Quando nel 1984 pubblicò Il pianeta Trillafon rispetto alla cosa brutta sulla “Amhrest Review”, la rivista del college, lo studente David Wallace non aveva ancora aggiunto il cognome materno a quello del padre. Lo farà tre anni dopo in occasione dell’uscita del suo primo libro: La scopa del sistema, la tesi di laurea riscritta e trasformata in uno dei romanzi più sgangherati e sorprendenti degli anni ’80. Immaginiamo che siano le tre del pomeriggio di un lunedì di fine estate, e che stia raggiungendo Vanni Santoni in taxi all’università La Sapienza, per parlare di David Foster Wallace. Vanni mi ha dato appuntamento nella biblioteca di Lettere. Ma perché? Forse perché è il luogo più wallaciano che c’è a Roma, a parte il Foro Italico? Immaginiamo di sederci su una poltroncina vicina alla sua, rivestita di una pelle che un tempo doveva essere color testa di moro. Il tavolo di noce è graffiato. Sopra ci sono: una bottiglia di acqua minerale ormai a temperatura ambiente, due bicchieri di plastica, un atlante, e una copia di Infinite Jest aperta all’anno di Glad, scarabocchiata con almeno sei penne diverse. È quella di Fandango, la prima edizione, tradotta da Edoardo Nesi. Prima di arrivare a parlare di Infinite Jest, però, facciamo un passo indietro e ripartiamo dal primo romanzo. Negli anni in cui Wallace esordisce, la scena letteraria americana è dominata dal realismo minimalista di autori come Carver, e gli esordienti Bret Easton Ellis e Jay McInerney. Wallace infrange quel mood con una prosa espansa, massimalistico-argomentativa (realismo isterico), che si immaginava archiviata col postmodernismo del primo Pynchon.
Credo che per prima cosa, ancor prima di evocare “La scopa del sistema”, sia necessario inserire nella conversazione William Gaddis. Da noi Wallace è stato subito accostato a Pynchon, mentre negli Stati Uniti il paragone era sempre doppio: think Pynchon, think Gaddis, scriveva l’Atlantic (che poi tirava in mezzo anche Beckett). Probabilmente ciò è avvenuto perché Gaddis, da noi, è sempre stato letto pochissimo, anche tra i lettori forti. Onore quindi al Saggiatore, che ha da poco ripubblicato il suo capolavoro “Le perizie”, e speriamo che questo recupero vada abbastanza bene da convincerli a riproporre anche “J.R.”, la cui edizione Alet è oggi del tutto introvabile. Leggendo o rileggendo Gaddis, il lettore italiano troverà la parte più cospicua del DNA di Wallace, per quanto l’allievo superi il maestro sia in prosa che in cura (“Le perizie”, per quanto sia un romanzo eccezionale, è punteggiato di piccoli errori storici e di storia dell’arte). Forse anche per questo Wallace ci sorprese tanto: mancava, almeno ai più dei lettori italiani, un pezzo del puzzle. Sembrava fossero atterrati gli alieni… Mi fa venire in mente un po’ quello che è accaduto di recente, sempre da noi, con la traduzione, dopo quarant’anni, del “Lanark” di Alasdair Gray: d’un tratto i lettori nostrani – me compreso – hanno dovuto rivedere in corsa tutto ciò che credevano di sapere sul sistema di influenze che ci ha portati al new weird. Quando DFW “atterrò” da noi come romanziere (i racconti della “Ragazza dai capelli strani” erano usciti due anni prima presso Einaudi, e avevano rivelato un grande scrittore ma non ancora un fenomeno assoluto), lo fece in un contesto per lo più d’ignoranza rispetto a Gaddis (e non è che Pynchon fosse poi così letto, almeno non i suoi tomi più massicci…) e per di più con “Infinite Jest”, non col suo esordio “La scopa del sistema”, che nell’edizione Fandango del 1999, pur precedente, fu notato davvero poco: per questo ci fu quell’effetto di novità squassante. Ciò detto, non basta Gaddis a spiegare l’eccezionalità di Wallace: certo, “Le perizie” e “J.R.” sono capolavori (e si potrebbe financo tracciare un doppio parallelo: “Le perizie” —> “Infinite Jest”; “J.R.”, con tutti i suoi dialoghi —> quello che sarebbe dovuto essere “Il re pallido”) ma Wallace ha qualcosa in più rispetto a lui e a Pynchon (rispetto a Pynchon ha anche alcune cose in meno, ma questo è un altro discorso), qualcosa che riguarda il suo modo di dire le cose: non c’è, in “Infinite Jest”, la freddezza nei confronti del lettore che è propria dei grandi romanzi di Gaddis e Pynchon. Il grande romanzo massimalista postmoderno trova, con DFW, una nuova umanità. Anche per questa ragione, la definizione di “realismo isterico” mi è sempre sembrata inadeguata per Wallace – o almeno, è adeguata per i primi racconti e per “La scopa del sistema”, che pur essendo quello che si suole definire “un esordio davvero sorprendente”, patisce una certa caoticità di fondo, potremmo dire quasi un tratto caratteriale che DFW avrebbe poi emendato; ma certamente non è una definizione adeguata per il suo capolavoro, né, io credo, per quello che avrebbe potuto essere il suo secondo capolavoro, “Il re pallido”.
