MONEY – Martin Amis

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“È impossibile eliminare la congiura ordita dai soldi. Ci si può solo adeguare”, dice John Self a cento pagine dalla fine della sua storia, la storia della sua vita, delle sue ossessioni: il lusso, l’agiatezza, il denaro.
1984, in Inghilterra governa Margaret Thatcher, negli Stati Uniti Donald Reagan. Carlo e Diana qualche anno prima si sono giurati amore eterno davanti a milioni di telespettatori sparsi per il mondo. In questo scenario che Martin Amis colloca “Money”, probabilmente il suo libro migliore. John Self – nomen omen – ne è il personaggio chiave oltre che la voce narrante. Self è un englishman in New York. Ha 35 anni, gira spot pubblicitari e ora sta per approdare al cinema. Il suo primo film – Good Money o Bad Money – sarà uno sballo e gli frutterà un pacco di soldi. Si spera, almeno. Self è un ventesimo secolo dipendente, mangia solo schifezze, adora la pornografia, frequenta topless bar, beve a tutte le ore, si droga, e ha una fidanzata londinese, Selina, che lo tradisce non si sa con chi. Selina è la versione femminile di Self: materialista e schiava del denaro, si aggrappa al giovane regista solo perché non ha altre fonti di reddito. Lui ne è consapevole, ma anziché allontanarla le chiede di sposarlo. La storia vomitata da Self si svolge perlopiù a New York, nei dintorni di Central Park, tra i locali di Broadway, taxi e stanze d’hotel. È una città frenetica, rumorosa, spietata, affarista. Intorno a Self ruota un cast di primedonne grottesche, su tutti: Fielding Goodney, suo socio; Caduta Massi, vecchia gloria di soap opera, la cui bellezza appassita mal si attaglia al ruolo della protagonista del film; Martina Twain, l’altra donna di Self, delicata, raffinata, colta. John Self è un uomo sull’orlo di una crisi di nervi, sopraffatto da mille insicurezze e pentimenti. Sempre in affanno, infelice “Sono un oggetto incredibile che avanza, una massa di cento chili lanciata a tutta velocità. Sono il treno espresso alla fine del sogno”. Ho letto “Money” pochi mesi dopo “Glamorama” di Bret Easton Ellis. I due libri si somigliano – “Money” è uscito prima dell’altro – per il degrado umano, la brutalità e la leggerezza di un mondo vuoto di valori e di sentimenti autentici che raccontano entrambi. “Money” è “Glamorama” al cubo, un archetipo di altre narrazioni – almeno un paio di autori hanno saccheggiato questo libro – e Amis, che figura anche tra i personaggi del romanzo (ricordo un solo precedente del genere: Philip Roth con il suo alter ego Natahan Zuckerman ne “I fatti”), è un Ellis più capace e più vasto.
Angelo Cennamo
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COME UNA BESTIA FEROCE – Edward Bunker

 

 

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Diciotto anni in un penitenziario ti segnano, e qualche volta ti insegnano, a scrivere, come nel caso di Edward Bunker. Bunker non ha la biografia di uno scrittore qualunque; non ci sono lauree o corsi di composizione creativa nel suo curriculum. Nasce nel 1933 a Hollywood da genitori che lavorano nel mondo del cinema, ma fin dalla prima adolescenza la sua vita è un continuo girovagare tra riformatori e case famiglia.

“Come una bestia feroce” viene pubblicato la prima volta nel 1973; dal romanzo è stato tratto un bellissimo film con Dustin Hoffman “Vigilato speciale”. Il grande romanzo dei bassifondi di Los Angeles, lo definisce James Ellroy nella sua accorata prefazione. Ellroy ha un pedigree molto simile a quello di Bunker, e come autore si è formato proprio sui noir del suo “padrino” californiano, ereditandone lo stile e il linguaggio crudo. Ma veniamo ai fatti. Max Dembo esce dalla prigione di San Quentin in libertà condizionata dopo aver scontato una condanna di otto anni per assegni falsi. Vorrebbe rigare dritto anche se con poca convinzione, e diventare una volta per tutte un uomo onesto. Max ha il fiato sul collo di Rosenthal, il suo sorvegliante. Cerca lavoro, ma chi è disposto a dare un’occupazione a un tipo come lui? Fuori dal carcere ritrova vecchie conoscenze, uomini e donne che si arrangiano con lavoretti poco leciti o con sussidi di disoccupazione. Willy è un suo amico d’infanzia, tossico, anche lui in libertà vigilata. Vive con la moglie Selma e il figlio di lei “era troppo pigro per lavorare e troppo spaventato per rubare”. Di personaggi come Willy il libro ne è pieno; una specie di girone dantesco fatto di gangster, avanzi di galera e sgualdrine. Max capisce che il suo destino di dannato non ammette deroghe. Con altri due amici mette su una banda per organizzare una rapina in banca. La seconda parte del romanzo è una fuga rocambolesca con Allison, la giovane amante che si lascia sedurre dal male – Allison è tra i personaggi più interessanti della storia –  e una lunga scia di sangue che cancella ogni proposito di futuro. Ci sarà mai redenzione per Max Dembo? Ritmo, passione, crudeltà: “La più bella crime story mai scritta” scrive Quentin Tarantino sulla quarta di copertina. 

