PERCHÉ CORMAC McCARTHY NON È NATO IN ITALIA

Perché in Italia non abbiamo avuto scrittori come Cormac McCarthy, Stephen King, William Burroughs, Toni Morrison, Don Delillo, Thomas Pynchon…? Le ragioni sono diverse. Storiche, prima di tutto. Poi d’identità, per quanto storia e identità vadano a braccetto. L’America è un paese relativamente giovane, ciononostante è pervenuto al romanzo prima di noi, che per oltre un millennio ci siamo allenati più a poetare che a narrare… “santi, navigatori e poeti”. L’America è un paese segnato da mille conflitti, non solo razziali, e da contraddizioni talvolta difficili da spiegare (la letteratura si nutre di contrasti, il miglior propellente dei romanzi è lo scontro, il dissidio); fin dalle sue origini terra di conquista e di sogni da inseguire: realizzati (Singer, Updike, Bellow, Roth, Bret Easton Ellis…), miseramente falliti (Richard Yates, Raymond Carver, il Philipp Meyer di Ruggine Americana…). A sua volta il sogno postula il viaggio – sogno e viaggio contano tantissimo in questo discorso – da Huckleberry Finn di Twain e Furore di Steinbeck a On the road di Kerouac, senza contare l’affollatissima epica Western di autori come Guthrie, McMurtry, McCarthy, di outsider della non fiction (Jessica Bruder con Nomadland) e dell’autofiction (Eddy L. Harris con Mississippi Solo, William Least Heat-Moon con Strade Blu…), possiamo dire che il romanzo americano è un viaggio senza fine, un perenne trasloco. Be mine, il quinto Bascombe di Richard Ford racconta la traversata in camper di un padre e di suo figlio disabile. L’ultimo regalo di Frank a Paul è un viaggio. Il viaggio è anche speranza in un nuovo approdo, voglia di ricominciare. L’America si è forgiata attraverso continue ondate migratorie, dall’esterno e dal suo interno; alcune sono già state tradotte nei libri (Europa e Africa), altre lo saranno nel breve periodo (Asia e Oceania). È un paese di grandi dimensioni. Gli spazi sconfinati, quelli abulici come il piatto Midwest e gli Appalchi, ma anche gli altri più ostili dal punto di vista climatico, incidono non poco sui processi creativi e sulla scrittura, le conferiscono cioè un respiro ampio, una più vasta universalità, autenticità non per forza subordinate al piccolo rituale. Esistono poi delle ragioni tecniche legate alla forma della comunicazione. I diversi linguaggi del cinema, della tv, del fumetto, della musica (Il rap spiegato ai bianchi di David Foster Wallace e Marck Costello…), unitamente al mito della forza, si pensi ad esempio ai Supereroi della Marvel o a certi personaggi del cinema di Ford o Tarantino, e della giustizia fai da te attraverso l’uso delle armi, hanno definitivamente conquistato la letteratura americana, amalgamandosi perfettamente tra loro (Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay di Michael Chabon e la serie di Hap e Leonard di Joe Lansdale sono tra i migliori esempi di come il fumetto abbia plasmato a sua immagine la letteratura). In italia questo processo non si è compiuto, forse per una certa diffidenza verso forme d’arte giudicate colpevolmente minori, forse per una ossequiosa dipendenza dalla “lingua letteraria” che è dura a morire. Un altro aspetto essenziale della china presa dalla letteratura d’oltreoceano nel corso degli anni, molto meno dall’avvento della Woke Culture, è la totale assenza di condizionamenti politici, di scuole, e conventicole. Ben altra storia rispetto per esempio al potere di vita e di morte che ebbe il gruppo Einaudi negli anni di Ginzburg e compagni, ai veti e ai filtri imposti a testi e ad autori non graditi per motivi squisitamente ideologici. Infine il coraggio o l’incoscienza di sperimentare nuove forme di racconto, che in America è incoraggiato fin da subito in molti corsi di scrittura, mentre in Italia viene puntualmente soffocato da editori poco visionari, più attenti ai bilanci che al valore reale dei manoscritti e alla loro capacità di sfidare le mode.  

(Foto di John Domini).

Angelo Cennamo

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L’EMPORIO DEL CIELO E DELLA TERRA – James McBride

James McBride, scrittore e giornalista newyorkese vicino ai settanta, è cresciuto tra Brooklyn e il Queens in una famiglia poverissima e numerosa: padre (afroamericano), madre (polacca) e undici fratelli. Dopo aver lavorato nelle redazioni del New York Times, Rolling Stone e Washington Post, McBride ha fatto il musicista jazz, poi lo sceneggiatore per Spike Lee. L’esordio nella narrativa risale al 1995 col memoir Il colore dell’acqua; la definitiva consacrazione è arrivata vent’anni più tardi con The Good Lord Bird, vincitore nel 2013 del National Book Award, cui è seguito, nel 2022, Il diacono King Kong. In questi giorni è uscito in Italia con l’editore Fazi e la traduzione di Silvia Castoldi The Heaven & Earth Grocery Store (L’Emporio del Cielo e della Terra), romanzo che negli Usa ha riscosso un successo clamoroso vendendo oltre un milione di copie (presto diventerà anche un film prodotto da Steve Spielberg). La storia è ambientata perlopiù a Pottstown, Pennsylvania, in un minuscolo quartiere di case fatiscenti e strade sterrate dove vivono neri ed ebrei, insieme ai bianchi “che non potevano permettersi di meglio”. Siamo negli anni ’30 dello scorso secolo. Chicken Hill, questo il nome del quartiere, è un microcosmo di mille storie con tanti personaggi che ruotano intorno alle figure principali di Moshe e Chona. Nella prima parte del romanzo, Moshe, ebreo rumeno proprietario di un teatro e di una sala da ballo, si innamora di Chona, una bellissima americana di origini bulgare, un’avida lettrice e un’idealista che, nonostante sia “storpiata dalla poliomielite”, non nutre “un briciolo di amarezza o un briciolo di vergogna”. Generosa e disponibile con tutti, Chona diventa un presidio di solidarietà quando insieme al marito rileva l’Emporio del cielo e della terra (a dire il vero, l’iniziativa la prende lei, Moshe ne farebbe a meno “Siamo ricchi, questa è una zona di neri e di poveri, e noi non lo siamo! Andiamocene in centro. Apriremo un negozio lì”). E così mentre Moshe ha successo nella sua attività artistica, Chona gestisce il negozio di alimentari che dà il nome al romanzo, offrendo credito a chi è più bisognoso. Leggendo di questo emporio mi sono ricordato del Brokeland Records, il negozietto di vinili dove Michael Chabon ha ambientato uno dei suoi romanzi migliori, Telegraph Avenue (perdonate questa specie di autocitazione). Come il Brokeland anche l’emporio è “un caravanserraglio dove la gente sta insieme, si rilassa… e si racconta storie a più non posso”. Un crocevia di gusti e culture diverse. Un giorno alla porta di Moshe e Chona bussano i vicini Nate e Addie per chiedere aiuto: Dodo, il loro nipotino dodicenne, diventato sordo per via di un’esplosione, si trova in pericolo; a seguito della morte della madre il ragazzino è rimasto orfano e presto le autorità verranno a prelevarlo per rinchiuderlo in un istituto. È il primo dei due eventi che fa decollare la storia. Nate e Addie sono disperati, occorre agire in fretta ma non sanno dove sbattere la testa. Moshe e Chona, che non hanno potuto avere figli, prendono a cuore la sorte del ragazzino e accettano di nasconderlo nell’emporio. Dodo è intelligente (non sente ma è abilissimo a leggere le labbra), brillante, sensibile, nella sua disabilità Chona ritrova la propria condizione, e grazie a lui per la prima volta sperimenta la desiderata maternità. Il secondo momento importante del romanzo è la separazione tra Chona e Dodo (madre e figlio). Quando la donna si ammala gravemente il bambino viene portato via e incarcerato a Pennhurst (un istituto psichiatrico abusivo) con la complicità di Doctor Roberts, il personaggio che incarna il male, il più cattivo del cast di McBride, membro del KKK e figura viscida contro la quale gli abitanti di Chicken Hill si uniscono nel tentativo di liberare Dodo. Unirsi è un po’ la parola chiave della storia e per questa piccola comunità, il cui melting pot simboleggia tutta l’America. L’Emporio del Cielo e della Terra è un romanzo sulla inclusività e la tolleranza. Una storia d’amore e di pace che non inciampa tuttavia nella retorica buonista e dell’accoglienza di questi anni. Chicken Hill è come la Napoli di Pino Daniele: ha mille colori, è un’America che sta imparando a stare insieme, che rapidamente prende forma e identità oltre ogni steccato, pregiudizio e intento separatistico. La prima parte del romanzo, per via dei numerosi riferimenti alla cultura ebraica, ricorda i capolavori di Isaac Bashevis Singer, capostipite di una lunga e gloriosa tradizione letteraria che ha visto in Bellow, Malamud, Roth, Safran Foer, Yoshua Cohen… alcuni dei suoi epigoni. McBride è uno scrittore “antico”; la sua prosa rigogliosa è una sinfonia di generi musicali che a volte stordisce per la complessità delle immagini e per la profondità degli stati d’animo, i retropensieri della sua fauna umana. Il suo nuovo libro è un atlante di sentimenti, un manuale di convivenza. Un antidoto contro il solipsismo e l’egoismo dei nostri anni. Nessuno si salva da solo. 

