SEMINARIO SULLA GIOVENTU’ – Aldo Busi

Seminario sulla gioventù - Aldo Busi

“Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Nulla, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo ad un risolino di stupore, stupore di essercela presa per così poco.”

Inizia così uno dei più bei romanzi italiani della seconda metà del Novecento. L’incipit di Seminario sulla gioventù di Aldo Busi è una carezza che intenerisce il cuore e che ci spalanca gli occhi sull’inafferrabile senso del divenire. Seguiranno tante altre pagine di passione, solitudine, disincanto. In un paesino della campagna lombarda travagliata dalla seconda guerra mondiale e dalla fame, vive Barbino, un ragazzino vispo e sensibile, curioso della vita. Sua madre sgobba tutto il giorno per mantenere lui con i suoi tre fratellini e un marito violento e scansafatiche. Si arrangia come può, al mercato, in osteria, e Barbino le va dietro, imparando a fare il bucato, perfino a ricamare. È sempre lì, Barbino, con le altre donne del paese a fare centrini, ad ascoltare discorsi e confidenze “Le donne raccontavano storie, gli uomini si raccontavano storie” spesso noiose. La scoperta del sesso passa attraverso la vestaglia di mamma, luogo proibito di odori e di sensazioni nuove, impronunciabili. Barbino la indossa e vola con la fantasia: canta, danza. Intanto in paese le voci corrono. Il maestro elementare Petenfio lo circuisce in cambio di una tazza di latte “Non sarebbe stato facile dire chi dei due era preda dell’altro.” Lo scandalo esplode quando Barbino denuncia in un tema gli abusi dell’insegnante di religione, anche lui, praticati su alcuni alunni della scuola, vittime silenziose di un clima di ignoranza e di omertà contro il quale il giovane protagonista si ribella con tutte le proprie forze, a costo di cambiare aria e abbandonare il campo. Inizia così un lungo e avventuroso vagabondaggio fatto di numerosi incontri e di esperienze imprevedibili. Barbino lavora nei bar di Venezia e di Milano dove conosce nientemeno che Eugenio Montale, per poi trasferirsi in Francia. Trovare una sistemazione a Parigi, a migliaia di chilometri da casa, non è semplice. Il giovane si barcamena tra mille mestieri: barista, cameriere, sguattero, sempre per pochi franchi e alla ricerca di un letto. Come un randagio, la notte se ne va in giro per gabinetti pubblici e altri luoghi malfamati a scambiare sesso con altro sesso, sognando l’amore vero, la chimera. Una donna francese, Arlette, lo accoglie a casa sua e lo accudisce come un’ancella. La parte centrale del romanzo è imperniata sul rapporto-scontro tra i due. Arlette è una donna sola e annoiata, sa dell’omosessualità del suo ospite, ma non si rassegna: se ne innamora ma pretende da lui l’impossibile. Barbino è ambizioso: studia, impara la lingua, si lascia tentare dal mondo della danza e dal Folies-Bergère; poi, grazie a una raccomandazione, sceglie di lavorare nella tipografia di una banca, ma non per molto: dopo la Francia, lo attende l’Inghilterra “Non ho né nido né nicchia, né padre né madre né fratelli né amici né amanti né prole. Volo”.

Seminario sulla gioventù è un romanzo fluvuale “una colata di parole” scrive Piero Bertolucci nella postfazione del libro, che ha visto la luce dopo ben diciassette stesure per poi essere ripubblicato negli anni Duemila con l’aggiunta di un capitolo inedito Seminario sulla vecchiaia. Aldo Busi si è spesso autodefinito il più bravo scrittore italiano, e io gli credo; la sua prosa torrenziale – massimalismo argomentativo – rigogliosa, il suo italiano sontuoso, forse inarrivabile, ci sommergono di poesia e di bellezza. Busi ci prende a schiaffi con frasi crude, ma mai volgari, per poi ammansirci con locuzioni dolci e miste di dolore. “Non è un romanzo autobiografico”, ha precisato più volte l’autore. Io invece penso che questo romanzo somigli a Busi più della sua stessa vita.

Angelo Cennamo          

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LA NOIA – Alberto Moravia

La Noia - Moravia

 

“Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà”.

