LA SOTTILE LINEA SCURA – Joe R. Lansdale

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“Sono un americano, nato a Chicago – quella tetra città – e affronto le cose come ho imparato da solo, in tutta libertà, e le racconterò a modo mio”. Recita così l’incipit di uno dei capolavori della letteratura mondiale, il romanzo che Saul Bellow volle scrivere ispirandosi a quel rivolo d’acqua che un giorno, passeggiando per Parigi, vide scorrere veloce, compatto e inarrestabile: Le Avventure di Augie March. Non ci sorprenderà allora che qualche decennio più tardi, un altro autore americano, forse per fare un tributo al premio Nobel canadese, abbia voluto iniziare un romanzo nello stesso modo, con il suo giovane protagonista che si presenta ai lettori: “Mi chiamo Stanley Mitchel, Jr. Tanto mi ricordo, tanto intendo scrivere”. Joe R. Lansdale, scrittore texano dalla penna pulp, è quanto di più diverso ci possa essere dal fine, colto e rigoglioso Saul Bellow, ma alle volte le parole fanno dei giri immensi e finiscono per mescolarsi in imprevedibili melting pot narrativi. Lansdale è un autore prolifico, eclettico, capace di spaziare dal western al noir, e di toccare la profondità con la leggerezza di una metafora, talvolta rozza ma efficace. Nel 2003 pubblica La sottile linea scura, romanzo di formazione divertente con delle venature thriller, a metà strada tra Huckleberry Finn e Molto forte, incredibilmente vicino, il libro che Jonathan Safran Foer scrisse immedesimandosi nei gesti e nel linguaggio del bambino protagonista, Oskar Skell.

La storia è ambientata in una cittadina immaginaria del Texas orientale, Dewmont. Siamo nella torrida estate del 1958 e il tredicenne Stanely Mitchel, ragazzo tanto vispo quanto ingenuo, lavora nel drive-in di suo padre, dove per un solo dollaro le coppiette possono lecitamente appartarsi in macchina fingendo di vedere un film. L’atmosfera fresca e spensierata del “Dew Drop” – questo il nome del cinema all’aperto – e del suo chioschetto di bibite e hot dog, ricorda la Milwaukee di Happy Days, con le sue auto decappottabili, la brillantina nei capelli e i primi blue jeans. Un giorno, giocando con il suo cane Nub nel bosco, Stanely finisce per mettere il naso in un segreto che doveva rimanere nascosto. Come un novello Sherlock Holmes, il ragazzino comincia un’indagine pericolosissima con l’aiuto di sua sorella Callie, ragazza molto corteggiata dai giovani di Dewmont, e del vecchio Buster, l’uomo di colore che lavora come proiezionista e tuttofare al “Dew Drop”. L’amicizia tra il bianco Stanely e il nero Buster è uno dei temi centrali del romanzo, insieme a quello della perdita dell’innocenza, ovvero l’attraversamento della “sottile linea scura” che segna le scoperte del male, del razzismo e del sesso. In una delle scene più commoventi del libro, quella in cui Buster conduce Stanely nel gabbiotto delle proiezioni per insegnargli i rudimenti del mestiere, la mente vola al premio Oscar Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, con Philippe Noiret che tiene sulle ginocchia il piccolo Totò Cascio mentre fa scorrere la pellicola di un film americano in una vecchia sala di una provincia siciliana. Altri mondi, linguaggi diversi per raccontare l’infinita bellezza della vita e della gioventù.

Angelo Cennamo                                              

 

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RESTA CON ME – Elizabeth Strout

 