Angelo Cennamo




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PER SEMPRE – Richard Ford

La pentalogia di Bascombe Richard Ford avrebbe potuto concluderla alla maniera di John Updike, esattamente come era cominciata una quarantina di anni prima. Nell’ultima pagina di Riposa, Coniglio Harry Angstrom stramazza al suolo mentre gioca una partitella a basket con dei ragazzini. La stessa scena è nell’incipit del primo libro (Corri, Coniglio). L’idea di mostrarci Bascombe nel tentativo di rimettersi a scrivere a settantaquattro anni suonati e dopo tutto quello che gli è capitato fino ad ora, Ford deve però averla scartata dall’inizio; meglio andare sul sicuro, seguire “Lo stato delle cose” e quel doveva andare proprio così che è sempre stata la filosofia di vita del suo personaggio migliore. Si può leggere Per sempre (Be mine), in Italia con Feltrinelli e la traduzione di Cristiana Mennella, senza aver conosciuto le parti iniziali di questa lunga storia? Direi di sì, ma al vostro posto non lo farei. Proviamo allora a riavvolgere il nastro e a dare qualche informazione utile a chi volesse scavalcare i capitoli prececenti, nell’ordine: Sportswriter, Il giorno  dell’Indipendenza (premio Pulitzer), Lo stato delle cose, Tutto potrebbe andare molto peggio, per concentrarsi solo sulle ultimissime trecentocinquantacinque pagine, ammesso che siano davvero le ultime. 

Scrittorucolo, giornalista sportivo, poi agente immobiliare a Haddam, nel New Jersey, due divorzi, un figlio e una ex moglie morti, un tumore superato: Bascombe è tutto questo e molto altro ancora. Per sempre si apre con una nuova tegola per Frank: a Paul, il secondo figlio, oggi quarantasettenne, viene diagnosticata la SLA. Già da bambino Paul aveva dato segnali di scarsa tenuta mentale: ne Il giorno dell’Indipendenza lo avevamo visto rubare delle confezioni di preservativi e aggredire il commesso del negozio. Paul non provava interesse per nessuno sport, era affetto da una strana balbuzie e sognava di fare il ventriloquo. Haddam ha sempre dato rifugio a persone strambe, che portano gli stessi abiti ogni giorno, che sono impegnate nella stessa cosa a tutte le ore, che ridono di cose che sanno solo loro “Paul era uno di questi emarginati”. La sua vita non è mai stata all’insegna del successo “non ha nessun bestseller al suo attivo, né brevetti di software, né trofei… Paul non è mai arrivato”. Ha vissuto un po’ così, ma finché non si è ammalato, la vita “se l’è fatta piacere”. Nella prima parte del romanzo lui e suo padre sono dentro una Honda Civic, in partenza per la clinica del Minnesota dove sperimentano una nuova cura. Frank c’era già stato nel 2001 per farsi “bombardare la prostata di titanio”. Ora però è diverso: Frank ha un figlio che sta morendo, perché è di questo che si tratta. Paul non ha scampo e suo padre lo sa. Lo sa ma non cede: si dà degli obiettivi, prova a mappare e ad organizzare il tempo che gli resta “La vita è una questione di sottrazione graduale” leggiamo in Tutto potrebbe andare molto peggio. Accudire Paul è faticoso “Il moribondo fa sentire escluso e inadeguato chi non sta morendo, perché morire è una lotta che non somiglia a nessun’altra”. Il rapporto padre-figlio di Ford ribalta quello di figlio-padre del Philip Roth di Patrimonio, romanzo molto vicino a questo, che tocca le stesse corde. Frank sostiene Paul ma non smette di inseguire il piacere. Come Sportswriter, il primo capitolo della serie, Per sempre parla del grande tema della letteratura americana: la ricerca della felicità. Si può essere felici nonostante le tragedie che ci capitano nella vita? Frank pensa di sì. Non è un caso che l’introduzione del romanzo Ford l’abbia intitolata Happiness. Quando il figlio è in clinica, Frank è in compagnia di Betty Tran, la giovane massaggiatrice vietnamita con la quale mestamente gioca a fare l’innamorato. Una garbata relazione platonica da duecento dollari l’ora. Betty è la migliore attrice non protagonista del libro. È una ragazza carina, minuta e gentile, ma non è la Ramona di Herzog: non oltrepassa mai la soglia. Non deve. Non vuole. Prima che sulla vita di Paul scendano i titoli di coda, Frank noleggia un vecchio camper per andare a Mount Rushmore nel South Dakota, per poi proseguire oltre Rapid City, nel luogo con le effigi dei quattro presidenti scolpite nella montagna. La scena in cui Frank sale a bordo del camper nel quale non ci si sta neppure in due è straordinaria “A svegliare una bestia così ci si sente piccoli, ma anche potenti: una sensazione tipicamente americana, fatta per essere basica, comunque credo di poterla gestire, magari potrebbe anche piacermi”. È il momento più bello e significativo del romanzo, siamo in zona Strade blu di William Least Heat-Moon e Nomadland di Jessica Bruder; per quanto Ford li abbia ambientati nei sobborghi chic del New Jersey, i libri di Bascombe sono soprattutto romanzi on the road. Il viaggio con papà di Paul è goffo e doloroso, anche comico “Purtroppo durante la sosta ai box (lui crede che l’abbia abbandonato), Paul si è bagnato i pantaloni, ma adesso in macchina non ci si può fare nulla. Da veterano della prostata, conosco bene certe situazioni e posso capire cosa prova”. I dialoghi serrati tra i due sono pieni di scontri e di sbuffi. Nelle ultime battute Frank e Paul li vediamo di fronte alle sculture nella montagna, fermi a osservarle quasi inebetiti in mezzo a tutto quel silenzio. Ma perché sono proprio lì? “È fantastico”, dice Paul “completamente inutile e ridicolo… al mondo ci sono troppe poche cose fatte apposta con questa stupidità”. Per la prima volta lui e Frank vedono la stessa cosa nello stesso modo. Sipario. Applausi. 

Angelo Cennamo

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CONVERSAZIONI AMERICANE. DAVID FOSTER WALLACE / con Vanni Santoni

Quando nel 1984 pubblicò Il pianeta Trillafon rispetto alla cosa brutta sulla “Amhrest Review”, la rivista del college, lo studente David Wallace non aveva ancora aggiunto il cognome materno a quello del padre. Lo farà tre anni dopo in occasione dell’uscita del suo primo libro: La scopa del sistema, la tesi di laurea riscritta e trasformata in uno dei romanzi più sgangherati e sorprendenti degli anni ’80. Immaginiamo che siano le tre del pomeriggio di un lunedì di fine estate, e che stia raggiungendo Vanni Santoni in taxi all’università La Sapienza, per parlare di David Foster Wallace. Vanni mi ha dato appuntamento nella biblioteca di Lettere. Ma perché? Forse perché è il luogo più wallaciano che c’è a Roma, a parte il Foro Italico? Immaginiamo di sederci su una poltroncina vicina alla sua, rivestita di una pelle che un tempo doveva essere color testa di moro. Il tavolo di noce è graffiato. Sopra ci sono: una bottiglia di acqua minerale ormai a temperatura ambiente, due bicchieri di plastica, un atlante, e una copia di Infinite Jest aperta all’anno di Glad, scarabocchiata con almeno sei penne diverse. È quella di Fandango, la prima edizione, tradotta da Edoardo Nesi. Prima di arrivare a parlare di Infinite Jest, però, facciamo un passo indietro e ripartiamo dal primo romanzo. Negli anni in cui Wallace esordisce, la scena letteraria americana è dominata dal realismo minimalista di autori come Carver, e gli esordienti Bret Easton Ellis e Jay McInerney. Wallace infrange quel mood con una prosa espansa, massimalistico-argomentativa (realismo isterico), che si immaginava archiviata col postmodernismo del primo Pynchon. 