Dino è un uomo annoiato dalla ricchezza, indifferente a tutto e alienato dalla vita sociale. Dopo essere fuggito dalla villa di famiglia e dagli agi nei quali vive sua madre, decide di darsi alla pittura e si trasferisce in via Margutta, nello stesso stabile in cui ha lo studio un vecchio pittore, Balestrieri, noto erotomane, invaghitosi di una sua modella diciasettenne. Proprio durante uno dei ripetuti ed ossessivi slanci amorosi, Balestrieri muore tra le braccia di Cecilia, questo il nome della sua giovane musa ispiratrice e personaggio cardine del romanzo. Cecilia è una ragazzina apparentemente gracile, insignificante; poco loquace, senza idee e senza valori, priva di curiosità e di interessi, completamente apatica ed incapace di esprimersi se non attraverso il sesso “il volto lo aveva rotondo, da bambina; ma una bambina cresciuta troppo in fretta e iniziata troppo presto alle esperienze muliebri.” La Lolita di Moravia ci ricorda un’altra ragazzina disinibita e viziata della letteratura italiana del Novecento, la Laide Anfossi di Un Amore di Dino Buzzati. Come Laide fa impazzire di gelosia l’attempato Dorigo, risucchiandolo nel vortice di un sentimento ossessivo e autodistruttivo, allo stesso modo, la comparsa di Cecilia nella vita di Dino travolge ogni cosa trasformandosi in una presenza angosciante, un delirio infinito dal quale il protagonista non riesce più a liberarsi. Dino scopre di amare Cecilia lo stesso giorno in cui decide di lasciarla. Vedendola sotto braccio con un altro uomo, un attore spiantato e più giovane di lui, è colto da un inspiegabile ed irrefrenabile attacco di gelosia. Inizia allora a seguirla, a spiarla. Decide di pagarla dopo aver fatto sesso, pur di imparare a disprezzarla e riuscire a mandarla via. Dino è un paranoico, e la sua ossessione, così morbosa e paradossale, anziché allontanarlo dall’amante crudele, lo spinge a rilanciare e a proseguire la relazione anche dopo la confessione del tradimento di lei. Tutto sembra perduto. Dino è incapace di sottrarsi al giogo infernale della sua insana passione e alla condanna che si è autoinflitto. Arriva addirittura a  pensare che solo sposando Cecilia riuscirà ad accettare la dura realtà e ad annoiarsi di lei. L’ennesima illusione.

“Eccola la chiave alla base di tutto, la chiave della vita moderna e della vera felicità: essere, in una parola, inannoiabile” David Foster Wallace.

La Noia è un romanzo del 1960, il cardine di una trilogia ideale che Alberto Moravia – al secolo Alberto Pincherle – ha iniziato con Gli Indifferenti e concluso con La Vita interiore. Dire di Moravia che è uno dei maggiori scrittori del Novecento italiano, sarebbe scontato. Non lo è invece azzardare una verità alla quale non tutti danno la giusta risonanza, e cioè che è proprio con Gli Indifferenti  il romanzo d’esordio che Moravia cominciò a scrivere quando non aveva ancora compiuto diciotto anni – e non con i libri di Sartre e di Camus, che ha inizio la corrente dell’esistenzialismo.

Moravia ha saputo raccontare il suo tempo con la scrittura del suo tempo: minimalista, moderna, lasciandoci pagine indimenticabili che a distanza di anni conservano intatto smalto e freschezza. La Noia è uno dei libri migliori, forse il più rappresentativo della poetica e dell’identità moraviana.

Angelo Cennamo

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LO STATO DELLE COSE – Richard Ford

Siamo nel 2000, l’anno del nuovo Millennio e della sfida elettorale tra Al Gore e George Bush. Bascombe, ex giornalista sportivo, ora agente immobiliare, ha cinquantacinque anni e un cancro alla prostata. Vive a Sea-Clift, una cittadina immaginaria sulla costa del New Jersey, luogo affascinante ma desolato, specie nei mesi invernali. Alla vigilia del Giorno Del Ringraziamento, Frank fa un bilancio della propria vita e prova a dare un senso al tempo che gli rimane da spendere, il “Periodo Permanente” lo definisce “quella fase della vita in cui ben poco di ciò che diciamo è virgolettato, quando poche voci contrarie ci insinuano dubbi nella mente, quando il passato sembra più generico che specifico, quando la vita è una destinazione più che un viaggio e quando la persona che sentiamo di essere sarà grosso modo come ci ricorderà la gente una volta schiattati“. Quel tratto del percorso, per capirci, l’ultimo, in cui non provi nessuna paura del futuro perché la vita non è più rovinabile. Nonostante tutto, Bascombe è un uomo sereno, forte e consapevole nei suoi dubbi; sa che non può sfuggire al corso degli eventi ma affronta i giorni che lo separano dalla fine con la passione e la curiosità di sempre. Medita, riflette sul passato, ricorda, se ne va in giro lungo la costa alla guida della sua Suburban, osserva il mondo, il suo mondo fatto di spiagge sconfinate spazzate dal vento, di villette a schiera che compra e vende con il socio Mike – un buddista di origini tibetane, disgraziatamente repubblicano –  di bar semideserti, ristoranti a base di pesce e di stradine attraversate da podisti e surfisti della domenica. Frank deve districarsi tra una ex moglie che vorrebbe tornare da lui, Ann, e la moglie attuale, Sally, che ha deciso invece di lasciarlo per volare in Scozia dal suo primo marito misteriosamente ricomparso dall’altra parte del mondo dopo essere stato creduto morto in Vietnam. A completare il quadro dei protagonisti, i tre figli di Bascombe avuti dal primo matrimonio: Ralph, morto all’età di nove anni, Paul, ragazzo goffo, mentalmente limitato, una specie di scrittore che campa scrivendo biglietti di auguri e che nonostante l’aspetto sgradevole si accompagna a una giovane “Anita Ekberg”; infine Clarissa, l’intellettuale della famiglia, bella, atletica, lesbica ma che si sforza di diventare eterosessuale. L’attesa del Giorno Del Ringraziamento di Frank ci ricorda l’ultimo Natale dei coniugi Lambert ne Le Correzioni di Jonathan Franzen: il desiderio, misto di nostalgia, di allontanare lo spettro della morte e di ricomporre, almeno per una sera, quel che resta di una famiglia sgangherata e litigiosa.

