QUESTA È L’ACQUA – David Foster Wallace

Raccolta di sei testi (cinque racconti più la trascrizione di un discorso che Wallace tenne il 21 maggio del 2005 ai laureati del Kenyon College) che non ha equivalenti in nessun altro Paese del mondo, Stati Uniti compresi. La breve prefazione di Don DeLillo è un accorato intervento che lo scrittore newyorchese fece il 23 ottobre del 2008 al Memorial dedicato al collega e amico, aggiungerei discepolo, morto per suicidio il mese prima, per la precisione: il 12 settembre del 2008 (Wallace aveva quarantasei anni).

Nella raccolta spicca “Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta”. Si tratta del primo testo mai pubblicato da Wallace, uscito tre anni prima de “La scopa del sistema” – il romanzo d’esordio che rielabora la sua tesi di laurea in filosofia e che rivela il genio di Ithaca tra gli astri nascenti della nuova narrativa americana. Il racconto apparve nel 1984 sulla rivista universitaria “Amherst Review”, ma qualche anno dopo Wallace lo rivisitò e ripropose sotto altre forme in “Brevi interviste con uomini schifosi” col titolo “La persona depressa”. È la cosa più intima e autobiografica scritta da Wallace, una specie di presa di coscienza del proprio disagio psichico, e col senno di poi anche una tragica premonizione. Il suicidio, scrive il giovane autore e studente, non è che un gesto di coerenza: quando il depresso lo attua è già morto. Nell’allegoria della fiction il pianeta Trillafon è una seconda opportunità concessa al malato che sceglie di curarsi con i farmaci invece di sottoporsi a interventi più invasivi. Su Trillafon c’è acqua, c’è ossigeno, ma non è come vivere sulla Terra, abitarci è un surrogato della vita vera. 

Il Solomon Silverfish del racconto omonimo (pubblicato nel 1987) è un avvocato sessantenne “sassone segreto, celta teorico” alto, col riporto, che quando s’incazza dà fendenti all’aria. Sua moglie Sophie è malata di cancro e lui, per alleviarle il dolore, le compra da un suo cliente “Troppo Carino” dosi di marijuana. Con uno stratagemma, nel cuore della notte, Solomon viene processato dai familiari della moglie perché per sposarla si sarebbe finto ebreo, ma l’unione autentica che lega i due ormai da trent’anni prescinde da qualunque credo religioso. Solomon ci viene raccontato da diverse prospettive attraverso un’ingegnosa polifonia.

Una delle doti che più ci sorprendono di Wallace è la naturalezza con la quale è riuscito a mescolare (anche nello stesso periodo) una lingua coltissima col parlato della strada: Wallace è un intellettuale pop, coniuga punti estremi e sa interpretare in chiave comica, con una levità che sfiora la poesia, i momenti più critici della propria sofferenza.

“Altra matematica” (pubblicato nel 1987) è un brevissimo racconto d’amore (oltre ogni altra apparenza), nel quale ci colpisce in particolare la curiosa sperimentazione dialogica. 

“Crollo del ’69” (pubblicato nel 1989), il primo tentativo di Wallace di confrontarsi coi temi dell’economia e della finanza, temi che riprenderà e approfondirà qualche anno più avanti in opere ben più complesse (Infinite jest per esempio). “Ordine e fluttuazione a Northampton” (pubblicato nel 1991), tra i testi più geniali e comici scritti da Wallace, racconta un triangolo amoroso piuttosto stratificato sul piano concettuale, nel senso che la storia è ricca di divagazioni filosofiche e scientifiche e per questo può risultare di non facile lettura. Il libro si conclude col celebre discorso che Wallace tenne ai giovani laureati del Kenyon College nell’Ohio. Era il 2005, l’anno di “Considera l’aragosta”. Poco dopo Wallace avrebbe messo mano a quel librone rimasto incompiuto, riassemblato alla meglio e pubblicato postumo col titolo de “Il re pallido”. In una delle loro ultime conversazioni telefoniche, alla domanda di rito dell’amico Jonathan Franzen “Come ti senti oggi, Dave?”, lui rispose “Un po’ peculiare”. Questo era, questo è David Foster Wallace. 