Nel 1989 Wallace si consacra tra le voci più interessanti della nuova letteratura americana con la raccolta La ragazza dai capelli strani, dimostrando di avere talento anche nel tratto breve. Di quei racconti qualcuno disse che erano un affronto, una burla rivolta a Bret Easton Ellis, esploso pochi anni prima con Meno di zero; altri che Wallace avesse copiato spudoratamente proprio quel romanzo di esordio. Escludendo la seconda ipotesi, il tono di quelle storie è sicuramente beffardo rispetto al realismo esasperato di certi autori come Ellis che imperversavano in quel decennio. Non trovi?
Non c’è dubbio che il racconto che dà il nome alla raccolta prenda in giro un certo immaginario da fighetti ricchi e all’apparenza trasgressivi (ma in realtà avanguardia feroce del sistema) che era proprio del “Brat Pack” in generale e di Ellis in particolare, e a ben guardare mostra anche qualcosa che lo stesso Ellis ha messo pienamente a fuoco solo adesso, con quello splendido “Le schegge” il quale, oltre che romanzo, è anche riflessione sulla propria poetica, quasi un’opera di (auto)critica letteraria: che non c’era, in fondo, molto di realistico nelle avventure dei ragazzini di “Meno di zero” e delle “Regole dell’attrazione”. Ma credo che l’insofferenza che BEE ha sempre mostrato verso DFW non venga da questo, anche se può essere stato la miccia: gli veniva, e viene, dalla consapevolezza ineludibile – per lui sempre così wired – di esser stato surclassato. Anzi, superato, nel senso proprio che quella che doveva essere la sua epoca nelle lettere americane (e quindi, visto il periodo di ancor vigente egemonia, mondiale) fu costretta a un tramonto anticipato. E sia chiaro, lo dico da fan di Ellis: quando DFW se ne uscì con Infinite Jest mostrò di essere, semplicemente, di un altro pianeta: quello abitato dai Dostoevskij o dalle Woolf, e che negli Stati Uniti di quell’epoca era abitato giusto da Pynchon e DeLillo (più McCarthy, ma con un piede dentro e uno fuori… pure questo sarebbe un bel discorso da affrontare, ma appunto… è un altro discorso).
Parlare di David Foster Wallace senza aver letto David Foster Wallace è uno sport abbastanza diffuso. Si prende il Wallace numero due, quello che il nostro amico Gianpaolo Serino chiama “il marketing intellettivo di Wallace”, la sua rielaborazione critica filtrata attraverso mitizzazioni, svariate esegesi, analisi, raffronti, stereotipi su nevrosi e massimalismi, e lo si porta in giro per convegni, discussioni, dirette Facebook eccetera. Accade anche con altri autori: negli anni Sessanta alcuni italiani tenevano in bella mostra sul tavolino del salotto una copia dell’Ulisse di Joyce solo per fare bella figura con gli amici (semicit. di Carmelo Bene).
Direi che lo sport diffuso è soprattutto parlare di Wallace senza aver letto Infinite Jest. La raccolta di saggi “Considera l’aragosta” è molto letta. Anche i succitati racconti della “Ragazza dai capelli strani”. I vari altri librini usciti per minimum fax, pure, sono stati leggiucchiati. Quello meno letto è il Wallace romanziere: già i lettori della “Scopa del sistema” sono meno di quanti possiamo immaginare, ma il fenomeno si nota meno perché “La scopa del sistema” non è nel novero dei libri che “bisogna aver letto” e quindi nessuno ha mai bisogno di fingere di averlo letto…Tutto ciò è un po’ paradossale perché per quanto il Wallace raccontista sia bravo, e quello saggista a tratti straordinario, il livello reale della sua arte si vede nel romanzo, e in particolare nel “romanzone”. Che “IJ” sia meno letto di quanto viene dichiarato lo dimostra l’attenzione enorme che viene sempre data alle parti tennistiche, quella comunque ragguardevole data alle parti ambientate nella comunità di recupero di Ennet, e quella invece scarsa o nulla data ai momenti slapstick (quelli sì, totalmente pynchoniani) della seconda metà, o alla filmografia di John Incandenza, o al ruolo di Mario.