Bascombe ci piace perché è uno di noi. Gli alti e i bassi, le cadute, la speranza, il disincanto, la storia della sua vita, così dannatamente americana, amara e beffarda nel racconto magistrale di Ford, acquista la dimensione universale di tutte le altre storie che toccano i sentimenti più profondi e scuotono le coscienze dei lettori. A questo servono i buoni romanzi, a questo serve la letteratura: a non sentirci soli nel grande respiro del mondo.

Angelo Cennamo

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DI RABBIA E DI VENTO – Alessandro Robecchi

 

 

Di rabbia e di vento - Robecchi

Una parte consistente della produzione letteraria italiana degli ultimi anni è composta da libri gialli o noir che dir si voglia. Molti di questi racconti li pubblica Sellerio, casa editrice palermitana dallo stile grafico riconoscibile per l’eleganza delle sue copertine, tutte blu e dal formato rimpicciolito. In principio fu Camilleri, il maestro siculo dal volto pacioso e dalla voce affumicata, che si diverte a fare il verso a Sciascia e a Pirandello, e che di recente ha raggiunto il traguardo prestigioso (?) dei cento romanzi.  A ruota, un gruppo di giovani autori più o meno interessanti: Manzini, Savatteri, Recami, Malvaldi, che con le loro narrazioni poliziesche disegnano nel contempo una road-map simbolica di tic, vizi e slang della nostra Italia sgangherata. È una prerogativa del giallo italiano quella di riuscire ad allargare lo sguardo ad ambienti che neppure la letteratura generalista riesce a sondare, perché presa, forse, più da drammi esistenziali e vicende familiari. Prendete ad esempio Alessandro Robecchi, figura di spicco di questa pregevole scuderia di autori noir. In un Paese che non sembra avere più niente da dire, ripiegato su se stesso e involgarito da social e tv da strapazzo, Robecchi, con l’epediente del giallo, riesce a costruire storie e ad imbastire trame che ci riportano a precedenti illustri e a letterature di altre latitudini, riuscendo a dare dignità e spessore ad un genere troppe volte sottostimato. Di rabbia e di vento è il suo terzo romanzo. Lo schema è quello collaudato del doppio binario investigativo: da una parte, la polizia – il sovrintendente Carella e il suo vice  Ghezzi  –  dall’altra, Carlo Monterossi, autore pentito di “Crazy love” il programma televisivo di cuori infranti, “paccottiglia emotiva e pornografia dei sentimenti” prodotto dalla “Fabbrica Della Merda” e condotto dalla regina della tv popolare, Flora De Pisis “che Dio ci scampi“. Monterossi è un uomo affascinante, single, facoltoso – frequenta alberghi che “hanno più stelle della Via Lattea” e mangia in ristoranti dove “la lista dei whisky ha più pagine dell’Ulisse di Joyce” – ma quel mondo becero e insulso, fatto di lustrini, ricchezza esibita e tanta leggerezza non gli si confà. Meglio allora giocare al tenente Colombo e andarsene in giro con quell’altro amico suo, Oscar, il giornalista di cronaca nera così spregiudicato e addentrato negli ambienti della mala da sembrare uno di loro. Al centro del racconto, il duplice omicidio di un uomo, proprietario di una concessionaria di auto di lusso, e di una escort di alto bordo, colta, con una laurea in lettere presa con 110 e lode ma appesa sulla tazza del cesso, e una doppia, anzi tripla identità. Sullo sfondo di una Milano grigia e operosa, insolitamente ventosa, Monterossi e Falcone gareggiano con la polizia a risolvere il caso di un tesoro scomparso e di un morto che non è morto, disposto a tutto pur di ritrovare il suo prezioso malloppo. Suspance, denaro e niente sesso con la escort. Di rabbia e di vento è un romanzo brillante, veloce, ironico e dal taglio americano. Molto più di un giallo. Di Torto Marcio, il libro che Robecchi ha pubblicato nel 2017, avevo scritto di preferirlo alla saga di Hap e Leonard di Lansdale. Dopo aver letto Di rabbia e di vento, confermo la mia passione per Alessandro Robecchi e per la sua Milano buzzatiana.

Angelo Cennamo

 

 

 

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IL MONDO SECONDO GARP – John Irving

Il mondo secondo Garp - Irving

Di John Irving – al secolo John Wallace Blunt Jr – scrittore e sceneggiatore del New Hampshire, molti ricorderanno il bestseller uscito nel 1985 che ispirò un film di grande successo, diretto da Lasse Hallström e premiato agli Oscar del 2000: Le regole della casa del Sidro, interpretato da una giovanissima Charlize Theron e da Michael Caine. Sette anni prima, nel 1978, Irving si era consacrato tra i maggiori romanzieri americani con Il mondo secondo Garp, pietra miliare della letteratura Usa del tardo Novecento, uno dei romanzi più amati e venduti di sempre.