Credo che per prima cosa, ancor prima di evocare “La scopa del sistema”, sia necessario inserire nella conversazione William Gaddis. Da noi Wallace è stato subito accostato a Pynchon, mentre negli Stati Uniti il paragone era sempre doppio: think Pynchon, think Gaddis, scriveva l’Atlantic (che poi tirava in mezzo anche Beckett). Probabilmente ciò è avvenuto perché Gaddis, da noi, è sempre stato letto pochissimo, anche tra i lettori forti. Onore quindi al Saggiatore, che ha da poco ripubblicato il suo capolavoro “Le perizie”, e speriamo che questo recupero vada abbastanza bene da convincerli a riproporre anche “J.R.”, la cui edizione Alet è oggi del tutto introvabile. Leggendo o rileggendo Gaddis, il lettore italiano troverà la parte più cospicua del DNA di Wallace, per quanto l’allievo superi il maestro sia in prosa che in cura (“Le perizie”, per quanto sia un romanzo eccezionale, è punteggiato di piccoli errori storici e di storia dell’arte). Forse anche per questo Wallace ci sorprese tanto: mancava, almeno ai più dei lettori italiani, un pezzo del puzzle. Sembrava fossero atterrati gli alieni… Mi fa venire in mente un po’ quello che è accaduto di recente, sempre da noi, con la traduzione, dopo quarant’anni, del “Lanark” di Alasdair Gray: d’un tratto i lettori nostrani – me compreso – hanno dovuto rivedere in corsa tutto ciò che credevano di sapere sul sistema di influenze che ci ha portati al new weird. Quando DFW “atterrò” da noi come romanziere (i racconti della “Ragazza dai capelli strani” erano usciti due anni prima presso Einaudi, e avevano rivelato un grande scrittore ma non ancora un fenomeno assoluto), lo fece in un contesto per lo più d’ignoranza rispetto a Gaddis (e non è che Pynchon fosse poi così letto, almeno non i suoi tomi più massicci…) e per di più con “Infinite Jest”, non col suo esordio “La scopa del sistema”, che nell’edizione Fandango del 1999, pur precedente, fu notato davvero poco: per questo ci fu quell’effetto di novità squassante. Ciò detto, non basta Gaddis a spiegare l’eccezionalità di Wallace: certo, “Le perizie” e “J.R.” sono capolavori (e si potrebbe financo tracciare un doppio parallelo: “Le perizie” —> “Infinite Jest”; “J.R.”, con tutti i suoi dialoghi —> quello che sarebbe dovuto essere “Il re pallido”) ma Wallace ha qualcosa in più rispetto a lui e a Pynchon (rispetto a Pynchon ha anche alcune cose in meno, ma questo è un altro discorso), qualcosa che riguarda il suo modo di dire le cose: non c’è, in “Infinite Jest”, la freddezza nei confronti del lettore che è propria dei grandi romanzi di Gaddis e Pynchon. Il grande romanzo massimalista postmoderno trova, con DFW, una nuova umanità. Anche per questa ragione, la definizione di “realismo isterico” mi è sempre sembrata inadeguata per Wallace – o almeno, è adeguata per i primi racconti e per “La scopa del sistema”, che pur essendo quello che si suole definire “un esordio davvero sorprendente”, patisce una certa caoticità di fondo, potremmo dire quasi un tratto caratteriale che DFW avrebbe poi emendato; ma certamente non è una definizione adeguata per il suo capolavoro, né, io credo, per quello che avrebbe potuto essere il suo secondo capolavoro, “Il re pallido”.

Nel 1989 Wallace si consacra tra le voci più interessanti della nuova letteratura americana con la raccolta La ragazza dai capelli strani, dimostrando di avere talento anche nel tratto breve. Di quei racconti qualcuno disse che erano un affronto, una burla rivolta a Bret Easton Ellis, esploso pochi anni prima con Meno di zero; altri che Wallace avesse copiato spudoratamente proprio quel romanzo di esordio. Escludendo la seconda ipotesi, il tono di quelle storie è sicuramente beffardo rispetto al realismo esasperato di certi autori come Ellis che imperversavano in quel decennio. Non trovi? 

Non c’è dubbio che il racconto che dà il nome alla raccolta prenda in giro un certo immaginario da fighetti ricchi e all’apparenza trasgressivi (ma in realtà avanguardia feroce del sistema) che era proprio del “Brat Pack” in generale e di Ellis in particolare, e a ben guardare mostra anche qualcosa che lo stesso Ellis ha messo pienamente a fuoco solo adesso, con quello splendido “Le schegge” il quale, oltre che romanzo, è anche riflessione sulla propria poetica, quasi un’opera di (auto)critica letteraria: che non c’era, in fondo, molto di realistico nelle avventure dei ragazzini di “Meno di zero” e delle “Regole dell’attrazione”. Ma credo che l’insofferenza che BEE ha sempre mostrato verso DFW non venga da questo, anche se può essere stato la miccia: gli veniva, e viene, dalla consapevolezza ineludibile – per lui sempre così wired – di esser stato surclassato. Anzi, superato, nel senso proprio che quella che doveva essere la sua epoca nelle lettere americane (e quindi, visto il periodo di ancor vigente egemonia, mondiale) fu costretta a un tramonto anticipato. E sia chiaro, lo dico da fan di Ellis: quando DFW se ne uscì con Infinite Jest mostrò di essere, semplicemente, di un altro pianeta: quello abitato dai Dostoevskij o dalle Woolf, e che negli Stati Uniti di quell’epoca era abitato giusto da Pynchon e DeLillo (più McCarthy, ma con un piede dentro e uno fuori… pure questo sarebbe un bel discorso da affrontare, ma appunto… è un altro discorso).

Parlare di David Foster Wallace senza aver letto David Foster Wallace è uno sport abbastanza diffuso. Si prende il Wallace numero due, quello che il nostro amico Gianpaolo Serino chiama “il marketing intellettivo di Wallace”, la sua rielaborazione critica filtrata attraverso mitizzazioni, svariate esegesi, analisi, raffronti, stereotipi su nevrosi e massimalismi, e lo si porta in giro per convegni, discussioni, dirette Facebook eccetera. Accade anche con altri autori: negli anni Sessanta alcuni italiani tenevano in bella mostra sul tavolino del salotto una copia dell’Ulisse di Joyce solo per fare bella figura con gli amici (semicit. di Carmelo Bene).

Direi che lo sport diffuso è soprattutto parlare di Wallace senza aver letto Infinite Jest. La raccolta di saggi “Considera l’aragosta” è molto letta. Anche i succitati racconti della “Ragazza dai capelli strani”. I vari altri librini usciti per minimum fax, pure, sono stati leggiucchiati. Quello meno letto è il Wallace romanziere: già i lettori della “Scopa del sistema” sono meno di quanti possiamo immaginare, ma il fenomeno si nota meno perché “La scopa del sistema” non è nel novero dei libri che “bisogna aver letto” e quindi nessuno ha mai bisogno di fingere di averlo letto…Tutto ciò è un po’ paradossale perché per quanto il Wallace raccontista sia bravo, e quello saggista a tratti straordinario, il livello reale della sua arte si vede nel romanzo, e in particolare nel “romanzone”. Che “IJ” sia meno letto di quanto viene dichiarato lo dimostra l’attenzione enorme che viene sempre data alle parti tennistiche, quella comunque ragguardevole data alle parti ambientate nella comunità di recupero di Ennet, e quella invece scarsa o nulla data ai momenti slapstick (quelli sì, totalmente pynchoniani) della seconda metà, o alla filmografia di John Incandenza, o al ruolo di Mario.

Qualche mese fa ho riletto per la terza volta Infinite Jest. È un romanzo che si disvela sempre in modo diverso, non smette di sorprenderci, è sempre attuale: ha anticipato fenomeni come la dipendenza dai social, perfino il trumpismo. Qual è, secondo te, il segreto di questo librone oltre la sua speciale ambientazione tennistica? 

Per me il segreto di Infinite Jest, che è poi il segreto del miglior Wallace, è la sua esattezza, e il suo secondo segreto – che si applica a tutto Wallace, ma che trova l’apice in “IJ” – è quella umanità a cui accennavo prima. Sull’esattezza, mi riferisco alla capacità della prosa wallaciana di inchiodare, grazie all’uso e alla scelta delle parole (e alla costruzione della frase), aspetti, segmenti, squarci o frammenti della realtà che prima erano invisibili o non ancora inquadrati. Di conquistare, con le parole e le frasi, ancor prima che con le idee, i personaggi o la trama, nuovi territori all’increato, oltre che al non-mappato.

Uno dei fenomeni più interessanti della letteratura americana degli ultimi decenni è stata l’amicizia-rivalità tra Wallace e Jonathan Franzen. Due ragazzi del Midwest bianchi, colti, borghesi inclini al postmodernismo. Dopo la 27ma città e il giallo ambientalista Strong Motion, Franzen si trasforma in un contract author per scrivere storie di conflitti familiari, il suo amico Dave invece non rinnegherà mai la sua vena sperimentalista di status author. Li incontrai a Capri nel 2006 al festival organizzato da Antonio Monda. Era la prima edizione de Le Conversazioni, probabilmente la migliore. Con loro ricordo Zadie Smith, Jeffrey Eugenides, Nathan Englander. Wallace era in buona forma, spiritoso, nulla avrebbe lasciato pensare a quel finale tragico di due anni dopo. 

Come per Ellis, ho sempre avuto l’impressione forte di un’insanabile invidia da parte di Franzen. Il che è normale, DFW lo straccia completamente, completamente, senza appello alcuno. Dal confronto esce mooolto più distrutto di BEE! Non sono neanche paragonabili. Del resto BEE, che pur le prende da Wallace, straccia Franzen alla stragrande. Il libro migliore di Franzen, che è un ottimo libro (naturalmente sto parlando “Le Correzioni”) è niente rispetto a “Infinite Jest”. Soprassediamo sul resto dei suoi romanzi, quantomeno per rispetto a un autore che comunque s’impegna molto, e che credo invece abbia scelto la propria strada in piena coscienza e per reale volontà letteraria… Quei due romanzi in fondo sono usciti dieci e quattordici anni prima delle Correzioni, quindi per me Franzen stava solo cercando la via, e se è diventato uno scrittore così “normie” era perché il normie già viveva potente in lui. Immagino, peraltro, che avere un amico e collega (e immediatamente contemporaneo, non di una generazione prima) che ti è così superiore sia davvero doloroso. Tutte le volte che Franzen ha scritto articoli o fatto conferenze con elementi del tipo “io e lui” ho provato imbarazzo. E sì che essendo amici ne aveva pieno diritto… Ma s’intuiva, dietro, la volontà di cercare di mettersi sullo stesso piano, e l’impressione era quella di un tizio che, credendosi un po’ più basso di chi è accanto, si costruisce uno sgabello e ci sale sopra, solo per voltarsi e rendersi conto di avere accanto un titano, alto quanto un palazzo.

