LA MISURA DEL NON DETTO: RILEGGERE CATTEDRALE

Raymond Carver diceva di non amare le descrizioni fisiche, e non per insofferenza verso la tradizione realista: semplicemente intuiva che un volto racconta meno di un movimento interrotto, di una frase trattenuta, di un oggetto posato con una cura sbagliata. Nei suoi racconti, le traiettorie emotive non scorrono in superficie ma si insinuano nelle discontinuità, negli scarti minimi, in quelle zone mute dove sembra non accadere nulla e in realtà tutto si definisce. La prosa, spesso etichettata come “minimalista”, è il risultato di un’intelligenza selettiva più che di un disciplinamento formale: Carver non sottrae per ascesi ma per ottenere un chiarore paradossalmente denso. Nella raccolta Cattedrale, pubblicata nel 1983, questo metodo trova la forma più compiuta: il dettaglio non descrive ma filtra ciò che i personaggi non sanno o non vogliono nominare. Il non-detto diventa una così una seconda lingua, la metrica segreta del libro. I momenti cruciali, quasi sempre collocati fuori campo, confermano che la forza di Carver non risiede tanto negli eventi quanto nelle loro propagazioni emotive. In Attenti percepiamo l’erosione di una crisi di cui non sappiamo nulla: la telefonata interrotta, la tensione disseminata negli spazi domestici, la voce che trema su frasi di circostanza. Il racconto, che ruota intorno alla scena simbolo della donna che stappa l’orecchio all’ex partner, suggerisce che il conflitto è ormai sedimentato nella routine, come una crepa che non si ripara più perché ci si è abituati a conviverci. Carver non mostra la rottura, ma ciò che ne rimane nell’aria, come una polvere fine. È il modo in cui gli oggetti vengono maneggiati: troppo piano, troppo in fretta, a costruire il campo emotivo che sovrasta la trama. In Febbre, la separazione è una corrente che attraversa la pagina senza mai mostrarsi direttamente. Il protagonista vive in un’afasia emotiva che riflette la sua incapacità di rielaborare la perdita. L’aiuto della baby-sitter, la gestione pratica della quotidianità, l’attenzione ai figli: sono tutti gesti che circolano intorno a un vuoto che non viene spiegato. Carver non racconta la storia della fine di un matrimonio: racconta lo spazio che rimane dopo, lo smarrimento quasi fisiologico della vita che tenta di riassestarsi. C’è in queste storie una parentela naturale con Edward Hopper. Hopper immobilizza il tempo, Carver lo lascia circolare sotto una quiete che amplifica il sottotraccia. Per entrambi la verità non occupa mai il centro dell’immagine: si colloca ai margini, nella postura dei corpi, negli interni spogli, negli sguardi dispersi in un punto imprecisato della stanza. Con Penne, che apre la raccolta, questo equilibrio si definisce subito: figure appena deformate: il pavone che avanza come un dio distratto, i denti smisurati di Olla, abitano un realismo sempre verosimile, mai fantastico, toccato da un’ironia compressa. Il pavone diventa il segno di un’alterità impacciata che irrompe nel quotidiano e lo sposta di un grado: le dinamiche familiari, le invidie e le piccole rivalità emergono proprio in quell’inclinazione lieve, come se un dettaglio incongruo potesse svelare l’intera struttura affettiva. Ne La casa di Chef, l’ex coppia che tenta un fragile riavvicinamento vive in una condizione che assomiglia più a una tregua che a un ritorno. Lo spazio domestico preso in prestito sembra funzionare come un laboratorio di possibilità: la casa non è loro, e proprio per questo permette un temporaneo alleggerimento delle responsabilità, un luogo neutro in cui sperimentare una nuova ma improbabile grammatica dei sentimenti. Tutto è sospeso, come se la tenerezza potesse manifestarsi solo in gesti prudenti, in notti che chiedono poco e promettono ancora meno. Carver non indaga colpe; osserva, con una calma che sfiora la compassione, due persone che per qualche giorno cercano un modo provvisorio di credere ancora l’una nell’altra, pur sapendo che la vita reale è già pronta a smontare quella tregua fragile. In Conservazione, questa sospensione si riduce fino all’immobilità: l’uomo disteso sul divano è un organismo in stallo, disallineato rispetto al proprio mondo, come se il guasto familiare gli restituisse un ritratto fedele del suo tormento interiore. La moglie tenta di scuoterlo attraverso il ritmo della casa, del lavoro, della cucina; ma ogni tentativo rimbalza contro un torpore che non è inerzia ma rinuncia. Il frigorifero rotto, ostinatamente ignorato, diventa l’immagine di un congelamento emotivo che non può più essere mascherato. Quando si arriva al racconto che dà titolo alla raccolta, le premesse si ricompongono in una luce diversa. Il marito, irrigidito e diffidente di fronte al cieco Robert, lo vediamo in una sequenza di momenti imbarazzanti, tra stereotipi, piccoli rancori e tentativi maldestri di controllo della situazione. Ma quel disegno condiviso: un foglio, una matita, una mano che guida un’altra, apre un nuovo passaggio. La trasformazione non ha un sostrato morale né psicologico: è una diversa postura nei confronti del mondo, un cedimento. Carver lascia affiorare questo approdo senza cornici di solennità: persino il miracolo, se così si può chiamare, appare come un atto casuale. Questo approdo “essenzialista” non lo si può separare dalla storia editoriale dell’autore. I tagli di Gordon Lish: drastici, talvolta chirurgici oltre misura, avevano modellato una versione sottovuoto di Carver: più cupa, più tagliente, più minimalista di quanto lui desiderasse. Le versioni integrali apparse anni dopo, di Principianti soprattutto, mostrano invece che la sua voce originaria era meno severa, più permeabile alla tenerezza e alla fallibilità.  Cattedrale segna il momento in cui Carver recupera il controllo della propria tonalità: si concede un respiro più ampio, una temporalità distesa, un’emotività meno sorvegliata. Un cambiamento che dialoga con il clima narrativo americano dei primi anni Ottanta, quando la stagione postmoderna inizia a mostrare stanchezza e una generazione di scrittori, da David Leavitt a Jay McInerney, da Richard Ford a Jonathan Franzen, torna a esplorare il quotidiano con una nuova attenzione per il fragile, il domestico, l’inappariscente. 

Angelo Cennamo






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Although of Course You End Up Becoming Yourself – David Lipsky