Il mondo secondo Garp è il quarto libro pubblicato da Irving, dopo Libertà per gli orsi del 1969, La cura dell’acqua uscito nel 1972 e Doppia coppia del 1974. Negli stessi mesi, Don DeLillo e Philip Roth avevano dato alle stampe, rispettivamente, Cane che corre e Lo scrittore fantasma. Con i suoi romanzi, Irving segue un percorso narrativo diverso rispetto ai suoi, fino a quel momento, colleghi più celebri, diciamo meno avanguardista. Irving preferisce la tradizione popolare del romanzo ottocentesco allo sperimentalismo in voga tra gli autori di culto. Il mondo secondo Garp è un libro che fin dagli esordi ha spiazzato tutti per l’originalità dei contenuti e per la complessità dei molti temi trattati: il sesso, il matrimonio, l’infedeltà coniugale, la famiglia, le differenze dei ruoli uomo-donna, gli albori del movimento femminista, gli alti e bassi di una professione difficile e rischiosa come quella dello scrittore, la resilienza di fronte alle avversità della vita. Irving ha mescolato ogni cosa con grande abilità, costruendo un romanzo folle e comico al tempo stesso, venato di malinconia e carico di emozioni altalenanti, dalla prima all’ultima pagina. Scrive Irving nell’introduzione del libro che il primo a leggere il manoscritto di Garp fu suo figlio Colin, che nel 1978 aveva appena dodici anni. E che la sorpresa più grande fu che lo stesso Colin spiegò al padre quale fosse il senso del romanzo, per l’autore inafferrabile, e quale l’argomento cardine dell’intera narrazione. La paura di morire? Le tentazioni della lussuria? Il rapporto uomo- donna? No: questo libro parla delle paure di un padre, disse Colin. E aveva ragione: quella di Garp è infatti una storia imperniata sul rapporto genitori-figli. Nella prima parte, sul legame ossessivo, soffocante, tra Jenny Fields – la madre “sessualmente sospetta“, la ricca infermiera divenuta icona del movimento femminista dopo aver pubblicato la propria autobiografia “In questo sudicio mondo o sei la moglie di qualcuno o sei una puttana” –  e il giovane Garp, il figlio avuto, anzi preteso da Jenny da un militare “rincitrullito” a causa di un incidente aereo durante la seconda guerra mondiale. Nel prosieguo della storia è Garp, lo scrittore frustrato, insoddisfatto per i suoi romanzi incompresi, che si occupa con apprensione dei figli mentre la moglie insegna al college e si trastulla con il suo giovane amante. Garp è un padre premuroso, curioso, ansioso. Quando Duncan, il figlio più grande, va a dormire a casa di un compagno di scuola, a pochi isolati da casa sua, lui sente il bisogno di andarlo a trovare, di verificare di persona dove abita l’amico e sapere cosa fa sua madre. Garp cucina, rassetta la casa, accompagna Duncan e Walt – il secondogenito – a scuola e in palestra, si preoccupa delle loro condizioni di salute. Nel racconto di Irving, Garp è uno scrittore, un lottatore libero e un marito non sempre fedele. Ma è soprattutto un padre: è questo il ruolo che emerge di più nella sua pazza parabola esistenziale. E Irving lo tratteggia con maestria, incuneandosi tra le pieghe più morbose e indecifrabili della sua personalità bizzarra, inventando intorno a lui una fauna di personaggi picareschi, profondamente umani.

Angelo Cennamo

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IL NIX – Nathan Hill

Chiamarsi Jonathan, per un aspirante scrittore americano, è già un buon inizio. Dell’esordio di Nathan Hill, napoletano della Florida – non sapevo che ci fosse una Naples anche negli Usa – ne avremmo sentito parlare diversi anni prima se il giovane autore di The Nix non fosse incappato nella peggiore disavventura per chi scrive: il furto del pc con dentro appunti, racconti e un romanzo completo. Un brutto colpo che ha costretto Hill a ricostruire pazientemente il suo libro e a rimandare il debutto al 2016. Eccolo allora il romanzo che negli Usa è diventato un caso editoriale prima ancora che venisse pubblicato.

Il Nix racconta la storia di Samuel Anderson, un giovane insegnante di letteratura inglese che di notte è schiavo di un gioco online chiamato “World of Elfscape”, una specie di other life virtuale nella quale il protagonista si connette con milioni di persone di tutto il mondo per combattere elfi, draghi e orchi. Samuel sa che quella distrazione elettronica è una follia, un inutile passatempo che lo allontana da impegni e decisioni importanti, ma non riesce proprio a liberarsene. Dieci anni prima aveva firmato un contratto e ricevuto una barca di soldi per scrivere un libro che non ha più scritto. Quel tempo è scaduto e il suo editore intende fargli causa. Samuel è disperato. Ma proprio quando tutto sembra precipitare, arriva una telefonata che può cambiare il suo destino: Samuel è il figlio di una donna che ha aggredito il candidato repubblicano alla Casa Bianca. Il video dell’attentato rimbalza da un canale televisivo all’altro e su internet ha milioni di visualizzazioni. Faye Andresen, la madre di Samuel, che ha un passato da movimentista hippy e un arresto per prostituzione, a sessant’anni è diventata clamorosamente un’eroina Liberal contro il fascismo repubblicano. I due non si vedono da più di vent’anni, dal giorno in cui lei abbandonò improvvisamente la famiglia per una ragione sconosciuta “me ne vado per un po’. Non avere paura” gli disse. È proprio dietro quella fuga che si cela il mistero del Nix: una leggenda norvegese di uno spirito che può assumere diverse forme e che ogni tanto appare con le sembianze di un cavallo bianco per rapire i bambini. Uno strano incantesimo che separa le persone che si vogliono bene: il Nix è di solito qualcuno che credi di amare. Del passato di Faye, Samuel non sa nulla, ma ora il professore ha una doppia opportunità: ritrovare la madre dopo la sua fuga misteriosa, e ripagare l’editore scrivendo un libro verità su di lei. Le due storie, quella della giovane Faye negli anni del college e della contestazione pacifista, e di Samuel sull’orlo del licenziamento a causa di una denuncia di una sua allieva fannullona che non vuole farsi bocciare, scorrono separate attraverso lunghi flashback per poi intrecciarsi nel presente. Il risultato è un romanzo polifonico di circa 760 pagine, pieno di colpi di scena e di umorismo, scritto alla maniera di un altro Jonathan: Franzen – alcuni passaggi di questa storia ricordano Purity 