Angelo Cennamo

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WHY VISIT AMERICA – Matthew Baker

La raccolta “Why visit America” (“Perché l’America”), pubblicata negli Stati Uniti nel 2020 e arrivata in Italia lo scorso anno con Sellerio e le traduzioni di Veronica Raimo e Marco Rossari, dopo un primo riscontro favorevole da parte della critica non ha avuto altrettanti consensi in termini di vendite. Non è una novità, penserete: quando mai si è visto che certe robe sperimentali hanno superato la soglia delle mille-duemila copie vendute? Quanto vende in Italia William Vollmann? Matthew Baker – appuntatevi il nome di questo scrittore se nel 2022 dovesse esservi sfuggito – non sarà paragonabile al più anziano Vollmann (i due sono diversi per stile oltre che per questioni di magmaticità), ma è una delle voci più innovative della nuova narrativa Usa, e questa sua raccolta è tra le cose migliori uscite da quel paese da un bel po’ di anni a questa parte (mi vengono in mente tre quattro titoli: “Corpus Christi” di Bret Anthony Johnston, “Il libro dei numeri” di Joshua Cohen, “Topeka school” di Ben Lerner, “L’estate che sciolse in ogni cosa” di Tiffany McDaniel, poco altro). Il look da ragazzo punk: volto emaciato, felpe e giacche di pelle fuori misura, e l’asimmetria della bizarra capigliatura, fa somigliare Baker alla vorticosa rappresentazione dei suoi mondi: stratificati, folli, iperbolici, stupefacenti.

I racconti – “tredici, uno per ogni striscia della bandiera americana” – richiestissimi anche dalle case cinematografiche (per “Ergastolo” si è scatenata un’asta feroce) – ci mostrano un’America del futuro prossimo distopica, o utopica se preferite, ridisegnata col compasso e il righello della provocazione: settantenni improduttivi che decidono volontariamente di uscire di scena, criminali puniti con la rimozione dei ricordi anziché con il carcere, maschi che si lasciano schiavizzare da femmine superbe e dominatrici sessuali.Baker nemico di un Occidente assuefatto al consumo e ossessionato dal desiderio di piacere? Il ragazzo è ironico, diverte e si diverte; in ognuna delle sue storie finiamo per riconoscerci tutti, non ci serve che allungare lo sguardo, proiettarlo poco più in là delle conquiste del digitale, lavorare di fantasia (quello sempre). Racconti spiazzanti, dunque, diversi l’uno dall’altro, (quasi) mai noiosi, coraggiosi/oltraggiosi, originali o emulativi di un’originalità perduta (nella giovane coppia che si mette alla ricerca di uno sponsor per finanziare i costi del matrimonio è impossibile non rivedere la cronologia di “Infinite jest” di David Foster Wallace, anzi sembra quasi che al genio di Ithaca Baker voglia concedere un tributo). Baker lavora per sottrazione, gioca a ribaltare la realtà costruendone una nuova, parallela, secondo la logica dantesca del contrappasso, dispensando equità e giustizia, invertendo regole e convinzioni, e ricorrendo a una scrittura chirurgica, millimetrica, sinuosa quanto basta.

Baker è fluido, camaleontico, sceglie di essere disturbante e cinico; a volte pecca di narcisismo (chi non lo è stato alla sua età?). Scrivere e riscrivere questi racconti più o meno brevi, armonizzarli in un flusso vitale che rifiuta il reale e lo sostituisce con il profetico, inventare questo lungo viaggio, epico, attraverso un’America altra che si riflette nell’America vera, non dev’essere stato facile, il risultato tuttavia mi è parso eccellente: in “Perché l’America” riconosciamo il tratto dei libri imprescindibili, quelli che sfidano il tempo e le mode del momento, sparigliando canoni, generi, architetture, significati. Le esplorazioni di Baker sono state accostate a quelle di Houellebecq, Atwood, Borges, Calvino, prima ho citato Foster Wallace, in una specie di mimesi del tutto cambia ma tutto si tiene, reminiscenze di un cut-up che procede per immagini impresse nella mente: letture precedenti, affinità elettive. Esiste ancora uno spazio incontaminato nella letteratura moderna, una foresta di parole vergini, un suolo lunare levigato e senza orme? Non lo so, ma Baker sembra averlo trovato.

Angelo Cennamo

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GLI SCOMPARSI – Tim Gautreaux

