IL TEMPO DELL’ODIO – Antonio Lanzetta

“La morte venne a cercarmi nell’estate del 1943”.

Cilento. La guerra è a un bivio e il potere di Benito Mussolini, nel libro il suo nome non viene mai citato, ha i giorni contati. Mancano un paio di mesi all’armistizio di Cassibile, e di lì a poco gli americani sbarcheranno a Salerno, risalendo la penisola per suggellare il trionfo. All’inizio di questa storia, Michele ha quattordici anni e vive in una vecchia casa di campagna con la madre e le sue due sorelle: Gloria, la più grande; Anna, una bambina. Del padre non si hanno notizie: pare sia al fronte, in un posto imprecisato del continente africano. Tornando a casa dopo una giornata di lavoro nei campi, Michele assiste alla scena che in una manciata di minuti gli stravolgerà per sempre la vita: un manipolo di fascisti piomba in casa sua, uccide la madre e rapisce le due sorelle. Il ragazzo riesce a malapena a salvarsi e a trovare riparo da un’anziana vicina.

Inizia così “Il tempo dell’odio”, il settimo romanzo di Antonio Lanzetta, uscito in questi giorni con l’editore La corte, sulla scia de “L’uomo senza sonno”, il libro precedente, anch’esso ambientato in quella provincia del sud Italia che attraverso le parole e le immagini di Lanzetta sembra trasformarsi nel Texas orientale di Joe Lansdale o il Maine di Stephen King – Il Sunday Times definì Lanzetta proprio lo Stephen King italiano. Ma questa è un’altra storia. Quella di Michele, raccontata in prima persona dal protagonista oggi adulto, è una sporca vicenda di abusi sessuali e di superstizione. Il fascismo scelto come sfondo da Lanzetta non è quello rassicurante di Antonio Pennacchi e neppure quello etico-biografico del premio Strega Scurati. È un fascismo destoricizzato, è violenza cieca, sopruso, incarnazione del peggiore dei mali. La tragica vicenda di Michele è “una questione privata” così come la Resistenza personale, finalizzata al ritrovamento di Gloria e di Anna. Figura centrale del romanzo è Teschio, personaggio schivo, apparentemente ambiguo, il brigante che aiuterà Michele a combattere la sua difficile guerra familiare.

Da qualche anno Lanzetta sta battendo nuove strade per affrancarsi da un genere, il thriller, che sembra stargli un po’ stretto. Dopo la bella prova de “L’uomo senza sonno”, il romanzo appena uscito ripropone la felice coniugazione del neorealismo del cinema di De Sica e Rossellini con la tradizione più smaccatamente gotico-noir della Old America del già citato Lansdale e di Shirley Jackson. “Il tempo dell’odio” è un horror di formazione ma anche una storia di guerra, contro il nazifascismo, contro un destino che può riservare nuove e inaspettate sorprese. Il miglior libro di Lanzetta, il più americano di tutti. 

Angelo Cennamo

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ADDIO E ANCORA ADDIO – Larry Watson

“Addio e ancora addio” – romanzo del 2016 arrivato in Italia sei anni dopo con Mattioli 1885 e la traduzione di Nicola Manuppelli – è la storia di Calvin Sidey, un vecchio cowboy del Montana, fuggito dalla città e da moglie e figli per vivere in una roulotte in mezzo alla prateria, tra fucili, pistole e poesie di Catullo. 

Calvin è il mattatore assoluto della storia. Siamo nei primi anni Sessanta, in un tempo che fa da cerniera tra l’old style e la nuova America. Proprio il passato e il presente sono i due binari sui quali Larry Watson muove il privato dei Sidey e le vicende esterne al nucleo familiare. Suo malgrado, Calvin torna in città ad occuparsi dei nipoti che non ha mai conosciuto, i figli di Bill, che nel frattempo è partito per assistere la moglie durante un delicato intervento chirurgico. 

La zona disagio nella quale prova ad orientarsi Calvin è la stessa di Herzog e Mr Sammler, gli intellettuali fuori tempo dei libri di Saul Bellow. Le ragioni che hanno fatto allontanare il “Suttree” di Watson sono poco chiare, un omicidio o chissà cos’altro. Resta il fatto che il rientro del vecchio cowboy in città e in famiglia mette in moto un bel po’ di situazioni, alcune piacevoli come l’incontro con la vedova Beverly Lodge – Calvin e Beverly che in tarda età riscoprono l’amore e il sesso sono come Addie e Louis de “Le nostre anime di notte” di Kent Haruf. 