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Viaggiare attraverso gli Usa guidati da un buon libro fino ad inoltrarsi in quell’angolo remoto del New England, in alto a destra osservando la cartina, che profuma di campagna e più a est di salsedine, lì sulla costa frastagliata di pontili e imbiancata da stormi di gabbiani che nella nebbia del primo mattino garriscono ai pescatori di aragoste. Eccolo il Maine, il piccolo mondo antico, luogo dell’anima che Elizabeth Strout dilata in lungo e in largo per tessere le trame dei suoi racconti melodiosi e carichi di buoni sentimenti, proprio come un’altra grande scrittrice, l’italiana Elena Ferrante, fa con la sua Napoli. E’ un’altra America, il Maine, molto diversa da quella che vediamo nei telefilm polizieschi o che leggiamo nei romanzi di Don DeLillo, lontana dal frastuono delle metropoli, puritana, forse un po’ bigotta, ma ricca di umanità. Resta con me è il secondo romanzo di Elizabeth Strout, pubblicato nel 2006, tre anni prima del più celebre e pluripremiato Olive Kitteridge. La storia è ambientata alla fine degli anni Cinquanta nella piccola comunità protestante di West Annet, una cittadina del nord, vicino al Sabbanock River, “lassù, dove il fiume è stretto e gli inverni erano particolarmente lunghi“. Qui si trasferisce Tyler Caskey, un giovane reverendo, brillante, carismatico, sposato con una donna bella e sensuale. La presenza dei coniugi Caskey è per la piatta e sonnolenta cittadina di West Annet come una ventata di freschezza. Tyler è un ragazzo prestante, gentile, conciliante, con la voce profonda e sonora, e sa intrattenere i fedeli con sermoni sempre originali e appassionati. Il suo stile così insolito e informale affascina e incuriosisce: Tyler non legge, non prende appunti, e quando parla  “una luce sembrava illuminare i suoi lineamenti“. Sua moglie Lauren “era una donna di indubbia bellezza tanto da essere stata oggetto di chiacchiere fin dall’inizio, dalla sua prima comparsa alla cena con i diaconi e le loro mogli“. A quanto si diceva, la signora Caskey doveva trascorrere parecchio tempo davanti allo specchio: era vanitosa e amava i vestiti griffati. Troppo spendacciona per quel “bifolco di quattro soldi” di Tyler, come lo definiva il padre di lei. La storia si accende con la morte prematura di Lauren, evento che trascina il reverendo e la sua prima figlia, Katherine, in un vortice senza fine di pettegolezzi e di maldicenze. La bambina smette di parlare e si isola dai suoi  compagni di scuola. Ha un ritardo mentale, dirà la sua  insegnante. Tyler sarà invece additato come l’amante della sua domestica Connie Hatch, donna troppo vecchia per lui, e soprattutto già sposata per diventare la sua nuova compagna.

Quando ogni aiuto vien meno e il conforto svanisce….Resta con me, o Signore” è questo l’inno preferito di Tyler, il mantra che il giovane reverendo ripete a se stesso per rafforzare la propria fede e per resistere alla meschinità e alle calunnie dei suoi parrocchiani, insipegabilmente aridi e insensibili di fronte al dolore che lui sta vivendo. ‎
‎Resta con me è un romanzo scritto sotto voce, con il garbo e la delicatezza ai quali Elizabeth Strout ci ha abituati fin dal suo libro di esordio Amy e Isabelle.  La scrittura fluida e avvolgente della Strout è come una carezza consolatoria, una magia di rara bellezza, classe cristallina, vera letteratura. ‎

Angelo Cennamo

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LA MACCHIA UMANA – Philip Roth

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Coleman Silk è uno stimato professore di lettere classiche all’università di Athena, nel New England. Come preside della facoltà, e col pieno appoggio del nuovo rettore, Coleman prende il comando di un college antiquato, stagnante e sonnolento e, non senza pestare i piedi a tutti, gli toglie l’etichetta di casa di riposo per anziani professori, incoraggiando i rami secchi a chiedere il prepensionamento, reclutando giovani e ambiziosi assistenti  e rivoluzionando il programma di studi. Un giorno però basta una parola detta per sbaglio e male interpretata a scatenare l’inferno. Coleman deve difendersi da un’ingiusta accusa di razzismo che lo costringe ad abbandonare l’università. A quel punto tutto il suo mondo, la brillante carriera accademica, la sua bella famiglia crollano sotto il peso della impurità, della crudeltà, dell’abuso e dell’errore. All’età di 71 anni, dopo aver perso gloria e reputazione, e pure sua moglie – uccisa dal dolore per quel tragico stravolgimento – il professor Silk inizia una relazione con una donna delle pulizie trentaquattrenne che lavora al college: “si chiamava Faunia Farley, e qualunque fosse la sua infelicità, la teneva nascosta dietro uno di quegli inespressivi volti ossuti che, senza nulla celare, tradiscono un’immensa solitudine”. La giovane vita di Faunia è segnata da una serie infinita di deviazioni e tragedie familiari. Con il vecchio ma dinamico Coleman, la bidella tuttofare di Athena scopre una sensibilità mai conosciuta prima, fatta di cultura, tenerezza e rispetto. Ma c’è dell’altro: Faunia è la sola depositaria del segreto che Coleman per cinquant’anni ha nascosto a tutti, perfino alla moglie e ai  figli. Un segreto che il vecchio preside porterà insieme a lei nella tomba nell’ultimo tornante della sua seconda vita.

