ex moglie. Alla soglia dei cinquant’anni, Emily si ritroverà sola, senza lavoro, e inizierà a soffrire di gravi disturbi mentali. La storia delle due sorelle è una sequenza di delusioni, aspettative tradite, anche di gesti violenti, specialmente quelli subiti da Sarah, la più sfortunata delle sorelle Grimes. Pensava di aver trovato in Tony il  grande amore della sua vita, ma presto si rende conto di aver sposato un uomo insensibile, rozzo e manesco. Le storie di Richard Yates non hanno mai un lieto fine, sono trame disturbanti che contraddicono l’immagine perfetta e gaudente della borghesia americana di successo. I protagonisti sono vittime di destini crudeli, uomini e donne sconfitti, spesso spinti dalla miseria e dalla mediocrità nel tunnel dell’alcolismo o della follia. Easter Parade – il titolo evoca il bacio tra Tommy e Sarah immortalato in una foto scattata durante una sfilata di Pasqua – non fa eccezione. Yates, che è maestro di realismo e di narrazioni drammatiche, a volte ci appare addirittura spietato verso la debolezza dei suoi personaggi: quando Sarah le confida i maltrattamenti, le molestie subite dal marito, e le chiede un consiglio sulla possibilità che divorzi da lui e la raggiunga a New York, Emily si mostra sì addolorata, ma nello stesso tempo teme di perdere la propria indipendenza e di sentirsi costretta a modificare il proprio stile di vita. Yates, che conosce a fondo la miseria dell’animo umano, la solitudine, avendo vissuto sulla propria pelle tante delusioni, la frustrazione per l’insuccesso, oltre che la dipendenza dall’alcol e dai farmaci, con questo romanzo riesce perfino a superarsi, arrivando, da uomo, a raccontare un dedalo di relazioni femminili credibili. Ho letto da qualche parte che Easter Parade sarebbe stato paragonato a Piccole Donne e trattato come un libro destinato a un pubblico di sole donne. Non ho mai creduto a simili classificazioni: L’amica geniale è forse un libro precluso al lettorato maschile? Il romanzo delle sorelle Grimes è meravigliosamente malinconico, di grande attualità e destinato a chiunque abbia voglia di confrontarsi con un gigante della letteratura come Yates. Una riflessione sull’amore, la solitudine, il significato della famiglia, il rispetto per le donne.

Angelo Cennamo

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2666 – Roberto Bolaño

2666 - Roberto Bolano

Roberto Bolaño come Bob Marley, Lou Reed, Andy Warhol, David Foster Wallace: genio di un’avanguardia che sperimenta nuove forme, linguaggi di una modernità che sa reggere il confronto con miti e leggende di epoche precedenti. A poco più di vent’anni Bolaño – scrittore cileno morto nel 2003 in Spagna all’età di cinquant’anni a causa di una pancreatite acuta –  fonda il movimento infrarealista e getta le basi per una narrativa diversa, che rompe con la tradizione del realismo magico di altri grandi autori sudamericani del Novecento come Gabriel Garcia Marquez e Jorge Luis Borges. Ho tirato giù dallo scaffale 2666, il suo romanzo-mondo di circa mille pagine che avevo letto anni fa e mi sono abbandonato nuovamente alla lettura fingendo di non conoscerlo ma ricordando i suggerimenti di chi mi aveva preceduto: non farti domande, segui il flusso, non sentirti obbligato a rispettare la sequenza dei cinque romanzi che lo compongono, entra ed esci dalla narrazione da un ingresso qualunque, abbandonalo prima che lui abbandoni te. Tra le tante storie messe in giro sull’opera, l’ultima riguarda la forma che il libro avrebbe dovuto assumere al momento della sua rifinitura: pare che l’autore desiderasse che le cinque parti ( la parte dei critici – la parte di Amalfitano – la parte di Fate – la parte dei delitti – la parte di Arcimboldi) fossero pubblicate separatamente, a distanza di qualche anno l’una dall’altra, ciò per consentire ai figli, ancora giovani e di lì a qualche mese orfani di padre, di beneficiare dei proventi della vendita. La scelta, evidentemente tradita dall’editore, conferma la morfologia variegata del romanzo, che non si presenta al lettore come un monolite ma come un puzzle gigantesco che può essere letto  seguendo anche un ordine diverso da quello prescelto. Raccontare un’opera monumentale come 2666 non è possibile né avrebbe senso farlo, ma leggendo il libro la mente vola ad altri due romanzi voluminosi, distopici, ipnotici soprattutto: Petrolio e Infinite Jest.