Angelo Cennamo
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NESSUNO È COME QUALCUN ALTRO – Amy Hempel

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“Niente metafore! Nessuno è come qualcun altro”.

Amy Hempel, americana di Chicago – ah, questo Midwest – allieva di Gordon Lish, da ormai diversi anni ci delizia con racconti dallo stile minimalista, brevi, alcuni brevissimi, ma densi di suggestioni e di immagini forti. Parole scelte e maneggiate con cura, come quelle posate con precisione millimetrica in ciascuna delle centicinquanta pagine di questo libro – la traduzione italiana è di Silvia Pareschi – che arriva a ridosso, nella ripubblicazione della SEM, di “Ragioni per vivere”, la raccolta che ha reso celebre la Hempel in tutto il mondo. “Nessuno è come qualcun altro” contiene quindici schegge di vita, tracciati malinconici di donne deluse, sull’orlo della solitudine, sopraffatte da un tormento a volte irreversibile. In “Le chicane” una burrascosa storia d’amore si lega a mille ricordi e al suicidio di una zia. Quella di “Greed” è la voce di una moglie tradita con una faciloneria offensiva. L’amante di suo marito, una delle tante, è affascinante e più anziana di lui. La protagonista di “Cloudland”, l’ultimo dei racconti, il più lungo, ha partorito e dato in adozione il figlio avuto da un uomo sposato. Il trasferimento da New York in Florida ha il sapore di una fuga. Le sue parole, velate di amarezza, ricordano il Bascombe più crepuscolare di Richard Ford.

“Oggi c’è tanta gente che ha bisogno di aiuto, e non occorre essere innamorati per poterlo dare. Aiutare è amare”.

Difficile non pensare a Raymond Carver leggendo le storie della Hempel, alla sua prosa scarna ma potente, ai silenzi e ai vuoti di una narrazione che fa dell’insignificante, del dettaglio trascurabile, la sua parte dominante, il centro di tutto. 

Angelo Cennamo

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IL MIGLIORE – Bernard Malamud