La storia raccontata ne La Macchia Umana è ambientata nel 1998, nei mesi in cui imperversa lo scandalo sessuale di Bill Clinton alla Casa Bianca. Le due vicende, per quanto diverse, sembrano sovrapporsi all’interno del medesimo scenario, quello di un’America puritana, bigotta, turbata, quasi offesa dalla macchia di sé che il presidente degli Stati Uniti lascia sul vestito di Monica Lewinski. L’imperdonabile goccia di impurità che fa traboccare il vaso dell’ipocrisia e del politicamente corretto “Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui.”

Angelo Cennamo

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COLD SPRING HARBOR – Richard Yates

 

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Le vite ordinarie raccontate da Richard Yates nei suoi romanzi sono le nostre vite. Cold Spring Harbor, l’ultimo romanzo di Yates, viene pubblicato nel 1985, ventiquattro anni dopo il più celebre “Revolutionarity road”, il libro d’esordio che ha lanciato lo scrittore di Yonkers nel ghota della letteratura americana. Yates è appena uscito da un periodo difficile, tormentato, e non solo dal punto di vista professionale. Come nell’altro romanzo, al centro del racconto scopriamo storie di nuclei familiari –  in questo caso gli Shepard e i Drake – i cui destini si incrociano per una strana circostanza in un caldo e indimenticabile pomeriggio newyorchese. “Cold Spring Harbor” e’ il nome di un piccolo villaggio su Long Island. Qui vive Charles Shepard, un capitano dell’esercito costretto al congedo per un problema alla vista, con sua moglie Grace, donna sull’orlo di una crisi di nervi e quasi del tutto assente nello svolgimento della trama, ed Evan, l’unico figlio della coppia, uscito da un’adolescenza turbolenta, costellata di piccole infrazioni penali, grazie alla passione per i motori. Quando bussa alla porta di Gloria Drake, una porta qualunque, Charles ha l’auto in panne e ha bisogno di un telefono. “Gloria poteva avere non più di cinquant’anni, ma delle sue eventuali grazie di un tempo non era rimasto granché“. E’ una donna sola, divorziata da parecchi anni, con due figli. L’incontro tra i due sembra il preludio di una imprevedibile passione – Charles e’ un uomo gradevole e Gloria non nasconde affatto la simpatia che prova per lui – ma ad innamorarsi sono i loro figli: Evan – bullo di periferia, sveglio, pragmatico, con una breve esperienza matrimoniale alle spalle – e Rachel – ragazza fragile e sognatrice, con un fratello più giovane ( Phil), timido, goffo, che non andrà mai a genio al futuro cognato. Tutto il romanzo scorre senza sussulti attraverso le vicende quotidiane delle due famiglie, diventate tre dopo il matrimonio di Evan con Rachel. La narrazione fluida, come sempre curata e particolareggiata di Yates, non sembra infatti conferire al racconto lo spessore del capolavoro. Ma la ricomparsa nella trama di Mary, la prima moglie di Evan, conosciuta dal giovane Shepard tra i banchi del liceo e sposata per una gravidanza improvvisa, cambierà decisamente il corso degli eventi e chiuderà la storia con un finale amaro e inaspettato.

‎Perché ci piacciono così tanto i romanzi di Richard Yates? Perché nelle storie che raccontano non accade nulla: Yates ci sorprende con la normalità; i protagonisti delle sue trame sono persone come noi, uomini e donne che si sposano, che litigano e che fanno figli. Nella figura del capitano Shepard, ad esempio, ho ritrovato mio padre, anche lui pensionato dell’esercito. Nella decadente signora Drake, una vicina di casa, segnata dalla malinconia e con la paura di invecchiare. Il giovane Evan, invece, somiglia molto ad un mio vecchio compagno di scuola, bello e dannato proprio come lo scapestrato marito di Rachel. Si chiamava Giorgio. Chissà che fine ha fatto.