“La parte dei critici” racconta la storia di quattro docenti universitari, tre uomini e una donna, di diversa nazionalità, appassionati di uno scrittore tedesco semisconosciuto che nessuno ha mai incontrato né visto: Benno Von Arcimboldi. I quattro si ritrovano in giro per l’Europa nei congressi di letteratura tedesca. Diventano amici, poi amanti della stessa donna, l’inglese Liz Norton. Infine, alla stregua di Ulises Lima e Arturo Belano – i detective selvaggi alla ricerca della poetessa realvisceralista Cesárea Tinajero – i quattro si mettono sulle tracce del misterioso Arcimboldi, finito probabilmente in Messico. La città di Santa Teresa, nello Stato del Sonora, diventa il terminale, il punto nascosto, dove confluiscono le trame di tutti e cinque i romanzi. Ne “La parte di Amalfitano” è il luogo dove il protagonista ha deciso di trasferirsi dopo essere stato abbandonato dalla moglie, invaghitasi di un altro uomo, un poeta malato di mente e rinchiuso in un manicomio. Il professor Amalfitano – figura che sembra ricalcare quella dell’autore del romanzo – è un cileno depresso, mezzo matto, che va ad abitare prima in Spagna, a Barcellona, poi accetta di insegnare all’università di Santa Teresa, città dove, tra l’altro, farà da guida ai quattro suoi colleghi giunti dall’Europa per cercare Arcimboldi. Sua figlia, Rosa, la ritroviamo nel terzo romanzo del libro: “La parte di Fate” – la più bella, a mio avviso, per suggestioni, atmosfere, intensità e struttura – il cui protagonista, Oscar Fate, è un giornalista newyorkese di colore mandato proprio a Santa Teresa per coprire un incontro di boxe. Fate, che non è un esperto di sport, finisce invece per occuparsi di un grave fatto di cronaca nera che da alcuni anni affligge la città: l’assassinio di oltre duecento donne. La vicenda occupa l’intera trama del quarto romanzo “La parte dei delitti”, che raccoglie le storie di tutte le vittime di quella orrenda mattanza con un taglio ed un’ambientazione crime che ricordano due capolavori di Don Winslow: Il Potere del cane e Il Cartello. Il libro si conclude con “La parte di Arcimboldi”, la biografia dallo stile canettiano dello scrittore fantasma al centro anche del primo racconto. Una traversata faticosa, in alcuni tratti magica ed emozionante, in altri più oscura e noiosa. Buon viaggio.

Angelo Cennamo

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PULVIS ET UMBRA – Antonio Manzini

 

Pulvis et umbra - Antonio Manzini

 

 

Nel precedente episodio 7-7-2007 avevamo lasciato Rocco Schiavone nel ruolo gomorroico ed insospettabile di giustiziere, di implacabile vendicatore della moglie Marina, uccisa per sbaglio da un narcotrafficante che si era messo sulle sue tracce – Manzini immagina i suoi romanzi non come una serie, ma come capitoli di un libro più grande sul vicequestore Schiavone, l’investigatore romano, attento ma svogliato, trasferito ad Aosta per motivi disciplinari, che si fa le canne e che nel gelo alpino non rinuncia al suo loden e alle Clarcks sedicesimo paio in dieci mesi.

In Pulvis et umbra le trame sono due. Ad Aosta, sulla riva della Dora, viene ritrovato il cadavere di un trans. Fuori Roma, in un campo nei pressi della Pontina, una seconda vittima con in tasca un foglietto scritto. La vicenda del trans, molto noir, è quasi un espediente letterario per indagare più a fondo sulla nostra identità: siamo proprio sicuri di sapere come siamo? Sembra chiedere Schiavone-Manzini ai suoi lettori. E’ un caso complicato, forse irrisolvibile, che va ad urtare le ombre di una strana ragion di Stato e di un assassino coperto da un misterioso depistaggio. Un’altra bella rottura di coglioni che va ad aggiungersi al lungo elenco che Rocco tiene affisso sulla porta del suo ufficio: Radio Maria, le comunioni, i battesimi, i matrimoni, i tabaccai chiusi, la sabbia nelle vongole, le sorprese soprattutto quelle, perché ti costringono a reagire, a prendere una decisione. Il delitto sulla Pontina sa invece di una vecchia storia Quel cadavere puzzava di Enzo Baiocchi. Rocco deve trovare una scusa per ritornare a Roma e fare luce su un regolamento di conti nel quale è implicato anche il suo amico Sebastiano. Le ombre che si addensano intorno alla figura del protagonista sono tante, a cominciare dal fantasma di Marina. Rocco la vede, le parla, poi, poco alla volta, lei si ritrae quando nella vita del vicequestore sembra voler entrare l’agente Caterina Rispoli Perché non vieni più? Perché il vento cambia, Rocco. Io lo so. Anche tu lo sai. La storia personale di Caterina è carica di dolore e di tormenti: un padre orco che dopo tanti anni chiede di rivederla perché è in fin di vita in ospedale; la cieca obbedienza ad un ordine superiore che rischia però di allontanarla per sempre da Rocco Tutta la sua vita non era stato altro che dovere……Non era mai stata una bambina. Non era mai stata ragazza. Pulvis et Umbra è una storia di tradimenti, spiega Manzini a chi gli chiede del romanzo. Il tradimento della Giustizia, nella quale, nonostante tutto, Schiavone ha sempre creduto; quello di Caterina, il giovane amore smarritosi prima ancora di sbocciare. E il peggiore di tutti: il tradimento percepito da Brizio, Furio e Seba, gli amici di una vita, i tre delinquenti con i quali il vicequestore ha diviso tutto: ricordi, soldi, donne, lutti, perfino le indagini. Ombre che Rocco tenta di afferrare, ma tra le mani non gli resta che la polvere.