Beverly: “Ora non ti leverai la dentiera, vero?”. 

Calvin: “Sono tutti miei”.

Beverly: “Beh, volevo solo calcolare la quantità di romanticismo che devo aspettarmi”.

L’altra traccia del libro è la conoscenza tra Calvin e i suoi nipoti, con il piccolo Will che vorrebbe seguire le orme del nonno “Stai facendo lo stesso errore che fanno molte persone…ovvero, credi che un cowboy sia qualcosa mentre la verità è che un cowboy è uno che fa qualcosa”.

Watson è bravo a fotografare i conflitti, le asimmetrie, le dinamiche tra i diversi personaggi, con Calvin che resta al centro di tutto. 

“Addio e ancora addio” è una storia di fughe e di abbandoni, un romanzo sulla perdita degli affetti più cari e sul tramonto di una certa provincia americana, quella dei film di John Wayne e dei libri di A.B. Guthrie jr e Cormac McCarthy. 

Angelo Cennamo

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IL POTERE DEL CANE – Thomas Savage

Molti di voi assoceranno il titolo di questo romanzo a uno dei capolavori di Don Winslow, il primo della trilogia epica sul narcotraffico. “Il potere del cane” è Don Winslow. Eppure qualche decennio prima, nel 1967, un altro scrittore americano (Thomas Savage), in Italia poco letto e tradotto, evidentemente – ma oggi grazie a una fortunata versione cinematografica del romanzo, finalmente riscoperto – volle dare lo stesso nome al quinto dei suoi tredici libri. Per quanto acclamato dalla critica e ben recensito su alcune testate importanti, l’opera di Savage vendette poco più di mille copie. Niente di nuovo sotto il sole, di casi simili la letteratura americana ne è piena: Fante, Richard Yates, John Williams ecc. 

Siamo in una cittadina del Montana, l’anno è il 1924. Tutta la storia si svolge nel ranch dei fratelli Phil e George Burbank. I due sono non si somigliano per niente. Alto, magro, di bella presenza, Phil è l’aristocratico che non ti aspetti: colto da far paura ma rozzo come un vaccaro. Phil è laureato, legge molti libri, ma ha scelto di essere un cowboy. Sentite Savage: “Il suo arrivo interrompeva qualche discussione sulle puttane, la politica, i cavalli o l’amore, e produceva un silenzio che si prolungava fino a che il tonfo di un ceppo dentro la stufa non lo enfatizzava e uno degli uomini, terrorizzato dal silenzio, si sentiva in obbligo di dire qualcosa”. 

Di tutt’altra pasta è George: grosso, lento anche nel pensiero, preciso, metodico, dedito soprattutto alla gestione economica del ranch.

Nella proprietà dei Burbank le giornate scorrono in un silenzio sinistro, intervallato solo dal rumore e le voci degli altri mandriani e dalle note che di tanto in tanto escono dal banjo di Phil (cosa non sa fare quell’uomo). Tutto cambia quando sulla scena arriva lei, Rose, vedova di Johnny, un medico frustrato e morto suicida (la figura di Johnny, nella sua breve apparizione, ricorda quella del Maestro di Vigevano: come il protagonista dell’opera di Mastronardi, Johnny vive la sua condizione di uomo istruito ma con poco denaro con disagio rispetto al benessere economico dei rancher che gli sono intorno, più autorevoli e rispettati di lui). George si innamora di Rose e in men che non si dica la sposa, all’insaputa di tutti. La presenza nel ranch della donna, alla quale si aggiunge quella del figlio adolescente Peter, scatenerà un inferno. La storia di Savage decolla, e le dinamiche familiari, soprattutto il rapporto conflittuale tra Phil e Peter, le cui personalità sono legate da un segreto inconfessabile, ne sono il miglior propellente. 

“Il potere del cane” è un bellissimo western ma anche un romanzo spietato sull’omofobia. Ed è proprio la distanza siderale (come dicevo siamo negli anni Venti del secolo scorso) tra lo stile del vecchio west e l’omosessualità il fulcro, l’elemento di maggiore attrazione del libro, il cui sequel naturale potrebbe essere “Ferito” di Percival Everett, altro romanzo imperdibile. 