Di David Lipsky, in Italia, si sa poco. Il suo nome è legato soprattutto ai cinque giorni del 1996 in cui seguì David Foster Wallace nel tour di Infinite Jest per conto di Rolling Stone. Auto, aerei, camere d’hotel, tavole calde, reading, conversazioni serrate: un percorso che fece cadere la distanza tra intervistatore e intervistato. Quelle registrazioni diventarono il libro Although of Course You End Up Becoming Yourself – Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta / minimum fax – e poi il film The End of the Tour. Nel 1996 Wallace è già al centro della scena. Infinite Jest è uscito da poco e circola ovunque, spesso più come oggetto culturale che come libro letto. Wallace lo sa, lo osserva, lo subisce. Durante le conversazioni con Lipsky alterna esitazioni, autoanalisi e lucidità. Ammette di aver trattato con poca cura il suo primo romanzo, La scopa del sistema, ma rivendica il lavoro su Infinite Jest: «Di questo sono fiero». È la prima volta che pubblica un’opera di tale estensione… «Non leggi mille pagine perché l’autore è simpatico, le leggi perché pensi che sia un genio». La loro conversazione entra spesso nel modo in cui Wallace immagina il lettore: uno che cerca complessità, che ha familiarità con codici culturali diversi, che vuole essere coinvolto non solo sul piano razionale ma su quello sensoriale. L’idea delle “terminazioni nervose” ricorre più volte: non una metafora, ma il nucleo del suo modo di scrivere.Il percorso di Wallace come autore prima di Infinite Jest è irregolare. Dopo La scopa del sistema esce La ragazza dai capelli strani, che amplia il suo raggio d’azione e lo colloca dentro la narrativa più attenta alle forme del presente. Poi arriva il crollo psichico durante il master ad Harvard, che segna una frattura profonda. Nei primi anni Novanta inizia a scrivere il romanzo che diventerà Infinite Jest, senza orizzonte commerciale e senza pressioni editoriali. Vuole fare un libro per sé, ma anche un libro che qualcuno possa leggere senza sentirsi preso in ostaggio dalla letteratura “sperimentale”. I primi lettori sono Jonathan Franzen e Mark Costello. L’editore Michael Pietsch intuisce il valore del progetto e gli paga un anticipo consistente, invitandolo a non divulgarlo. Nel viaggio con Lipsky Wallace parla anche di musica, tv, cinema, politica, colleghi scrittori. I giudizi sono spesso secchi: Updike lo irrita, American Psycho gli sembra un errore editoriale. Non vuole costruire un’autorappresentazione; vuole semplicemente essere preciso.Ed è qui che il libro di Lipsky trova la sua forma. Non è un saggio né un reportage tradizionale, e non è nemmeno un romanzo di viaggio. È un testo che prolunga Infinite Jest oltre i suoi confini. Ne diventa una propaggine: non un commento critico, ma l’ambiente in cui il romanzo si è formato e ha preso peso. È un’estensione del mondo mentale che ha generato Infinite Jest, una sorta di camera accanto, dove si sente la voce che nel romanzo rimane dietro la struttura narrativa. Leggerlo significa osservare Infinite Jest dall’interno mentre sta ancora accadendo. E significa anche riconoscere il valore del lavoro di Lipsky, che riesce a registrare non solo le parole di Wallace, ma la pressione del momento: il prima, il durante e l’ombra del dopo. Un documento che non completa il romanzo, ma lo continua. Uno dei pochi che riescono a farlo senza imitarlo.

Angelo Cennamo

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POLVERE E SOGNI: ARTURO BANDINI E L’AMERICA INCOMPIUTA

Le sue storie John Fante le costruisce partendo da ciò che conosce a fondo: la vita delle comunità italiane del Colorado, l’ambiente dei manovali segnati dalla precarietà, un cattolicesimo più rituale che spirituale, la sensazione costante di trovarsi ai margini del grande racconto del successo. È un contesto che Fante non sceglie per nostalgia ma per necessità espressiva: è il terreno da cui ha assorbito i tormenti e le aspirazioni frustrate che ritroviamo in molti dei suoi personaggi. All’interno di questa antropologia urbana prende forma lo sguardo inquieto di Arturo Bandini, che progressivamente diventa il filtro privilegiato attraverso cui Fante osserva la realtà e la reinventa. L’alter ego non viene introdotto come personaggio compiuto, ma cresce di romanzo in romanzo, seguendo il ritmo delle memorie che l’autore rielabora cercando di smarcarsi dalla verità assoluta. In Aspetta primavera, Bandini, Arturo è immerso completamente nella vita della sua famiglia italoamericana, nella piccola città di Rocklin, coperta dalla neve, dal lavoro stagionale e dalla precarietà. La figura del padre qui è centrale. Svevo è un muratore che attraversa con fatica i mesi invernali, simbolo della dignità ferita del lavoratore immigrato. Le sue assenze esprimono la difficoltà di conciliare le responsabilità economiche con una paternità affettuosa ma imperfetta (il rapporto col padre è uno degli argomenti che Fante maneggia meglio, quasi un marchio). La madre, Maria, è l’altra faccia della stessa marginalità: timorosa, religiosissima, schiacciata da un sistema familiare e sociale che lascia poco spazio alle scelte personali. Arturo osserva questi mondi contrastanti con un misto di fascinazione e di disagio, e reagisce attraverso piccoli gesti ribelli: il desiderio di un paio di scarpe nuove, la goffaggine delle prime cotte. In questo primo romanzo – il primo pubblicato – la scrittura non è ancora un orizzonte definito ma una sorta di intuizione, un richiamo confuso, una possibilità che Arturo percepisce più come bisogno di distinguersi che come una vera scelta artistica. L’ambiente familiare, pregno di cattolicesimo e di sacrifici silenziosi, gli instilla un senso di conflitto che troverà espressione più compiuta nei romanzi successivi. Ne La strada per Los Angeles – primo vero romanzo di Fante ma pubblicato postumo nel 1985 – Arturo è adolescente. L’ambizione letteraria lo spinge, ma le sue capacità sono ancora disordinate, spesso parodistiche. Tutto in lui è eccesso: l’orgoglio, il disprezzo verso il lavoro manuale, la ricerca spasmodica di conferme. Il suo odio per i pescatori, contro cui lancia insulti quasi adolescenziali, è una caricatura dei tormenti che covano dentro di lui: il rifiuto delle origini popolari, la vergogna della povertà, il desiderio di affermarsi come autore. È un passaggio centrale, perché mostra come Arturo non nasca scrittore, ma lo diventi attraverso tentativi spesso grotteschi, fallimenti brucianti, esplosioni di entusiasmo e un costante senso di inadeguatezza. Il mondo che Fante descrive qui è già più vicino a quello che troveremo nei romanzi maturi: un contesto urbano popolato da individui che si aggrappano ai sogni come unica via di fuga da una vita che sembra immobile. Con Chiedi alla polvere Bandini trova la sua forma più nitida e riconoscibile. La Los Angeles degli anni Trenta è una città tentacolare e invitante, un serbatoio di speranze ma anche di fallimenti ammassati lungo Bunker Hill e i quartieri popolari. Arturo vi si muove con una determinazione fragile: vive in una pensione modesta, mangia poco o nulla, sopravvive grazie a un piccolo racconto pubblicato su una rivista, che gli dà un riconoscimento minimo ma decisivo. La sua esistenza oscilla tra la fiducia ostinata nella propria vocazione e l’angoscia per i successi troppo rari e le continue difficoltà. La relazione con Camilla Lopez introduce una dimensione ulteriore di conflitto: Camilla è messicana, indipendente, contraddittoria, e rappresenta per Arturo un desiderio irraggiungibile e uno specchio crudele della sua vulnerabilità. La scena nel deserto, in cui Bandini cerca Camilla e la trova smarrita nella sabbia, ormai avviata verso una dissoluzione psichica, è uno dei passaggi più intensi della narrativa di Fante: qui si intrecciano amore non corrisposto, senso di colpa, fallimento esistenziale e l’impossibilità di salvare davvero chi fugge da se stesso. In questo romanzo, il disagio identitario di Arturo emerge con estrema lucidità: è il figlio di immigrati che aspira alla piena appartenenza culturale americana, ma porta dentro di sé la memoria delle umiliazioni, dei limiti, della cultura cattolica e della povertà. Il suo rapporto con Camilla, fatto di incomprensioni e desiderio, mette a nudo questi conflitti più di quanto non facciano i suoi tentativi letterari. L’ultimo tassello, Sogni di Bunker Hill – dettato da Fante alla moglie Joyce, ormai cieco e senza gambe – presenta un Bandini adulto, alle prese con la dimensione professionale della scrittura e con il sistema hollywoodiano. Qui il tono si fa più misurato, più riflessivo: non c’è celebrazione né rimpianto, ma una constatazione sobria della distanza tra le ambizioni giovanili e le condizioni concrete in cui uno scrittore deve operare. Le esperienze con i produttori cinematografici, che gli chiedono di modificare i suoi racconti per renderli più appetibili al mercato, mostrano quanto Fante conoscesse dall’interno l’industria del cinema e le sue logiche compromissorie. È un periodo che nella sua biografia reale fu segnato da collaborazioni difficili e da frustrazioni profonde. Bandini sente che il cinema potrebbe offrirgli stabilità economica, ma allo stesso tempo di rischiare di soffocare la sua voce letteraria. Il romanzo è una riflessione tutt’altro che nostalgica: Arturo comprende che i sogni dell’adolescenza erano irrealistici, ma non rinnega il percorso che lo ha portato ad essere ciò che è. Il filo che unisce tutta l’opera di Fante è la questione identitaria, declinata in forme diverse ma sempre centrale. Per Bandini, essere italoamericano significa vivere in una zona intermedia: non abbastanza italiano per sentirsi parte di una comunità compatta, non abbastanza americano per essere pienamente accolto nella cultura dominante. Questa ambivalenza si manifesta chiaramente nei rapporti familiari: con il padre, simbolo dell’immigrazione faticosa e della cocciutaggine contadina; con la madre, custode di una tradizione che pesa e rassicura allo stesso tempo. Ma anche nelle aspirazioni professionali, dove la scrittura diventa strumento di riscatto e, insieme, di separazione dalle origini. Arturo vuole essere un grande scrittore americano, non un autore etnico confinato ai racconti sulla povertà degli italiani, ma ogni suo tentativo di emancipazione finisce per ricollocarlo nelle esperienze che vorrebbe superare. È una tensione che non si risolve: la scrittura la rende leggibile, la ordina, ma non la elimina. In Bandini, Fante trova un equilibrio raro tra autobiografia, analisi sociale e invenzione letteraria. Il personaggio permette di osservare dall’interno la condizione degli immigrati italiani del primo Novecento, con le loro ambizioni e le loro paure, e nel contempo allargo lo sguardo sulla Los Angeles degli anni Trenta, con le sue dinamiche economiche e culturali. Bandini è il tramite attraverso cui Fante esplora la formazione di uno scrittore in un ambiente che offre possibilità reali ma non garantite, e che spesso richiede compromessi dolorosi. La sua coerenza non deriva da tratti eroici o eccezionali, ma dalla persistenza delle sue contraddizioni: l’arroganza che nasconde insicurezza, l’ambizione che convive con la paura del fallimento, il desiderio di diventare altro che si scontra con il richiamo delle origini. È questa continuità di conflitti, più di ogni altro elemento, a rendere Arturo Bandini una figura sempre attuale ed amata, una delle rappresentazioni più solide dell’identità americana e tra i personaggi più umani della narrativa del Novecento. (Disegno di Kornel Speranza).