Il Nix affronta molti temi interessanti, dai rapporti familiari all’ossessione per la competizione, dalla crisi della cultura umanistica – per l’allieva fannullona di Samuel studiare Shakespeare è solo una perdita di tempo – alla devianza e alla compulsività della connessione a internet. Un altro tema importante del libro è il sogno tradito dei movimenti pacifisti degli anni sessanta. Insomma, tanta roba e ben distribuita in questa magnifica opera prima.

Angelo Cennamo

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IT – Stephen King

IT

Può una città intera essere posseduta? Questa è la storia di sette bambini finiti casualmente in un incubo durante la calda estate del 1957. Siamo a Derry, una tranquilla cittadina nello Stato americano del Maine. Dopo un violento nubifragio, il piccolo George fa navigare tra i rigagnoli di una strada la barchetta che suo fratello Bill gli ha costruito con un foglio di giornale. La strada è deserta. Tutto intorno è silenzio. La barchetta scivola veloce sull’acqua e va ad infilarsi in un crepaccio proprio sotto il marciapiede. George si avvicina alla buca per recuperare il suo giocattolo, ma trova la morte. Ad ucciderlo è un’entità demoniaca che non ha un nome né un volto. Un mostro multiforme arrivato milioni di anni fa a Derry da chissà quale galassia, e che ogni ventisette anni esce dalle fogne della città per seminare il terrore. Lo chiamano It e il suo travestimento più inquietante è quello del clown Pennywise, il pagliaccio ballerino che intenerisce i bambini con i suoi palloncini colorati prima di assassinarli con efferatezza. Un gruppuscolo di ragazzini nati perdenti stringe un patto di sangue per uccidere il mostro. Tra di loro c’è Bill, il fratello maggiore di George, detto anche “Bill tartaglia” per via della sua balbuzie.

“Che branco di miserevoli erano stati: Stan Uris con quel nasone da ebreo; Bill Denbrough che a parte: “Hi-yo, ragazzi!” non sapeva dire niente senza balbettare così spaventosamente da farti torcere le budella; Beverly Marsh con i suoi lividi e le sigarette nascoste nella manica della camicetta; Ben Hanscom, così grosso da sembrare una versione umana di Moby Dick; e Richie Tozier, con quei fondi di bottiglia che aveva per occhiali e i suoi voti da primo della classe e la sua lingua saggia e quella faccia che sembrava supplicare di essere squinternata e ricomposta in forme nuove ed eccitanti. C’era una parola per definirli? Oh sì. C’è sempre una parola. Nel loro caso era: impiastri”. In questo gruppo di sfigati emarginati, per completare il quadro, poteva mai mancare un amichetto “negro”? Certo che no. Il suo nome è Mike Hanlon. Con lui si aggiunge anche Eddie, un asmatico psicosomatico che se ne va in giro con un inalatore placebo in tasca.

Sconfiggere il mostro per il club dei perdenti è evidentemente un’impresa impossibile, se non altro perché It si trasforma in continuazione, assumendo sembianze sovraumane e dipanando la sua furia anche attraverso fenomeni sociali incontrollabili come il razzismo, l’omofobia e il bullismo. Henry Bowser, Victor Criss e Belch Huggins sono l’incarnazione di una gang violenta che tormenta e minaccia di morte ogni singolo membro del club. Eppure il piccolo esercito di Bill, un giorno di luglio del 1958, si ritrova faccia a faccia con il mostro, e dopo aver ingaggiato con lui una lotta serrata e spavalda, lo costringe incredibilmente alla fuga. E’ solo il primo round di una sfida che riprenderà ben ventisette anni dopo, quando a Derry ricominceranno quegli strani delitti: uccisioni di bambini, persone che scompaiono nell’indifferenza, quasi, degli abitanti del posto e dei media, che, per chissà quale ragione, preferiscono occuparsi d’altro. E’ come se ogni cosa facesse parte di un disegno più grande.

I piccoli eroi nel frattempo sono diventati adulti. Non sono più dei perdenti ma uomini di successo, professionisti affermati. Bill è un famoso scrittore di libri horror; Stanley Uris, che da bambino veniva preso in giro “Urina, sporco ammazzacristiani” è un ricco commercialista; Richard Tozier, il quattrocchi rincorso e picchiato da tutti, è diventato un noto deejay “L’uomo dalle mille voci”. Ben il ciccione è finito sulla copertina di Time come il più promettente giovane architetto d’America. Magro, atletico, affascinante. Eddie Kaspbrak gestisce un servizio di limousine a New York, mentre Beverly è diventata un’apprezzata disegnatrice di moda.‎

Cosa ricordano di quella tragica esperienza vissuta tanti anni fa? Nulla. Hanno rimosso tutto, cancellato ogni traccia. Il solo a ricordare è Mike, l’afroamericano, l’unico dei sette che è rimasto a Derry. Gli americani costruiscono il loro successo sull’oblio, sembra volerci dire Stephen King. E’ la loro forza ma anche una debolezza, perché talvolta finiscono per ripetere gli errori del passato. Ma i neri non dimenticano. Mike Hanlon, il depositario della memoria, sa che It è tornato, chiama i suoi amici e li convoca a Derry per l’ultimo atto di quella sfida infernale.