Non pensavo che Manzini potesse ripetersi dopo un romanzo impeccabile e appassionante come 7-7-2007. Pulvis et umbra invece lo eguaglia per bellezza, impianto narrativo, intensità, ironia e stile, confermando la buona qualità e i progressi del giallo italiano, che in Antonio Manzini ha trovato, già da diversi anni ormai, uno dei suoi interpreti migliori.

Angelo Cennamo

                             

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LABILITA’ – Domenico Starnone

 

Labilità - Starnone

 

Nella classifica dei cento romanzi del 2017 stilata dal New York Times figura un solo libro italiano: Lacci di Domenico Starnone. L’apprezzamento per Lacci – Ties nella versione americana – arriva nella scia del successo riscosso negli Usa da un’altra scrittrice napoletana, Elena Ferrante, la cui identità sconosciuta viene spesso attribuita proprio a Starnone. E’ un dato curioso sul quale si possono imbastire un paio di considerazioni; la prima e più facile per chi percorre la tesi appena accennata, è che lo stile, le ambientazioni delle storie dei due autori fanno particolarmente presa tra i lettori americani. La seconda è che i romanzi italiani non sono evidentemente così scadenti, e le loro trame non hanno (sempre) quel respiro corto di cui spesso si vagheggia. Tornando alla querelle infinita (e stucchevole) sulla somiglianza o coincidenza dei due scrittori, direi che una differenza sostanziale tra Ferrante e Starnone esiste, ed è, per così dire, una considerazione asimmetrica delle loro opere: la prima, cioè, è molto amata dal pubblico, il secondo gode invece di maggiore stima negli ambienti editoriali, tra gli scrittori. Una conferma ci viene per esempio da romanzi come Autobiografia erotica di Aristide Gambìa e Labilità, libri che hanno suscitato un certo interesse tra gli addetti ai lavori, ma molto meno tra i lettori.

Labilità racconta la storia di uno scrittore maturo che dopo molti anni sembra aver ritrovato l’ispirazione per dedicarsi a un romanzo sulla propria infanzia e la passione che fin da bambino ha coltivato per la scrittura. La voce narrante è la stessa di un altro libro di Starnone, Via Gemito – premio Strega nel 2001 – del quale questo potrebbe, per certi versi, essere il sequel. In molti passaggi, infatti, le due storie sembrano sfiorarsi, intersecarsi. La voce narrante, senza nome, è un uomo svagato, che perde di continuo il senso della realtà, e che soprattutto nell’atto dello scrivere si lascia visitare dai fantasmi del proprio passato: la madre, il padre ferroviere-artista, il Federì di Via Gemito per l’appunto, i vecchi compagni di scuola, come Silvestro, col quale un giorno litigò per via di una figurina rara e per questo molto ambita, quella del calciatore Giampiero Boniperti. Le divagazioni oniriche, questo girovagare infinito ai margini di un tempo virtuale e mai nitido – Labilità vuole significare proprio il confine invisibile tra realtà e finzione, gioco e verità –  e la ragnatela dei ricordi nel quale il protagonista sembra essere sempre più invischiato, diventa un gioco di specchi nel quale tutto si mescola, si confonde. La storia, che si arricchisce di altri due temi: il tradimento della moglie Clara con una collega molto più giovane di lui, Nadia Zanò, e l’invidia malcelata per un aspirante scrittore, Nicola Gamurra, suo ammiratore che cerca invano una sponda per pubblicare il suo primo romanzo, finisce però per avvitarsi troppe volte su se stessa. L’impressione è che in questo libro Starnone abbia voluto strafare, preteso troppo dal suo indiscusso talento, in una declinazione però fuori contesto, fuori dal “suo” contesto, che è la commedia. Labilità è un romanzo ben scritto, ma in molti tratti ci appare noioso, inutilmente labirintico e dispersivo. Allo Starnone ipocondriaco e malinconico di Labilità e Spavento, ho preferito quello comico e brioso di Via Gemito.

Angelo Cennamo

 

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CANADA – Richard Ford

Canada - Richard Ford

Ho letto le ultime cinquanta pagine di Canada ripensando a una frase contenuta nel finale del romanzo, e che ho sentito citare da Sandro Veronesi al Salone del libro di Torino del 2016, mentre sul palco, davanti a una folla di lettori appassionati, intervistava l’autore del libro, Richard Ford. Il periodo inizia così: “Quando più tardi ripensò a questi fatti, se lo fece, sono certo che Remlinger non ebbe per me un solo pensiero, e forse aveva persino dimenticato che ero presente“. Ed ecco la frase: “come un martello lasciato in una fotografia solo per fornire la scala degli oggetti, per essere un punto di riferimento, e che esaurisce il suo valore una volta scattata l’istantanea”. Ford ha spiegato di aver appuntato queste parole su un taccuino prima ancora di immaginare il romanzo che le contiene. È il suo metodo. Gli capita cioè di pensare a delle situazioni, a delle frasi, e di lasciarle in sospeso, nell’attesa di collocarle prima o poi nel libro giusto. Il racconto di Ford mi ha divertito molto: l’idea che una trama possa nascere e svilupparsi intorno a una frase ideata diversi anni prima, senza punti di riferimento, l’ho trovata originale e affascinante al tempo stesso.