 
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Bernard Malamud, scrittore di Brooklyn, molti lo ricordano per “Il commesso”, il suo romanzo più popolare, uscito negli Stati Uniti nel 1957, in Italia pubblicato inizialmente col titolo de “Il ragazzo di bottega”. “Il migliore” – edito da minimum fax come tutti gli altri libri di Malamud – lo anticipa di cinque anni. È una storia ambientata nel mondo del baseball che potrebbe sviare forse qualche lettore non avvezzo a questo sport poco praticato in Italia. Non lasciatevi impressionare più di tanto: il baseball è un dettaglio, importante, ma un dettaglio: sarebbe stato lo stesso se Malamud ci avesse parlato di calcio o di un qualunque altro sport di squadra. Ad ogni modo, Roy Hobbs, il protagonista di questa storia, è un giovane talento del baseball che parte dal suo paesino alla volta di Chicago per partecipare a un provino con un grande club. Ad accompagnarlo nell’avventuroso viaggio in treno è il suo scopritore Sam Simpson, un ex giocatore, una specie di secondo padre. Siamo al primo capitolo del romanzo. La storia riprende con Roy che, a trentaquattro anni suonati, si ritrova a firmare un contratto con i New York Knights, una squadra blasonata ma sprofondata nei bassifondi della classifica, e che ora rischia di retrocedere. Un salto di quindici anni dei quali al lettore non viene raccontato assolutamente nulla. Cosa gli sarà successo in tutto questo tempo, a Roy Hobbs? Dov’era finito? Cosa ha fatto? È intorno a questo vuoto spazio-temporale, al mistero fitto che lo avvolge, che Malamud imbastisce la sua trama. Dunque, dicevamo, Roy, all’età in cui molti battitori appendono le scarpette al chiodo, ha di fronte a sé una seconda chance: risollevare le sorti dei Knights e diventare finalmente un campione del baseball. Roy entra nella seconda parte della storia con “Wonderboy”, la mazza che lui stesso si costruì da ragazzo e dalla quale non si è mai più separato. Sentite Malamud con quanto vigore descrive “l’esperienza religiosa” del gesto atletico  “Wonderboy lampeggiò al sole e colpì nel punto in cui era più grossa. Il cielo fu percosso da un’esplosione simile alla salva di un calibro ventuno”.
Quell’ultima opportunità Roy non se la lascerebbe sfuggire per niente al mondo; le sue performance sono prodigiose; i Knights cominciano a scalare la classifica esclusivamente grazie al suo contributo “Come una locomotiva arrugginita che uscisse per la prima volta dal deposito dopo anni, avanzavano sui binari sbuffando, ansimando, ruttando fumo e sparando scintille”. La figura del protagonista è affiancata da un gruppetto di personaggi che l’autore disegna con perfezione: il coach Pop, uomo sanguigno e di cuore – io l’ho immaginato come certi allenatori del vecchio calcio italiano: Nereo Rocco o il più recente Carletto Mazzone – Memo, l’amore incompiuto di Roy, eternamente divisa tra il fantasma del suo ex fidanzato morto e l’allibratore Gus; il Giudice, il finanziatore senza scrupoli dei Knights, un uomo indecifrabile sempre chiuso nel suo ufficio buio a fumare sigari e a ordire trame losche. In una delle scene salienti del romanzo, Roy arriva ai ferri corti con lui dopo aver chiesto invano un aumento di stipendio. Roy è ambizioso, sicuro di sé, ma potrebbe vacillare dietro la spinta del denaro e il miraggio di un matrimonio agiato con Memo. “Il migliore” è una storia di sfide, di coraggio, di perdizione. Malamud, Bellow, Roth: la spina dorsale della letteratura ebraica americana. 
 
Angelo Cennamo
 
 
 
 

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NOTTE SUL NEGEV – Federica Fantozzi

 

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Di Federica Fantozzi mi ha sempre incuriosito la vocazione all’internazionalismo. Più che raccontare il proprio mondo, Federica racconta il mondo nella sua interezza, e lo fa fuori da ogni canone, schema o target precostituito. “Notte sul Negev” esce nel 2001 ed è il secondo dei quattro romanzi ad oggi presenti sul suo scaffale, dopo l’esordio di “Caccia ad Emy” e i due più recenti capitoli di Amalia Pinter, la giornalista d’assalto alla quale Federica ha affidato il pensiero e lo sguardo sull’attualità con particolare riferimento al crimine. Quattro libri diversissimi ma con una matrice comune: il viaggio, l’esplorazione. Ho già detto in diverse occasioni che la categoria di autrice noir a Federica Fantozzi le sta stretta, e che il male di cui sono intrise le sue storie non è che il pretesto per raccontare molto altro. L’intrigo, il complotto misti all’avventura sono la cifra della narrativa fantozziana. E al centro di queste quattro – per adesso – storie c’è sempre una figura femminile: leggendo “Notte sul Negev” non vi sarà difficile ritrovare nel personaggio di Camilla l’embrione, la prima versione o stesura, di Amalia Pinter. Il romanzo è ambientato in Israele, dopo l’anno 2000. Una giovane diplomatica inglese viene mandata in missione in Terrasanta alla soglia di una nuova Intifada. La trattativa di pace tra israeliani e palestinesi si è arenata a Camp David, e le residue speranze di ristabilire l’ordine sono rimesse alla visita di Amodio I, il primo Papa di colore. Gerusalemme è un incrocio di etnie composite oramai allo sbando; Fantozzi ne riproduce i colori e gli umori, sembra di essere lì. Allo stesso modo con il deserto, dove si svolge buona parte della storia; sono i passaggi più coinvolgenti del libro. Specialmente di notte, iI Negev brulica di silenzi e di versi di animali, gufi, civette: le vere sentinelle contro il male. “Notte sul Negev” è un romanzo di atmosfere prima di tutto, un viaggio in un luogo ricco di storia e di suggestioni dove la fede ha più spesso diviso anziché unito i popoli.  Le descrizioni di Federica Fantozzi sono precise, dettagliate; i retroscena dei fatti ben argomentati e documentati –  Federica Fantozzi sa scrivere. Riusciranno Camilla e il Papa ad allentare la morsa del fanatismo e dell’incomprensione? Buona lettura.