Siamo alla seconda parte della storia. E’ il 28 maggio del 1985. Cosa accade la sera di quel 28 maggio nella vasca da bagno di Stanley Uris, da pagina 64 a pagina 68, non ve lo dico. Ma qualunque cosa vi suggerisca la parola “suspense” non si avvicina neppure lontanamente a quanto leggerete in quel paragrafo del libro.

Ritrovarsi dopo tutto quel tempo è per i perdenti di Bill un’esperienza sicuramente emozionante, ma anche molto dolorosa. Fare i conti con gli spettri dell’infanzia, con la paura di quei giorni, ricordare l’indicibile, mette agitazione “una parte di loro non era mai cresciuta, non aveva mai lasciato Derry”. Ora ogni tassello di quella vicenda riacquista limpidezza e si rinnova nella sua dimensione tragica. I lividi riaffiorano come i ricordi rimossi, e perfino la balbuzie di Bill ritorna quella di un tempo. Sono le ultime cento delle 1.315 pagine che compongono il romanzo, quelle del gran finale, del redde rationem.

It è il capolavoro di Stephen King, ed è anche uno dei libri più conosciuti della sua vasta produzione letteraria. Esce nel 1986, a pochi mesi di distanza da un altro grande romanzo: Amatissima – Beloved nella versione originale – di Toni Morrison, premio Pulitzer nel 1988. Quelle di Morrison e di King sono storie diverse ma accomunate da uno stesso tema: la rimozione del ricordo. Come i sette amici di It, infatti, anche la protagonista di Amatissima vorrebbe dimenticare la tragedia di sua figlia, da lei stessa uccisa per sottrarla all’orrore della schiavitù.

Il romanzo di King è prodigioso, trascinante fino all’ultima riga. Relegarlo sotto l’etichetta del genere “horror” è un’ingenerosa diminutio, dal momento che il libro affronta argomenti anche più interessanti della paura generata dal mostro, come l’infanzia, l’amicizia e il successo, che in Amarica viene spesso costruito sulla damnatio memoriae. Un romanzo di formazione, dunque, dalle venature fantasy e horror, nel quale ritroviamo brandelli di altre opere celebri: Oliver Twist di Charles Dickens e, perché no, Le Avventure di Augie March di Saul Bellow. Potevano bastare settecento o ottocento pagine a King per raccontare le peripezie dei suoi perdenti? Probabilmente sì, ma la storia avrebbe perso una parte consistente del suo fascino, quella che indiscutibilmente possiedono tutte le narrazioni voluminose, dall’Ulisse di Joyce a Il cardellino di Donna Tartt.

Angelo Cennamo

      

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LA CARTA E IL TERRITORIO – Michel Houellebecq

La carta e il territorio - Houellebecq

Meglio la realtà o la sua rappresentazione?

La carta e il territorio è il romanzo più complesso ed originale di Michel Houllebecq, vincitore del premio Goncourt nel 2010. Il libro racconta la vita di Jed Martin, un pittore e fotografo parigino “tranquillo e senza gioia, definitivamente neutro“. Manca poco alla vigilia di Natale. Quella sera Jed la trascorrerà nella casa di riposo di suo padre, un ex impresario edile, rimasto vedovo nei primi anni di matrimonio a seguito del suicidio della moglie. Jed è cresciuto da solo, in collegio, leggendo molti classici ed appassionandosi alla storia dell’arte. Cosa avranno da dirsi lui e suo padre? Poco o nulla “Nei paesi latini, la politica può bastare ai bisogni di conversazione dei maschi di mezza età o di età avanzata; essa viene talvolta sostituita nelle classi inferiori dallo sport“. La cena nel grigio ospizio è un incontro tra due solitudini, silenzi prolungati intervallati da sguardi pensierosi, assenti fino al commiato. Un appuntamento di circostanza, si direbbe, deprimente, triste come l’ambiente che li circonda e come l’atmosfera che pervade tutta la narrazione. Un giorno i due si ritrovano in un lungo viaggio, in autostrada. Jed compra una carta Michelin. Una folgorazione “L’essenza della modernità, dell’apprendimento scientifico e tecnico del mondo vi si trovava mescolata con l’essenza della vita animale“. E’ l’inizio della sua rivoluzione estetica, la svolta che lo porta a fotografare solo carte Michelin e ad innamorarsi di Olga, una russa molto affascinante “una delle cinque più belle donne di Parigi“.