Angelo Cennamo ‎

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L’OPERA GALLEGGIANTE – John Barth

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Risalendo la corrente del postmodernismo americano, prima o poi si finisce per incrociare un autore leggendario, capace di scomporre e ricomporre le narrazioni secondo schemi inediti. Le sperimentazioni linguistiche di John Barth, negli anni cinquanta del secolo scorso, sono tra i migliori esempi di avanguardismo. La scrittura è consapevolmente intellettualistica, piena di giochi di parole e di quelle peripezie lessicali che spesso ritroviamo nel massimalismo isterico di scrittori contemporanei: Dave Eggers, David Foster Wallace: “Mi trovavo agli inizi d’un periodo di eremitaggio misantropico…Fuori, nel croccante prato marzolino…assapora una breve epistassi“.

L’Opera galleggiante è il romanzo più popolare di Barth; uscito per la prima volta nel 1956, viene ripubblicato undici anni dopo in una versione riveduta e corretta, meno indigesta per il grande pubblico. Ciononostante, insieme a Le perizie di Gaddis (uscito pochi mesi prima), il libro segna l’inizio di una nuova stagione letteraria proprio per lo stile bislacco, pirotecnico, del suo giovane autore. ‎Come buona parte del postmodernismo, la letteratura di Barth parla di se stessa, è autoreferenziale e/o metanarrativa “La mia prosa è uno strumento dall’andatura goffa, privo di grazia, e non ho alcuna padronanza degli stratagemmi stilistici“. La voglia di stupire spinge addirittura Barth a scrivere un paragrafo su due colonne, con due versioni diverse. Al centro del romanzo, dunque, non c’è la storia ma la rappresentazione della storia: “non riesco a terminare, lettori, non riesco a tenere la penna sino alla fine della riga“.

‎”Mi chiamo Todd Andrews…ho 54 anni…sono scapolo, vivo in una camera d’albergo a Cambridge, nel Maryland…sono il miglior avvocato forse sulla Costa Orientale…indosso vestiti costosi e fumo sigari Robert Burns” Ne L’Opera galleggiante –  il titolo è  ispirato da un fantasmagorico showboat che un tempo viaggiava per le paludi della Virginia e del Maryland – i romanzi sono due, concentrici : da un lato la storia di uno stravagante triangolo amoroso nel quale viene accidentalmente coinvolto il protagonista – stravagante perché consapevole, per meglio dire, istigato da una giovane coppia di suoi amici “ciascuno di noi tre amava gli altri due con tutto l’affetto di cui ciascuno era capace“. Dall’altro, il racconto di una vicenda intima, carico di introspezione e di spunti filosofici, che vede l’io narrante alle prese con una misteriosa “indagine” legata al suicidio del padre, anche lui avvocato, consumatosi l’indomani del crollo di Wall Street. Un tragico destino verso il quale sembra indirizzarsi lo stesso Todd il 21 giugno del 1937, data che farà da spartiacque nell’evoluzione della trama e intorno alla quale ruoterà l’intero romanzo. Il nostro avvocato non gode di buona salute: ha una prostata capricciosa, responsabile di imbarazzanti defaillances sessuali, ed è anche affetto da una rara forma di endocardite che lo costringe a vivere una vita senza mete e obiettivi, come  se ogni attimo del suo tempo fosse l’ultimo. “Nulla ha un valore intrinseco” è questa la conclusione della sua lunga peregrinazione filosofica. “Ma se la morte è la fine totale, non sarà meglio rimanere vivi in qualsiasi circostanza?” gli domanda un vecchio amico alle prese con le sue stesse turbe esistenziali. Sono trascorsi vent’anni da quel 21 giugno del 1937 e Todd Andrews non sa ancora spiegare perché il padre si è ucciso, e neppure perché non si è ucciso lui. L’indagine deve continuare.