Sam Simoneaux viene da un villaggio vicino New Orleans, al confine col Texas, e se lo senti parlare lo capisci subito “dice le ‘a’ come quei cretini dei francesi”. Il suo nome sembra l’anagramma di Tim Gautreaux, scrittore di racconti della Louisiana le cui storie sono state pubblicate su riviste prestigiose come Atlantic, GQ, Harper’s, New Yorker. “Gli scomparsi” di breve ha solo il titolo e le 462 pagine che lo compongono ci appaiono perfino poche per tutto quello che accade nel libro. Il romanzo esce negli Usa nel 2009 ma in Italia arriva solo quattordici anni dopo, con minimum fax e la traduzione di Chiara Baffa. Gautreaux, che è una delle voci migliori della letteratura americana del Sud, ci restituisce il mood di autori leggendari, da William Faulkner e Eudora Welty a John MacDonald, fino ai più recenti Chris Offutt  e Joe Lansdale, il Lansdale di “Acqua Buia”, “In fondo alla palude”, “La sottile linea scura”. Leggendo le avventure dell’Huckleberry Finn adulto e tormentato di Gautreaux veniamo da subito catapultati nella dimensione epica degli anni Venti del Novecento americano e nel mito del Grande Romanzo un po’ Western un po’ Thriller. Sam è un sopravvissuto: appena nato, suo padre lo salvò da una strage nascondendolo dentro una stufa, e vent’anni dopo la nave che lo stava portando in Europa a combattere la prima guerra mondiale approdò in Francia proprio nel giorno dell’Armistizio. Per questo lo hanno ribattezzato “Lucky”. Gautreaux mette tanta carne al fuoco ma dosa bene tutti gli ingredienti: la perdita (della vita e del lavoro), la sete di vendetta, il ricordo molesto, la tentazione dell’adulterio, la musica, il viaggio. Il rapimento di una bambina (Lily) all’interno dei grandi magazzini dove il protagonista lavora come sorvegliante, innesca la storia, lunghissima, con mille capovolgimenti di fronte e con diverse sottotrame. Ritrovare la bambina è per Sam una sfida difficile ma necessaria, non solo per essere riassunto nel negozio dove ha lavorato fino al sequestro della piccola ma anche per colmare quel vuoto esistenziale col quale fa i conti da troppi anni. La parabola di Sam è imprevedibile e pericolosa. L’Ambassador è uno dei battelli che solcano il Mississippi; crociere per turisti spendaccioni e amanti del ballo. È il luogo principale del romanzo, il luogo della rinascita di Sam. Qui lavorano i genitori di Lily e qui ora si guadagna da vivere anche il nostro Lucky, tra risse, sbornie, avvistamenti, e le vibrazioni di quella musica nuova che Toni Morrison ha romanzato meravigliosamente nel suo “Jazz”. L’atmosfera è magica, vigorosa, il miglior propellente di un racconto che altrove sarebbe stato solo il racconto di un rapimento, ma “Gli scomparsi” è molto di più.

Angelo Cennamo

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UN SOGNO AMERICANO – Norman Mailer

Norman Mailer, come Philip Roth, John Updike, Woody Allen – i primi che mi tornano in mente – figura nella lista degli scrittori presi di mira dalla Cancel Culture. Per il centenario della sua nascita (il 31 gennaio del 1923, a Long Branch, nel New Jersey) pare che la Random House si sia rifiutata di pubblicare un’antologia di saggi (tra i quali il celebre e indigesto “The White Negro” scritto nel 1957). Beh, la notizia è imprecisa, replicano da casa Random: “La verità è che per il centenario di Mailer noi non abbiamo in programma di pubblicare alcunché”. In Italia, senza tanti distinguo invece (ricordate il boicottaggio dell’autobiografia di Allen?), i libri di Mailer li sta ripubblicando La nave di Teseo, e “Un sogno americano”, romanzo del 1965 (per la cronaca l’anno di “Stoner”), arriva proprio in concomitanza con le cento candeline non spente. Nella vita, Mailer non si è fatto mancare nulla: sei mogli, dieci figli, sfide pugilistiche, regie cinematografiche, amicizie e rivalità con altri protagonisti dell’elite culturale del Novecento americano, alcol, droga, scatti d’ira anche di una certa rilevanza penale. Una trentina le opere lasciate in bacheca (fecondo anche come scrittore), non tutte però degne di nota come “Il nudo e il morto”, il capolavoro assoluto, il più bel romanzo sulla Seconda Guerra Mondiale. 

Giudicare però “Un sogno americano” secondo i parametri de “Il nudo e il morto” sarebbe un errore. Qui la guerra c’entra poco o nulla, al limite potremmo considerarla un antefatto: Stephen Richard Rojack, il protagonista, dopo essersi laureato cum laude ad Harvard, è stato decorato anche sui campi di battaglia. Insomma, Steve Rojack è un eroe di guerra. Cos’altro. Docente di psicologia in una prestigiosa università newyorchese, conduttore televisivo, politico eletto al Congresso degli Stati Uniti, marito di una bellissima e ricchissima ereditiera (ma non per molto). Quanto tempo è davvero trascorso dall’uxoricidio di Deborah (Mailer accoltellò e quasi uccise la sua seconda moglie) alla fine di questa storia? La tormentata vicenda matrimoniale si esaurisce nei primi capitoli: lui va a trovare lei (ora abitano in case separate). Lei si diverte a stuzzicarlo. Ancora. Anche adesso. Lui le mette le mani al collo, stringe, poi scende al piano di sotto a fare sesso con Ruta, la cameriera, mentre il cadavere di Deborah giace supino sull’altro letto. Deborah è morta. “E su questo non potevano esserci dubbi: era morta, sì, era proprio morta”.