Ma riavvolgiamo il nastro:

Prima di tutto parlerò della rapina commessa dai nostri genitori. Poi degli omicidi, che avvennero più tardi.

A distanza di cinquant’anni dai fatti, il professor Dell Parsons, un americano trasferitosi in Canada, ricorda gli avvenimenti che hanno cambiato per sempre la sua vita e quella di Berner, sua sorella gemella. La storia ha inizio nel 1960 in una tranquilla cittadina del Montana, Great Falls. È qui che vivono i Parsons, una famiglia apparentemente normale, uguale a tante altre. Bev è un sempliciotto dell’Alabama, di bell’aspetto, prestante, sempre sorridente, ottimista, un aviere in congedo. Neeva, sua moglie, è un’immigrata ebrea, una donna minuta, occhialuta, amante della poesia e dell’arte. Per quanto diversi per cultura, stile, idee, temperamento, i due decidono di sposarsi quando lei scopre di essere rimasta incinta. Neeva non ha amici, né senso dell’humor: è una disadattata che reprime nel silenzio e nell’isolamento la propria infelicità. Vorrebbe chiedere il divorzio, ma si trattiene. Dopo l’esperienza in aviazione, Bev fa mille mestieri: vende automobili, case coloniche, poi finisce in uno strano giro di carne di manzo rubata e rivenduta, e accumula un debito di duemila dollari. Potrebbe fare un prestito, chiedere aiuto a un familiare o a qualche amico: in fin dei conti non si tratta di una somma elevatissima. Bev però sembra inspiegabilmente orientato a ripianare quel debito attraverso un piano criminale: rapinare una banca Era una cosa che aveva sempre desiderato fare, dirà Dell cinquant’anni dopo. Ma le sorprese non finiscono qui. Neeva, infatti, anziché dissuadere Bev, di farlo ragionare, avalla l’operazione decidendo addirittura di fargli da complice. Ora sembra rinsavita; quel torpore misto di malinconia e di frustrazione, di fronte all’idea della rapina, perde via via consistenza. I due si riavvicinano, parlano, si sorridono. Scelgono di rapinare una banca del North Dakota, poco distante dal confine. Il piano è una sequela di improvvisazioni: Bev usa l’auto di famiglia e, una volta entrato in banca, non si preoccupa neppure di coprirsi il volto. Il colpo riesce, sì, ma già durante il viaggio di ritorno Bev e Neeva capiscono che presto la polizia si metterà sulle loro tracce e che non la passeranno liscia. La scena del loro arresto, a Great Falls, coi ragazzi che restano soli in casa, è una delle migliori cose che io abbia mai letto.

Nella seconda parte del romanzo Berner e Dell devono cominciare una nuova vita. La ragazza è più spigliata e ribelle del suo gemello. Fugge via, chissà dove. Dell invece viene contattato da un’amica di sua madre che lo porta con sé in Canada. Nessuno va a cercare i due ragazzi, né la polizia né il tribunale per i minorenni, il che spiega bene che razza di posto fosse Great Falls.

Il secondo tempo di Dell è tutto da scrivere, in una terra a lui sconosciuta e ostile. Farà nuovi incontri, nuove drammatiche esperienze. La salita che dall’inferno lo condurrà alla libertà è ancora lunga e piena di insidie. Ford scandaglia con abilità i tormenti del giovane protagonista nelle sue continue peripezie, tratteggiando con altrettanta precisione i caratteri dei personaggi che lo circondano in quel doloroso trapasso verso la salvezza: Arthur Remlinger, il misterioso direttore dell’albergo dove Dell viene assunto, Florence, la sua compagna artista, e Charley Quarters, lo spietato cacciatore di anatre, figura che sembra uscita da una trama western. Canada è un romanzo superbo con un finale commovente. Una storia di confini: geografici, tra il bene e il male, tra libertà e responsabilità, adolescenza e vita adulta La mia idea è sempre quella di un confine da attraversare; adattamento, passaggio progressivo da un modo di vivere che non funziona a uno che funziona. Il miglior Ford.

 Angelo Cennamo

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UNDICI SOLITUDINI – Richard Yates

undici solitudini - Richard Yates

Per certi versi, la vita di Richard Yates ricorda quelle di altri grandi scrittori del suo tempo. Penso a John Fante o a Charles Bukowski. Vite difficili, fatte di stenti, di mancati riconoscimenti, di malinconia, e dipendenza dall’alcol. Negli anni Cinquanta, quindi prima della pubblicazione del suo primo romanzo – il celebre Revolutionary road – Yates compone Undici solitudini, una raccolta di racconti considerata tra i capolavori della narrativa americana della seconda metà del Novecento “l’equivalente newyorkese di Gente di Dublino di Joyce” secondo il New York Times.