Angelo Cennamo

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IL TAGLIO FREDDO DELLA LUNA – Piera Carlomagno

I Cortese. Sembra di vederli mentre si apprestano a pranzare, l’ultimo giorno d’estate, in quel resort di lusso sulla costa ionica. Marina, detta Mimma, la matriarca, li ha convocati per il solito rituale di fine stagione. Sono arrivati tutti, o quasi: manca Wlady, il figlio di Bepi, il predestinato, l’unico erede credibile di quella casta di uomini e donne vivi ma poco vegeti, senza talento né speranza. 

Poco distante dal convivio, uno stimato docente di fisica viene ritrovato assassinato nella vasca da bagno della sua casa museo, piena di quadri costosi e di segreti inconfessabili. Sulla scena del delitto sono già arrivati il sostituto procuratore Loris Ferrara e l’anatomopatologa Viola Guarino. Scrivere romanzi seriali, specialmente in un contesto letterario come quello italiano, sempre più affollato di giallisti e thrilleristi, comporta due grossi rischi: tediare gli affezionati della prima ora con la coazione a ripetere (trama, situazioni, personaggi); non riuscire a coinvolgere i nuovi lettori nel mood più ampio delle storie. Piera Carlomagno ha superato egregiamente la prova slegando le vicende dei suoi libri l’una dall’altra (nessun romanzo è il sequel del precedente), e introducendo personaggi, apparentemente dei gregari, che nello sviluppo della trama finiscono per rubare la scena perfino ai protagonisti Loris e Viola, vedi Leda Montessori, la vedova algida e perversa che riempie di fascino e mistero “Nero Lucano”. Ma torniamo al presente: cosa lega la scomparsa di Wlady Cortese all’assassinio di Vittorio Ambroselli, il fisico freddato nella jacuzzi forse a scopo di rapina? Ancora una volta la narrazione procede su due piani temporali, attraverso spazi e riferimenti storici che bucano la fiction. Il nome di Ambroselli, per esempio, ci porta a un’operazione di smaltimento di rifiuti nucleari che interessò concretamente i luoghi del racconto. La chiamano Fossa Irreversibile, nome che nella fenomenologia del romanzo ha il sapore di una nemesi dai contorni profetici, l’evocazione della profondità del male. Memorie di un sottosuolo che nasconde menzogne, crudeltà, sensi di colpa. 

“Il taglio freddo della luna” è il terzo capitolo del Grande Romanzo di Viola Guarino, la giovane protagonista delle storie nere di Piera Carlomagno, autrice salernitana salita ormai ai piani alti del giallo italiano dopo i brillanti precedenti di “Una favolosa estate di morte” e “Nero Lucano”. Un romanzo borghese, si direbbe (l’epopea dei Cortese ricorda quella diversamente tragica dei Sonnino di “Con le peggiori intenzioni” di Alessandro Piperno), che racconta il disfacimento di un falso mito familiare costruito sulle basi fragili dell’impostura e del ricatto. La Lucania della Carlomagno è come la Istanbul di Pamuk, la Napoli di Elena Ferrante, l’Atene di Markaris.

Viola monta in sella alla Ducati e sfreccia sulla Statale 106, la strada della morte: l’immagine pop di un Sud che ha voglia di correre, e che non si arrende. 

Angelo Cennamo

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LA TERRA D’OMBRA – Ron Rash

È davvero singolare che uno dei maggiori scrittori americani, sto parlando di Ron Rash, voce eminente di quella letteratura del Sud che ha avuto in Faulkner, Flanery O’ Connor, Eudora Welty, i suoi punti di riferimento, sia stato letto per la prima e unica volta in Italia lo scorso anno. Il merito va a “La Nuova Frontiera”, editore da sempre attento alla narrativa d’oltreoceano, che si è aggiudicato i diritti di “Un piede in paradiso” – uno dei sette romanzi di Rash, uscito negli Stati Uniti vent’anni prima (nel 2002) – dopo una lunga e inspiegabile serie di rifiuti. 

Da qualche giorno è arrivato in libreria un secondo romanzo di Rash (stesso editore, stesso traduttore del precedente: Tommaso Pincio). 

Proprio come Faulkner, Rash ci regala storie di provincia, dolorose, dalla prosa disadorna ma cariche di pathos e dal sapore antico. Ancora una volta a dominare il racconto sono i luoghi impervi e selvaggi degli Appalachi. “La terra d’ombra” è una valle stretta dove perfino la luce stenta ad infilarsi. 

