
Nella classifica dei cento romanzi del 2017 stilata dal New York Times figura un solo libro italiano: Lacci di Domenico Starnone. L’apprezzamento per Lacci – Ties nella versione americana – arriva nella scia del successo riscosso negli Usa da un’altra scrittrice napoletana, Elena Ferrante, la cui identità sconosciuta viene spesso attribuita proprio a Starnone. E’ un dato curioso sul quale si possono imbastire un paio di considerazioni; la prima e più facile per chi percorre la tesi appena accennata, è che lo stile, le ambientazioni delle storie dei due autori fanno particolarmente presa tra i lettori americani. La seconda è che i romanzi italiani non sono evidentemente così scadenti, e le loro trame non hanno (sempre) quel respiro corto di cui spesso si vagheggia. Tornando alla querelle infinita (e stucchevole) sulla somiglianza o coincidenza dei due scrittori, direi che una differenza sostanziale tra Ferrante e Starnone esiste, ed è, per così dire, una considerazione asimmetrica delle loro opere: la prima, cioè, è molto amata dal pubblico, il secondo gode invece di maggiore stima negli ambienti editoriali, tra gli scrittori. Una conferma ci viene per esempio da romanzi come Autobiografia erotica di Aristide Gambìa e Labilità, libri che hanno suscitato un certo interesse tra gli addetti ai lavori, ma molto meno tra i lettori.
Labilità racconta la storia di uno scrittore maturo che dopo molti anni sembra aver ritrovato l’ispirazione per dedicarsi a un romanzo sulla propria infanzia e la passione che fin da bambino ha coltivato per la scrittura. La voce narrante è la stessa di un altro libro di Starnone, Via Gemito – premio Strega nel 2001 – del quale questo potrebbe, per certi versi, essere il sequel. In molti passaggi, infatti, le due storie sembrano sfiorarsi, intersecarsi. La voce narrante, senza nome, è un uomo svagato, che perde di continuo il senso della realtà, e che soprattutto nell’atto dello scrivere si lascia visitare dai fantasmi del proprio passato: la madre, il padre ferroviere-artista, il Federì di Via Gemito per l’appunto, i vecchi compagni di scuola, come Silvestro, col quale un giorno litigò per via di una figurina rara e per questo molto ambita, quella del calciatore Giampiero Boniperti. Le divagazioni oniriche, questo girovagare infinito ai margini di un tempo virtuale e mai nitido – Labilità vuole significare proprio il confine invisibile tra realtà e finzione, gioco e verità – e la ragnatela dei ricordi nel quale il protagonista sembra essere sempre più invischiato, diventa un gioco di specchi nel quale tutto si mescola, si confonde. La storia, che si arricchisce di altri due temi: il tradimento della moglie Clara con una collega molto più giovane di lui, Nadia Zanò, e l’invidia malcelata per un aspirante scrittore, Nicola Gamurra, suo ammiratore che cerca invano una sponda per pubblicare il suo primo romanzo, finisce però per avvitarsi troppe volte su se stessa. L’impressione è che in questo libro Starnone abbia voluto strafare, preteso troppo dal suo indiscusso talento, in una declinazione però fuori contesto, fuori dal “suo” contesto, che è la commedia. Labilità è un romanzo ben scritto, ma in molti tratti ci appare noioso, inutilmente labirintico e dispersivo. Allo Starnone ipocondriaco e malinconico di Labilità e Spavento, ho preferito quello comico e brioso di Via Gemito.
Angelo Cennamo