Angelo Cennamo




























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ORDINE, SOPRAVVIVENZA, CONFLITTO: LA MAPPA DI INFINITE JEST

I luoghi di Infinite Jest sono tre assi narrativi distinti ma intrecciati che delineano una geografia mentale, prima ancora che fisica, ciascuna con una propria logica interna e un codice comportamentale riconoscibile. L’Enfield Tennis Academy rappresenta l’ordine assoluto e la disciplina maniacale, un microcosmo in cui ogni respiro è codificato in termini di performance e rendimento. Le superfici perfettamente lisce, i protocolli meticolosi e il linguaggio tecnico filtrano qualunque impulso spontaneo, rendendo la vita dei giovani atleti un esercizio costante di controllo e perfezione. All’ETA, le giornate sono scandite da allenamenti rigorosi, esercizi di precisione e tornei interni. L’aria che si respira è pesante: ogni gesto, anche il più banale, è osservato e valutato, e le dinamiche tra i ragazzi oscillano tra competizione e cooperazione sotto l’occhio vigile degli allenatori. La scuola costruisce un mondo claustrofobico, dove la disciplina e la tecnica diventano criteri di valore e appartenenza, e i sentimenti, se non soppressi del tutto, devono adattarsi ai ritmi ossessivi del rendimento. Mario, il fratello vulnerabile e compassionevole di alcuni allievi, introduce un contrappunto emotivo nelle scene in cui emerge, ricordando al lettore che al di là della perfezione tecnica esiste una dimensione umana della cura e della compassione, che l’ETA tende a comprimere o ignorare.

La Ennet House, al contrario, è il regno della fragilità e della continuità. Qui il tempo non è scandito dalla prestazione, ma dalla sobrietà: il fine non è eccellere, ma restare sobri oggi e domani, e imparare a convivere con le proprie debolezze. Don Gately incarna questa filosofia: ex violento, ora custode e pilastro della comunità, la sua presenza dimostra come la responsabilità reciproca e l’attenzione al prossimo siano il cuore della sopravvivenza. Le scene che lo vedono impegnato nei compiti di sorveglianza, nella cura dei nuovi arrivati e nelle difficili sedute di riabilitazione rivelano l’importanza delle parole e dei silenzi condivisi nel tessere una rete di sostegno che permette a individui fragili di reggersi l’uno sull’altro. Gli spazi stessi, ordinari e permeabili, costringono alla prossimità e all’interazione: il salone comune, le cucine, le stanze da letto diventano luoghi di confronto e confronto interiore, dove la vulnerabilità non è un limite da superare, ma la materia stessa della socialità. Le routine dei gruppi di supporto, le confessioni ripetute e le procedure di riabilitazione diventano rituali che scandiscono l’equilibrio quotidiano; scene come le serate di AA o le crisi improvvise di alcuni ospiti mostrano come la resilienza possa assumere forme lente, silenziose eppure potentissime, lontane dall’ostentazione del successo.

L’Arizona separatista introduce invece una dimensione geopolitica che espande la portata del romanzo al di là della biografia individuale. Qui, nei dialoghi tra M. Hugh Steeply e il triplogiochista Marathe, emerge un mondo di scontri ideologici e strategici, di resistenze e sabotaggi, che riflette su scala macro ciò che ETA e Ennet House mostrano su scala micro. Le operazioni clandestine, le scelte tattiche e le conversazioni cariche di ambiguità morale rendono concreto un territorio che è sicuramente più confine ideologico che geografico, uno spazio in cui le identità regionali, le lealtà e le strategie di opposizione sono costantemente messe alla prova. L’Arizona, nelle sequenze dedicate a questi complotti, diventa uno spazio di conflitto e disfunzione: i separatisti sfidano l’ordine percepito come oppressivo, mettendo in luce il lato più oscuro e violento della politica e della ribellione, in contrasto con la disciplina maniacale di ETA e la fragile solidarietà di Ennet House.

Considerati insieme, questi posti delineano una mappa coerente in cui ogni polo rappresenta un approccio diverso al limite: dominarlo, sopravvivergli o opporvisi. Le tensioni tra questi assi strutturano l’intera architettura del romanzo, la cui geografia riflette con precisione le dinamiche interiori di ciascuno dei personaggi e le contraddizioni del mondo che li circonda. Ogni luogo è un punto di osservazione privilegiato sul rapporto tra libertà e costrizione, tra desiderio e dipendenza, tra autodisciplina e autodistruzione; una lente attraverso cui leggere e comprendere le strategie più stravaganti legate alla trama.