Angelo Cennamo

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SESSANTA RACCONTI – Dino Buzzati

 

 

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Nel 1940 un giovane ed eclettico giornalista del bellunese, trapiantato a Milano, pubblica un libro destinato a diventare uno dei romanzi più apprezzati della letteratura mondiale. Ha poco più di trent’anni Dino Buzzati quando, tra un reportage e un editoriale sul Corriere della sera, comincia a scrivere Il deserto dei tartari – forse il più bel romanzo italiano del ‘900. Nonostante il successo internazionale, in Italia Buzzati deve faticare parecchio per ottenere la giusta considerazione da parte della critica, che invece matura con maggiore disinvoltura in altri Paesi, a cominciare dalla Francia. Questo accade probabilmente per due ragioni. La prima, una propensione fin troppo originale e spinta al surrealismo, ad una letteratura quasi onirica, eccessivamente moderna nel tempo in cui gli italiani preferiscono il neorealismo di Levi, Fenoglio e del primo Pasolini, oppure l’esistenzialismo ante litteram  di Moravia. La seconda, l’indifferenza di Buzzati nei confronti delle solite conventicole o correnti politicamente più attive nell’editoria e nel circuito degli artisti.

Nel 1958 è la volta di Sessanta racconti, una raccolta di scritti brevi, in parte già editi, con i quali l’autore vince il premio Strega. Da giornalista navigato, Buzzati è un maestro della scrittura breve; la forma del racconto gli è particolarmente congeniale perché mette in risalto il suo stile asciutto, essenziale, e il ritmo incalzante delle storie, sempre diverse, cariche di pathos, di suspance, di comicità e di poesia. Nei racconti di Buzzati spesso aleggia un mistero, talvolta è un evento che stenta ad avverarsi, altre volte è un fantasma “Gli amici”, “Racconto di Natale” e “L’assalto al grande convoglio, nel quale un vecchio capo brigante, per tenere fede a una promessa fatta ad un suo giovane adepto, da solo, si lancia in un improbabile assalto ad un convoglio di valori. Trafitto inesorabilmente, nell’attimo del trapasso l’uomo rivede su una collinetta i suoi compagni morti e cavalca insieme a loro verso l’altro mondo.

Nel tragicomico “Sette piani” un malato molto sfortunato, nel giorno del suo ricovero, viene sistemato all’ultimo piano di uno stravagante ospedale. Il piano, gli viene detto, riservato ai casi meno gravi. Ma nonostante le continue rassicurazioni dei medici sul suo buono tato di salute, il paziente viene trasferito giorno dopo giorno ai piani inferiori, fino a che si ritrova nel girone dei moribondi.

Sessanta racconti è una vertiginosa carrellata di personaggi fantastici ed imprevedibili tra i quali non mancano draghi, marziani, gocce d’acqua che di notte salgono misteriosamente le scale di un condominio, e un simpatico facocero –  ideato da Buzzati sessant’anni prima del cinghiale assassino di Giordano Meacci. Pagine di una letteratura inarrivabile e senza tempo.

Angelo Cennamo

 

 

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LIBERTA’ – Jonathan Franzen

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Nel 2010, nove anni dopo Le Correzioni, Jonathan Franzen pubblica Freedom – in Italia Libertà con Einaudi e la traduzione di Silvia Pareschi. È il suo quarto romanzo. La curiosità tra gli addetti ai lavori che fanno circolare segretamente le bozze dattiloscritte prima dell’uscita del libro contagia i lettori più affezionati e finisce per alimentare intorno all’autore di Western Springs un alone leggendario. Cresce l’attesa per quello che si preannuncia l’evento letterario dell’anno. Ad agosto, Time incorona Franzen come il più grande scrittore americano. Prima di lui, la prestigiosa copertina era toccata solo ad autori come Vladimir Nabokov e il premio Nobel Saul Bellow. 