Qualche mese fa ho riletto per la terza volta Infinite Jest. È un romanzo che si disvela sempre in modo diverso, non smette di sorprenderci, è sempre attuale: ha anticipato fenomeni come la dipendenza dai social, perfino il trumpismo. Qual è, secondo te, il segreto di questo librone oltre la sua speciale ambientazione tennistica?
Per me il segreto di Infinite Jest, che è poi il segreto del miglior Wallace, è la sua esattezza, e il suo secondo segreto – che si applica a tutto Wallace, ma che trova l’apice in “IJ” – è quella umanità a cui accennavo prima. Sull’esattezza, mi riferisco alla capacità della prosa wallaciana di inchiodare, grazie all’uso e alla scelta delle parole (e alla costruzione della frase), aspetti, segmenti, squarci o frammenti della realtà che prima erano invisibili o non ancora inquadrati. Di conquistare, con le parole e le frasi, ancor prima che con le idee, i personaggi o la trama, nuovi territori all’increato, oltre che al non-mappato.
Uno dei fenomeni più interessanti della letteratura americana degli ultimi decenni è stata l’amicizia-rivalità tra Wallace e Jonathan Franzen. Due ragazzi del Midwest bianchi, colti, borghesi inclini al postmodernismo. Dopo la 27ma città e il giallo ambientalista Strong Motion, Franzen si trasforma in un contract author per scrivere storie di conflitti familiari, il suo amico Dave invece non rinnegherà mai la sua vena sperimentalista di status author. Li incontrai a Capri nel 2006 al festival organizzato da Antonio Monda. Era la prima edizione de Le Conversazioni, probabilmente la migliore. Con loro ricordo Zadie Smith, Jeffrey Eugenides, Nathan Englander. Wallace era in buona forma, spiritoso, nulla avrebbe lasciato pensare a quel finale tragico di due anni dopo.
Come per Ellis, ho sempre avuto l’impressione forte di un’insanabile invidia da parte di Franzen. Il che è normale, DFW lo straccia completamente, completamente, senza appello alcuno. Dal confronto esce mooolto più distrutto di BEE! Non sono neanche paragonabili. Del resto BEE, che pur le prende da Wallace, straccia Franzen alla stragrande. Il libro migliore di Franzen, che è un ottimo libro (naturalmente sto parlando “Le Correzioni”) è niente rispetto a “Infinite Jest”. Soprassediamo sul resto dei suoi romanzi, quantomeno per rispetto a un autore che comunque s’impegna molto, e che credo invece abbia scelto la propria strada in piena coscienza e per reale volontà letteraria… Quei due romanzi in fondo sono usciti dieci e quattordici anni prima delle Correzioni, quindi per me Franzen stava solo cercando la via, e se è diventato uno scrittore così “normie” era perché il normie già viveva potente in lui. Immagino, peraltro, che avere un amico e collega (e immediatamente contemporaneo, non di una generazione prima) che ti è così superiore sia davvero doloroso. Tutte le volte che Franzen ha scritto articoli o fatto conferenze con elementi del tipo “io e lui” ho provato imbarazzo. E sì che essendo amici ne aveva pieno diritto… Ma s’intuiva, dietro, la volontà di cercare di mettersi sullo stesso piano, e l’impressione era quella di un tizio che, credendosi un po’ più basso di chi è accanto, si costruisce uno sgabello e ci sale sopra, solo per voltarsi e rendersi conto di avere accanto un titano, alto quanto un palazzo.
Wallace ha scritto di tutto: di tennis, trigonometria, crociere, aragoste, pornografia, ha spiegato il rap ai bianchi… si può distinguere il romanziere dal saggista?