Angelo Cennamo

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DISTURBO DELLA QUIETE PUBBLICA: RITRATTO DI UN ANTIEROE AMERICANO

“Era cresciuto fuggendo dalla realtà e sarebbe stato così per tutta la vita”, così Richard Yates apre Disturbo della quiete pubblica, imprimendo fin dalle prime righe il tono di una narrazione che esplora con spietata lucidità i limiti dell’uomo comune nella società americana del dopoguerra. La frase sintetizza non solo la condizione esistenziale del protagonista, John Wilder, ma diventa una sorta di mantra per l’intera opera di Yates: l’inevitabile fuga dalla realtà come cifra della vita borghese americana, un tentativo vano di sottrarsi alle pressioni sociali e alle proprie incapacità. Wilder, in tal senso, si configura come un perfetto antieroe yatesiano: un uomo ordinario, logorato dall’alcol, da un matrimonio fallito e da una carriera mediocre, oppresso da un costante senso di inadeguatezza che permea ogni scelta e gesto della sua vita quotidiana. La sua mediocrità non è solo individuale: è il sintomo di un’intera classe sociale, quella media americana, osservata da Yates con uno sguardo chirurgico e implacabile, capace di mettere a nudo le contraddizioni e le fratture interiori del sogno americano, svelandone l’illusorietà. Il lavoro di Wilder come venditore di spazi pubblicitari per la rivista American Scientist diventa subito metafora di una vita priva di scopo: ogni giornata si ripete nella monotonia di una routine in cui l’uomo sembra ridotto a una funzione meccanica. Questa riduzione dell’esistenza a mero automatismo richiama da vicino le riflessioni sulla condizione borghese presenti anche in altri autori, penso soprattutto a John Cheever e Philip Roth, che, pur con stili diversi, indagano come Yates la solitudine, l’alienazione e l’illusione di controllo nella vita americana di quegli anni. Ma in Yates il tono è molto più aspro e senza via di fuga. Il conflitto tra l’ideale sociale e la realtà personale si manifesta con estrema crudezza nella scena in cui Wilder chiama la moglie Janice da un bar per confessare le proprie infedeltà e la sua assenza. L’episodio è drammatico e grottescamente comico al tempo stesso, incarnando quel tono di tragicommedia che Yates padroneggia con straordinaria abilità: la vita dei suoi personaggi è una continua oscillazione tra desiderio di riscatto e fallimento inevitabile, tra momenti di grande sincerità e cadute imbarazzanti o autodistruttive. In questo senso, Wilder richiama le figure dei coniugi Wheeler di Revolutionary Road: individui intrappolati in realtà che non li accolgono né li comprendono, costretti a confrontarsi con le proprie incapacità emotive e con un sogno di realizzazione personale che si rivela sempre più sfuggente. La somiglianza non si limita alla dinamica familiare, ma si estende al tema centrale dell’illusione della middle class: entrambi i romanzi delineano la tragicità di vite apparentemente normali, in cui il peso delle convenzioni sociali diventa insostenibile. L’alcol, per Wilder, è contemporaneamente rifugio e condanna: lo stordisce, lo protegge dall’angoscia di una vita sempre in salita, ma allo stesso tempo consuma le sue possibilità di cambiamento. Il suo ricovero al reparto psichiatrico del Bellevue Hospital si configura come microcosmo di caos e sofferenza, un luogo in cui i codici di comportamento si dissolvono e dove l’uomo si confronta con il proprio fallimento in forma cruda e ineludibile. È in questi frangenti che Yates dimostra la sua capacità di modulare registri diversi: la scena è a tratti assurda, a tratti dolorosamente reale, un equilibrio tra comicità nera e psicologia rigorosa. La permanenza in ospedale, più lunga del previsto, diventa metafora di un’esistenza sospesa, in equilibrio instabile tra desiderio di normalità e incapacità di abbracciarla. Le figure femminili nel romanzo riproducono un dualismo ricorrente nell’opera di Yates. Janice incarna ordine, stabilità e quotidianità borghese, mentre Pamela rappresenta seduzione, desiderio di fuga e promessa di evasione, ma anche illusione destinata a infrangersi. La tensione tra queste polarità ricorda le aspirazioni frustrate di April Wheeler e permette a Yates di esplorare il peso delle convenzioni sociali sulla vita singola. In questo senso, il romanzo dialoga implicitamente con altre opere contemporanee che indagano la condizione femminile e le tensioni familiari, dalle vicende di Sylvia Plath a quelle di Joan Didion, storie che evidenziano come le aspettative sociali spesso comprimano l’individuo in ruoli predefiniti e soffocanti. Determinante è anche il contesto storico: la New York e l’America dei primi anni Sessanta, immerse nel boom economico e nella retorica del progresso, sono lo sfondo perfetto per esaltare la facciata borghese e nel contempo nascondere fallimenti, rimpianti e solitudini. L’apparente prosperità diventa così specchio di un’illusione collettiva: l’American Dream è accessibile solo in superficie, mentre nella vita quotidiana si annidano disillusioni silenziose e insoddisfazioni profonde. In questo scenario, la felicità appare come un privilegio fin troppo raro a chi, come Wilder, è incapace di confrontarsi anche con sé stesso.

Angelo Cennamo

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LA LEGGENDA DI ERIC CLIPPERTON