Freedom racconta la storia di una famiglia apparentemente perfetta, i Berglund, pionieri di Ramsey Hill, un quartiere esclusivo della cittadina di St. Paul, nel Minnesota. Qui Walter e Patty hanno cresciuto i loro due figli Jessica e Joey secondo i principi della buona tradizione liberalprogressista. Ma come spesso accade nelle storie familiari di Franzen, dietro quell’armonia di facciata, quella freschezza mista di perbenismo e di ineccepibile senso civico, si nascondono conflitti laceranti e sentimenti torbidi. Dopo essere stato sedotto da Connie, una ragazza più grande di lui, sua vicina di casa, Joey decide di abbandonare i suoi genitori e di traslocare dai suoceri, gente di destra, maleducata e incolta. Patty vive la ribellione del figlio e il suo allontanamento come un tradimento immeritato, e sfoga la sua frustrazione nel diario segreto che uno psicanalista le ha suggerito di scrivere per affrancarsi dalla depressione. Poche righe giornaliere che rivelano al lettore una seconda storia, la più importante del romanzo: la relazione tra la signora Berglund e il musicista Richard Katz, migliore amico di suo marito al college (pare che per il personaggio di Richard, Franzen si sia ispirato al suo amico David Foster Wallace). Fin dai tempi dell’Università Patty è combattuta tra l’amore passionale per il fascinoso Richard e quello più composto per Walter, marito affidabile e padre esemplare. Il triangolo è angosciante e mette a dura prova i sentimenti dei due amanti, entrambi molto legati a Mr. Berglund, incarnazione di quell’agognata purezza che Franzen continuerà a inseguire nel romanzo successivo: Purity. Walter è “il bravo ragazzo”, l’amico fedele, il marito che sa ascoltare e che sullo sfondo della guerra in Afghanistan e delle politiche spregiudicate di Bush si inventa una crociata ambientalista per salvare un uccellino che rischia l’estinzione, del quale non importa niente a nessuno: la “dendroica cerulea”. Le deviazioni dal giusto di Patty Berglund e di Richard Katz non sono poi così diverse da quelle dei fratelli Lambert che abbiamo conosciuto ne Le Correzioni: “Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo” scrive Tolstoj, citato da Franzen per declinare in chiave moderna l’eterno conflitto tra il bene e il male. Freedom è  una storia con un lieto fine? Mm. Difficile comprendere quanto ci sia di lieto nella conclusione del libro, ma per arrivare a somigliare all’immagine di famiglia ideale che tutti gli altri vedono in loro (colti, attraenti, benestanti, con una bella casa, il giardino curato, invidiati dal vicinato) i Berglund dovranno percorrere un tempo lungo, l’intero tempo del romanzo. 

Angelo Cennamo

    

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LA MIA VITA DI UOMO – Philip Roth

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Il sarcasmo e la comicità con cui Philip Roth imbastisce le trame di certi romanzi fa pensare alla filmografia di Woody Allen. Pensateci, alcuni libri di Roth somigliano molto ai primi film di Allen: Provaci ancora, Sam; Io e Annie; Manhattan. I temi sono quelli: le relazioni familiari complicate, l’infedeltà, il sesso, la psicoanalisi, l’ebraismo. E sullo sfondo, spesso metropoli rumorose e snervanti.

La mia vita di uomo, pubblicato nel 1974, potrebbe essere stato tratto da uno di quei film. Al centro del romanzo, tra i più rothiani di Roth,  c’è il matrimonio tempestoso tra Peter e Maureen Tarnopol, un  giovane scrittore e una donna più grande di lui, pluridivorziata e isterica: “la donna che vorrebbe essere la sua musa ma è invece la sua nemesi” scrive il Newsday sulla quarta di copertina. L’unione tra Peter e Maureen si basa su una menzogna e sul ricatto morale: lei si finge incinta con un falso campione di urina e minaccia di suicidarsi se Peter dovesse porre fine alla relazione (è la vera storia del primo matrimonio di Roth). Per il giovane romanziere l’unione con Maureen diventa subito un incubo. Vorrebbe liberarsene attraverso la scrittura o l’infedeltà, ma non ci riesce: Peter è soggiogato da quell’arpia di Maureen che spia le sue trasgressioni e continua a minacciarlo. Neppure la causa di separazione riesce a rasserenare il clima; Peter ora è angosciato dalle spese per il mantenimento, che sono altissime e non gli danno tregua. A un tassista che lo riconosce e che gli chiede: “ Ehi Tarnopol, cosa stai scrivendo in questo periodo?” Lui risponde: “Assegni” – è la frase più comica del libro. Per fortuna che c’è Susan, una giovane vedova affascinante e di buona famiglia che si innamora di lui e lo accoglie ogni sera come una geisha nel suo lussuoso appartamento newyorkese. Ma Peter non riesce a darsi pace: la prospettiva di sposare Susan dopo il divorzio e di assecondare la sua smania di maternità lo scoraggia. In preda alla disperazione, decide allora di sfogare la propria infelicità da uno psicanalista. E lui cosa fa? Pubblica tutto su una rivista scientifica, travisandone cause ed effetti. Ne nasce un parapiglia grottesco. Eppure Peter quel medico maldestro non lo molla: la sudditanza psicologica va ben oltre la figura di Maureen. Quanti tormenti, che angoscia. E quanta comicità specialmente nelle ultime pagine, è lì che il romanzo tocca il punto più alto. La scena dell’incontro inaspettato tra Peter e la sua – quasi – ex moglie, con l’ultimo trabocchetto di lei, è davvero esilarante. Tutta la rabbia accumulata dallo scrittore esplode in un raptus di violenza e lei, terrorizzata, se la fa sotto. Nel senso letterale. Peter è sopraffatto dalla puzza che si propaga in tutte le stanze, ma non demorde. Maureen morirà sotto i colpi incessanti dell’esausto Peter? “Ma è davvero morta? Morta sul serio? Morta come sono i morti?”.