Wallace ha scritto di tutto: di tennis, trigonometria, crociere, aragoste, pornografia, ha spiegato il rap ai bianchi… si può distinguere il romanziere dal saggista? 

Direi di sì. Il romanziere è molto superiore. Il saggista è grande perché è originale, ha la solita fortissima umanità, prende prospettive traverse, sceglie bene i temi, fa ridere pur non mandandola mai in vacca… tutto questo avviene in molto molto più grande nel romanzo, dove però c’è anche tutto il resto. Questa domanda e la mia conseguente risposta mi fanno venire in mente che non ho finito di rispondere quando parlavo dell’esattezza e dell’umanità wallaciane: ricordo bene quando, assieme ai ragazzi della rivista dove avevo cominciato a scrivere, esattamente vent’anni fa, nel 2004, qualcuno portò “Infinite Jest” alla riunione di redazione. Lì, com’è ovvio, restammo basiti dalla prosa e dalla portata del romanzo, e da quell’esattezza di cui sopra. Saltiamo invece avanti di quattro anni: è il settembre 2008, la rivista “Mostro” non esiste più, ma noi ci ritroviamo ancora per scrivere, bere e parlare di libri; qualcuno porta la notizia della morte di DFW. Consideriamo il modo in cui reagimmo: quel dolore, e quel sentirsi come sperduti, che assomigliava, ancorché in piccolo, a quello che si prova alla morte di un familiare che ci è caro o di un grande amico. Un dolore del tutto diverso da quello che si prova quando muore semplicemente un artista che ammiriamo molto. Perché? Io credo che ciò si debba all’umanità del nostro, e non del personaggio, che pure era un grand’uomo: proprio all’umanità che emergeva dalla sua prosa, che riusciva – caso forse unico – ad avere un’esattezza matematica degna d’un Pynchon ma a lasciare comunque spazio per i sentimenti. Un’infrastruttura segreta per il calore umano, nascosta tra le parole. Per me è questa la caratteristica che consegnerà Wallace all’eternità letteraria. Per tornare sempre alla domanda di cui sopra, circa le sue profezie e la sua attualità… a me non pare che “Infinite Jest” sia invecchiato bene rispetto alle sue previsioni, al suo elemento satirico o ai suoi giochi distopici… A volte “becca” cose attuali perché erano già presenti in nuce nella società americana di allora, ma sotto questi aspetti, si presenta chiaramente come  “un libro degli anni ’90”, pure troppo… Ciò che lo rende eterno è altro: è la capacità, ignota anche ai suoi predecessori e padri spirituali Gaddis e Pynchon (e solo parzialmente nota a DeLillo, che però ha altri punti di forza e altri obiettivi), d’infilare l’umano (che di base esatto non è) nell’esatto (che di base umano non è).

Quando si legge un autore ostico e perfettamente calato nella propria quotidianità, è lecito chiedersi quanto sia diversa la sua versione originale da quella tradotta in altre lingue. Pensi che autori come Pynchon e Wallace siano davvero traducibili? 

Non essendo un traduttore non mi azzardo troppo volentieri in valutazioni di questo tipo, ma in fondo penso di sì: Wallace ha buone traduzioni, Gaddis ha buone traduzioni. Certo, se li leggi in originale è un’altra cosa, e infatti li leggo in originale, ma cosa farei coi miei venerati Mann e Bernhard e Sebald, non sapendo il tedesco? Come ebbe a dire Bolaño, in fondo un capolavoro è un libro che resta bello anche dopo che è stato tradotto. Il discorso vale meno forse per Pynchon, del quale ad esempio “L’arcobaleno della gravità” avrebbe bisogno di una ritraduzione: l’ho letto in originale solo di recente e siccome diverse cose non mi tornavano sono andato a rivedere e c’erano molte imperfezioni, ma capisco bene che tradurre un libro del genere, magari per una cifra irrisoria rispetto all’impegno che richiederebbe per farlo bene, sia complicato… Occorrerebbero fondi pubblici per supportare queste imprese al di là dei (pur inevitabili) calcoli economici degli editori.

Quando in quella sciagurata sera di settembre si tolse la vita nella sua casa di Claremont, pare che Wallace avesse pianificato tutto: scritto due righe di commiato alla moglie Karen, salutato i cani Jeeves e Drones, ordinato negli  scatoloni giù in garage i manoscritti del romanzo al quale stava lavorando già da parecchi anni. “La Cosa Lunga”, un librone di cinquemila pagine che si sarebbero ridotte a poco più di mille, aveva confidato a Franzen. Per completare questo librone Wallace aveva rinunciato a convegni, conferenze stampa, al party per il decennale di Infinite Jest, a uscite con gli amici. E a chi come lo stesso Franzen si preoccupava negli ultimi tempi del suo stato di salute e gli chiedeva al telefono come stai, lui alla sua maniera rispondeva:  “mi sento un po’ peculiare”. I pezzi del  romanzo che Wallace stava scrivendo vennero faticosamente assemblati tre anni dopo la sua morte, nel 2011, dall’editor Michael Pietsch in un libro di circa ottocento pagine poi intitolato Il re pallido. Che opera è Il re pallido? Cosa aggiunge al Wallace che avevamo conosciuto fino ad allora? 

Come tutti gli wallaciani vissi un conflitto interiore: da un lato pensai che – per quanto l’autore avesse fatto in modo di far trovare i materiali – fosse brutto scavare nella sua tomba alla ricerca di qualcosa di incompleto; dunque un senso un po’ di profanazione. Dall’altro lato, mi precipitai a comprarlo appena uscì, e subito dopo comprai pure l’edizione italiana. Che dire del “Re pallido”… penso che l’unica cosa onesta da fare sia tacere: sono appunti, pezzi di bozze, lacerti vari, da cui è impossibile desumere come sarebbe stato il libro finito. Mi ricordo però che appena lo lessi mi colpì subito un’idea, quella del raggiungimento dell’illuminazione attraverso la noia, tant’è che la ripresi e la usai in un romanzo che poi non vide mai la luce (sarà stata la maledizione del “Re Pallido”? Eppure, giuro, avrei messo il riferimento nelle note dell’autore in calce…).

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JAMES – Percival Everett

Era uno dei romanzi più attesi del 2024, in Italia è arrivato a pochi mesi di distanza dalla ripubblicazione, stavolta con La Nave di Teseo, di Erasure (Cancellazione), l’atto d’accusa al politically correct che al cinema ha ispirato American Fiction, con la regia di Cord Jefferson e la sceneggiatura anche di Percival Everett. Di James, che negli Usa ha ben figurato e messo d’accordo più o meno tutti, compreso i quartieri alti del New York Times, va detto prima di tutto che è una riscrittura de Le avventure di Huckleberry Finn dal punto di vista di Jim, lo schiavo coprotagonista del capolavoro di Mark Twain, voce narrante nella versione di Everett. Vo-ce nar-ran-te. Prima di addentrarmi nella trama, solo in parte identica a quella del vecchio romanzo, voglio darvi un paio di indicazioni proprio sulla voce. Chi ha letto James in lingua originale (tanto per fare qualche nome: Paolo Simonetti, docente di letteratura americana a La Sapienza) ha posto l’attenzione su una delle colonne portanti dell’opera, e cioè l’alternarsi tra black speech e inglese normativo, che nella versione italiana il bravo Andrea Silvestri ha dovuto riprodurre, una faticaccia, ricorrendo perlopiù allo slang romanesco. Rispondendo a un mio commento su Facebook di qualche settimana fa, Simonetti si era lasciato andare a un giudizio alquanto netto e perentorio sull’argomento: Leggerlo in altre lingue è una perdita di tempo. Io James l’ho letto solo nella versione tradotta non disponendo di altre copie e fidandomi poco del mio black speech, e vi confesso che non è stata un’esperienza inutile. La considerazione del prof però la comprendo. Simonetti ha aperto un file su una questione a volte trascurata. Vale per James così come per molti altri testi a Stelle e Strisce che per ragioni diverse sono fortemente ancorati a codici lessicali autoctoni e per questo non del tutto riproducibili. Ma andiamo avanti. Dicevo della riscrittura di Huckleberry Finn. Pensate, prima di leggere James sono salito, in senso letterale, su uno dei miei scaffali per recuperare una vecchia copia del romanzo di Twain. Lo lessi la prima e unica volta da bambino dopo essere rimasto folgorato dal prequel: Le avventure di Tom Sawyer. Mi sono adoperato in questa rischiosa (a piedi nudi in modalità free climbing) e complicata acrobazia (non conservo i libri secondo un ordine ortodosso ma ad minchiam), perché volevo leggere i due romanzi, quello di Twain e questo di Everett, in stereofonia. Devo dire che è stata una buona intuizione. Escludendo testi come Il buio oltre la siepe della bianca Harper Lee, di storie sulla negritudine scritte “dal di dentro” la letteratura americana ne è piena: “Avevo sentito parlare di una ferrovia sotterranea” dice Jim nelle ultime pagine del romanzo, evocando il titolo di uno dei due Pulitzer vinti da Colson Whitehead. Va detto che questo ruolo del “proprietario culturale” Everett lo interpreta senza ansia da prestazione e senza caricarsi di alcuna mission; è la ragione per la quale giudico Everett il migliore tra gli scrittori afroamericani in circolazione. Ma James non è solo un meraviglioso romanzo sul desiderio di libertà, è un bellissimo libro sul Mississippi: lo scenario paludoso della fuga infinita di Jim e Huck è indubbiamente un altro architrave del racconto. Senza il grande fiume entrambi i testi, di Twain e di Everett, sarebbero stati molto diversi, di sicuro meno attraenti. Jim fugge dalla sua condizione di schiavo per ricongiungersi con la moglie e la figlia, Huck scappa da un padre padrone violento e in preda all’alcol. “Era già una brutta cosa essere schiavi, ma essere schiavi fuggiaschi era ancora peggio”. I due amici solcano il Mississippi tra il Missouri e l’Illinois su una zattera di fortuna, altre volte su una canoa. Come Cornelius Suttree di Cormac McCarthy si nutrono di bacche e pesci gatto. Uno dei temi del libro è la cultura strumento di emancipazione e di consapevolezza di sé. Jim sa leggere, nel suo disperato viaggiare ha recuperato dei libri. Di notte sogna e dialoga con Voltaire e John Locke. Combattere la schiavitù è come combattere una guerra, dice Locke in una delle sue apparizioni. “Siamo schiavi. Non siamo da nessuna parte. Una persona libera può essere dove vuole. L’unico posto in cui noi possiamo essere è la schiavitù”. A parlare è Sammy, la schiava quindicenne che a cento pagine dalla fine si unisce a Jim nella fuga. La schiava che muore due volte, la seconda volta da persona libera, dice Jim. James è una storia senza tempo, cruda, divertente, atroce, vera. Un tributo a Mark Twain e al Midwest, cuore pulsante di una nazione che ha ancora tanto da raccontare. Percival Everett ha scritto Il Grande Romanzo Afro Americano. 
Angelo Cennamo