È una delle figure più inquietanti e al tempo stesso tragicamente grottesche dell’universo creato da David Foster Wallace in Infinite Jest. La sua presenza nel romanzo, pur limitata a poche scene e ad aneddoti raccontati di seconda mano, assume un peso sproporzionato: una sorta di risonanza cupa che attraversa le dinamiche dell’Enfield Tennis Academy e riflette, in modo distorto, molte delle ossessioni centrali del libro: la performance, la pressione dell’eccellenza, il bisogno di riconoscimento e la fragilità dell’identità. Eric Clipperton – curiosa l’assonanza con Eric Clepton – è un giovane tennista dal talento incerto, mai descritto come realmente promettente, ma animato da una determinazione assoluta, che Wallace tratteggia sin da subito come una forma di dedizione patologica. La sua strategia è ormai parte della mitologia dell’ETA prima ancora che egli vi metta piede: a ogni torneo Eric si presenta armato di una Glock 17 semiautomatica, ben pulita e sempre visibile, che di tanto in tanto punta alla tempia con gesto plateale dichiarando, senza esitazione, che si ucciderà qualora dovesse perdere. Il risultato è un sistema paralizzato: nessun avversario osa competere davvero, gli incontri terminano prima ancora di cominciare e Clipperton accumula vittorie automatiche che proprio per questo non generano alcun punteggio ufficiale. Successi vuoti, privi di valore tecnico, che non producono ranking né alcun reale prestigio. Wallace mostra come dietro questa assurdità si nasconda un bisogno disperato di validazione. Clipperton non cerca la vittoria in sé ma ciò che essa dovrebbe rappresentare: essere finalmente visto, riconosciuto, legittimato in un ambiente in cui l’identità sembra coincidere con il rendimento agonistico (all’ETA essere visti è la forma suprema di esistenza). Il desiderio di Eric però nasce già fallito, perché ogni suo trionfo si rivela un inganno evidente: gli altri tennisti lo evitano, gli adulti non sanno come relazionarsi, e lui stesso percepisce la natura fraudolenta della sua ascesa. Wallace ne fa una figura che vive in uno stato di drammatica autocoscienza: Eric sa di essere al centro dell’attenzione, ma per ragioni aberranti; sa di aver conquistato un posto, ma solo attraverso una minaccia che lo condanna all’emarginazione. Il suo ingresso-non-ingresso all’Enfield Tennis Academy, accolto con una combinazione di perplessità e imbarazzata deferenza, segna il punto di massimo paradosso della sua vicenda. All’ETA Clipperton ottiene ciò che aveva sempre inseguito: il riconoscimento ufficiale come giovane promessa, l’inclusione in un’istituzione prestigiosa, la possibilità di far parte di una comunità che elegge il rendimento a unità di misura universale. Ma proprio lì, nel luogo simbolo della meritocrazia ferrea di Infinite Jest, la finzione del suo talento non può più reggere. Privo della minaccia che lo rende imbattibile, Clipperton si trova improvvisamente esposto alla verifica della realtà: non ha basi tecniche solide, non ha una personalità capace di sostenere le pressioni dell’ETA, non ha strumenti psicologici per esistere al di fuori della sua stessa strategia estrema. Il confronto con gli altri tennisti dell’ETA rende ancora più evidente la natura aberrante del suo percorso. Hal Incandenza, ad esempio, è l’opposto speculare di Clipperton: un talento autentico che soffre però di un’invisibilità diversa, quella emotiva e linguistica, una dissociazione che lo rende incapace di essere compreso nonostante eccella in senso puro. Mentre Hal teme che gli altri non vedano la sua interiorità, Clipperton teme di non essere visto affatto, e per questo costruisce un’identità tanto ingombrante quanto insostenibile. Anche personaggi come Ortho Stice o Michael Pemulis contribuiscono a illuminare la posizione di Clipperton: Stice, con la sua ascesa silenziosa e il suo talento lavorato, rappresenta la forma tradizionale e accettabile dell’ambizione, una dedizione quasi ascetica; Pemulis, con la sua intelligenza dirompente e manipolatoria, mostra come la pressione dell’ETA possa essere deviata in modi creativi e autodistruttivi, ma ancora all’interno di un codice condiviso. Clipperton invece si colloca totalmente fuori dalla grammatica del luogo: non infrange una regola, distrugge l’intero gioco. È una presenza che espone brutalmente l’assurdità dell’istituzione, proprio perché ne porta all’estremo la logica: se la competizione ti definisce, allora lui sceglie di definire la competizione stessa con un ricatto letale. Il contesto paranoico dell’ETA amplifica la sua figura fino a farne un simbolo. I ragazzi vivono in una tensione costante, tra allenamenti massacranti, aspettative familiari smisurate e un sistema che misura il valore umano in termini di ranking, classifiche, punti. Ogni gesto è osservato, valutato, interiorizzato fino alla nevrosi. La paranoia è quasi ontologica: si ha la sensazione che ogni tennista viva con un pubblico immaginario costante, un coro silenzioso che giudica, confronta, registra. Clipperton non introduce la paranoia all’ETA: la rende semplicemente visibile, concreta, armata. È la materializzazione di un impulso già presente in tutto il romanzo, la pulsione a performare non per migliorarsi, ma per evitare la catastrofe dell’insignificanza. In questo scarto devastante tra ciò che aveva desiderato e ciò che effettivamente trova, emerge il tratto più tragico del personaggio. Clipperton non riesce a sostenere il peso della sua leggenda, perché quella leggenda è sempre stata un’arma puntata contro se stesso. Il suo suicidio, raccontato da Wallace con una miscela di terribile inevitabilità e ironia nera, chiude una parabola che ha il tono di una farsa diventata tragedia. La sua morte avviene poco dopo essere stato finalmente “classificato” dall’USTA, come se l’ottenimento tardivo e burocratico del riconoscimento tanto agognato rendesse improvvisamente inutile la sua esistenza: la promessa è compiuta, e proprio per questo non serve più. In poche pagine, Wallace costruisce un personaggio che distilla molte delle contraddizioni del romanzo: la ricerca ossessiva dell’eccellenza che si trasforma in autodistruzione; il desiderio di essere visti che si capovolge in un isolamento moralmente asfissiante; la logica della competizione come dispositivo che annulla la persona. Eric Clipperton è il punto in cui la macchina del rendimento implode, il luogo dove l’ossessione si rivela per quello che è: un culto che, portato alle sue estreme conseguenze, non produce campioni, ma fantasmi.

Angelo Cennamo


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HUCK, HOLDEN, PORTNOY: ARCHETIPI DI RIBELLIONE E DI NUOVA MORALITÀ NELLA LETTERATURA AMERICANA

Nella storia letteraria degli Stati Uniti si riconosce una continuità sotterranea che accomuna alcune delle sue figure più persistenti: giovani protagonisti capaci di leggere la società ed esporne tensioni morali, ambivalenze simboliche e fratture culturali spesso rimosse dal discorso ufficiale. Non si tratta della generica figura del “giovane” ma di un soggetto liminale, sospeso tra integrazione e rifiuto, che disturba le superfici ordinate dell’immaginario. Ogni volta che rischia di compiacersi della propria maturità, la letteratura finisce per reintrodurre il disordine attraverso una voce non ancora pienamente assoggettata alle logiche adulte, una voce che vede ciò che gli adulti non vogliono o non sanno osservare. Guardando a questo archetipo in prospettiva genealogica o evolutiva, distinguiamo tre fasi principali, ciascuna modellata nel e dal proprio contesto storico, sociale e culturale: dall’innocenza esposta alla violenza della frontiera, alla malinconia inquieta della modernità, fino alla complessità iperanalitica dell’età ipermoderna. Nella fase della frontiera, l’America ancora in formazione offre al giovane ribelle uno spazio reale prima che simbolico: il giovane è un corpo immerso nel paesaggio, un organismo sensoriale che registra la concretezza dell’esperienza e riconosce l’ipocrisia di istituzioni appena nate. Il suo pensiero critico è implicito e spontaneo: la ribellione si manifesta in fughe, deviazioni, rifiuti immediati. Questa radicalità ingenua lo rende una sorta di rivelatore morale. La fuga verso la natura è fuga dall’ordine sociale, una pretesa di nuova civilizzazione spesso accompagnata dall’uso della violenza o da una serie di contraddizioni. La frontiera diventa così un laboratorio in cui si testano i limiti della legge e della convivenza civile. Huckleberry Finn non è contro la società per principio, lo è perché ne registra le distorsioni con una sensibilità diretta e senza filtri. Nella fase della modernità novecentesca, la frontiera fisica scompare, le città si impongono con i loro codici rigidi e la ribellione deve spostarsi nella coscienza. Il giovane ribelle diventa un soggetto che percepisce la falsità dell’ambiente con un’intensità quasi patologica: la fuga si trasforma in riflessione e il linguaggio diventa la sua arma principale. Holden Caulfield non può scappare verso la natura come Huck; la sua opposizione è psicologica e verbale. Il suo disagio interiore rivela le ipocrisie della società borghese e diventa una lente per leggere la nuova America, denunciando la distanza tra promessa di prosperità e malessere reale, tra l’illusione di felicità e l’angoscia esistenziale. Con la fase ipermoderna, l’archetipo cambia ancora: non più giovani che resistono all’integrazione, ma adulti che portano dentro di sé un’adolescenza irrisolta, segnata dal peso dell’identità culturale, dal desiderio e dalla sovraesposizione mediatica. La ribellione si palesa con un flusso discorsivo sovraccarico, un monologo autoanalitico e spesso parodico attraverso cui il soggetto tenta di liberarsi da aspettative familiari e pressioni sociali. Alexander Portnoy incarna questa condizione: la sua lotta non è più contro una società esterna percepita come ipocrita, ma contro le proprie contraddizioni interne, le frustrazioni psichiche e la complessità dei codici ipermoderni. La sua ribellione non cerca la libertà fisica di Huck né la verità morale di Holden, ma una forma di sopravvivenza psichica in un mondo eccessivamente complesso e competitivo. In questo modo Huck, Holden e Portnoy rappresentano tre momenti di una stessa ricerca di verità: sociale, emotiva, identitaria. Il primo smaschera la brutalità sotto l’innocenza nazionale, il secondo la falsità levigata della modernità borghese, il terzo l’instabilità dell’individuo alle soglie della rivoluzione sessuale, diviso tra emancipazione e nevrosi. La loro triade non racconta soltanto tre storie, ma la storia morale di un paese che non smette di interrogare la propria adolescenza culturale. 