“Ma è davvero morta? Morta sul serio? Morta come sono i morti?, fa dire Philip Roth a Peter Tarnopol ne “La mia vita di uomo”. Roth e Mailer, Updike e Roth: curiose simmetrie. Ma che tipo è questo Rojack? C’è da fidarsi di quello che dice? 

In “Nulla, solo la notte” un esordiente John Williams, in poco meno di centocinquanta pagine, racconta una giornata dello sfaccendato Arthur Maxley. Arthur sembra uscito da un incubo. La storia smarginata e confusa di Steve ricorda quella del “parassita” di Williams. Più che una sequenza di fatti reali, il racconto (in terza persona) è come la gigantesca allucinazione di un uomo depresso risucchiato in un vortice di immagini poco nitide, pensieri, simulazioni. Rojack, Deborah, il suicidio/omicidio, gli interrogatori al commissariato, il tentativo dei poliziotti Roberts e Leznicky (due matti) di estorcere la confessione (qui siamo nella fase noir); l’incontro subito dopo con Cherry, la cantante sensuale conosciuta proprio al commissariato. La giostra di Mailer è briosa, senza sosta e senza appigli. Un romanzo dirompente, postmoderno, e una New York in grande spolvero. 

Angelo Cennamo

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UN ALTRO FINALE PER LA NOSTRA STORIA – Silvia Bottani

Due anni dopo l’esordio de “Il giorno mangia la notte”, Silvia Bottani torna in libreria con un nuovo romanzo, breve, sul tempo e sulla memoria. I protagonisti sono un “atleta mentale” quarantenne, divorziato, con una figlia adolescente, e una sua ex fidanzata, sorella del suo miglior amico negli anni della scuola, scomparso misteriosamente vent’anni prima. Dopo aver chiuso i ponti con la vecchia azienda, Mauro Massari oggi ha cambiato vita: dà ripetizioni, scrive tesi per laureandi, poco altro. Lei, Bianca Cerutti, si occupa invece di territorio, energia, ambiente, ma l’ecologia ha poco a che vedere con questa storia, così come a rimanere sullo sfondo è il talento, l’unico forse, di Mauro per la mnemonica, grazie alla quale, da ragazzo, ha vinto diverse gare internazionali. Mauro è un persona semplice, obbligata anche dalle attuali ristrettezze economiche a rinunciare a spese pazze e a svaghi. La sua progressiva rinuncia alle cose è “inversamente proporzionale all’ampiezza del mondo” che negli anni è riuscito a costruire nella propria mente. Ed è proprio la mente di Mauro il “luogo” di questo romanzo. Più che una trama, il libro ha un senso: il passato non muore mai, esiste, è tangibile, vive in una parte di noi, possiamo perfino abitarlo “La memoria è una solitudine abitata e ha un costo, erode la vita reale… Sto bene lì dentro”. Attraverso ricordi e conversazioni, Mauro e Bianca fanno rivivere Fabio, il terzo protagonista del romanzo. Fabio è protagonista nell’assenza, come la bisnonna di Lenore del primo Foster Wallace. Leggere “Un altro finale per la nostra storia” è come sfogliare un album di vecchie foto “Tutti vogliamo ricomporre l’immagine di noi, per questo ci raccontiamo senza tregua la nostra storia personale”. Le foto non sono ingiallite ma nitide, per la straordinaria attitudine che ha Mauro di attualizzare il ricordo, di connetterlo al presente, e di proiettarlo nel futuro (il futuro di Mauro è Martina, sua figlia). 

“È assai più dolce il ricordarsi del bene che il goderne, come è più dolce lo sperarlo, perché in lontananza sembra di poterlo gustare” il passato leopardiano di Mauro è una vicenda di occasioni perdute, di appuntamenti mancati, di appunti da riscrivere. “Mi piace ancora l’idea di stare in luogo a cui non appartengo, e a un tratto andarmene così come sono venuta” gli fa eco Bianca, l’altro passeggero di questo tempo sospeso in cui l’improbabile e il possibile non si escludono per principio. L’incontro tra Mauro e Bianca è una storia delicata e malinconica, volutamente lenta per conferire al tempo la dimensione più adeguata al significato del racconto: la larghezza. L’essenzialismo di Silvia Bottani non è solo un fatto estetico: giova al contenuto. Parole sottratte, frasi brevi ma precise; il discorso diretto e quello indiretto sono resi fluidi dall’assenza di trattini e virgolette. Semantica e corpo della infinita rincorsa a un amore da immaginare.  