Il grande successo non tarda ad arrivare. Ha il volto e la scrittura di un grande autore francese, personaggio schivo e notoriamente sociopatico: Michel Houllebecq “Era di dominio pubblico che Houellebecq era un solitario con forti tendenze misantropiche; era tanto se rivolgeva la parola al suo cane”. Lo scrittore vive in un luogo sperduto della campagna irlandese. Jed vola da lui per chiedergli di scrivere il catalogo di una sua mostra. L’incontro tra i due è esilarante. L’erba del giardino è altissima e trascurata. La casa, grande, con molte stanze vuote e scatoloni a terra, fa pensare che Houellebecq ci si sia trasferito da poco “Si è appena sistemato qui? Sì. Insomma, sono tre anni“. Il pittore e lo scrittore sono identici: entrambi annoiati, apatici, insofferenti, delusi dall’umanità “dopotutto anche lui non provava per la vita che un amore incerto, passava per qualcuno di piuttosto riservato e triste”. Da questo momento, il romanzo si trasforma in un divertente gioco di specchi nel quale l’autore della storia si riflette nel protagonista e nel suo doppio. Il ritratto che Jed dipinge allo scrittore per ripagarlo del catalogo è l’espediente letterario attraverso il quale Houellebecq, prima ancora di essere ammazzato per mano di uno sconosciuto, scompare dalla realtà per diventare un’opera d’arte, la rappresentazione di sé.

La carta e il territorio è un libro sul denaro, sull’amore, e sul rapporto tra padre e figlio. Ma è soprattutto una riflessione profonda sulla condizione umana e sulla morte. Un romanzo totale, scritto in modo magistrale dal genio eretico della letteratura europea. Un libro a tinte fosche, ma nel contempo venato di molta ironia. Come in altri suoi romanzi, anche in questo Houllebecq sembra riannodare i fili dell’esistenzialismo, e individuare nella finzione artistica la sola via di fuga da una realtà spesso deludente e monotona. La carta è meglio del territorio.

Angelo Cennamo

              

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LEVIATANO – Paul Auster

Leviatano - Paul Auster

“Sei giorni fa un uomo si è fatto saltare in aria sul ciglio di una strada del Wisconsin del nord. Non ci sono testimoni, ma pare che fosse seduto sull’erba accanto alla macchina intento a costruire una bomba, quando questa gli è esplosa ‎fra le mani per sbaglio. Secondo i referti dei medici legali che sono stati appena diramati, l’uomo è morto sul colpo”.

L’incipit di Leviatano – romanzo di Paul Auster uscito nel 1992 e pubblicato in Italia da Einaudi  –  è di quelli che non si dimenticano. La vittima dell’esplosione è Benjamin Sachs: uno scrittore di successo, dal vissuto turbolento e avventuroso. Il primo a scoprire la sua identità è l’amico e collega Peter Aaron, il quale, dopo aver appreso la tragica notizia, decide di ricostruire, passo dopo passo, gli ultimi anni di quella vita sbandata, convulsa e misteriosa, che lui solo conosce. Ben e Peter sono legati da una lunga amicizia nata per caso in un gelido inverno dentro un bar di New York. La scena del loro primo incontro è un gioiello di tecnica narrativa, forse la parte più interessante dell’intero romanzo. In quel tempo lui e Ben sono due giovani scrittori spiantati in cerca di gloria, due sognatori come ne incontriamo tanti nella letteratura americana, dall’Arturo Bandini di Fante al “disperato, erotico, stomp”  Bukowski. Storie parallele che mano mano finiscono per intrecciarsi pericolosamente oltre il dovuto, oltre la soglia dell’adulterio della moglie di Ben, e oltre il naturale rifiuto della crudeltà. Il rapporto che lega Ben a Peter sembra impossibile da scalfire, nonostante tutto.

Leviatano è il titolo che Sachs ha scelto per il romanzo che ha iniziato a scrivere in una baracca del Vermont, lontano dal mondo, dal suo mondo, dopo una brutta convalescenza che lo ha trasformato, cambiato dentro, al punto da spingerlo a rimettere in discussione gli affetti più cari e le proprie ambizioni di scrittore. Il libro finirà per scriverlo Peter, l’unico depositario di una verità difficile da spiegare e forse poco credibile.

Leviatano è un libro ambizioso, scritto magnificamente, che affronta i temi del tradimento e del fallimento. È soprattutto una carambola di eventi – incontri, incidenti, romanzi scritti e romanzi mai finiti – del tutto imprevedibili, governati unicamente dal caso. La vita di ciascuno è in totale balia del caso, scrive Paul Auster sulla copertina. È la cifra, questa, di tutta la sua produzione letteraria e questo libro non fa eccezione. L’impressione però è che questa volta Auster abbia esagerato: la lunga sequenza di eventi fortunosi che sovrasta la storia di Benjamin, la ricerca affannosa, quasi maniacale, della “strana combinazione” che deve per forza legare ogni step della trama, finisce infatti per ostacolare quel naturale processo di compenetrazione tra lettore e personaggio che rende la narrazione più intrigante, e per allontanare la storia da una realtà possibile e ripetibile. L’eccesso di zelo, o forse l’azzardo, che separa un buon romanzo dal capolavoro.