Il libro esce nel 1962 e non riscuote un grande successo di pubblico: nessun libro di Yates, del resto, ha superato le dodicimila copie vendute. Di lui si dice che sia più amato dagli scrittori che dai lettori, forse per le sue storie disturbanti, senza un lieto fine. “Gli americani sono sempre stati inconsciamente convinti che tutte le storie avranno un lieto fine”, sosteneva Adlai Stevenson, l’eterno secondo alle elezioni presidenziali degli anni Cinquanta, sconfitto due volte da Eisenhower, poi da John Fitzgerald Kennedy. Pare che questa frase campeggiasse anche sulla scrivania di Yates, tra gli appunti disordinati, le bottiglie di whisky svuotate durante le pause dalla scrittura, le foto dei figli e delle ex mogli fuggite da quel mondo grigio e paranoico nel quale si era recluso – quasi a voler dettare un senso, una direzione alle sue trame, i cui protagonisti sono il più delle volte dei perdenti, donne e uomini soli, abbandonati al loro destino e senza speranza.

Harry di Nessun dolore è un reduce di guerra ricoverato in ospedale per un brutto male. Alla vigilia di Natale, riceve la visita della moglie che lo tradisce con un altro uomo. Harry sembra contento di vederla, ma dopo aver scambiato con lei poche parole di circostanza, spreca quei pochi minuti che ha disposizione leggendo un articolo di una rivista. In Costruttori, per pochi dollari, un aspirante scrittore, spiantato e sfortunato, accetta di fare da ghostwriter a un tassista vanitoso che gli offre spunti e aneddoti sulla sua professione. I personaggi di Yates sono degli incompresi che rifiutano di adeguarsi all’onda del conformismo. In altri casi, malati e disoccupati. In altri ancora, dei mediocri, oppure semplicemente vittime di familiari distratti e inconsapevoli. Persone fuori posto, incapaci di realizzare i loro sogni, e per questo finite ai margini di una società che non li vede o non li riconosce.

Yates è il prototipo dello scrittore moderno. Per lo stile, per il suo periodare, scarno ma potente, ricorda un po’ Hemingway, il romanziere al quale proprio il Bob di Costruttori vorrebbe ispirarsi, ma la sua attenzione è rivolta alle relazioni umane e al sociale, più che agli spazi sconfinati della natura o a grandi imprese – e Richard Ford, lo scrittore realista e minimalista, il discepolo ideale che del suo Revolutionary road scrisse una brillante e accorata prefazione in occasione dei quarant’anni dalla sua prima pubblicazione. Per quanto poco conosciuto dal grande pubblico e fuori dai maggiori circuiti editoriali – meno male che in Italia abbiamo Minimumfax – considero Richard Yates uno dei migliori scrittori americani della seconda metà del Novecento, al pari di Malamud, Bellow e Roth. L’ho già scritto. Lo scriverò ancora.

Angelo Cennamo

     

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REVOLUTIONARY ROAD – Richard Yates

RevolutionaryRoad_ Richard Years

In questi giorni sto rileggendo tre autori che mi piacciono molto: Richard Ford, Raymond Carver, Richard Yates. Sono accomunati dal tratto minimalista: mai una parola superflua o inutili barocchismi, e da trame improntate al realismo, storie di persone comuni, uomini e donne che faticano a trascinarsi nella quotidianità, gente sconfitta dalla malasorte, a volte rosa dall’invidia, con problemi familiari e di dipendenza dall’alcol. Di Yates si dice che sia uno dei maggiori scrittori americani sconosciuti. Ce ne sono tanti. Basti pensare per esempio a Don Robertson o a John Edward Williams, l’autore di Stoner, romanzo che ha atteso mezzo secolo prima di essere celebrato tra i capolavori del Novecento. O a John Fante, riscoperto per caso da Charles Bukowski dopo anni e anni di oblio. Della vita difficile e tormentata da poeta maledetto di Yates ne sono piene le prefazioni e le quarte di copertina dei suoi libri, sempre poco venduti. Yates è uno scrittore amato e apprezzato dagli scrittori, meno dal pubblico. Come si spiega? Le sue storie disturbano, costringono i lettori a guardarsi dentro, a meditare sui propri fallimenti, ecco perché. I personaggi di Yates il sogno americano lo inseguono, ma non lo realizzano mai. Se avete voglia di leggere storie con un lieto fine non leggete i libri di Yates, soprattutto non leggete Revolutionary road, il suo romanzo di esordio, il più conosciuto. Il libro si apre con la prefazione precisa, accorata di uno scrittore per certi versi allievo, discepolo di Yates: Richard Ford. Tutto torna.

Siamo negli anni Cinquanta: nel quartiere residenziale di Revolutionary Hill, Connecticut occidentale, a metà strada tra la campagna e la città di New York, vivono i coniugi Frank e April Wheeler con i loro due bambini. Giovane reduce di guerra, laureato alla Columbia University, Frank sembrerebbe destinato a una carriera di successo ma è imboscato al quindicesimo piano della Knox Business Machines – la stessa azienda dove un tempo era impiegato suo padre – tra i cubicoli dell’ufficio vendite il lavoro più cretino che si possa immaginare.