“Questo è un posto di cui la gente dovrebbe avere paura, non una valle buia qualsiasi”. 

La trama è essenziale, pochi i personaggi. Siamo negli ultimi mesi del 1918. In una fattoria della valle abitano i fratelli Shelton: Laurel, una giovane donna evitata da molti per via di una maldicenza; Hank, tornato da poco dalle trincee francesi e in procinto di sposare Carolyn. Le giornate scorrono lente, tra il lavoro nei campi e le faccende domestiche, un susseguirsi di flora e fauna, paesaggi, nomi di arnesi, dettagli: istantanee dai molti pixel che Rash sciorina con una naturalezza superba. La vita dei due fratelli, quella routine mista di semplicità e di noia, viene turbata da una misteriosa presenza: poco distante dalla fattoria Laurel scorge uno sconosciuto suonatore di flauto. Walter, questo il nome del giovane, è apparentemente muto, schivo. Laurel ne è attratta e prova a coinvolgrlo nella sua vita a due con il fratello. L’identità indecifrabile dell’ospite inatteso, i suoi silenzi, le nuove dinamiche interpersonali degli Shelton con la guerra sullo sfondo, sono la trama del libro. 

“La terra d’ombra” è un romanzo sulla diversità (Laurel è creduta una strega, Hank ha una sola mano, Walter ha perduto la voce), il pregiudizio, la solitudine, ma anche sull’impossibilità di sfuggire al proprio destino. A Faulkner sarebbe piaciuto. 

Angelo Cennamo

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FAIRY TALE – Stephen King

“Sono sicuro di riuscire a raccontare questa storia. Sono altrettanto sicuro che nessuno ci crederà”.

A raccontarla, la storia, è Charlie Reade, un diciassettenne come tanti di una cittadina dell’Illinois. Be’, a dire il vero, come tanti proprio no: sua madre è morta in un incidente quando lui aveva otto anni, suo padre è un alcolizzato apparentenente senza speranze. Come potete immaginare, Charlie è cresciuto praticamente da solo, e, per quanto non abbia mai professato nessuna fede, un giorno pur di salvare il padre dalla sua orribile dipendenza, decide di mettersi a pregare. Charlie stipula un patto con quel Dio sconosciuto con cui prima di allora non aveva mai avuto a che fare “Tu liberi mio padre dall’alcol, io farò qualcosa per sdebitarmi”.

È questo l’antefatto di “Fairy Tale”, il nuovo romanzo di Stephen King, edito da Sperling & Kupfer con la traduzione di Luca Briasco. 

Passando vicino a una vecchia casa, “La casa di Psycho” – in città la chiamano così per via di una strana leggenda legata a quel posto e a chi lo abita – Charlie ha l’opportunità di adempiere al suo contratto. Per una banale coincidenza, Charlie fa la conoscenza del sig. Bowditch e del suo vecchio cane Radar. Fate attenzione a questi due personaggi, soprattutto al vecchio Bowditch (quanti anni avrà?), perché saranno loro a far cambiare direzione al romanzo e ad introdurre Charlie in un altro mondo, il cui accesso è nascosto nel capanno dietro la casa. 

Ricordate il Jake Epping di “22.11.63” che dalla dispensa di un ristorante si ritrova magicamente al 9 settembre del 1958? Bene, qui accade qualcosa di simile, ma il viaggio che sta per intraprendere Charlie non ha niente a che vedere con l’assassinio di JFK e con lo scorrere del tempo reale. La nuova storia di King aggiunge altra materia al Fantasy per trasformarsi in una vera e propria fiaba, moderna ma con mille richiami alla tradizione del genere. 

Dicevo del sig. Bowditch e del cane Radar. Il primo, suo malgrado, sarà costretto a rivelare al giovane soccorritore i segreti del capanno; il secondo, nel corso del racconto, acquista un ruolo da protagonista assoluto (lo ricorderemo tra i migliori cani della letteratura di tutti i tempi). Tutto il resto è indicibile, lo scoprirete da soli avventurandovi nelle circa settecento pagine del libro: bellissimo, mai noioso nonostante la mole, commovente. 