Angelo Cennamo

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LA VITA INTIMA – Niccolò Ammaniti

Il suo ultimo romanzo, “Anna”, risaliva al 2015. In questi otto anni, circa, Niccolò Ammaniti si è dedicato ad altro: alla regia televisiva, per esempio. Otto anni tra un libro e il successivo, in un paese come gli Stati Uniti è una distanza più o meno regolare (Franzen, Eugenides, Chabon, Moody, Meyer, Egan, Donna Tartt…), in Italia è un tempo lunghissimo e rumoroso, soprattutto per uno scrittore molto seguito come lui, giovane protagonista in quella generazione di “cannibali” che negli anni Novanta aveva cercato una sintesi tra l’avantpop di Bret Easton Ellis e il pulp di Quentin Tarantino. A suo modo, Ammaniti c’era riuscito.

“Le storie, quelle importanti, quelle che cambiano i destini, sono fiumi impetuosi, difficili da imbrigliare”. 

Il monito della voce fuori campo di questo nuovo romanzo sembra introdurre il lettore sulla scena di un thriller in cui la casuale concatenazione dei fatti e delle circostanze risulta decisiva. La protagonista è una quarantenne palermitana di buona famiglia, ex indossatrice, con un passato nell’atletica leggera. Maria Cristina Palma è la donna più bella del mondo, così dice almeno uno studio dell’università della Louisiana. Dopo essere sopravvissuta all’incidente che invece è costato la vita al suo ex marito, un noto scrittore, Maria Cristina ha sposato Domenico Mascagni, l’attuale presidente del Consiglio italiano; vive in un superattico di trecento metri quadrati a due passi da piazza Navona, è seguita da due personal trainer, ha intorno a sé uno sciame di assistenti e collaboratori sui quali si erge il misterioso Bruco, uno spin doctor invisibile che scandisce i tempi, i modi, le strategie. 

“Questa storia inizia con un urlo di dolore” l’urlo lanciato da Maria Cristina per un banale incidente domestico. L’effetto domino che ne segue guiderà il lettore nei diversi blocchi narrativi tra dialoghi fabiovolani: “Devo riconoscere che con gli anni sei diventata più intensa… Quindi da giovane ero insignificante?… No. Ma la vita ci segna, rendendoci più interessanti” e una serie di luoghi comuni sugli agi dell’alta borghesia che fanno rimpiangere il Piperno di “Con le peggiori intenzioni”. 

Piuttosto modesta e stereotipata è la rappresentazione di Nicola Sarti (finto perfino nel nome, nome da commissario più che da imprenditore), una vecchia fiamma di Maria Cristina ricomparsa dal nulla dopo vent’anni. Sarti si “avvinghia” alla preda ritrovata come uno stalker, mostra il polso stretto in un Rolex (che fantasia!) e per fare colpo – non dovesse bastare il Rolex – annuncia a miss universo di possedere una catena di hotel a cinque stelle (con quattro non sarebbe stato persuasivo). L’interlocuzione tra la Lady D e l’aspirante Dodi Al-Fayed di Ammaniti è un po’ letteratura rosa, un po’ fiction agiografica di Rai Uno (i dialoghi sono la parte peggiore del romanzo). A completare il quadro di questo “Pomeriggio cinque” su carta è la storia commovente del factotum-badante-innamorato-ma-troppo-povero-per-farsi-avanti che segue Maria Cristina anche nella sua nuova vita da vip. 

Maria Cristina è bella, è ricca, è potente, ma piange “La malinconia è la felicità di essere tristi” chiosa Niccolò Hugo.  Piange perché anche i ricchi piangono, e perché la bella donna sta vivendo una vita che non le somiglia per niente. Piange perché, a un certo punto della storia, sul suo smartphone compare uno strano video. Panico. Terrore. Sospetto. Dubbio. Azzardo. Il romanzo che sembra un thriller diventa un vero thriller psicologico, ma il morto ammazzato non c’è. Corre Maria Cristina, vorrebbe essere altrove – “La vita intima” è un romanzo sull’altrove; la sua zona disagio ora è incontrollabile. Ammaniti può riscattarsi puntando sul Bruco, il personaggio che gli è venuto meglio, ma stecca il colpo. La storia (peccato non averla raccontata in prima persona) gli sfugge di mano, prende altre direzioni, si sbriciola (alcune buone parti sono intervellate da altre sciatte e sconclusionate), e quel video è un mastice troppo debole per ricomporla. Dove vuole andare a parare Ammaniti? Che Maria Cristina non si senta libera nei panni della first lady e che il caso governa il mondo secondo il paradigma di Paul Auster, ce lo ha già detto a pagina trenta. Qual è il senso di tutte le altre? 