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CONVERSAZIONI AMERICANE. PHILIP ROTH / con John Domini

L’incontro con John Domini è al Vomero, nella zona collinare di Napoli, in un bar defilato, poco distante da via Luca Giordano. John è qui in Italia per promuovere il suo romanzo (Talking Heads 77) e per incontrare i parenti sparsi tra Napoli e il Cilento. Fa molto caldo. Ci accomodiamo a un tavolo vicino l’ingresso, rinfrescato, si fa per dire, dall’ombra di un albero di alto fusto. Sul tavolo ci sono i nostri caffè appena ordinati e una copia de Il teatro di Sabbath. Il nostro argomento di conversazione è Philip Roth. Racconto a John che una volta sul blog lanciai un sondaggio sul Grande Romanzo Americano. Selezionai una ventina di titoli: Moby Dick, Furore, RevolutionaryRoad, Le correzioni… Il romanzo più votato fu Pastorale Americana. Non ne fui sorpreso: in Italia Roth è uno degli scrittori americani più venduti; non c’è libreria che non sia fornita di almeno quattro cinque titoli di Roth, e tra questi quattro cinque c’è sempre Pastorale Americana. John, è un azzardo dire che Roth sia stato il più grande scrittore del suo tempo? 

Nessun azzardo, certo! L’opera di Philip Roth è monumentale, e con uno sguardo onesto e profondo verso l’animo umano. Ne abbiamo una considerazione quasi sacra, è un riferimento ineludibile per chiunque. Detto questo, non sono convinto che di lui si possa dire il “più grande.” Alla fine del primo quarto del XXI secolo, il panorama della letteratura americana ha preso altri riferimenti, perlopiù afro-americani. I figli di Toni Morrison, si può dire, hanno lanciato un nuovo Rinascimento. Un romanzo come The Heaven & Earth Grocery Store di James McBride può essere considerato un capolavoro alla pari di certi romanzi di Roth, come per esempio The Human Stain.     

Roth ha scritto una trentina di romanzi. Il libro che ho scelto per avviare la nostra conversazione non è Pastorale Americana, del quale parleremo sicuramente più avanti, ma Il teatro di Sabbath, pubblicato nel 1995, due anni prima di Pastorale. L’ho scelto perché lo considero il romanzo più rothiano di Roth, il romanzo in cui Eros e Thanatos (due topoi centrali della poetica di Roth) raggiungono i picchi più alti e si amalgano meglio che in altri testi. Sei d’accordo?

In una parola: sì. Come dici tu, la narrativa suggerisce una commistione di Eros e Thanatos ipnotizzante, perché tutte le avventure sessuali di Mickey Sabbath rivelano un legame forte con due vuoti enormi nella sua anima: il  fratello morto durante la Seconda Guerra Mondiale, e più recentemente la complice del suo adulterio e della sua lussuria: Drenka. Ma descrivere il romanzo in questo modo sarebbe una semplificazione eccessiva; non è per niente una tragedia semplice, basata su schemi elementari. Al contrario, è una comedia che lascia lividi, piena di sorprese ma che non ha nulla di pornografico né di morale. I movimenti nel buio, in questo Teatro, finiscono in un vero dramma, con grandi rischi. Ne viene fuori un degradato e disordinato Captain America, avvolto nella bandiera Americana. 

Mickey Sabbath, l’artista di strada costretto da una malattia alle dita a cessare l’attività, è un povero disperato, ma non vive dando le spalle alla morte come farebbero le persone normali. Non si può dire che ispiri simpatia nei lettori, Mickey è un uomo inassolvibile, volgare, lussurioso all’eccesso. Solo Roth sembra provare per i suoi fallimenti, per la sua vita ripugnante una certa compassione: “Caro lettore, non giudicare troppo duramente Sabbath: molte transazioni farsesche, illogiche e incomprensibili, sono classificabili grazie alle manie della lussuria”. Roth ha ragione: Mickey non va condannato perché il primo a condannarsi è lui stesso. Delle macerie che si è lasciato alle spalle Mickey è consapevole. Nell’ultima scena del romanzo lo vediamo nel cimitero dove riposano i familiari che prova goffamente a organizzare la sua sepoltura immaginando il giusto epitaffio: “Morris “Mickey” Sabbath, Amato Puttaniere, Seduttore, Sfruttatore di donne, Distruttore della morale, Corruttore della gioventù, Uxoricida, Suicida 1929 – 1994”. 

Vero. Lui si confronta con la morte dappertutto: nel New Jersey (dove sono sepolto i suoi genitori) e anche in Massachusetts (dove la sua vera compagna Drenka dorme sotto la terra). Nonostante ciò, Mickey Sabbath non ha un piede nella tomba; è sempre in giro, tra un ricovero e l’altro, una donna e l’altra, fugge anche dalla polizia. Un po’ come una delle sue marionette. Mentre sua moglie cade nella dipendenza dall’alcol e scompare in una terapia senza fine, Mickey non smette di abbracciare la vita, magari all’Inferno: “Meglio che rimanere qui. Tutti quelli che odia stanno qui.” 

La lunga carriera di Roth, iniziata nel 1959 con Goodbye, Columbus e conclusasi nel 2010 con Nemesi, la si può dividere in due stagioni: quella “del figlio”, la prima; quella “del padre”, la seconda. Nella stagione “del figlio” Roth interpreta il ruolo forse a lui più congeniale, quello del ribelle. Il giovane Roth si scontra con l’educazione familiare, con l’ipocrisia della società borghese, perfino con la religione ebraica. L’ebraismo di Roth non è mai sereno né identitario, critico piuttosto, spesso conflittuale nella finzione: la blasfemia di Carnovsky manderà su tutte le furie la comunità ebraica di Newark e farà morire di crepacuore il padre di Zuckerman. John, partendo proprio dalla stagione “del figlio” mi vengono in mente soprattutto titoli come Goodbye, Columbus (l’esordio), Quando lei era buona (l’unico romanzo in cui Roth dà voce a una protagonista femminile, Lucy Nelson) e Lamento di Portnoy, il romanzo della consacrazione. È il 1969, siamo in piena rivoluzione sessuale, e Roth delega la sua protesta a un giovanotto stralunato che ci sembra di avere già incontrato. Alex Portnoy è Holden Caulfied adulto. Non trovi, John? 

I libri con cui Roth ha iniziato la sua carriera mi interessano meno, anche se sono buoni libri, certo. Il mio primo ricordo è legato a Portnoy, un bella ventata di aria fresca sulla gioventù americana. Per tre quarti un Holden Caulfield adulto, sì, o almeno più cinico, più smaliziato. Poi ho apprezzato altri testi; il racconto degli ebrei americani nell’esercito, “Defender of the Faith,” è stato ogetto di critiche, per me è solo della buona narrativa sul bene e il male. Ricordo che The Great American Novel mi ha fatto ridere tanto; forse è il suo romanzo più divertente. Comunque, al di là di tutto, la cosa importante è lo spirito, in queste storie c’è un’energia creativa che esplode in una eruzione di dettagli. Con Roth anche le cose banali diventano illuminanti. 