 

Angelo Cennamo

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THE OUTSIDER – Stephen King

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Può un uomo accusato di omicidio trovarsi al momento dei fatti in due posti diversi? È intorno a questa curiosa bilocazione che si dipana la trama di The outsider, romanzo che Stephen King fa uscire nel 2018.
Ma andiamo con ordine. In una cittadina immaginaria dell’Oklahoma, Flint City, viene ritrovato il cadavere martoriato di un bambino. Tutti gli indizi convergono su un insospettabile, Terry Maitland, un professore di inglese e allenatore di una squadra di baseball di pulcini, marito e padre esemplare. Il suo arresto è spettacolare: l’uomo viene ammanettato allo stadio davanti a duemila persone tra le quali la moglie e le sue due figlie. Siamo alle prime battute del romanzo. I protagonisti sulla scena, oltre Terry, sono Ralph Anderson, il poliziotto che sottopone il coach alla frettolosa umiliazione dell’arresto, e il procuratore distrettuale Samuels. Terry, allibito di fronte all’invasione di campo della polizia, non smetterà di professarsi innocente: quel giorno si trovava in un’altra città, ad un convegno letterario insieme a dei colleghi, ripreso addirittura da una televisione locale. Ma come spiegare allora le impronte e le tracce del suo DNA sul luogo del delitto?
“Vi sarei grato se uno dei due mi spiegasse perché avete arrestato l’uomo che nel 2015 è stato eletto cittadino dell’anno di Flint City. È stato un errore, a cui magari possiamo porre rimedio insieme, o i vostri cervelli del cazzo sono andati in pappa?”.
A parlare è Howie Gold, l’avvocato difensore di Terry, tra i personaggi più riusciti del libro. King è ormai a proprio agio nei panni del romanziere thriller, genere che ha iniziato ad esplorare solo da qualche anno ma che gli ha già procurato dei buoni riscontri con la trilogia di Mr Mercedes. A pagina 175 però accade quello che non ti aspetti: la storia deraglia sul binario del Fantasy, sicuramente a King più congeniale; sì ma a quale prezzo? È una cesura che di fatto dà inizio ad un altro romanzo. Chi è Terry Maitland, un impostore o la vittima di una misteriosa concatenazione di eventi? Qui King allarga lo spettro della trama tirando nella storia altre figure che si riveleranno decisive nella seconda parte del racconto. Troppa carne al fuoco, urlerà qualche simpatizzante deluso da una possibile deriva metafisica. Stavolta il Re ha toppato. Prevedibile, diranno altri, dovendo l’autore giustificare la duplice collocazione del protagonista negli attimi in cui si consuma il delitto. Qual è la verità? Leggendo il libro ciascuno se ne farà un’opinione come è giusto che sia. Ad ogni modo, The outsider è un romanzo dagli standard piuttosto alti – eviterò di fare classifiche – per qualità della scrittura – la traduzione italiana è dell’ottimo Luca Briasco – spessore dei personaggi, soprattutto per la trama, mai scontata o noiosa. È un libro avvincente nel quale non mancano riferimenti all’attualità e al sociale – Trump, la gogna mediatica, la spregiudicatezza di certe operazioni di polizia… Una storia che King forse avrebbe potuto contenere anche in quattrocento pagine anziché cinquecentoventinove e concludere con meno disordine? Può darsi. Ma avercene di romanzi così.
Angelo Cennamo
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TOPEKA SCHOOL – Ben Lerner

TOPEKA SCHOOL - BEN LERNER

Non so quale direzione prenderà il romanzo nei prossimi decenni. Ogni tanto viene fuori qualcuno che ne decreta la morte. Penso che ovunque dovesse andare, lì, in quello spazio, ci sarà sicuramente Ben Lerner. Scrissi qualcosa di simile a proposito di Ali Smith e del suo “Inverno”. Topeka School è un libro ambizioso che contiene quattro storie e nessuna (vera) trama. Il senso del romanzo – a tratti saggio mascherato – sconfina oltre il perimetro del racconto, che sembra non esserci. Lerner lavora per addizione, confezionando una sorta di trattato sociologico sul linguaggio, sul suo potere mistificatorio, sulla sua degenerazione nei social. È un libro difficile, piatto, senza sussulti, in cui sono il vigore e la magnificenza della scrittura a colmare i vuoti di empatia ai quali il giovane autore del Kansas ci ha abituato.