Angelo Cennamo






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L’INVERNO DI FRANKIE MACHINE – DON WINSLOW

La qualità della vita, suggerisce l’incipit culinario del romanzo, si misura nei gesti minimi ma essenziali, quelli che Frankie Machianno compie con una calma che è disciplina, rituale e autodifesa: una padellina, un uovo, un bagel alle cipolle tagliato con precisione. In questo rituale quotidiano si annida la chiave del personaggio: un uomo che ha bisogno di ordine per tenere a bada ciò che è stato, un ex “strumento” perfetto della famiglia mafiosa californiana che ora vive come un pensionato operativo del molo di San Diego. Ma Winslow non costruisce mai questa doppia identità come una contraddizione melodrammatica: è piuttosto un processo organico, quasi naturale, come se Frankie fosse sempre stato entrambe le cose. Il romanzo restituisce questa compresenza attraverso la routine diurna: l’apertura del negozio di esche, le chiacchiere con i pescatori, le consegne ai ristoranti, l’occhio sempre un po’ vigile sugli immobili che amministra. Frankie lo vediamo organizzare ogni segmento della giornata con la stessa perizia che un tempo dedicava ai suoi incarichi criminali. Il surf è un elemento centrale non perché romantico, ma perché fisico. Nell’Ora dei Gentiluomini, quando i ragazzi sono al lavoro e la costa appartiene ai veterani della tavola e della vita, Frankie non cerca adrenalina; cerca un ritmo che gli permetta di misurare lo spazio, la distanza, la possibilità. È un capitolo non esplicitato ma costante della sua autobiografia emotiva. Winslow descrive l’oceano con una precisione che ricorda la sua attenzione maniacale per i dettagli del mondo del crimine, come se il mare fosse una vecchia mappa da interpretare. Quando il romanzo lascia entrare l’altro tempo della vita di Frankie, quello degli anni neri, lo fa tramite persone, rapporti, nomi che hanno un peso e un odore. I boss californiani, i gruppi che orbitavano tra Las Vegas, Tijuana, Hollywood e Pacific Beach, formano un reticolo che Winslow sa delineare con concretezza: non si percepiscono come fantasmi lontani ma come presenze che continuano a muoversi nelle pieghe della costa. E sono proprio le dinamiche interne a quel mondo, in particolare i residui conflitti fra vecchi clan e nuove famiglie che cercano di impossessarsi di settori borderline come il porno professionale, a costituire uno sfondo credibile, storico, quasi documentale. Non c’è la grandeur geopolitica de Il potere del cane né l’impalcatura internazionale de Il cartello: qui tutto è locale, radicato, fatto di facce, parcheggi, bar, magazzini, telefoni che suonano ancora nei luoghi dove gli affari sporchi erano condotti a voce. Questa aderenza topografica dà al romanzo un realismo urbano tangibile. Un altro elemento forte è l’intreccio dei rapporti affettivi. Frankie non è un duro solitario à la Chandler, e Winslow lo ribadisce attraverso figure come Donna, compagna più giovane, complessa, sensuale ma mai ridotta a cliché. La loro relazione è costruita con una cura che tiene insieme ironia, attrazione, consapevolezza dell’età e una dolcezza che stride volutamente con l’immagine di un uomo che in passato “lavorava” con una freddezza chirurgica. La figlia Jill, pur apparendo meno, è il vero punto di contatto fra ciò che Frankie vorrebbe diventare e ciò che teme di essere ancora. Winslow non fa leva sul sentimentalismo, ma su un ambivalente senso di responsabilità vissuto con pudore, quasi come se Frankie si sentisse un intruso nella propria stessa paternità. Dal punto di vista stilistico, il romanzo lavora molto sulla qualità del movimento: ogni scena sembra costruita per mostrare come Frankie occupi lo spazio. Non è semplice descrizione ma caratterizzazione. Il modo in cui parcheggia, entra in un locale, valuta una stanza, riconosce un volto che non vede da vent’anni: tutti piccoli elementi che Winslow usa come strumenti di rivelazione psicologica. La prosa è più controllata e precisa rispetto ai romanzi successivi più ampi e corali; il ritmo alterna dolcezze intime a tensioni secche, gli scambi di dialogo hanno un’ironia pacata. Rispetto ai romanzi epici sul narcotraffico, qui il campo è ristretto ma più profondo: Winslow non osserva un sistema, osserva un uomo che porta quel sistema sulla pelle, nei muscoli, nella memoria. Ed è proprio questa aderenza alla carne del personaggio: ai suoi ritmi, alle sue abitudini, ai suoi timori, che permette al testo di avere una densità tutta sua. Così, nell’arco di un romanzo che non rivela mai i suoi colpi di scena ma costruisce un crescendo di pressione sotterranea, il lettore finisce per conoscere Frankie come si conoscono poche figure della fiction criminale contemporanea: non come un archetipo, ma come una persona piena di contraddizioni e una sorprendente forma di grazia quotidiana. È questo che rende L’inverno di Frankie Machine un’opera tanto connessa al suo protagonista: tutto ciò che accade, tutto ciò che accadrà, viene filtrato attraverso la sensibilità di Frankie, la sua esperienza e il suo modo unico di tenere insieme, ogni mattina, un uovo, un surf e un passato che non vuole più governarlo ma che non smette di cercarlo.