Angelo Cennamo

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TODO MODO – Leonardo Sciascia

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L’eremo di Zafer sembra un monastero ma non è un monastero. È un albergo tenuto da preti in un luogo imprecisato di un’ignota provincia italiana. Siamo in Sicilia? Può darsi. In questo luogo così sperduto e inaccessibile, tra querce e castagni, si è data appuntamento una combriccola di ministri, deputati e industriali per degli strani esercizi spirituali.

Un noto pittore, capitato per caso nella zona, si ritrova suo malgrado testimone di quella riunione segreta, organizzata e diretta da don Gaetano, figura enigmatica e sommo sacerdote di una liturgia che ha poco a che vedere con la Fede. Durante la recita collettiva del Rosario “si sentì come uno stappo”: uno degli ospiti, un ex senatore ora presidente di un grosso Ente di Stato, viene ammazzato con un colpo di pistola ravvicinato “opaco, attutito, come se l’arma fosse stata appoggiata al bersaglio”. Con la polizia arriva il procuratore Scalabri, vecchio compagno di scuola del famoso pittore. Si chiudono le porte e iniziano le indagini. Sul piazzale viene disegnata la sagoma della vittima. Ma ricostruire gli ultimi istanti e le posizioni assunte dai convenuti nel corso della preghiera sarà un’operazione complicatissima, forse inutile. Chi era di fianco al povero senatore Michelozzi? Nessuno sa, nessuno ricorda, nessuno ha visto. Quella congregazione di uomini potenti si trasforma in un canestro di vipere che si mordono tra di loro. In piena notte l’avvocato Voltrano cade giù dall’ultimo piano dell’edificio. Cosa nascondeva? chi voleva minacciare? Il caso si infittisce. Qual è il movente dei due omicidi? “Il fatto è che di moventi, tra questa gente, nei puoi trovare a migliaia”. Vero don Gaetano?

È 1974 quando Leonardo Sciascia pubblica Todo Modo, romanzo dalla trama suggestiva e dai contenuti torbidi che evocano non solo scandali e misfatti della politica, ma anche la degenerazione del clero, complice di quel malaffare. Una storia di delitti giocata sull’allegoria, che racconta, prima di tanti altri libri che verranno dopo, la corruzione e più in generale l’assuefazione e/o indifferenza al male. Il romanzo è un giallo in piena regola che però nessuno ha mai definito giallo. Pagine belle, feroci, potenti, di alta letteratura – anche il giallo può esserlo – che conservano intatta la loro attualità e ci fanno riscoprire uno dei maggiori autori del Novecento.