Un’ultima annotazione sull’autore: vicino alla soglia degli ottant’anni e con oltre cinquanta opere sul groppone, King non smette di stupire i suoi lettori e di regalare loro storie magnifiche in cui perdersi. Con “Fairy Tale” King fa incontrare Walt Disney con il Robert Zemeckis di “Ritorno al futuro” in un mix esplosivo di verità e finzione, ferocia e buoni sentimenti, gioventù e vecchiaia, rispetto e sacrificio. Leggete. Sognate. 

Angelo Cennamo

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I NETANYAHU – JOSHUA COHEN

In tutti i libri di Joshua Cohen c’è una tara con cui il lettore deve fare i conti: l’identità ebraica. Cosa significa essere ebrei nell’America del XX secolo e oltre, come districarsi nel confronto-scontro tra fede e laicità: Cohen se lo chiede spesso. Raccontarsi prima di tutto come parte di una comunità, delimitando le zone di appartenenza, arricchendole di aneddoti, di sensibilità, compatimento, sfiorando anche la stereotipia “Judy voleva uscire da quella casa e sbarazzarsi del suo naso, che per lei era troppo lungo, troppo grande, troppo gobbuto” (si legge a pag. 49), è una prerogativa di molti scrittori ebrei, dagli antesignani fratelli Singer ai contemporanei Safran Foer, Lerner, soprattutto Englander. Una mission, si direbbe. La versione di Cohen è molto dotta e analitica secondo uno schema ormai collaudato e riconoscibile. In alcuni passaggi la fiction diventa saggio storico e chi sa poco del sionismo, della sua evoluzione, di fronte a una narrazione così fitta di riferimenti – testo e sottotesto, citazioni in lingua yiddish – rischia di non cogliere appieno il senso.  

Ruben Blum insegna storia in un college dello Stato di New York, la Corbin University. Siamo nel 1959. Blum è la trasposizione letteraria di Harold Bloom, il decano della critica che ha ispirato/suggerito “I Netanyahu” – romanzo con il quale Cohen si è aggiudicato il Pulitzer nel 2022, in Italia edito da Codice con la traduzione di Claudia Durastanti – raccontando al suo autore una vicenda realmente accaduta. “I Netanyahu” è stato scritto “In memoria di Harold Bloom”. La trama del romanzo è facilmente riassumibile nell’incontro tra Blum e il collega israeliano Ben-Zion Netanyahu, arrivato al Corbin con la moglie e i tre figli al seguito (uno dei tre è Ben, futuro premier israeliano) perché venga vagliata la sua domanda di assunzione come docente. Tutta la storia (260 pagine circa) è ambientata nel College; “I Netanyahu” è quel che si dice una “campus novel”, divertente e dissacrante, lenta, macchinosa nella prima parte, più spigliata nella seconda – l’incontro tra la famiglia Blum e quella dei Netanyahu arriva a cento pagine dalla fine, le migliori del libro. 

Bloom diceva che perché uno scrittore possa avere un’identità deve problematizzare il passato e porsi come soluzione ai difetti dei suoi predecessori. Ho preferito il Cohen sperimentalista de “Il libro dei numeri” a questo più erudito e umanista de “I Netanyahu”; forse i Pulitzer si maturano step by step e quello del 2022 Cohen ha iniziato a vincerlo qualche anno fa. Ma va bene così. 

Angelo Cennamo

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I TRADIMENTI – Russell Banks

Russell Banks, scrittore di Newton, Massachusetts, viaggia oltre gli ottanta, la stessa età di Leonard Fife, il protagonista del suo ultimo romanzo – “I tradimenti”, edito in Italia da Einaudi con la traduzione di Gianni Pannofino. Leonard è un documentarista del Vermont ma dal 1968 vive e lavora in Canada. Lui e Emma Flynn, l’attuale compagna, formano una coppia di artisti “di una certa notorietà”.

La storia ha inizio nella casa di Fife dove un suo ex allievo ha allestito il set di “Oh, Canada”, il film intervista che ricostruirà la carriera del protagonista ormai prossimo alla morte per via di un cancro che lo sta consumando. All’insaputa di tutti però, Fife trasforma l’intervista in una lunga confessione per smascherare se stesso, l’ipocrisia, le menzogne di una intera vita, a cominciare dalle ragioni che lo hanno portato oltre il confine (non era partito per sfuggire alla leva e alla guerra in Vietnam?).