Direi di sì. Il romanziere è molto superiore. Il saggista è grande perché è originale, ha la solita fortissima umanità, prende prospettive traverse, sceglie bene i temi, fa ridere pur non mandandola mai in vacca… tutto questo avviene in molto molto più grande nel romanzo, dove però c’è anche tutto il resto. Questa domanda e la mia conseguente risposta mi fanno venire in mente che non ho finito di rispondere quando parlavo dell’esattezza e dell’umanità wallaciane: ricordo bene quando, assieme ai ragazzi della rivista dove avevo cominciato a scrivere, esattamente vent’anni fa, nel 2004, qualcuno portò “Infinite Jest” alla riunione di redazione. Lì, com’è ovvio, restammo basiti dalla prosa e dalla portata del romanzo, e da quell’esattezza di cui sopra. Saltiamo invece avanti di quattro anni: è il settembre 2008, la rivista “Mostro” non esiste più, ma noi ci ritroviamo ancora per scrivere, bere e parlare di libri; qualcuno porta la notizia della morte di DFW. Consideriamo il modo in cui reagimmo: quel dolore, e quel sentirsi come sperduti, che assomigliava, ancorché in piccolo, a quello che si prova alla morte di un familiare che ci è caro o di un grande amico. Un dolore del tutto diverso da quello che si prova quando muore semplicemente un artista che ammiriamo molto. Perché? Io credo che ciò si debba all’umanità del nostro, e non del personaggio, che pure era un grand’uomo: proprio all’umanità che emergeva dalla sua prosa, che riusciva – caso forse unico – ad avere un’esattezza matematica degna d’un Pynchon ma a lasciare comunque spazio per i sentimenti. Un’infrastruttura segreta per il calore umano, nascosta tra le parole. Per me è questa la caratteristica che consegnerà Wallace all’eternità letteraria. Per tornare sempre alla domanda di cui sopra, circa le sue profezie e la sua attualità… a me non pare che “Infinite Jest” sia invecchiato bene rispetto alle sue previsioni, al suo elemento satirico o ai suoi giochi distopici… A volte “becca” cose attuali perché erano già presenti in nuce nella società americana di allora, ma sotto questi aspetti, si presenta chiaramente come “un libro degli anni ’90”, pure troppo… Ciò che lo rende eterno è altro: è la capacità, ignota anche ai suoi predecessori e padri spirituali Gaddis e Pynchon (e solo parzialmente nota a DeLillo, che però ha altri punti di forza e altri obiettivi), d’infilare l’umano (che di base esatto non è) nell’esatto (che di base umano non è).
Quando si legge un autore ostico e perfettamente calato nella propria quotidianità, è lecito chiedersi quanto sia diversa la sua versione originale da quella tradotta in altre lingue. Pensi che autori come Pynchon e Wallace siano davvero traducibili?
Non essendo un traduttore non mi azzardo troppo volentieri in valutazioni di questo tipo, ma in fondo penso di sì: Wallace ha buone traduzioni, Gaddis ha buone traduzioni. Certo, se li leggi in originale è un’altra cosa, e infatti li leggo in originale, ma cosa farei coi miei venerati Mann e Bernhard e Sebald, non sapendo il tedesco? Come ebbe a dire Bolaño, in fondo un capolavoro è un libro che resta bello anche dopo che è stato tradotto. Il discorso vale meno forse per Pynchon, del quale ad esempio “L’arcobaleno della gravità” avrebbe bisogno di una ritraduzione: l’ho letto in originale solo di recente e siccome diverse cose non mi tornavano sono andato a rivedere e c’erano molte imperfezioni, ma capisco bene che tradurre un libro del genere, magari per una cifra irrisoria rispetto all’impegno che richiederebbe per farlo bene, sia complicato… Occorrerebbero fondi pubblici per supportare queste imprese al di là dei (pur inevitabili) calcoli economici degli editori.
Quando in quella sciagurata sera di settembre si tolse la vita nella sua casa di Claremont, pare che Wallace avesse pianificato tutto: scritto due righe di commiato alla moglie Karen, salutato i cani Jeeves e Drones, ordinato negli scatoloni giù in garage i manoscritti del romanzo al quale stava lavorando già da parecchi anni. “La Cosa Lunga”, un librone di cinquemila pagine che si sarebbero ridotte a poco più di mille, aveva confidato a Franzen. Per completare questo librone Wallace aveva rinunciato a convegni, conferenze stampa, al party per il decennale di Infinite Jest, a uscite con gli amici. E a chi come lo stesso Franzen si preoccupava negli ultimi tempi del suo stato di salute e gli chiedeva al telefono come stai, lui alla sua maniera rispondeva: “mi sento un po’ peculiare”. I pezzi del romanzo che Wallace stava scrivendo vennero faticosamente assemblati tre anni dopo la sua morte, nel 2011, dall’editor Michael Pietsch in un libro di circa ottocento pagine poi intitolato Il re pallido. Che opera è Il re pallido? Cosa aggiunge al Wallace che avevamo conosciuto fino ad allora?
Come tutti gli wallaciani vissi un conflitto interiore: da un lato pensai che – per quanto l’autore avesse fatto in modo di far trovare i materiali – fosse brutto scavare nella sua tomba alla ricerca di qualcosa di incompleto; dunque un senso un po’ di profanazione. Dall’altro lato, mi precipitai a comprarlo appena uscì, e subito dopo comprai pure l’edizione italiana. Che dire del “Re pallido”… penso che l’unica cosa onesta da fare sia tacere: sono appunti, pezzi di bozze, lacerti vari, da cui è impossibile desumere come sarebbe stato il libro finito. Mi ricordo però che appena lo lessi mi colpì subito un’idea, quella del raggiungimento dell’illuminazione attraverso la noia, tant’è che la ripresi e la usai in un romanzo che poi non vide mai la luce (sarà stata la maledizione del “Re Pallido”? Eppure, giuro, avrei messo il riferimento nelle note dell’autore in calce…).