Angelo Cennamo

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IL PARTIGIANO JOHNNY – Beppe Fenoglio

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C’era un ragazzo, nelle langhe piemontesi, che amava i libri di Shakespeare e di Marlowe, e che all’italiano preferiva la lingua inglese. Un giorno, dopo l’otto settembre del ’43, decise di imbracciare un fucile e unirsi alla lotta partigiana. Non era comunista ma sognava la libertà, un paese senza fascisti e senza tedeschi. Prima di morire, a soli 40 anni, le sofferenze e il coraggio di quei giorni interminabili li mise in un manoscritto, scarabocchiato prima in inglese e poi tradotto in italiano. Quel ragazzo si chiamava Beppe Fenoglio, e quegli appunti incompleti, scritti in un italiano originale, innovativo, arbitrario e ricco di inglesismi – il  “fenglese” –  faticosamente riordinati e pubblicati postumi nel 1968, sono diventati  uno dei romanzi più belli e struggenti del nostro Novecento: Il partigiano Johnny. Un romanzo autobiografico che racconta un pezzo di storia italiana da una visuale molto diversa ed insolita rispetto alle tipiche narrazioni sulla Resistenza. Il partigiano di Fenoglio, affascinato e stimolato dai discorsi di due suoi insegnanti di liceo, Chiodi e Cocito, sceglie di abbandonare il rifugio in collina dove il padre lo tiene nascosto dai tedeschi, per inseguire il nobile ideale della libertà “Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana. E nel momento in cui partì si sentì investito in nome dell’autentico popolo d’Italia ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente…ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra“. Ma per non essere un emulo di Robin Hood, un partigiano deve per forza sposare la causa comunista, come sostiene Cocito, o gli basta combattere per la libertà, come gli risponde il collega Chiodi? Sarà questo uno dei temi del racconto, che inizia con l’arruolamento di Johnny proprio in una divisione “rossa” o “garibaldina”. Sentite come il partigiano Fenoglio descrive il suo capo Tito:  “Aveva un naso esageratamente minuscolo, ma malignamente piantato nella esagerata infossatura delle occhiaie, la fronte irregolare e bozzosa e come divorata dalla piantatura fitta e volgare dei capelli neri e senza lustro, con qualche striscia già innaturalmente bianca, repellente come bisce morte dissanguate e imprigionate nel catrame. La bocca era torta ed il mento sfuggente…Tito sei comunista? Johnny di sè : “I’m in the wrong sector of the right side“.
Ma  dovevano esserci sulle colline altre formazioni, formazioni “azzurre”, nelle quali egli non potesse così dolorosamente avvertire “lo stacco qualitativo” e fosse costretto a prendere lezioni di marxismo.
Eccoli gli altri, i “badogliani”, molti dei quali, come lui, ex sottufficiali dell’esercito, di estrazione liberale e piccolo borghese rispetto agli “operaiacci” dei partigiani rossi.
Il capo “Nord” era un bell’uomo di trent’anni con gli occhi azzurri “si muoveva con sobria elasticità su piedi in scarpe da pallacanestro“. Tra i partigiani azzurri Johnny si sente più a suo agio, anche se quei metodi così militareschi, diversi dalla vera guerriglia, rischiano  di complicare l’azione di contrasto al nemico. L’avventura di Johnny scorre veloce nella penna di Fenoglio ma le giornate vissute sul campo sono un’altra cosa, il tempo a volte rallenta e la noia ti trascina da un’altra parte “fare  il partigiano era tutto qui: sedere, per lo più su terra o pietra, fumare, poi vedere uno o più fascisti, alzarsi senza spazzolarsi dietro, e muovere a uccidere o essere uccisi, a infliggere o ricevere una tomba mezzostimata“. La liberazione della città di  Alba durerà solo pochi giorni “Johnny si alzò in tutta la sua statura fuori del riparo degli olmi, con un intontimento, che era quello della disfatta: una vera, campale disfatta“.  ‎Il gelido inverno del ’44 sembra non finire mai, i partigiani azzurri attendono invano gli aiuti del contingente inglese, e per evitare brutte sorprese decidono di sbandarsi. Johnny si ritrova solo, il suo vagabondaggio fino alle Alpi liguri, affannoso, sofferente, ci ricorda quello del protagonista di un altro romanzo straordinario: Suttree di Cormac McCarthy. Sono le pagine più emozionanti ed affascinanti dell’intero racconto. I partigiani azzurri si ritroveranno per un’ultima adunata, e nell’ennesimo scontro a fuoco coi fascisti la storia sfuma nell’immaginazione del lettore: “Johnny si alzò col fucile di Tarzan ed il semiautomoatico…Due mesi dopo la guerra era finita“.

Angelo Cennamo

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