Essenziale è la presenza di Emma, reclamata in continuazione (“Emma, ci sei?”) e posta da Fife come condizione ineludibile per parlare alla videocamera. Emma è la sola destinataria della confessione, e il tormento del vecchio filmmaker la traccia che lega ogni capitolo del libro in un continuo alternarsi di passato e presente. 

Dunque, Fife è un impostore. Ma c’è ancora tempo per rimediare. Basta volerlo. Fife lo pretende. 

“Il futuro non esiste più, e il presente non è mai esistito. Nessuno sa chi fosse lui in passato. Nessuno può saperlo, a meno che non lo dica lui: a Emma… Quando un individuo non ha futuro e il presente non esiste, se non come coscienza, la sua identità si riduce al suo passato. E se, come per Fife, il suo passato è una menzogna, una finzione, allora non si può dire che questo individuo esista, se non come personaggio immaginario” (è scritto a pagina 129, la migliore del libro). 

“Emma, ci sei?”. Non distraetevi “I ricordi di Fife scorrono come diapositive in un proiettore”, terza persona, presente indicativo, dialoghi senza trattini né virgolette. Le famiglie precedenti, i figli avuti, quelli perduti, gli amici, i trascorsi nella Beat Generation che si intrecciano alle vite di Bob Dylan e di Joan Baez. Ed è qui che Banks rischia di rovinare tutto aggiungendo parti poco utili alla storia e dando l’impressione di non sapere dove andare a parare. Poche decine di pagine, un pantano che buca la fiction e si somma alla confusione mentale di Fife. Poi la sterzata. Ritorna la luce. Banks si muove con agilità tra narrativa e filosofia. E alla maniera di Philip Roth, ci racconta del personaggio parlando di sé. Il romanzo è salvo. Bello e imperfetto. 

Angelo Cennamo

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COME UN’ONDA CHE SALE E CHE SCENDE – William T. Vollmann

“Il mio primo obiettivo nell’accingermi a scrivere questo libro era quello di creare un calcolo morale semplice e pratico per stabilire in quali casi sia accettabile il ricorso all’uccisione, quante persone si possono uccidere e così via”.

Oltre vent’anni di studio, migliaia di pagine ridotte all’osso, si fa per dire (l’edizione italiana tradotta da Gianni Pannofino ne conta 957), e l’ambizione più o meno esibita di segnare una tacca nella storia recente della letteratura americana con un’opera inclassificabile e di ampio spettro “Un libro che si propone di ridurre la quantità di violenza ingiustificata nel mondo, o almeno di ridurne l’insensatezza” scrive l’autore nella nuova prefazione, come dicevo notevolmente ridotta – un solo volume invece dei sette iniziali – tornata nelle librerie italiane quasi vent’anni dopo la prima apparizione del 2003. A spiegare il motivo della drastica riduzione dell’opera è lo stesso Vollmann: “l’ho fatto per soldi”. Proseguendo “questo libro mi ha tenuto in pugno, anno dopo anno. Provo un grande sollievo nel liberarmene: lo odio”. Niente male. 

Il progetto si divide in due parti. Nella prima, più teorica, Vollmann tenta tramite induzione, senso comune e analisi delle azioni anche di personaggi storici (Platone, Giulio Cesare, Gesù, Machiavelli, Napoleone, Lenin, Gandhi, e tanti altri), “di trovare un modo di classificare sul piano etico la violenza”. Questo blocco, a mio avviso il più interessante dei due, si conclude con un calcolo morale ricavato dalle precedenti elaborazioni.

La seconda parte è legata invece all’esperienza dell’autore e comprende una serie di studi monografici “sulla violenza e la percezione della violenza”. Il canone di Vollmann è documentato con perizia, dettagliatissimo, sviscerato alla sua maniera – nel post di lancio su Facebook, Luca Briasco ha definito Vollmann il più grande scrittore americano vivente – eppure comprensibile nonostante le fitte implicazioni/ramificazioni storiche, filosofiche, religiose, politiche (uno dei passaggi cruciali è sull’11 Settembre: la fondatezza del criterio di calcolo deve avere come precondizione che i fatti non siano controversi; un altro sull’autosufficienza che spiega l’uso delle armi nel Nordamerica).