Nella seconda parte della carriera Roth dà il meglio di sé. Patrimonio (forse l’opera più autobiografica) è un testo cerniera: Roth smette i panni del figlio e diventa padre. Lui che nella vita non ha avuto figli, diventa padre nella letteratura. Arrivano i libri migliori: Il teatro di Sabbath, Pastorale Americana, La macchia umana. Concentriamoci però su Pastorale. Nell’anno in cui Roth lo pubblica, negli Stati Uniti escono altri due capolavori: Underworld di DeLillo e Mason & Dixon di Pynchon. Pochi mesi prima, nel 1996, FightClub di Chuck Palahniuk, L’atlante di William Vollmann, Infinite Jest di David Foster Wallace. Nel 1998 Pastorale Americana si aggiudica il Pulitzer. A Roth a questo punto manca solo il Nobel. Lo meriterebbe ma a scombinare i piani è Leaving a Doll’s House, il memoir di Claire Bloom che spara a zero sull’ex marito facendo a pezzi la sua immagine di uomo e di scrittore. Roth misogino e sessuomane? La stessa malevolenza toccò anche John Updike (“un pene con un grosso vocabolario” disse di lui David Foster Wallace). Perché Pastorale Americana è il Grande Romanzo Americano è presto detto: contiene tutti gli ingredienti del GRA. Sono tre o quattro, non di più. 1) Il sogno. Seymour Levov, il protagonista del romanzo, eredita dal padre una fabbrichetta di guanti di pelle e la trasforma in una grossa azienda. Seymour può dirsi un uomo di successo. Seymour ha svoltato, ha realizzato l’american dream. 2) Il mito della forza e della bellezza. Seymour è alto, biondo, con gli occhi azzurri. Lo chiamano lo svedese per via di quell’aspetto nordico. Non solo. Seymour ha sposato una donna bellissima, aspirante miss America, già miss New Jersey. Da studente, Saymour eccelle in tutte le discipline sportive, i suoi primati fanno esultare il quartiere ebraico dove abita e dimenticare perfino la guerra. 3) Il conflitto generazionale. Nella ricostruzione immaginaria di Zukerman, Merry, la prima figlia di Seymour, è una ragazza introversa e scontrosa per via di una fastidiosa balbuzie. Il disagio di Merry si trasforma in frustrazione poi in rabbia, infine esploderà nel gesto clamoroso che cambierà direzione alla storia. 

Proprio così, Angelo, i conflitti di Pastorale sono una foto perfetta di una certa società americana. I conflitti dei Levov sono intimamente legati ai grandi movimenti per i diritti civili degli anni Sessanta e Settanta (femminismo, pacifismo, le grandi questioni degli afro-americani eccetera). In altre parole, il titolo è molto ironico: questa pezzo d’arte non è per niente “pastorale.” Aggiungerei che Pastorale è uno dei romanzi più seri e realistici (classici) di Roth. Lo sviluppo del dramma non sfreccia sempre agli estremi, come in Sabbath. Impossible non percepire la differenza tra Pastorale e Mason & Dixon di Pynchon. Per quanto riguarda Underworld (anche questo è un libro tremendo, senza dubbio), DeLillo gioca tanto con i tempi, con le epoche, nella sua narrativa, dal 1951 al futuro. 

Ai tre ingredienti che prima ho indicato in Pastorale Americana, andrebbe aggiunto un quarto. È un ingrediente presente in ogni libro di Roth. Il suo tocco magico. Mi spiego meglio. Per tutta la vita Roth non ha fatto altro che raccontare se stesso, simulando e dissimulando la verità. Mascherandosi. Come tutti i grandi romanzieri, Roth ha tradotto in inchiostro la propria esistenza. Scrivi di quello che sai. Il gioco di specchi tra verità e finzione, che raggiunge il suo culmine ne IFatti, in Pastorale non tocca il fondo ma il doppiofondo: la storia del romanzo è sì un’invenzione di Roth ma dentro la storia di Roth c’è quella di Zuckerman. Pastorale è una gigantesca allegoria, i Levov sono come l’America, vuole dirci l’autore, che mostra la parte migliore di sé e nasconde la polvere sotto il tappeto. “L’America non è mai stata innocente” scrive Ellroy nell’incipit di American Tabloid. Neppure i Levov lo sono. Non c’è lieto fine né consolazione nelle ultime battute, i Levovsprofondano nell’abisso, i lettori assistono inermi, attoniti, quasi intimoriti. Philip Roth ci getta nel caos. Non è a questo che serve la letteratura, John?

Assolutamente sì, lo dicevo prima. 

Voglio concludere ritornando sull’onda moralistica che si è abbattuta a un certo punto sulla vita e la carriera di Philip Roth, macchiando (secondo alcuni) la sua immagine di scrittore. Roth è stato uno dei primi bersagli della Woke Culture: ripulitura anche di vecchi testi da termini che possono risultare offensivi e razzisti; censura di qualunque forma di appropriazione culturale; valorizzazione pro-quota (e quindi al di là dei più equi parametri metitocratici) delle donne. John, l’America è ancora un paese libero? 

In pochi parole, sì: gli Stati Uniti sono ancora un paese libero — nello stesso senso in cui anche l’Italia è libera. Cioè, ci sono sempre pressioni di vari tipi, contro la libertà di stampa, per esempio (ho scritto di questo nel mio Talking Heads: 77), e anche nell’arte in generale. Roth è stato uno degli autori più attaccati, senza dubbio, come hai spiegato tu. Nonostante ciò, conserva una grossa reputazione. Non dimentichiamoci che nella sua carriera ha ricevuto premi e riconoscimenti prestigiosi. Ancora oggi, tu, io e tanti altri, continuiamo a leggerlo e ad esplorare la sua opera con attenzione. Insomma, esiste ancora la meritocrazia, anche se i tempi e le sensibilità cambiano. Pensa per esempio al caso di Kamala Harris, che ha vinto un’elezione dopo l’altra, misurandosi con un elettorato diversificato. Ma bando alla politica, concentriamoci sulla letteratura. Ho già menzionato Toni Morrison, per esempio; il suo successo non è fondato sul colore della pelle né sull’appartenenza a un certo mood, ma sull’enorme talento. Piu recentemente potremmo citare il caso di Percival Everett e del suo nuovo romanzo James, di cui hai scritto su Telegraph Avenue. Come il buon James, lo schiavo Jim, lotta per la sua libertà, i bei romanzi di Roth ci ispirano e ci aiutano a combattere contro le avversità. È solo una mia suggestione, un sogno? D’accordo, ma è un sogno con cui posso ancora vivere e fare del mio meglio. 

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DMV – Bentley Little

Di Bentley Little, scrittore sessantaquattrenne dell’Arizona, si sa poco. È una persona schiva, non ama apparire in tv o sui social, raramente partecipa a reading, rilascia interviste. Se provate a digitare il suo nome sul pc vi appariranno al massimo due o tre foto, non proprio recenti. L’assenza mediatica di Little richiama quella di altri suoi colleghi più celebri, da Salinger a Pynchon. In tempi di sovraesposizione e di oscuramento dell’opera in favore del corpo del suo autore “il romanzo sei tu”, sottrarsi alle luci della ribalta è una scelta vincente: libera il testo da inutili sovrastrutture che divergono o distraggono dall’essenziale. Spesso il nome di Little viene accostato a quello di Stephen King: fateci caso, sulla quarta di copertina dei suoi libri non manca mai una frase, un apprezzamento del re del brivido. Ma il paragone, a mio avviso, regge poco. Dietro la schiena di King qualcuno molti anni fa deve avere incollato l’etichetta di maestro dell’Horror. In verità King è uno scrittore realista che vira al metafisico, e se certe scene di Shining o di It fanno effettivamente saltare dalla sedia, non è da questi dettagli che si giudica un romanziere. Al contrario di King, Little è al 100% un autore Horror, genere che il nostro invisible novelist declina nella forma più inquietante dell’aziendalismo o del corporativismo. Sì, perché nelle storie di Little spesso il mostro non ha sembianze umane o aliene, il mostro è l’apparato, metafora di un potere più vasto e invasivo che si insinua nelle vite dei protagonisti, le sorveglia e le manipola secondo uno schema orwelliano (Orwell è un riferimento costante nell’opera di Little), in Italia diremmo fantozziano (nella filmografia di Villaggio il canovaccio è lo stesso ma in chiave tragicomica). In The consultant l’apparato è la CompWare, società californiana di software che evoca il colosso Google. In The resort, un accogliente polo turistico che poco alla volta si trasforma in un girone dantesco. Nel più recente DMV, in uscita in Italia il 6 settembre sempre con l’editore Vallecchi e la traduzione di Ariase Barretta, la fabbrica della paura è la Motorizzazione Civile, simbolo di una burocrazia asfissiante, illogica, liberticida. 