Angelo Cennamo

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L’ECO DELL’EROS: ITINERARIO NELLE FERITE DI RABBIT E SABBATH

John Updike e Philip Roth, spesso percepiti come poli complementari di una stessa costellazione letteraria, appartengono a una generazione che ha indagato senza pudori le contraddizioni della mascolinità americana del secondo Novecento, esponendone insieme splendori e miserie, desideri e collassi, ambizioni spirituali e voracità carnali, fino al punto che David Foster Wallace – in un commento spesso attribuitogli, benché circolante più come formula critica che come citazione verificata – avrebbe definito Updike “un pene con un grosso vocabolario intorno”, cogliendo al volo la centralità del corpo maschile e dei suoi impulsi nella narrativa di entrambi gli autori. Ma al di là della caricatura brillante, ciò che davvero accomuna Updike e Roth non è la semplice prurigine tematica, bensì la capacità di trasformare il desiderio in una lente che attraversa decenni di storia americana, illuminando i legami tra sessualità, potere, nevrosi e identità individuale. Nei romanzi di Updike, e in particolare nella monumentale tetralogia di Rabbit, in cui la figura di Harry “Rabbit” Angstrom diventa una sorta di sismografo umano della cultura statunitense, assistiamo alla costruzione di un’epopea domestica di rara ampiezza. In Corri, Coniglio, Updike mette subito in scena una fuga che è metafora permanente: l’abbandono improvviso della moglie Janice, una fuga che esplode nella celebre scena dell’incidente in cui Janice, ubriaca, lascia annegare sua figlia nella vasca. Questo episodio non è solo un momento di shock narrativo, ma la rappresentazione simbolica della frattura irreparabile tra l’anelito vitalistico di Rabbit e le responsabilità che non riesce a sostenere. Ne Il ritorno di Coniglio, Updike scava nelle tensioni politiche e razziali degli anni Settanta attraverso la convivenza di Harry con Skeeter, il giovane afroamericano radicalizzato, mostrando come il corpo e la casa di Rabbit diventino il teatro di un’America che implode dall’interno. In Sei ricco, Coniglio e Riposa, Coniglio, la parabola si chiude nel trionfo del benessere e nel disfacimento fisico: la famosa scena del negozio di Toyota, in cui Rabbit assapora il potere effimero del successo economico, trova il suo contraltare nella sequenza finale in cui, obeso e affaticato, cede all’ultimo desiderio – una partita di basket – che gli costa la vita. L’intera serie mostra come Updike utilizzi il corpo maschile come diario vivente della nazione: le pulsioni di Rabbit sono quelle dell’America suburbana, la sua vitalità è la vitalità del boom, la sua dissoluzione è la dissoluzione di un’idea di felicità borghese. Se Updike è cronista lirico della normalità inquieta, Roth è il grande sabotatore della rispettabilità, e Il teatro di Sabbath ne è il manifesto. Mickey Sabbath non è solo un uomo che vive di provocazioni: è un performer della propria degradazione. Una delle scene più potenti del romanzo è quella in cui Sabbath, seduto al cimitero davanti alla tomba dell’amante Drenka, inscena una sorta di dialogo estatico e blasfemo con il corpo assente della donna, fondendo eros, lutto e autocommiserazione in un’unica performance indecente. Questa scena non è gratuita: è la dimostrazione di come Roth utilizzi l’oltraggio come strumento conoscitivo, come mezzo per far emergere ciò che resta se si strappano tutte le maschere sociali. Altro momento chiave è il ritorno di Sabbath nella casa d’infanzia, dove la memoria del fratello morto in guerra si intreccia con una regressione quasi infantile: qui Roth mostra che il nichilismo del protagonista non nasce da pura volgarità, ma da una ferita originaria che ha corroso la possibilità di un ordine morale stabile. Sabbath è il contrario speculare di Rabbit: dove Rabbit fugge dalla responsabilità, Sabbath vi sputa sopra; dove Rabbit cerca un altrove, Sabbath abita ostinatamente nel caos; dove Rabbit subisce la trasformazione del mondo, Sabbath la sfida a duello. Eppure, entrambi sono imprigionati da un desiderio che non dà loro libertà, ma che li vincola a un’idea ormai obsoleta di mascolinità, una mascolinità che la rivoluzione sessuale ha liberato e allo stesso tempo svuotato, lasciando i loro protagonisti sospesi tra onnipotenza immaginata e fragilità reale. Se si osserva con attenzione, molte delle scene più iconiche dei due autori ruotano attorno a momenti di imbarazzo corporeo, di collasso morale o di consapevolezza improvvisa del proprio ridicolo: in Updike la partita di golf in Sei ricco, Coniglio, in cui Harry percepisce l’abisso tra il suo benessere materiale e la sua miseria interiore; in Roth la telefonata oscena intercettata nel romanzo di Sabbath, in cui la volgarità diventa detonatore di una riflessione sulla sorveglianza, sul controllo sociale e sul fallimento del privato. Entrambi gli autori usano queste scene come punti di torsione drammaturgica: momenti in cui la maschera virile si incrina e rivela un uomo stanco, terrorizzato dall’insignificanza, incapace di accettare la fine della giovinezza e l’intrusione del mondo reale nei sogni di potenza erotica. L’accusa di machismo che spesso è stata rivolta a Updike e Roth appare allora riduttiva: la loro scrittura non celebra la virilità, la smaschera. Nei loro romanzi il corpo maschile non è tanto un trofeo, quanto un bersaglio; non è un modello eroico, ma un dispositivo narrativo che permette di far collassare dall’interno le certezze di un’intera cultura. Rabbit e Sabbath, pur così diversi, condividono la natura di personaggi liminali, figure di passaggio tra un’America ancora convinta della propria centralità morale e un’America che scopre di essere attraversata da colpe, contraddizioni e desideri impossibili da controllare. Updike, con la sua prosa sontuosa e luminosa, tenta di catturare ogni vibrazione dell’esistenza; Roth, con la sua lingua abrasiva, prova a distruggere ogni illusione di ordine. Ma entrambi, da lati opposti della stessa frontiera stilistica, mostrano come la mascolinità sia una narrazione fragile, un racconto che gli uomini si impongono per sopravvivere e che la letteratura, soprattutto quando è grande, deve smontare pezzo dopo pezzo, scena dopo scena, desiderio dopo desiderio, fino a rivelare ciò che resta quando l’epica del maschio americano implode sotto il peso della propria stessa leggenda.

Angelo Cennamo


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LA POETICA DEL DISAGIO, FRANZEN E GLI ALTRI

In Zona disagio, Jonathan Franzen racconta la propria formazione nella cittadina di Western Springs (Illinois), un contesto suburbano americano degli anni ’60 e ’70, con una trasparenza che sfiora l’imbarazzo della memoria. Franzen evita consapevolmente ogni abbellimento romanzesco, affidandosi alla concretezza dei luoghi e delle persone con le quali è cresciuto. La precisione dei dettagli, la naturalezza dei gesti quotidiani e l’ordine domestico formano un quadro etico implicito, quasi una grammatica della vita, in cui la conformità è una norma fondamentale. In un contesto del genere non ci sorprende che i genitori di Franzen emergano come figure emblematiche della società americana del dopoguerra. Il padre, ingegnere silenzioso e impenetrabile, incarna la disciplina e la rigidità emotiva tipica di una cultura patriarcale e tecnocratica; la madre, energica e ipercompetente, trasforma la gestione domestica in una strategia di sopravvivenza, dove il controllo degli spazi e delle regole diventa mezzo di autodifesa e affermazione. La narrazione di Franzen si concentra sugli effetti psicologici di questo ambiente: le ore trascorse in solitudine nei musei di Chicago, la goffaggine negli sport scolastici, l’incapacità di decifrare le complesse dinamiche sociali dei coetanei. Il disagio che traspare è discreto e radicato nella ritualità di giornate tutte uguali, una struttura mentale più che un semplice ricordo: la forma iniziale di ciò che diventerà la poetica dell’autore, fondata proprio sull’osservazione minuta delle tensioni sottili tra individuo e società. Questa matrice formativa trova una fedele continuità nei romanzi successivi. I Lambert di Le correzioni non sono mere trasposizioni dei genitori di Franzen, ma incarnano l’ambiente etico e affettivo delineato proprio in Zona disagio. Alfred, che tenta piccole riparazioni nonostante la malattia e si perde nelle allucinazioni depressive, rappresenta la rigidità trasformata in identità. Enid, ossessionata dal Natale perfetto e dal ritorno dei figli alla casa di St. Jude, traduce in gesto narrativo le stesse aspettative implicite dell’infanzia dell’autore. Nelle scene in cui la famiglia si raduna intorno al tavolo, incapace di comunicare senza ferirsi, riecheggiano i silenzi ordinati che avevano scandito l’infanzia di Jon. Chip Lambert, a sua volta, manifesta il senso di inadeguatezza intellettuale e sociale già presente nel memoir: le disastrose esperienze universitarie, la fuga in Lituania e la difficoltà a gestire desideri e aspettative sono sviluppi logici di una timidezza originaria, che nel giovane Franzen si manifesta come nervosismo, autocritica e iperconsapevolezza del giudizio altrui. La lettura di Franzen diventa particolarmente interessante se collocata in dialogo con i suoi coetanei.

