PORTNOY – Philip Roth

1969. L’America non si è ancora ripresa dagli assassinii dei fratelli Kennedy e Martin Luther King – James Ellroy, Don DeLillo e Stephen King ne hanno tirato su un bel po’ di libri. Philip Roth pubblica il romanzo della consacrazione dopo le buone prove di Goodbye, Columbus, Lasciar andare e Quando lei era buona. L’invenzione di Nathan Zuckerman arriverà qualche anno più tardi, ma il gioco della simulazione si vede già: Portnoy è Roth, e il padre assicuratore di Portnoy è Herman Roth, il padre di Philip che più avanti sarà coprotagonista in Patrimonio. 

È la stagione del figlio, quella in cui Roth  interpreta il ruolo che gli riesce meglio, quella del contestatore, del ribelle. Nella finzione, il romanzo è Carnovsky, l’opera blasfema che farà infuriare la comunità ebraica e morire di crepacupre il padre di Zuckerman. Alex Portnoy è un trentatreenne piccolo borghese, con un impiego dignitoso al Comune di New York. È lì, sdraiato sul lettino del suo psicanalista a raccontare i tic e le nevrosi che lo accompagnano dall’infanzia. Tutto il libro è un lamento, vorticoso, incessante, comico, esilarante. Il 16 maggio il monologo di Roth torna in libreria con l’editore Adelphi, la nuova traduzione di Matteo Codignola e un titolo che fa storcere il naso ai puristi: semplicemente “Portnoy”. La versione di Adelphi / Codignola sarà una buona occasione per rileggerlo come se fosse la prima volta. Non si può smettere di leggere Roth, è come fare il tagliando all’automobile o le analisi del sangue. Certi libri ci danno il senso della distanza e della vicinanza alla storia, a un luogo, in questo caso a un modo di sentire e di vedere il mondo. L’uomo sul lettino racconta i conflitti con il padre, ebreo come lui, ma Alex non vuole esserlo (non vuole credere nel dio di Abramo, in nessun altro dio); l’odio-amore-incestuoso per la madre, ossessionata dall’ordine e dall’igiene (padre e madre sono “I più eminenti produttori e confezionatori di colpevolezza dei nostri tempi”); la misoginia che lo fa scappare dalle donne e dal matrimonio –Scimmia è il nomignolo affibbiato alla fidanzata ninfomane, gretta, ignorante, che fa sesso orale mentre lui declama poesie di Yeats. L’onanismo compulsivo della prima adolescenza – il dialogo tra lui, chiuso in bagno, e i genitori preoccupati per la sua finta diarrea – è una delle scene più divertenti del romanzo. Non aspettatevi il Roth più riflessivo, acuto della piena maturità, quello de La macchia umana, di Pastorale o Sabbath: lasciatevi andare. Il flusso lamentoso di Portnoy ci porta alla verbosità inarrestabile di un altro sconclusionato della letteratura americana, al giovane Holden di Salinger, il ragazzaccio mezzo matto che deve annunciare ai suoi genitori di essere stato cacciato dal liceo. Di fatto, Portnoy ne è il sequel: Portnoy è Holden Caulfield da adulto. La storia di Caulfield si conclude in una clinica psichiatrica, quella di Alex Portnoy ha come unica ambientazione lo studio del suo psicanalista. Disperati, erotici, stomp.

Angelo Cennamo

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GALVESTON – Nic Pizzolatto

Nic Pizzolatto è originario di New Orleans. A molti di voi il suo nome non suonerà familiare, ma se dico True detective? Galvestone, il suo primo romanzo, risale 2010. In Italia fu pubblicato la prima volta da Mondadori, in questi giorni è ritornato in libreria con minimum fax e la traduzione di Giuseppe Manuel Brescia. 

È il 1987. Roy Cady, soprannominato Big Country, è un quarantenne texano, alcolizzato. Si guadagna da vivere riscuotendo debiti e ammazzando persone per conto di un boss mafioso chiamato Stan Ptitko. Roy ha due grossi problemi: la sua fidanzata lo tradisce col boss; il medico gli ha diagnosticato un cancro ai polmoni. Quando Stan organizza un’imboscata per farlo fuori, a morire sono i suoi sicari, mentre Roy e una prostituta adolescente, Raquel (Rocky) Arceneaux, sopravvivono e fuggono insieme dalla Louisiana verso il Texas. Rocky è una ragazza inesperta e poco  coraggiosa. Come Roy, viene dal Texas orientale, un “mondo ondulato di kudzu, alberi scheletrici e di acque buie” che “sembrava significare qualcosa per lei, come significava qualcosa per me… Il paesaggio aveva una gravità che ci riportava indietro nel tempo, ci possedeva con le persone che eravamo stati”. Rocky prova a sedurre Roy, Roy le resiste. Ma quanto durerà questo giochino? I due raccolgono una terza compagna: Tiffany, la sorellina di Rocky, di tre anni, che Rocky libera da un patrigno lurido minacciandolo con una pistola. I tre giungono all’Emerald Shores, un motel sulla strada a pochi isolati dalla spiaggia di Galveston. Lì si uniscono a un gruppo di disadattati, come i protagonisti anime perse, in fuga dalla rovina, unite da una fragilità comune e da una vaga speranza di redenzione “Tutte le persone deboli condividono un’ossessione di base: si fissano sull’idea della soddisfazione”. 