Todd Klein è uno scrittore che ha conosciuto tempi migliori; vende ancora molti libri ma le recensioni dei lettori sono pessime. Il suo Ufficio stampa Woke gli suggerisce di scusarsi con la comunità asiatica perché nel nuovo romanzo fa parlare un cinese in un americano stentato. I “colletti bianchi delle nuove sensibilità” (citaz. di Luca Ricci) la chiamano “appropriazione culturale”. Dovendo sostenere un nuovo esame di teoria per rinnovare la patente di guida, Todd si ritrova inspiegabilmente invischiato in una vicenda assurda, kafkiana. Pensereste che il suo esame si risolva in una semplice formalità, e invece come spesso accade in queste storie, le cose più normali, i riti ordinari nascondono insidie imprevedibili, voragini, baratri di malvagità. Nei romanzi di Little il quotidiano finisce sempre per fare i conti con un’autorità superiore, una specie di regime nazista sotto mentite spoglie: il numero della nuova patente di Todd è lo stesso che aveva tatuato sul braccio la sua bisnonna ad Auschwitz. Il campo di concentramento. È uno dei luoghi di DMV. Jorge, il cognato disoccupato di Todd, viene reclutato da due energumeni qualificatisi come funzionari della Motorizzazione. Prima di assumerlo lo sottopongono a un tirocinio durissimo dentro un lager che non ammette contatti con l’esterno. Jorge, come Todd e come i giovani Danny e Zal, finirà nel peggiore incubo della sua vita, in un labirinto di atrocità e di adempimenti beffardi che aggiungono perfino tratti di ilarità al racconto. In ogni storia di Little la dimensione dell’assurdo si configura come un compartimento stagno che non sfiora la realtà ma è dentro di essa. Eppure non c’è polizia o tribunale che facciano irruzione in quelle vite per ristabilire ordine e legalità, misura e giustizia: l’assurdo si compie oltre ogni limite, oltre ogni umana comprensione. DMV è un romanzo sull’eterna lotta tra il bene e il male, e sul pericolo che la nostre conquiste, le nostre libertà, vengano di punto in bianco minacciate da qualcuno. Un romanzo lungo (539 pagine) ma scorrevole, il cui punto di forza è essenzialmente la storia: Little è un abile inventore e costruttore di trame, in questo sì, molto simile a Stephen King.

Angelo Cennamo

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CONVERSAZIONI AMERICANE. JOHN FANTE / con Luca Ricci

L’8 maggio del 1983, quarantadue anni fa circa, ci lasciava John Fante. Era nato a Denver, nel Colorado, l’8 aprile del 1909, da uno scalpellino abruzzese e da una casalinga dell’Illinois, anche lei di chiare origini italiane (i suoi genitori si erano trasferiti a Chicago partendo da un paesino della Basilicata). Chi volesse conoscere la vita di Fante può leggere i suoi libri, hanno tutti una forte impronta autobiografica, oppure il ricco epistolario raccolto nel volume Lettere 1932 – 1981, edito da Einaudi, sulla cui cover però campeggia per errore la foto di un altro scrittore: l’inglese Stephen Spender. Sono a Cinecittà, in compagnia di Luca Ricci, fuori a un teatro di posa dove si registra un noto show televisivo che va in onda non so quando, con… vabbè. Parliamo di Manganelli per quanto l’argomento della nostra conversazione dovrebbe essere un altro. Ma perché ci siamo visti qui, Luca? E che ne so, me lo hai detto tu di venire. Sì, ma avevo detto zona Cinecittà, non dentro Cinecittà. Beh, per il tema della conversazione a me questo posto sembra perfetto. Luca ha tra le mani una vecchia copia de La confraternita dell’uva, uno dei pochi romanzi che John Fante si è goduto da vivo. Francis Ford Coppola avrebbe voluto trarne un film poi il progetto saltò. È il mio libro preferito di Fante, dico, una delle più belle storie mai scritte sul rapporto padre figlio. Non trovi?

In Fante è interessante il rapporto tra biografia e finzione. Nonostante tutta la sua opera parli della sua famiglia, nessuno ha mai messo in dubbio che si tratti di letteratura. Nessuno ha mai minimamente pensato a una sorta di autofiction ante litteram. Motivo? Fante ricorre all’espediente degli alter ego, non solo per sé stesso ma per la pressoché totalità dei componenti della sua famiglia. Un conto è romanzare sé stessi, tutt’altra cosa è disporre di un universo romanzesco speculare a quello reale. Alter ego: persona che rappresenta un’altra. Già nella definizione della parola c’entra l’arte. Così ne La confraternita dell’uva abbiamo la figura di questo muratore in pensione che si chiama Nick Molise che è il padre di Fante pur non essendolo. Qui si annida la benedetta adulterazione della letteratura nei confronti della vita. Lo scarto che salva Fante dall’essere soltanto il mesto cantore degli immigrati italiani in America negli anni trenta, dell’epopea dei dago red (i bevitori di vino scadente, gli anti wasp). 

Effettivamente Cinecittà è la location più adatta per parlare di Fante: il nostro amico si era guadagnato da vivere scrivendo per il cinema. Senza gli ingaggi delle case di produzione Fante non avrebbe avuto la giusta serenità (comodità) per dedicarsi alla narrativa. Quando partì per Los Angeles con pochi spiccioli in tasca e una valigia di cartone legata con lo spago, negli studios era in atto la rivoluzione del sonoro: le major reclutavano scrittori, soggettisti, sceneggiatori… la paga era buona e consentiva ai nuovi arrivati di coltivare senza affanni anche altri interessi. A Scott Fitzgerald toccò la stessa sorte ma lui seguì il procedimento inverso: cercò di risollevarsi dai debiti e dalla crisi di ispirazione riciclandosi come sceneggiatore. Gli andò malissimo. Una volta Joyce, la moglie di Fante, disse che suo marito era sprecato per il cinema, avrebbe dovuto fare solo il romanziere. Ti hanno mai chiesto di scrivere per il cinema o per la tv? 

Ne I primaverili, il quarto romanzo del ciclo sulle stagioni, metto in scena una madre in fissa sul riadattamento delle opere del figlio scrittore (e io narrante del libro). Credo che a tutt’oggi sia stato il mio modo per esorcizzare la questione. Il mondo del cinema è impenetrabile, gli sceneggiatori sono una casta chiusa tipo i notai. Ho ricevuto una opzione per Gli autunnali e ho avuto qualche interessamento da parte della filiera dell’audiovisivo ma tutto è immerso in questa atmosfera alla Barton Fink, il lungometraggio capolavoro molto fantiano dei fratelli Coen. 

Il nome di Fante spesso viene accostato a quello Bukowski. Pare che il giovane Bukowski un giorno avesse trovato in una biblioteca pubblica – le uniche che poteva frequentare non avendo allora il becco di un quattrino – Ask The Dust (Chiedi alla polvere), e che si fosse riconosciuto nel giovane spiantato Arturo Bandini. Da scrittore affermato, alla fine degli anni ’70, Bukowski riuscì a conoscere e diventare amico di Fante al punto da spingere il proprio editore a ripubblicare alcune sue opere ormai dimenticate. Fante era prossimo alla morte, cieco e senza gambe per via di una grave forma di diabete. L’intercessione, chiamiamola così, di Bukowski fu essenziale per la riscoperta dell’anziano collega ma non decisiva, visto che negli Usa, subito dopo la sua morte, Fante nessuno se lo ricordava più. La simbiosi tra lui e Bukowski è una storia dentro le storie. C’è tanto da scavare, da imparare anche da quella comune visione della vita.

La storia della letteratura è costellata di queste corrispondenze miracolose, forse medianiche. È una storia anche di reincarnazioni. Ho sempre pensato che Henry Chinaski sia Arturo Bandini invecchiato. Gli alter ego più famosi di Bukowski e Fante sono lo stesso personaggio. Sono entrambi scrittori in attesa della consacrazione, umanamente vitali e pieni di difetti e impegnati in lavoretti umilianti, emarginati dalla società. Ci sono dei singoli passaggi che Bukowski sembra letteralmente avere ricopiato da Fante – nelle lettere che le riviste inviano a Bandini –  in quel che si potrebbe definire tranquillamente un furto onesto. 

Prima parlavamo del padre di Fante, Nick. È una figura ricorrente in molte storie di Fante. Direi uno dei personaggi migliori. A volte viene indicato come Nick Molise, in altre è Svevo Bandini. In Aspetta primavera, Bandini, Nick è il protagonista assoluto del romanzo: tutto ruota intorno al suo presunto adulterio, alle lusinghe inaspettate della vedova danarosa che lo circuisce, al rispetto per la famiglia, al duro lavoro, ai sacrifici di una vita. È una storia profondamente italiana. Una volta scrissi che Aspetta primavera, Bandini è uno dei più bei romanzi italiani del ‘900. 

Non dobbiamo dimenticarci che, per quanto lo ritenesse un lavoro negletto, Fante era o provò a essere uno sceneggiatore di Hollywood, oltre che un italo americano. Il suo registro è perennemente in bilico tra pianto e riso, una prerogativa da cui mosse la commedia all’italiana. Bisogna ricordare il libro di racconti che si mise alle spalle un certo neo realismo molto plumbeo e inaugurò questo doppio registro poi saccheggiato dal cinema: I racconti romani di Alberto Moravia del 1957. 

Il tema principale della narrativa di Fante è l’ambizione di scrivere. Il giovanissimo Arturo Bandini parte per Los Angeles sognando di diventare uno scrittore di successo. Nella tua quadrilogia sulle stagioni lo scrittore senza nome è perennemente in crisi di ispirazione e deve fare i conti con un’editoria stagnante, moribonda, che si barcamena tra romance e gialli da ombrellone. Il sogno di Bandini si smarrisce nel tempo di Gittani e di Lello Annibali. 