La morte procurata dalla ferocia della condotta umana, dalla guerra, dagli Stati, da un destino beffardo, è un argomento che lo scrittore californiano conosce bene. L’empirismo di Vollmann, il tentativo riuscito o meno di vivisezionare la banalità del male, i suoi pensieri in libertà sulla violenza, passano attraverso la tragica scomparsa della sorellina Julie, annegata a sei anni quando lui ne aveva nove, e la guerra nella ex Jugoslavia che lo ha visto impegnato in prima linea. Vite spezzate. Molte di queste Vollmann le ha conosciute, ha guardato loro negli occhi prima di raccontarle nel suo “Come un’onda che sale e che scende”. 

Perché si dovrebbe leggere un libro così lungo, impegnativo, complesso, magmatico – la prosa è come sempre torrenziale – e con un’impostazione di tipo logico-matematico (la nonfiction di Vollmann ricorda un po’ quella del suo “gemello diverso” Foster Wallace)? Va letto perché è un libro di Vollmann e Vollmann è tra i pochi geni della parola scritta rimasti in circolazione dopo la scomparsa di Bolaño, il già citato Wallace, DeLillo, Pynchon (questi ultimi sono ancora vivi ma hanno già dato). Va letto perché è un libro fuori dall’ordinario e dal senso comune della letteratura, del tutto indifferente al gusto dominante e a qualunque tendenza (l’incoscienza dei grandi). Con “Europe Central” forse la cosa migliore pubblicata da Vollmann.

Angelo Cennamo

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CHIAMALO SONNO – Henry Roth

La strana epifania sulla scena letteraria di Henry Roth – autore di origini ucraine ma naturalizzato americano – e l’unicità della sua opera riconosciuta – quasi un one/book/novelist – ricordano la parabola del John Fante di “Chiedi alla polvere” e l’immutata freschezza di Raffaele La Capria, anche lui come Roth entrato nel mito con un solo romanzo. 

“Chiamalo sonno” – “Call It Sleep” – che nel corso della sua vita l’autore citerà spesso con l’acronimo CIS, venne pubblicato nel 1934. Roth allora aveva meno di trent’anni ed era un perfetto sconosciuto. In poco tempo il romanzo si trovò al centro di un’aspra polemica tra chi accusò lo scrittore di non aver colto l’opportunità di raccontare la cruda realtà dei ghetti ebraici confezionando al contrario un’opera borghese, e chi invece lo difese apprezzandone la vena poetica e intimista. Piccoli fuochi, se vogliamo, rapportati al grande successo che arrivò solo nel 1960, a seguito cioè di una insperata ripubblicazione del libro che se da un lato consacrò il non più giovane Henry tra i maggiori romanzieri americani della sua generazione, nel contempo lo trovò del tutto impreparato alle luci della ribalta, avendo egli abbandonato le iniziali ambizioni di scrittura per dedicarsi ad altri mestieri tra i quali quello di allevatore di anatre. 

“Chiamalo sonno”, uscito in Italia prima nel 1964 con l’editore Lerici poi nel 1986 con Garzanti – traduzione di Mario Materassi – è il più classico dei romanzi di formazione. Non solo. La New York di inizio Novecento vista con gli occhi del piccolo David Schearl, per quanto il romanzo sia scritto in terza persona, è un luogo di meraviglie, di anfratti da esplorare in una duplice dimensione, quella pubblica (in questo senso il romanzo lambisce il saggio storico: immigrazione, ebraismo, dinamiche sociali) quella familiare, tra vicende poco chiare (possibili tradimenti, dubbia identità biologica del protagonista) e violenza domestica.

A differenza di Oskar Schell, il bambino newyorchese del romanzo di Safran Foer che si mette alla ricerca virtuale del padre assente perché scomparso nell’attentato alle Torri Gemelle, il nostro David deve scontrarsi con un genitore fin troppo presente, manesco, svitato, arrogante anche con la moglie, arrivata dall’Europa nella “Terra Dorata” con il suo bambino lasciandosi alle spalle un passato ambiguo e opaco. È questo uno dei temi più interessanti della storia: l’antefatto. David è un ragazzino sensibile e curioso; le sue continue scoperte: il sesso, l’amicizia, la morte, Dio, sono un lento processo di iniziazione che finisce per coinvolgere il lettore e guidarlo attraverso una narrazione potente e lirica al tempo stesso, nella quale ritroviamo pezzi di un’altra straordinaria epopea ebraica dei primi del Novecento, quella dei fratelli Singer.

Angelo Cennamo

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