Sua moglie è una donna dai nervi fragili, incompresa, prigioniera di un matrimonio infelice – Ti amo quando sei gentile – e attrice senza talento in una filodrammatica locale. La vita piccoloborghese dei conformisti Wheeler scorre noiosa tra cenette alcoliche coi vicini – grigi, invidiosi, tristi, spesso invadenti, come Shep e Milly Campbell, e la signora Givings, l’agente immobiliare con un figlio pazzo e impiccione più di lei – e il monotono andirivieni del treno dei pendolari, lo stesso che Frank prende tutte le mattine per raggiungere New York.

Per stemperare quel clima così poco stimolante e di crescente ostilità tra lei e il marito, April escogita un piano delirante: vendere la loro casa e trasferirsi a Parigi. Ma per fare cosa? Lavorare nello staff segretariale della NATO mentre Frank avrà tutto il tempo di leggere, studiare, approfondire, pensare a come realizzarsi, facendosi mantenere da sua moglie. Un progetto evidentemente strampalato, troppo rischioso, un salto nel buio per una coppia come loro senza soldi e nessuna conoscenza in Europa. Le tensioni in famiglia aumentano, anche perché alla Knox qualcuno finalmente si accorge del talento sprecato di Frank e gli promette un lavoro migliore, più prestigioso e ben retribuito. La terza gravidanza, non desiderata come le prime due, è un duro colpo per i già fragili nervi di April. Il piano è fallito, tutt’al più rimandato. La distanza tra i due coniugi cresce giorno per giorno: quel Ti amo quando sei gentile diventa Non ti amo, non ti ho mai amato. Lo squarcio di infelicità non si può ricucire, tutto precipita.

Il complesso residenziale di Revolutionary Hill non era stato progettato in funzione di una tragedia. Anche di notte, come di proposito, le sue costruzioni non presentavano ombre confuse né sagome spettrali. Era invincibilmente allegro: un paese dei balocchi composto di casette bianche e color pastello, le cui ampie finestre prive di tende occhieggiavano miti in un intrico  di foglie verdi e gialle… .

Angelo Cennamo

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LA PESTE

 

 

La Peste

 

 

A Sorano quella mattina soffiava un vento caldo da est, in direzione della raffineria. Onde di calore si sollevavano dall’asfalto appena rifatto e si propagavano lentamente verso il cielo d’agosto, disegnando sinuosità che distorcevano i portoni e le finestre di via Galileo Ferraris. Era domenica. Dalle tende di un ultimo piano le note di un tango argentino scivolavano sulla strada fino all’incrocio con la Statale, dove la pagina ingiallita di un giornale si separava da un’altra e rotolava lungo tutto il marciapiede prima di avvolgersi alla pensilina del tram. Al numero 122, dietro la saracinesca della sua libreria, Vittorio Brancaccio aveva smesso di pensare a se stesso e alle cose del mondo; tra i suoi piedi e il pavimento mancavano poco meno di due metri, lo spazio minimo per cancellare il disonore e una vita che si era immaginato diversa. Dovranno passare più di otto ore prima che Mario, il figlio prediletto, l’alleato fedele, l’impiegato esperto e devoto, lo veda penzolare dal soffitto vicino alla pala del ventilatore, tra gli scaffali della narrativa americana, la sua preferita, e quelli della saggistica.

Lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai.  (Albert Camus)

Era cominciata più o meno così la storia di un’antica libreria in un luogo di confine nella periferia industriale di una grande città, e di una ricca e stimata famiglia napoletana, travolta da una insolita e beffarda sequela di misfatti: i Brancaccio.

Ora sono bambino e sto guardando la signora Anna seduta alla cassa mentre prende appunti su un registro a quadretti. Intorno a lei il rumore del silenzio odora di pulito e del profumo francese che si irradia dal suo collo esile e delicato fino all’ingresso del negozio. Un raggio di sole penetra il pulviscolo che orbita tra i nostri corpi poco distanti prima di posarsi sulle mattonelle verde petrolio del pavimento. L’orologio a muro dietro il bancone segna le cinque e un quarto.

Sig.ra, ecco le cinquecento lire che vi dovevo.

Grazie, tesoro. Mi sorride, allungando la mano bianca e sottile verso la mia, più piccola ed esitante. Poi ricomincia a scrivere mentre i miei occhi restano fissi sui suoi capelli lisci, raccolti sulla nuca da un fermaglio di madreperla.

Ti serve altro, tesoro? No, nient’altro. Grazie. Buona giornata.

Buona giornata anche a te. A presto.

Era da poco finita la guerra quando i fratelli Brancaccio tornarono a Sorano per riaprire la libreria di via Ferraris. I bombardamenti l’avevano risparmiata, ma i muri esterni presentavano delle crepe e la fuliggine della raffineria aveva annerito buona parte degli arredi. Entrando, Vittorio ebbe la sensazione   di trovarsi in un cimitero. Chiazze di intonaco si erano staccate dalle pareti e avevano coperto la parte alta degli scaffali e il pavimento. Le ragnatele nere agli angoli del soffitto disegnavano triangoli perfetti. La puzza di zolfo e di detriti era insopportabile. Una trave del soffitto aveva ceduto fino ad incrinarsi pericolosamente in direzione del bancone nascosto sotto una coperta militare che lasciava intravedere solo i lati e la base massiccia. Del salottino di pelle dove i clienti più assidui amavano intrattenersi per conversare e leggere qualche pagina, neppure l’ombra. Qualcuno lo aveva trafugato o forse era stato portato via prima della guerra senza che lui lo ricordasse.