John Fante è un autore che ho letto e amato tantissimo a vent’anni. Se sei giovane e cerchi di essere uno scrittore non c’è lettura più avvincente, è una goduria a ogni pagina. In occasione di questa nostra conversazione mi ero ripromesso di rileggere la saga di Bandini ma poi non l’ho fatto, volevo venire impreparato, o meglio con l’impressione che quei libri mi avevano lasciato. Non ricordo più che fine faccia Arturo Bandini alla fine. Per me sarà sempre quello che lotta contra tutti per riuscire ad avverare il suo sogno di scrittura. E credo che in questo singolo tratto sia racchiusa tutta la potenza, tutta la memorabilità di John Fante. Uno scrittore deve fare benissimo anche una cosa soltanto. Certo poi le cose sono più complicate di così. Già Bukowski-Chinaski ha una visione più indolente e pessimistica. Nella mia quadrilogia delle stagioni non poteva andare meglio: è nata la rete, la letteratura non va più letta, va fotografata. 

Negli anni in cui Fante ha iniziato a scrivere in Europa si consumava la tragedia del nazifascismo con la deportazione e lo sterminio di migliaia di ebrei. Nei libri di Fante non c’è traccia di questi avvenimenti. Come Philip Roth, Fante si è concentrato su stesso, ha tradotto in inchiostro la propria esistenza, le vicende dei familiari, perfino del suo cane stupido. 

Fante ha parlato di altro, ci sono molti appigli sociologici nei suoi libri, in filigrana, ma fortunatamente nessuna forma di sociologia. Gli scrittori si fermano sempre un attimo prima oppure un attimo dopo, ma non possono scrivere in maniera diretta sulla storia. Glielo impedisce la letteratura, che è sul pezzo proprio perché non è sul pezzo. Dicono storie universali, ma si potrebbe anche chiamarle storie inattuali. L’inattualità è un principio letterario, e non significa essere vecchi o non capire il proprio tempo, tutto il contrario. 

Fante lo si può includere nella vasta categoria degli scrittori minimalisti e realisti che proprio in quegli anni cominciavano a venire fuori. Fante è quasi coevo di Hemingway, li divide un decennio. 

L’Hemingway di “Festa mobile” non era forse un Arturo Bandini al contrario, un giovane americano espatriato a Parigi? Certo non proprio un wop, ma comunque fuori dalla sua nazione e dalla sua cerchia affettiva, vivendo di espedienti per realizzare il sogno della scrittura, in attesa di un parere favorevole da parte di Gertrude Stein. La potenza di Fante sta in questo: puoi trovare Arturo Bandini nelle aspirazioni di ogni giovane scrittore. 

Tu nasci come autore di racconti. Ultimata la quadrilogia delle stagioni sei tornato quest’anno alla forma breve con Gotico rosa. Come giudichi il Fante scrittore di short stories?

Lo invidio perché all’epoca in cui Fante scriveva i primi racconti le riviste lo pagavano fino a 175 dollari. Nei suoi racconti torna sempre la sua famiglia con alter ego differenti. C’è il padre, artista del mattone e gran donnaiolo, la madre cattolica e castrante e le sorelle iper critiche nei confronti di chi ha velleità letterarie. La scrittura di Fante è sempre quella, scabra e scattante, ma i suoi racconti mi sono sempre sembrati bozzetti preparatori ai romanzi. Insomma dietro ci vedo sempre Bandini, tutto mi porta a Bandini. Un racconto invece dovrebbe bastare a se stesso. 

L’ultima parola la lasciamo al cinico Gittani. Fosse vissuto settant’anni prima, di fronte a tutto questo sbattersi di Bandini per fare lo scrittore, gli avrebbe detto: ma lascia perdere, tanto ti leggeranno quando sarai già morto. 

Temo gli avrebbe detto di peggio. “Bandini, per non fallire evita di iniziare”.

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UOMINI DI POCA FEDE – Nickolas Butler

Lyle Hovde e sua moglie Peg che la domenica indossano il vestito buono e risalgono in auto le colline dove si erge la chiesa di Sant’Olaf. È una delle tante immagini che ti restano dentro di “Little Faith” (in Italia “Uomini di poca fede” con Marsilio editore e la traduzione di Fabio Cremonesi) di Nickolas Butler, scrittore che del Midwest ne ha fatto un vero e proprio tratto identitario (puoi togliere Butler dal Wisconsin ma non puoi togliere il Wisconsin da Butler, un po’ come Chris Offutt col Kentucky). E pensare che tempo fa proprio con Butler ebbi un piccolo screzio per via di una cosa che scrissi forse con troppa leggerezza, e cioè che dava l’impressione di essere uno che gioca a fare lo scrittore di provincia: camicia di flanella, Iowa writers’ workshop, pick-up scassati, campi di mais sui social, minimalismo ruvido, eccetera. Ehi, Angelo, rispose piccato, io sono del Wisconsin al 100%! Vabbè, acqua passata. Ma torniamo al libro. Lyle e Peg Hovde hanno una figlia adottiva (Shiloh) appena tornata a vivere con loro dopo un lungo periodo di assenza e di ribellione, e un nipotino (Isaac) che la madre considera una specie di divinità: Shiloh è convinta che il piccolo abbia dei poteri sovrannaturali, che sia capace di guarire i malati. Lyle, personaggio chiave del romanzo (pare ispirato dal suocero di Butler, Jim) è preoccupato per le sorti del nipote e fa il possibile per sottrarlo alle assurde credenze di quella cerchia di fanatici che gli ruota intorno. Siamo nella parte decisiva del racconto: è qui che la storia decolla definitivamente con una serie di scene di grande impatto. Come il precedente “Shotgun Lovesongs” – che romanzone anche quello – “Little Faith” è uno spaccato preciso e vivido di un’America rurale (non dirò “America trumpiana”, nel Wisconsin Trump vinse per una manciata di voti), per certi versi ferma alla prima metà dello scorso secolo, fatta di piccole comunità e di fattorie, con i suoi ritmi lenti, un forte senso della famiglia e dell’amicizia, la fede comune ma anche la più integralista di certe chiese che sfidano qualunque forma di emancipazione o progresso, perfino la legge. Una vicenda colma di umanità e di una religiosità ancestrale, quasi demoniaca, che sconfina nella superstizione e nell’intolleranza, a metà strada tra “Benedizione” di Kent Haruf e “Gilead” di Marilynne Robinson, autori dalle radici antiche, vicini a Butler e alla sua vocazione di uomo e romanziere autenticamente del Midwest. 

Angelo Cennamo

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IN QUESTO PICCOLO MONDO – Philip K. Dick

Roger Lindahl e Virginia Watson, marito e moglie come tanti con alti e bassi, un figlio di sette anni che lei (Virginia) pretende di iscrivere in una scuola costosissima di Oja, cittadina a due ore di macchina da Los Angeles, e il negozio di televisori di lui (Roger): contenuto, poco in vista, ma ben avviato. È il primo frame di In questo piccolo mondo, romanzo scritto nel 1957 e pubblicato quasi trent’anni dopo, quando il suo autore, Philip Dick, era già passato a miglior vita. Per chi non avesse ancora fatto esperienza del Dick realista e più intimista, siamo in zona Richard Yates, in quella dimensione amara e sinistra del sobborgo dove covano sogni e dissapori familiari della middle class americana uscita ammaccata dalla seconda guerra mondiale. Come in Confessioni di un artista di merda, altro meraviglioso romanzo mainstream dello scrittore di Chicago, anche in questo caso il tema dominante è l’adulterio. L’istituto dove viene iscritto Gregg è lo stesso dove studiano i figli di Chic e Liz Bonner, i vicini di casa di Roger e Virginia che di lì a poco mineranno la loro già traballante unione matrimoniale. Chic è un uomo d’affari invadente che decide (da solo) di entrare in società con Roger: si informa su costi e ricavi, fa sopralluoghi nel suo negozio di elettrodomestici, progetta improbabili restyling dei quali dice di volersi accollare le spese. Liz è una donna svampita e sensuale che esce di casa senza indossare la biancheria intima, specie quando sa di incontrare Roger, col quale divide i viaggi di andata e di ritorno per accompagnare i figli a Oja, e una relazione clandestina folle, bruciante, fatta di soste in motel, sotterfugi, ripicche. Nel piccolo mondo di Dick si muovono pochi personaggi ma a primeggiare su tutto e tutti sono le donne. Da un lato il solido pragmatismo di Virginia, il cui amore per Roger è più forte dei condizionamenti e i moniti di Marion, la madre di lei che in quell’inconcludente del genero non ha mai creduto; dall’altro la romantica sciatteria di Liz, la figura chiave della storia, la circe intorno ai cui capricci e slanci emotivi ruotano tutte le aspettative del lettore. Siate indulgenti con Roger: non è il ragazzo rozzo e incapace dell’Arkansas che Marion rimprovera a Virginia di aver sposato; fa del suo meglio, vuole bene a Gregg e gestisce con successo quel negozietto costatogli tanta fatica e ostinazione. La sua unica colpa è aver ceduto al richiamo di Liz, ma quanti al suo posto non sarebbero inciampati nei subdoli tentativi di seduzione di questa specie di Marilyn? Il realismo di Philip K. Dick è uno scrigno di capolavori semisconosciuti che meritano migliori ribalte. Senza troppa enfasi Mondadori li ha riportati in libreria con una nuova veste grafica (la traduzione di In questo piccolo mondo è di Simona Fefè) nella collana degli Oscar. Prima ho citato Richard Yates, altro gigante sottostimato della narrativa americana (in Italia lo pubblica minimum fax); è il riferimento più vicino al Dick fuori dal cosmo e dalla distopia, forse il Dick migliore.    

Angelo Cennamo

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