Angelo Cennamo

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SEI RICCO, CONIGLIO – John Updike

Harry Angstrom è un uomo di mezza età. Ora lo vediamo andare in giro per le strade di Brewer – Pennsylvania – a bordo di una Toyota Corona color zuppa di pomodoro riscaldata, sicuro di sé. Harry ha ereditato la concessionaria del suocero “il re degli imbroglioni”, stecchito da un infarto. Gli affari vanno a gonfie vele, i soldi girano: Harry può dirsi finalmente un americano realizzato. È “l’uomo in vetrina”. Il direttore. Si gode il denaro delle auto vendute “gli piace sguazzare nei soldi” e il rispetto degli abitanti di Brewer “gli piacciono i cenni di saluto che gli riserva la cittadinanza, dopo averlo considerato men che spazzatura dai tempi del liceo in poi”. Con lui, quasi al timone della barca, c’è il vecchio e malaticcio Charlie Stavros che dieci anni prima aveva avuto una relazione con sua moglie Janice. Ma Harry non serba rancore. Harry è un uomo di ampie vedute in fatto di sesso e quello che succederà nelle ultime pagine di questo terzo capitolo della serie ci confermerà che il lupo perde il vizio ma non il pelo.

Siamo nel 1979. Di acqua ne è passata sotto i ponti, eppure Coniglio non sembra cambiato più di tanto neppure fisicamente. Dopo il lavoro può sgranchirsi le gambe stando all’aria aperta, giocare a golf, sfogliare la sua rivista preferita, e ricominciare a considerare Janice come una donna desiderabile, una donna con cui fare sesso, e non solo mentre lei dorme. 

Cosa o chi potrebbe turbare questo clima di benessere a tutto tondo, a parte la presenza sempre minacciosa della matriarca Bessie, la suocera che come un puparo muove i fili della famiglia Angstrom? L’uragano che si profila all’orizzonte di queste giornate di calma apparente ha le sembianze di un picchiatello a un passo dalla laurea, la giovane testa di cazzo della famiglia, degno discepolo di Coniglio. Dal Midwest arriva quel “piccolo punk tristanzuolo” di Nelson, il figlio di Harry e Janice, con un obiettivo preciso: lavorare con papà e chissenefrega degli ultimi tre esami da dare all’università. La pace è finita. Harry è nel panico “Tu mi prometti solo di girare al largo dalla mia concessionaria e di riportare il culo nell’Ohio”, dice a quel nanerottolo di poco più di un metro e settanta (ma sarà davvero figlio suo?). 

“Sei ricco, Coniglio”, romanzo del 1981, premio Pulitzer meritatissimo, è con “Riposa, Coniglio” (l’ultimo capitolo della fortunata serie), “Il centauro” e “Coppie”, una delle vette più alte della prolifica carriera letteraria di questo gigante del Novecento americano, da qualche anno scivolato nello scaffale dei dimenticati e come Philip Roth nel tritacarne di filologi bigotti e invasati catechisti del romanzo.  “Updike sa tutto delle Toyota, mentre io che vivo in campagna non conosco neppure i nomi degli alberi”. La celebre riflessione di Roth sulla capacità dell’amico rivale di documentarsi su tutto prima di scrivere, contiene un dato interessante. Mette in luce una prerogativa di Updike che salta subito agli occhi del lettore e che fa la differenza in una possibile o impossibile comparazione tra questi due scrittori tra i quali, nonostante tutto, esistono diversi punti di contatto. Roth si è concentrato sugli aspetti immateriali dell’esperienza umana: la vita, la morte, l’amore in tutte le sue forme, l’odio, la famiglia, la religione, la malattia, la verità e la finzione, la scrittura soprattutto. Updike ha esplorato la materia, è entrato nei dettagli della quotidianità, ma della quotidianità dell’uomo qualunque più che degli intellettuali o degli uomini d’affari che popolano l’universo borghese dello scrittore di Newark. Il realismo pragmatico, il precisionismo di Updike riempiono un vuoto che Roth non ha mai pensato di dover colmare. Ma è sul sesso che John e Philip sembrano sovrapporsi con poche differenze. “Sei ricco, Coniglio” precede “Il teatro di Sabbath” – cito due libri esemplari sotto questo aspetto – di quattordici anni. La cronologia suggerisce una possibile influenza (?) del primo sul secondo nella descrizione dei momenti di intimità:

Coniglio Angstrom, che trova in un cassetto gli scatti porno della moglie del vecchio Webb, è a un passo dall’onanismo di Mickey Sabbath, il personaggio di Roth sorpreso dall’amico Norman nella vasca da bagno con in mano una foto di sua figlia. Scene da un matrimonio, quello di Harry e Janice, passato tra adulteri, fughe, ripicche, ma più solido di quanto si creda. E la storia continua. 

Angelo Cennamo

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IL DIACONO KING KONG – James McBride

Cuffy Lambkin, per gli amici Sportcoat o King Kong, per via di quello strano liquore che gli rintrona il cervello, è il diacono della chiesa battista di Five Ends. Siamo a Brooklyn, nel 1969. Le Cause Houses sono un luogo malfamato ma la fratellanza supera ogni steccato e la chiesa è un avamposto contro il crimine e la devianza giovanile. 

Sportcoat parla col fantasma di Hettie, la moglie morta annegata che qualche anno prima ha fatto sparire chissà dove la cassetta con le offerte del club natalizio. È un tipo bizzarro, questo diacono, ma ha una storia, e tutti gli vogliono bene. Il romanzo si apre con uno sparo. Non ci crederete ma a premere il grilletto di una vecchia P38 è proprio Sport. La vittima (non) designata è Deems Clemens, un giovanissimo spacciatore che in un altro tempo era stato “messo sulla via del Signore” dallo stesso diacono, suo catechista e anche allenatore di baseball (il baseball ricorrerà spesso), insomma una specie di secondo padre. Ma per quale dannata ragione Sport ha sparato a Deems? È un falso mistero, lo scoprirete leggendo il libro. Scoprirete anche che lo sparo è un’astuzia di James McBride – scrittore afroamericano, jazzista, sceneggiatore per Spike Lee, vincitore del National Book Award nel 2013 con “The Good Lord Bird” – per tenere insieme il suo affresco (una volta si diceva così) su questa sgangherata “Repubblica di Brooklyn” degli anni Sessanta, dove i gatti urlano come esseri umani, i cani mangiano le proprie feci, “le zie fumavano come ciminiere e morivano a centodue anni”, e dove processioni di formiche seguono la pista di uno strano formaggio. “Il diacono King Kong” – edito in Italia da Fazi con la traduzione di Silvia Castoldi – è un agglomerato di situazioni, intrecci, identità, senza una vera trama. La finestra (aperta) su un cortile di traffici poco leciti, liturgie salvifiche, un’umanità di disperati allegri (neri, ispanici, italiani) di cui Tommy Elefante, un timido scapolo sovrappeso che prova a resistere alle pressioni dei clan, è il miglior attore non protagonista. McBride è un Colson Whitehead con il dono dell’ironia. Leggendo il romanzo potrebbe tornarvi in mente “Il ritmo di Harlem”, con il quale questo graphic novel dai colori accesi ma tutto da immaginare, forma un dittico ideale. 

La leggerezza di McBride è quella di sempre, e il suo crime comico, a metà tra l’Huckleberry Finn di Twain e il sangue e merda del “Pulp Fiction” di Tarantino – tra i dieci romanzi del 2022 per il New York Times – riesce perfino a commuoverci.

Angelo Cennamo

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IL GRANDE ROMANZO DI CONIGLIO ANGSTROM