Angelo Cennamo

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22.11.63 – Stephen King

Stephen King

Nel suo saggio, interessantissimo, sulla narrativa americana ( Americana – minimum fax editore)  – Luca Briasco divide gli scrittori in due categorie: gli status author – gli autori  che scrivono seguendo il proprio istinto, senza tenere conto delle mode e delle tendenze del momento – e i contract author,‎ quelli più attenti al marketing, che con i lettori stipulano un patto per assecondarne gusti e preferenze. Mi è venuta in mente questa distinzione, che Briasco nel suo libro formula per spiegare il dualismo tra Jonathan Franzen e David Foster Wallace, mentre leggevo uno dei romanzi più apprezzati di uno scrittore americano che, per chissà quale ragione, sbagliata, parte della critica continua a considerare minore rispetto alla nobile nomenclatura da Pulitzer. Lo scrittore è Stephen King, il romanzo è 22.11.63. Nella sua lunga carriera King di romanzi ne ha pubblicati più di 50, vendendo oltre 500 milioni di copie in tutto il mondo. Sono numeri impressionanti che non collimano probabilmente con l’idea e con la personalità del romanziere d’avanguardia, lo sperimentalista, lo status author esemplificato da Briasco nel suo manuale. King non ha la scrittura colta e rigogliosa di Philip Roth, né lo spessore filosofico di Don DeLillo, o l’introspezione romantica di Carol Joyce Oates; la sua prosa è ruvida come la moquette di un hotel fuori stagione, aspra come un sorso di whisky che ti brucia nella gola. King tuttavia possiede una qualità rara: sa evocare atmosfere e ambientazioni, talvolta surreali, che solo il  cinema riesce riprodurre con la stessa fedeltà e verosimiglianza. Non è un caso che dai suoi romanzi siano stati tratti diversi film di successo: It, Cujo, Il miglio verde, Shining, Le ali della libertà, Misery.

King è un costruttore di suspense più che di parole; le sue trame ipnotizzano i lettori alimentando una misteriosa empatia con l’autore. È l’empatia la cifra di King. Quella capacità fuori dal comune di sorprendere, turbare e incuriosire fino allo spasimo. Le sue storie sono squarci spazio-temporali che si rincorrono in un dedalo di suggestioni vibranti, l’apoteosi di un’immaginazione sempre fervida e inesauribile. King confeziona sogni. E quanti si  ostinano a considerare i suoi romanzi un sottoprodotto della cultura di massa, un intrattenimento leggero, farebbero bene a riflettere sulla complessità del mosaico che è al centro di ogni buona narrazione, oltre che sulla bellezza intrinseca della scrittura, importante sì, ma non sufficiente a fare di uno scrittore un grande scrittore. Non si può  conoscere a fondo l’America e la letteratura americana senza aver letto i romanzi di Stephen King, senza aver conosciuto quel suo modo favolistico di raccontare i nostri lati oscuri, il brivido dell’imprevisto, e quella sensazione di precarietà che non ci abbandona mai.

22.11.63 esce nel 2011. Non è uno dei soliti romanzi diabolici ai quali King ha abituato i suoi fan. Il libro racconta la storia di un tranquillo professore di inglese che insegna in un liceo di una cittadina del Maine. Il suo nome è Jake Epping, ma ve ne dimenticherete presto perché il protagonista, per le ragioni che spiegherò più avanti, assumerà fin da subito un’altra identità. Un giorno di inizio estate, infatti, Jake viene a conoscenza di un segreto che ha dell’incredibile. A rivelarglielo è Al, il gestore della tavola calda dove lui si trattiene spesso a pranzo con i colleghi del liceo. La dispensa del ristorante di Al nasconde un varco che conduce nel passato  “la buca del coniglio“. Pochi passi su una scala immaginaria e chi la percorre si ritrova nel 1958.

Non importa quante volte l’attraverserai: uscirai sempre sul piazzale di una fabbrica tessile di Lisbon Falls, ore 11.58 del 9 settembre 1958. E non importa quanto a lungo resti in quel passato: al ritorno, nel tuo presente saranno trascorsi due minuti. Sempre due minuti“. Jake è incredulo, ovviamente frastornato. Ma è qui che la storia entra nel vivo: Al chiede al suo amico di compiere una missione impossibile “Se mai hai voluto cambiare il mondo, questa è la tua occasione. Salva Kennedy. Salva suo fratello. Salva Martin Luther King. Ferma le rivolte razziali. E forse fermerai anche la guerra in Vietnam“. Il vecchio chef ci aveva già provato prima che il cancro consumasse le sue ultime forze e il tempo necessario per sopravvivere fino a quella tragica giornata di novembre, quando lo sconosciuto, fino ad allora, Lee Oswald mirò alla testa di JFK.
Jake accetta la sfida. Prende i risparmi di Al, i quaderni con gli appunti che il suo amico moribondo ha raccolto nelle precedenti incursioni oltre la buca, una patente falsa intestata ad un tale George Amberson, e parte per la sua seconda vita come un alieno per una galassia sconosciuta. “Ma il passato è inflessibile. Non vuole essere cambiato”.

22.11.63 è un romanzo lungo ed estenuante, con un impianto narrativo solido, ben strutturato, che si rifà alla tradizione popolare ottocentesca-dickensiana, e che ruota intorno a due vicende parallele: il drammatico attentato a John Kennedy, e la storia d’amore, molto commovente, tra il protagonista e una donna che non riesce a liberarsi dai fantasmi del suo passato. Un libro ricco di colpi di scena che ci spalanca gli occhi sul falso mito dell’irreversibile, scritto con leggerezza ed ironia da un maestro della letteratura contemporanea. Un viaggio folgorante, dal New England al Texas, attraverso la musica, i colori e i paesaggi dell’America rurale, bigotta e razzista degli anni ’60. Una sequela infinita di incontri e di misteriosi déjà-vu, con tanti personaggi, così uguali e così diversi, protagonisti e comparse insieme nel gigantesco affresco che King dipinge per rappresentare sentimenti e miserie di un’umanità sospesa nel tempo. L’amore, la morte, il destino.

Angelo Cennamo

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