E’ questa la tomba di papà, pensò Vittorio mentre si aggirava prudente tra i resti del mobilio impolverato e le schegge di muratura. Prima di uscire volle dare un’occhiata ai suoi volumi preferiti, quelli della narrativa americana. Si sorprese nel vedere che Faulkner, Hemingway, Melville, Scott Fitzgerald erano rimasti al loro posto, nello stesso ordine alfabetico di sempre. Estrasse Moby Dick. Ci soffiò sopra e pianse.

Oltre il cognome i fratelli avevano ben poco in comune. Mario era alto e ossuto come la madre. Col volto scavato e gli occhi di uno strano colore, a metà tra il grigio e il verde.  Vittorio aveva preso dal padre la corporatura robusta, la statura media e i capelli neri e ricci. Mario era un ragazzo pragmatico, laborioso e portato per i lavori manuali. Il suo mondo era popolato di pinze, giraviti e chiavi inglesi. Vittorio non era capace neppure di svitare la lampadina da un’abatjour; usava le mani solo per sfogliare i libri e per scrivere di tanto in tanto delle poesie che dedicava alla moglie. E’ nato per fare lo scrittore, dicevano di lui. Elegante e vanitoso, non si separava mai dal Borsalino e amava indossare i guanti sia d’estate che d’inverno. Vittorio era un vero dandy. Tra i suoi amici figuravano pittori, intellettuali e orchestrali del teatro San Carlo, la sua seconda casa dopo la libreria di via Ferraris. Lo chiamavano Vic per via dei suoi trascorsi in Provenza. Cosa ci era andato a fare?

Non fa per me, disse Mario quando sul tavolo della camera da pranzo stile Luigi XV suo fratello srotolò il progetto di ristrutturazione dei locali che aveva fatto preparare dall’architetto Ambrosio, suo vecchio compagno di liceo.

Di libri non ne so nulla, e poi a scuola faticavo parecchio per avere la sufficienza. Non ti ricordi?

Lo ricordo eccome, disse Vittorio.

Ma a quelli ci penserò io, tu dovrai occuparti di altro.

Cos’altro c’è in una libreria oltre i libri? Chiese Mario. Vittorio rise.

I registri, gli ordini, i conti, le fatture. Ti sembra poco?

Ah, ho capito: ti serve un contabile.

Anche, disse Vittorio, dandogli un buffetto sulla guancia.

In quel luogo Vittorio aveva trascorso gran parte della sua vita. Da bambino lui e il padre si divertivano a fare un gioco: dovevano ricordare più titoli e più autori possibili di ciascuno degli scaffali. Uno sforzo di memoria notevole al quale però il piccolo Vittorio era allenatissimo. Tanto che il più delle volte era proprio lui, Vittorio, a dire ai clienti se un volume era o meno disponibile nella libreria. Come quella volta che l’Avvocato Gorrasio chiese di acquistare l’Ulisse di Joyce.

Non lo abbiamo: l’ultima copia è stata venduta la scorsa settimana, disse lui tra lo stupore di tutti i presenti.

Non è possibile, intervenne il padre. Dovremmo avere ancora una copia di Joyce. Guarda meglio.

Ti confondi con “Gente di Dublino”, papà, disse Vittorio. Aveva ragione lui.

Appoggiata al vetro, Anna Serrelli guardava la strada sorseggiando il primo caffè della giornata.

Il traffico su via Ferraris scorreva lento come una processione, e il rumore dei tram di tanto in tanto copriva la radio che lei accendeva tutte le mattine dopo aver messo la macchinetta del caffè sul fornellino a gas nel retrobottega.

Il marciapiede di fronte brulicava di studenti e di donne con le borsa della spesa. La fiaccola sulla torre della raffineria, in fondo alla strada, era una bandiera gialla che sventolava sul cielo grigio e polveroso di Sorano. Anna guardò in direzione della pensilina dove un tram aveva appena rallentato. Scesero dei ragazzi con le cartelle sotto al braccio e una coppia di anziani, Lui non c’era. Strano, pensò, a quell’ora sarebbe dovuto essere già al suo posto, dietro il banco della libreria.

Raccolse i pensieri molesti nella tazzina vuota e si diresse nel retrobottega per darsi una sistemata ai capelli e rifarsi il trucco, ma il clic della porta la costrinse a voltarsi.

Scusate, ho avuto un contrattempo. Non sapeva che lei fosse da sola.

Ho appena fatto il caffè, disse Anna fissando i suoi occhi.

Lo prendi?

Si guardò in giro.

Don Vittorio non è arrivato?, chiese

Non ancora, rispose lei, stirandosi con le mani la gonna stretta sui fianchi.

Si chiamava Ottavio Molinari. Aveva 20 anni, l’età di suo figlio. Il più piccolo, Gianluca. Alto, smilzo, moro e dalla carnagione olivastra. Fresco di studi e con una buona parlantina. Anche per questo Vittorio lo aveva assunto come commesso part-time. Era un giovanotto simpatico, educato, onesto e volenteroso, avrebbero detto di lui un anno dopo, quando della sua vita si sarebbe persa ogni traccia.