Siamo negli anni Novanta. Adam Gordon è un eccellente studente della Topeka High School e un asso dell’oratoria pubblica. Come un novello Protagora, Adam se ne va in giro per il Paese ad asfaltare altri suoi coetanei in agguerrite competizioni di dialettica. Il romanzo di formazione di Adam si alterna a quello dei suoi genitori – Jonathan e Jane, esemplari della borghesia radical chic di sinistra – e del giovane bullizzato Darren, scritto in corsivo. Il contrasto tra l’ambiente progressista in cui è cresciuto Adam e il mondo esterno, rozzo e violento, è uno dei topoi del libro oltre che il paradigma di un linguaggio-comunicazione asimmetrico per stile e incisività. L’esperimento di Lerner è riuscito? A tratti no: non mancano momenti di noia e passaggi inutilmente astrusi che rischiano di allontanare il lettore dalle diverse trame e sottotrame. Topeka School però ha tutti gli ingredienti e le dinamiche del Grande Romanzo Postmoderno, un libro denso di parole che parla di parole e dell’uso spesso distorto che ne si fa.

Angelo Cennamo

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PATRIMONIO – Philip Roth

PATRIMONIO - PHILIP ROTH

È sempre difficile districarsi tra verità e finzione quando si legge un libro di Philip Roth. Patrimonio esce nel 1991. È una storia apparentemente autobiografica, simbolicamente al confine tra le sue due stagioni letterarie. Scrivendo la dolorosa vicenda della malattia e della morte dell’anziano genitore, Roth smette i panni del figlio – Roth nasce come scrittore che si ribella ai valori familiari, alla tradizione ebraica, al perbenismo (Lamento di Portnoy ne è il romanzo più significativo) – e diventa padre, lui che nella vita padre non lo è mai stato.

A ottantasei anni mio padre aveva perso quasi per intero la vista dell’occhio destro, ma per tutto il resto sembrava godere di una salute fenomenale per un uomo della sua età quando fu colpito da quella che il medico della Florida diagnosticò, sbagliando, come paralisi di Bell, un’infezione virale che provoca la paralisi, di solito temporanea, di un lato del viso”.

Hermann Roth, figlio di un cappellaio ebreo, arrivato negli Usa dalla Galizia polacca alla fine dell’Ottocento, era quel che si dice un self-made man. Con la terza media era riuscito a farsi assumere da un compagnia di assicurazioni di cristiani fino a diventarne dopo qualche anno direttore generale. Il racconto in prima persona fatto dal secondogenito Philip è un viaggio nella memoria oltre che il diario della malattia; un diario dettagliato, scritto con il sarcasmo e la leggerezza di un grande romanziere. Non è un libro tetro, Patrimonio, ma una storia – vera o in parte vera che sia – ricca di umanità e di vita, nella quale si alternano pensieri taciuti a dialoghi strazianti. La scena in cui Hermann, durante una cena, scappa al piano di sopra perché si è fatto sotto, e piange dalla vergogna quando Philip lo raggiunge in bagno, impestato dal tanfo degli escrementi lasciati in giro, per spogliarlo e lavarlo, è di una intensità unica “Questo, dunque, era il mio patrimonio. E non perché pulire fosse il simbolo di qualche altra cosa, ma proprio perché non lo era, perché non era altro, né più né meno della realtà vissuta che era. Ecco il mio patrimonio: non il denaro, non i tefillin, non la tazza per farsi la barba, ma la merda”. Hermann deve decidere se farsi asportare o meno il tumore che gli è stato diagnosticato al cervello. È un’operazione rischiosa, soprattutto per un uomo della sua età. Quanto tempo gli resta? Ne vale la pena? Pagine palpitanti, traboccanti di emozioni, le parole si alternano ai silenzi, Roth scrive anche quelli, Roth getta finalmente la maschera e dà in pasto al lettore la propria intimità, la disperazione, la solitudine di fronte alla morte. Il gran finale, l’ultimo giro di giostra. Tutto questo è Patrimonio, tutto questo è il genio di Roth.