Tempo fa lanciai un sondaggio sul Grande Romanzo Americano, che non è esattamente il più bel romanzo americano – un giorno magari ne riparleremo. Con un certo margine “Pastorale americana” di Philip Roth si impose su numerosi altri capolavori del ‘900 e passa, dal “Grande Gatsby” a “Le avventure di Augie March”, da “IT” a “Underworld”. Era un gioco, direte. Certamente. Non partecipai al voto per ovvie ragioni e se avessi dovuto esprimere una preferenza mi sarei trovato nell’imbarazzo di decidere tra una decina di titoli almeno. Senza nulla togliere al romanzo di Roth o al mio amato David Foster Wallace (“Infinite Jest”), credo che alla fine mi sarei orientato sulle quadrilogie di Frank Bascombe e di Coniglio Angstrom, gli everyman di Richard Ford e John Updike, in Italia editi rispettivamente da Feltrinelli e Einaudi. Otto libri amatissimi dai lettori di tutto il mondo e premiati con ben tre Pulitzer, uno per Ford (“Il giorno dell’Indipendenza”), due per Updike (“Sei ricco, Coniglio”, “Riposa, Coniglio”). Bascombe e Angstrom non hanno molto in comune se non l’aver vissuto più o meno sotto lo stesso cielo, a distanza di qualche anno l’uno dall’altro (Harry è più anziano di Frank). Saggio e pragmatico l’antieroe di Ford, una vera e propria testa di cazzo quello di Updike, perennemente in fuga, da se stesso e dagli altri, oggi anche dalle librerie: Updike in Italia si legge pochissimo ed è un peccato, ma non per Updike, piuttosto per chi continua ad ignorarne l’esistenza. Se non avete ancora fatto la conoscenza di quella simpatica canaglia di Harry Angstrom, vi consiglio di sbrigarvi prima di tutto – non si sa mai che finisca fuori distribuzione, è già accaduto una volta – poi di leggere i quattro romanzi seguendo la giusta cronologia: “Corri, Coniglio”, “Il ritorno di Coniglio”, “Sei ricco, Coniglio”, “Riposa, Coniglio”. Buona lettura.

Angelo Cennamo

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WALLACE COME ESPERIENZA RELIGIOSA

“Una cosa divertente” che faccio sempre è leggere cosa scrive Gian Paolo Serino, critico letterario e mio nuovo amico (ebbene sì). Giorni fa, Serino ha pubblicato su Facebook un post molto interessante su David Foster Wallace demolendo di fatto il mio scrittore del cuore. Del post condivido poco per ovvie ragioni, ma le argomentazioni di Gian Paolo sono “terribilmente, terribilmente…” adeguate rispetto a chi nel genio di Ithaca non riesce a trovare spunti o elementi di attrazione (è lecito). 

Provo allora a dire la mia su alcuni punti (il post è lunghissimo) che non mi trovano d’accordo.

“David Foster Wallace è un classico autore da esibire: più commentato che letto”. 

Vero. Alla pari di Joyce e Proust, per esempio. Una volta Carmelo Bene disse una cosa divertentissima su “Ulisse”: negli anni Sessanta lo trovavi sui tavoli dei salotti della borghesia. Messo lì, di sguincio, ostentato. Non lo leggeva nessuno ma andava mostrato agli ospiti per fare bella figura. È il destino degli scrittori difficili ma così osannati dalla critica che non ti va di trascurarli. A costo di fingere.

“Wallace non è altro che un prodotto, un logo da esportazione sinonimo di una qualità narrativa più ventilata che effettiva, di una ricerca più vicina al marketing intellettivo che all’intelletto”.

Al di là dell’estetica del periodo (così bello da sembrare scritto proprio da Wallace), io penso che il marketing intellettivo di Wallace (che esiste per davvero) sia un prodotto non di Wallace ma di chi lo adora talvolta senza pudore (mi ci metto anch’io) al punto di generare un nuovo contenuto fuori dal contenuto reale. La mitizzazione di Wallace ha creato nel tempo un secondo Wallace che viaggia sul canale parallelo del Wallace autentico. Un Wallace filtrato attraverso l’esegesi, l’analisi, il giudizio, il gusto, e destinato a chi Wallace non lo ha mai letto o non lo ha ancora letto. Forse perché ne ha paura.

E poi: siamo proprio sicuri che la prosa di Wallace “è  sempre siderale”? Non sarà piuttosto DeLillo l’autore “siderale”, tanto per rimanere nel circolo del postmodernismo? Cosa c’è di siderale in “Una cosa divertente che non farò mai più”, “La scopa del sistema” o “La ragazza dai capelli strani”?  

“Bisogna leggere Wallace per capire che “la cultura di massa è la grande ninna nanna che culla gli Stati Uniti d’America col suo affettato la la la”?, si chiede Serino. No, non è necessario. Ma, attenzione, Wallace è andato oltre questa nota. Wallace si concentra sul pericolo della dipendenza che la cultura di massa può ingenerare. E questo passaggio, che non mi pare avere precedenti, è anche il tema centrale di “Infinite Jest”, che (io) invece considero un romanzo originale per quanto la definizione di “blob cartaceo o bobina impazzita” di Serino mi piaccia molto, e per quanto mi trovi perfettamente d’accordo sulle pregresse peripezie di Gaddis da lui citate, che non hanno solo ispirato Wallace ma almeno una decina di autori della sua generazione. Insomma, Wallace o piace troppo o non piace per nulla.

Angelo Cennamo

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