Anna se ne innamorò il primo giorno. Dopo le presentazioni, il suo sguardo innocente e virile al tempo stesso le si era posato su uno spicchio di seno che la morbida camicetta color panna lasciava intravedere.

Poi gli occhi guardarono gli altri occhi e i due si ritrovarono in silenzio, come complici di qualcosa che non era ancora accaduto.

“L’amore, pensava, doveva manifestarsi di colpo, esplosione di lampi e fulmini, uragano di cieli che si abbatte sulla vita, la sconvolge, strappa via ogni resistenza come uno sciame di foglie e risucchia nell’abisso l’intiero cuore” (Gustave Flaubert)  

Ho fatto un sogno. Eravamo sulla moto, io e te, fermi sotto la prima torre a guardare la fiamma in alto che improvvisamente cambiava colore. Prima viola, poi rossa, di un rosso intenso, poi blu elettrico, poi nera. Era diventata densa, molto densa, pastosa. Veniva giù come la lava del Vesuvio. Il magma scendeva verso di noi inghiottendo ogni cosa. Intorno alla raffineria era un deserto sconfinato, giallo, abbagliante.  Faceva molto caldo, non si respirava, gli occhi mi bruciavano. Grondavamo di sudore. Il sellino era diventato rovente e il parabrezza stava cominciando a sciogliersi e ad accartocciarsi su se stesso. Volevo ripartire ma la moto era bloccata. Dai! Forza! Gridavi. Le ruote cominciavano a sprofondare nella sabbia così come i nostri corpi ustionati. Ciao

Angelo Cennamo

 

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CATTEDRALE – Raymond Carver

Cattedrale - Carver

Non sono portato – o forse non nutro un grande interesse – per le descrizioni fisiche: come i personaggi portano i cappelli, o se hanno il colorito pallido o rubizzo, le braccia pelose, o come sono vestiti. Ma psicologicamente credo di fare dei ritratti molto precisi, ed è così che il lettore li distingue

Chi di noi: lettori, scrittori, recensori, scribacchini della domenica, non vorrebbe un giorno arrivare a scrivere come Raymond Carver?

Ho scoperto Carver leggendo i libri di Richard Yates, anche lui bravo a raccontare storie di lucido realismo, nelle quali primeggiano soprattutto i mediocri, gli sconfitti, gli ultimi.

La parte più interessante dei racconti di Carver è quella non scritta, il non detto, l’antefatto, o quello che accadrà dopo l’ultima pagina. Nelle sue short-story i momenti decisivi vengono solo lambiti, accennati: ci sono già stati oppure ci saranno. Tutta la produzione di Carver, compreso Cattedrale, la sua raccolta più celebre, è come un solo lungo racconto nel quale non accade nulla oltre lo scorrere del tempo. Carver si sofferma su aspetti spesso insignificanti, riempie dei vuoti. In Attenti, ad esempio, il protagonista, dopo aver litigato con la moglie, va ad abitare in una mansarda. Il lettore non sa qual è la causa del litigio né se e come i due coniugi risolveranno quella crisi. Dobbiamo parlare, dice lei, ma Carver concentra la sua attenzione su un fatto del tutto marginale: l’orecchio del marito è otturato, e la moglie, che un giorno decide di bussare alla sua porta, glielo stappa. Il Carlyle di Febbre è un uomo abbandonato dalla sua compagna che si mette alla ricerca di una babysitter per i suoi due bambini. Perché è stato lasciato? Cosa ne sarà di lui? Istantanee di una quotidianità nella quale possiamo riconoscerci, sono queste le situazioni raccontate da Carver, un po’ alla maniera di Edward Hopper, il pittore americano che sapeva fermare il tempo nei paesaggi urbani e familiari.

Cattedrale si compone di dodici racconti, straordinari per tecnica descrittiva, intensità. Il libro si apre con lo stravagante invito a cena di Penne, una storia quasi horror nella quale rimaniamo turbati e divertiti dai dentoni della padrona di casa, Olla, e dal suo bambino brutto, bruttissimo, che si lascia avvicinare da un pavone. La casa di Chef  è probabilmente una delle cose migliori che Carver abbia mai scritto nella sua breve carriera di poeta e narratore. Sette pagine di amore, nostalgia e utopia, con una coppia di ex coniugi che si ritrova per pochi giorni in una casa sul mare. Nel surreale Conservazione un uomo perde il lavoro e si trasferisce sul divano del soggiorno. Nulla lo turba, neppure la rottura improvvisa del frigorifero che la moglie promette di sostituire con un altro da comprare a un’asta. Il racconto che dà il titolo al libro è l’ultimo dei tredici. Un cieco viene ospitato per una notte da una sua vecchia amica e dal marito di lei. Dopo cena, i due uomini si ritrovano in salotto a seguire in tv un documentario sulle cattedrali europee. Il cieco chiede al padrone di casa di descrivere ciò che non può vedere, fino a che non decide di disegnarlo lui stesso guidando magicamente la mano dell’altro sul foglio.

Angelo Cennamo          

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