Basta uno sguardo, o quasi, per abbracciare l’intero perimetro di Butcher’s Crossing: una manciata di baracche malmesse, sei o poco più, divise da una strada sterrata che sembra non portare in nessun luogo. Un avamposto dimenticato, un non-luogo ai margini della civiltà, che accoglie William Andrews dopo due settimane di viaggio estenuante. La scena ha la fissità e la desolazione di un lungo piano sequenza da western crepuscolare: più Sergio Leone che John Ford, più polvere che epica. È qui che inizia Butcher’s Crossing (1960), il romanzo forse più radicale, feroce e compiuto di John Edward Williams. Andrews arriva dal mondo ordinato e razionale di Harvard. È giovane, colto, benestante, e porta con sé una lettera di raccomandazione del padre, ultimo legame con un’esistenza borghese che già gli sta stretta. Ma ciò che lo spinge verso l’Ovest non è l’ambizione, né il desiderio di successo: è qualcosa di più vago e assoluto, un’urgenza interiore che Williams descrive con precisione chirurgica. «Era un sentimento, era un’urgenza che doveva esprimere. Ma sapeva che qualsiasi cosa avesse detto, non sarebbe stato che un altro nome, inadatto a descrivere quella natura selvaggia che andava cercando… l’origine e la salvezza del suo mondo». Andrews non cerca una carriera, ma un’esperienza che lo rifondi, che lo spogli delle sovrastrutture culturali e morali. Il destinatario della lettera è McDonald, commerciante di pelli di bisonte, figura-chiave di quel microcosmo brutale fatto di cacciatori, prostitute, avventurieri e disperati. Attorno al Jackson’s Saloon orbitano uomini come Miller, Charley Hoge e Fred Schneider: volti scavati, mani deformate dal lavoro, corpi che portano impressi i segni di una vita consumata contro la natura, non in armonia con essa. Qui l’Ovest non è promessa di redenzione, ma campo di battaglia. Miller, in particolare, incarna l’ossessione: è un uomo che vive per la caccia e per un ricordo, quello di una leggendaria mandria di bisonti avvistata anni prima sugli altopiani del Colorado. È lui a trascinare Andrews in una spedizione che ha il sapore di un rito iniziatico e di una discesa agli inferi. Andrews mette a disposizione il proprio denaro, ma soprattutto se stesso, convinto – o forse autoingannato – che si tratti di un investimento. In realtà, come presto comprende, «la battuta di caccia non era che uno stratagemma, un trucco per ingannare se stesso, per blandire le sue abitudini più radicate». Non sono gli affari a spingerlo verso la frontiera, ma il desiderio di perdersi, di dissolversi nella wilderness.
Prima della partenza, Williams inserisce una delle sue scene più sottili e dolorose: l’incontro con Francine, la prostituta più bella del saloon. Andrews sfiora un amore possibile, disinteressato, quasi puro nella sua goffaggine. Ma l’imbarazzo, l’inesperienza e una profonda inadeguatezza emotiva trasformano quell’incontro in un fallimento. È un passaggio cruciale: Andrews non è ancora pronto per alcuna forma di relazione umana autentica. Deve prima attraversare il deserto, la fame, la violenza, il gelo.
La spedizione è una lunga odissea di fatica e smarrimento. Sentieri impervi, sete, caldo soffocante, poi la neve improvvisa che intrappola i quattro uomini per mesi sulle montagne. Schneider è costantemente sul punto di abbandonare il gruppo, Hoge tenta invano di mediare, Andrews osserva e impara, mentre Miller procede come un fanatico, guidato solo dalla propria visione. Qui Williams rovescia definitivamente il mito western: la natura non è maestra, non è madre, non è spazio di redenzione. È una forza indifferente, cieca, che consuma gli uomini senza offrire senso in cambio. Quando finalmente appare la mandria – «una macchia nera che pulsava come una massa d’acqua agitata da oscure correnti» – la caccia assume i contorni di un massacro industriale. Cinquemila bisonti abbattuti, scuoiati freneticamente da Schneider come un automa. Non c’è gloria, non c’è trionfo: solo accumulo, ripetizione, distruzione. È uno dei passaggi più potenti della letteratura americana del Novecento, una rappresentazione implacabile dell’avidità umana e della violenza sistemica esercitata sulla natura. Con l’arrivo della primavera, Andrews comprende che nulla potrà tornare come prima. «Sentiva che non sarebbe stato più lo stesso». L’esperienza lo ha svuotato e trasformato: non lo ha reso migliore, né più saggio, ma irrimediabilmente altro. Ha visto il cuore oscuro del sogno americano, e ne è rimasto segnato. La libertà che cercava non è un approdo, ma una ferita aperta, una condizione permanente di sradicamento.
È inevitabile che Butcher’s Crossing venga letto alla luce di Stoner, il romanzo che ha consacrato Williams mezzo secolo dopo la sua pubblicazione. Stoner è una storia intima, contenuta, di rinuncia e dignità silenziosa; un romanzo perfetto nella sua economia e nella sua compostezza. Ma Butcher’s Crossing, a mio avviso, è un’opera più ambiziosa, più rischiosa e, in definitiva, più ampia. Dove Stoner racconta una vita subita, Butcher’s Crossing mette in scena uno scontro frontale con il mondo. Dove Stoner è un capolavoro dell’interiorità, Butcher’s Crossing è un romanzo totale, che intreccia formazione, mito, critica storica e riflessione filosofica. Williams stesso sembra qui più libero, meno trattenuto. La sua prosa si fa aspra, visionaria, quasi biblica. Il romanzo smonta il western dall’interno, rivelandone la violenza fondativa e l’illusione romantica. È un libro che dialoga con Melville, con Conrad, con la grande tradizione del romanzo americano, ma lo fa senza manierismi, con una voce autonoma e implacabile. Se Stoner è il romanzo della resa dignitosa, Butcher’s Crossing è quello della perdita irreversibile. Non consola, non edifica, non offre modelli. Un western letterario, sì, ma soprattutto un romanzo di formazione rovesciato, in cui crescere significa disilludersi, e la libertà coincide con la solitudine. Per troppo tempo sepolto sotto montagne di libri inutili da scrivere e da leggere, Butcher’s Crossing resta una delle opere più riuscite del Novecento americano. Un romanzo non solo superiore a Stoner, ma più radicale e più vero; che non accarezza il lettore, ma lo mette alla prova, lasciandolo, come Andrews, cambiato per sempre.
Angelo Cennamo