Angelo Cennamo

 

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UN’ALTRA OCCUPAZIONE – Joshua Cohen

UN'ALTRA OCCUPAZIONE - JOSHUA COHEN

Nel suo romanzo Selva oscura, Nicole Krauss fa partire due newyorkesi di successo per Tel Aviv alla ricerca di una nuova dimensione, professionale e spirituale. Joshua Cohen, giovane scrittore ebreo della East Coast come la Krauss, nel 2015 fa trasferire a New York due veterani dell’ultima guerra di Gaza dopo la leva obbligatoria nell’esercito israeliano. Yoav e Uri vengono occupati da David King, cugino del primo, nella sua ditta di traslochi. Negli Usa le ditte di traslochi non si limitano a spostare il mobilio da un appartamento all’altro, fanno molto altro: sbattono fuori gli inquilini morosi, confiscano beni, e non sempre con metodi leciti. Per puro caso ho letto il libro di Joshua Cohen Un’altra occupazione dopo Selva oscura. Sono due romanzi certamente diversi per trama e stile, ma asimmetricamente sovrapponibili per alcuni dei temi trattati: la fede, l’identità, le radici. “Non puoi smettere di essere un soldato, proprio come non puoi smettere di essere un ebreo” dice un rabbino a Uri in uno dei dialoghi più appassionanti di questa storia. Lo si può dire anche degli scrittori? Nei romanzi degli autori ebrei americani la componente religiosa è importante, è quasi una missione. Talvolta può appesantire la lettura, risultare soffocante; nel bellissimo romanzo della Krauss, a mio avviso, lo è. Il massimalismo di Cohen è più dinamico – la traduzione italiana è di Claudia Durastanti; Cohen imbastisce la sua trama sul contrasto e la similitudine. Nella prima parte del romanzo giganteggia la figura di David King, il cugino imprenditore di Yaov, ebreo come lui, repubblicano per convenienza, ricco, alle prese con una ex moglie avida e inviperita, una figlia tossicodipendente, filopalestinese, e una capoufficio onnipresente che vorrebbe sposarselo. “Tutte le sue battaglie erano sul suo viso. Tutte le persone che era, in lotta tra loro: il re, il sempliciotto, l’uomo che si era fatto da sé, l’incompleto”. Yoav è per David il ponte con Israele, la sua madrepatria, la sua Famiglia. I due giovani soldati ebrei, che stando alle parole di quel rabbino non smettono mai di essere quello che sono, si ritrovano nella Grande Mela come due alieni. Tutta la seconda parte del racconto scorre tra il presente e i ricordi della vita militare: i check point sulle linee di confine, i turni di guardia, gli spari, i percorsi nei tunnel. Yoav e Uri oggi impacchettano e spostano mobili, fanno mille incontri, ma non hanno smesso di essere due soldati, e presto si accorgeranno che quella nuova occupazione non è poi tanto diversa dalla guerra che hanno combattuto.

Angelo Cennamo

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STO PENSANDO DI FINIRLA QUI – IAN REID

 

STO PENSANDO DI FINIRLA QUI - IAIN REID

Due fidanzati viaggiano in macchina su una statale sperduta e indefinita degli Stati Uniti. Sono diretti alla fattoria dei genitori di lui. Lui è Jake, ragazzo dotato di grande intelligenza e molto colto. Alto, magro, introverso. Lei, voce narrante della storia, non ha nome. L’incontro con i genitori di Jake è surreale. La coppia non sembra essere in casa. Poi compare sulla scena in un’atmosfera quasi spettrale. Nella casa si respira una strana aria. La ragazza è a disagio. Nel viaggio di ritorno la tensione comincia a salire. Il paesaggio è desertico, nevica. Il racconto è una sequenza di pensieri e di osservazioni sulla personalità di Jake e sul futuro di quella relazione ancora incerta. Nelle ultime cento pagine, la svolta clamorosa. I due si fermano davanti ad una scuola abbandonata. Jake scende dalla macchina e sparisce nel buio. La ragazza si mette sulle sue tracce, lo cerca tra i lunghi corridoi di quella scuola che subito ci appare spaventosa. Inizia l’incubo. Inizia il thriller. Iain Reid è un giovane scrittore canadese, Sto pensando di finirla qui il suo romanzo di esordio dal quale è tratto l’atteso film di Netflix per la regia del premio Oscar Charlie Kaufman. Il libro di Reid cancella il confine tra mainstream e letteratura di genere, è una storia semplice, con due soli personaggi ma  densa di suggestioni, ipnotica, con una conclusione sorprendente che dilata il tempo e l’identità dei protagonisti. La qualità della scrittura è eccellente, così come la costruzione della trama: partenza in sordina, poi un crescendo di emozioni, dubbi, ipotesi che nel finale si riveleranno infondate. Tra Stephen King e il cinema di Stanley Kubrick.

Angelo Cennamo

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