David Foster Wallace, cresciuto in un Midwest simile, reagisce al medesimo contesto familiare e sociale in maniera diametralmente opposta. In Infinite Jest, la sofferenza psicologica si traduce in sovraccarico cognitivo e verbale: Hal Incandenza incarna una coscienza ossessiva che implode sotto il peso di sé stessa. Franzen, invece, racconta il disagio come attrito tra ciò che si sente e ciò che si riesce a dire: implosione contro esplosione. Se Wallace mostra l’ansia americana come patologia del troppo – una mente iper-analitica, costantemente in tensione – Franzen espone la ferita del troppo poco, la frustrazione dell’ordinario, la difficoltà di essere all’altezza delle aspettative sociali e familiari. Questa differenza si inscrive anche in un approccio stilistico: Franzen privilegia la linearità narrativa e la costruzione di un realismo dettagliato, mentre Wallace gioca con la frammentazione, il collage linguistico e la saturazione di informazioni come specchio della mente contemporanea.

Jeffrey Eugenides, anche lui originario del Midwest, propone un’altra variazione generazionale significativa. In Middlesex, l’identità diventa dramma di metamorfosi: il punto di rottura della protagonista è la consapevolezza biologica di sé, un evento straordinario al centro della narrazione. Franzen non avrebbe mai posto un episodio di tale portata al centro dei suoi romanzi, poiché il suo interesse risiede nelle deformazioni quotidiane della vita domestica e nei piccoli traumi dell’esistenza ordinaria. Tuttavia, Eugenides condivide con Franzen la stessa attenzione alla pressione familiare e al peso del passato: in entrambe le opere, la storia privata esercita un’influenza costante sulla formazione degli individui, modellandone scelte, ansie e aspirazioni.

In linea affine, il newyorkese Jonathan Lethem. Il suo romanzo più noto, La fortezza della solitudine, esplora un senso di estraneità urbana e razziale. Dylan Ebdus che vaga confuso per Brooklyn richiama il giovane Franzen che cerca di ritagliarsi un posto nel mondo scolastico e sociale della sua infanzia: entrambi mostrano la difficoltà di integrarsi in contesti che oscillano tra desiderio di appartenenza e consapevolezza delle proprie differenze. Queste consonanze evidenziano una linea generazionale chiara: un gruppo di scrittori americani cresciuto tra gli anni ’60 e ’70, immerso in contesti suburbani e urbani simili, che traduce quel misto di noia e timidezza in letteratura. Pur con differenze di tono, strategia narrativa e soggetti, Franzen, Wallace, Eugenides e Lethem condividono un interesse per il peso delle strutture familiari, l’alienazione dalla società e la fragilità individuale che caratterizza la coscienza post-boomer. Franzen, tuttavia, si distingue per il rigore con cui osserva il quotidiano: il disagio, nel suo caso, è misurato nelle piccole asperità, negli errori invisibili, nei tentativi falliti di comunicare e comprendere. Questa sensibilità si mantiene coerente anche nei romanzi più recenti. In Libertà, Patty Berglund rivive rivalità sportive, amicizie tradite e l’imbarazzo per la sua doppia vita con Richard, il migliore amico del marito. In Purity, Pip si confronta con la complessità opaca del mondo digitale e con il carisma enigmatico di Andreas Wolf, in una versione contemporanea dell’incapacità di orientarsi nel mondo già sperimentata dal giovane Franzen negli anni ’70. Crossroads, primo capitolo della trilogia A Key to All Mythologies, amplia e approfondisce la geografia emotiva del disagio franzeniano. Ambientato nei primi anni Settanta, il romanzo segue la famiglia Hildebrandt, un altro nucleo familiare disfunzionale. Qui Franzen radicalizza il proprio interesse per le microfratture quotidiane, dispiegandole attraverso cinque punti di vista che rivelano un caleidoscopio di vulnerabilità. Russ Hildebrandt, pastore protestante in crisi spirituale, esprime un disagio adulto, specchio di quello che gravava sulla figura paterna nel memoir: un malessere fatto di ambizioni frustrate, di desiderio di autenticità mai pienamente raggiunto. Marion, sua moglie, è il personaggio più sorprendente: la sua depressione giovanile, la terapia, la complicata ricostruzione identitaria portano nel mondo franzeniano una voce femminile superba nella sua complessità, che approfondisce quanto in Zona disagio era solo accennato nel ritratto materno. I figli – Clem, Becky, Perry – ripropongono, ciascuno a modo suo, il dilemma centrale della formazione franzeniana: come dare forma a un’identità in un mondo dove ogni aspettativa familiare pesa come una promessa e una minaccia. Perry, in particolare, con il suo acume precoce e la sua inclinazione all’autodistruzione, ricorda le figure maschili ipersensibili e disallineate che popolano l’intera opera dello scrittore: è la versione più lucida e allo stesso tempo più tormentata del giovane Franzen che osserva da fuori i codici sociali senza riuscire ad abitarli davvero. Crossroads introduce anche un elemento nuovo nella poetica dell’autore: la dimensione religiosa. Il gruppo giovanile Crossroads, anziché essere luogo di solidarietà spirituale, diventa arena di gerarchie, desideri repressi e auto-inganni. In questo senso, Franzen mostra come questo “sentirsi fuori posto” non sia solo struttura domestica, ma anche comunitaria, un riflesso delle ambivalenze morali americane alla vigilia della disillusione post-Vietnam. In entrambi i casi – che si tratti degli anni Settanta di Crossroads o della contemporaneità di Purity – non assistiamo a un incidente biografico isolato, ma a una questione generazionale: un filtro attraverso cui osservare il passaggio all’età adulta di una fascia di americani cresciuti in un contesto di promesse di libertà e di norme domestiche restrittive. La forza di Franzen consiste nella misura con cui osserva il mondo: senza teatralità, senza eccessi, con una precisione che illumina le piccole tensioni dell’esistenza ordinaria. La sua scrittura mette in scena il conflitto costante tra aspettativa e realtà, desiderio di appartenenza e incapacità di integrarsi pienamente. In questo senso, Zona disagio non è un testo a sé stante ma il canovaccio di un’intera poetica, il laboratorio emotivo in cui prendono forma i personaggi più noti: da Chip Lambert a Patty Berglund, da Pip Tyler ai giovani Hildebrandt di Crossroads. L’intera produzione di Franzen può essere letta come un’unica lunga indagine sulle forme quotidiane dell’inadeguatezza, sulla confronto scontro tra l’individuo e l’ambiente morale che lo ha generato. E la sua grandezza narrativa consiste nel dare dignità letteraria a questo malessere silenzioso, nella convinzione che nei gesti minimi – una conversazione interrotta, un fraintendimento, un momento di vergogna – si giochi il destino emotivo dei suoi personaggi e, in fondo, della stessa esperienza americana.

Angelo Cennamo

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