Di stereotipi ne incontrerete tanti, leggendo il libro: la fuga, la solitudine, il confronto generazionale, l’amore impossibile, la vita e la morte che si toccano, la sconfitta, lo squallore, ma Pizzolatto è bravo a non cascarci dentro, e a tenere in apprensione i lettori sul finale della storia. Galveston è un noir come Dio comanda. La spiaggia di Pizzolatto ricorda la San Diego di Don Winslow: mancano le tavole del surf ma c’è tutto il resto.  

Angelo Cennamo

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IL COLORE DELL’ACQUA – James McBride

Uscito negli Usa nel 1995 e pubblicato per la prima volta in Italia da Rizzoli nel 1998, Il colore dell’acqua torna in libreria in questi giorni con l’editore Fazi – che di McBride ha già pubblicato The Good Lord Bird (2021), Il diacono King Kong (2023), L’emporio del cielo e della terra (2024) – e la traduzione di Roberta Zuppet. Più che un romanzo è l’autobiografia dell’autore nonché il suo fortunato esordio nella narrativa. Tradotto in oltre venti paesi con milioni di copie vendute, il libro ha due voci narranti (quella di McBride e quella di sua madre, con paragrafi alternati in corsivo) e un bel po’ di ingredienti del Grande Romanzo Americano. Intanto è la storia di una migrazione e di una bizzarra mescolanza etnica: Rachel Deborah Shilsky, la madre di James e di altri undici figli, nasce nella Polonia invasa da Hitler, fugge ad Harlem, sposa un uomo di colore e viene ripudiata dai suoi familiari. Da questo momento Rachel diventa Ruth, Ruth McBride Jordan. In secondo luogo, è la storia di un sogno realizzato, forse sarebbe più corretto dire utopia: come si può immaginare che un ragazzino di colore cresciuto con una madre (bianca), un patrigno quasi assente e così tanti fratelli e sorelle arrivi a frequentare il college e a diventare uno scrittore di successo? Il romanzo è pieno di personaggi, alcuni importanti altri gregari, e nella sua parte in corsivo, quella in cui è Ruth a raccontare, incrocia un altro romanzo di McBride: L’emporio del cielo e della terra, le due storie si somigliano. Ma Il colore dell’acqua è soprattutto la storia di Ruth, di una donna stroardinaria, coraggiosa, spavalda, tenace, instancabile, a metà tra la Magnani di Mamma Roma e Ages Bain del romanzo di Douglas Stuart (Storia di Shuggie Bain). A cinquantuno anni, vedova del primo marito ma ancora “bella e sottile”, odiata da tutti, bianchi e neri, la vediamo andare in giro per Brooklyn su una vecchia bici azzurra, e governare la sua prole secondo gerarchie rigidissime “il sistema del re / regina”, mettendo al primo posto lo studio e la fede. Non era una materialista, pensava che senza la conoscenza la ricchezza non servisse a nulla, “che in America la cultura mescolata alla religione fosse il modo per uscire dalla povertà… Gli anni dimostrarono che aveva ragione”. La New York degli anni Sessanta è una metropoli tentacolare, scenario di mille vicende storiche, tra rivoluzioni, proteste, fermenti culturali: senza questo contorno neppure McBride sarebbe diventato James McBride. Ciononostante ne Il colore dell’acqua tutto si ripete secondo logiche artistiche nuove ed originali. Il romanzo di McBride, come la sua stessa vita, è un meraviglioso miscuglio di colori, di suoni e di storie americane. 

Angelo Cennamo

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LA GRANDE PIENA – Louise Erdrich

The mighty red, in Italia La grande piena, con Feltrinelli editore e la traduzione di Silvia Rota Sperti, è in parte una commedia romantica, in parte una saga familiare. La storia, ambientata nella cittadina di Tabor, nel Nord Dakota, nel post Lehmhan Brothers (la crisi finanziaria del 2008), ruota intorno al triangolo amoroso tra Gary Geist, giovane giocatore di football e rampollo di una ricca famiglia di proprietari terrieri; Kismet Poe, un’adolescente destinata a una brillante carriera universitaria fuori città e figlia di una trasportatrice di barbabietole da zucchero dipendente della fattoria dei Geist (Crystal); e Hugo Dumach, un libraio nerd che regala a Kismet una copia di Madame Bovary per alimentare in lei il dubbio e provare ad allontanarla dal rivale. Il romanzo si apre con Gary che chiede goffamente a Kismet di sposarlo. Lei lo allontana, ma dopo una serie di altri tentativi, inspiegabilmente e contro ogni pronostico, la ragazza cede, quasi plagiata dalla fragilità del suo corteggiatore stalker. Kismet dunque si lascia convincere, ma nel corso del romanzo rimarrà sempre combattuta, lo sarà anche dopo le nozze: l’attrazione per Hugo resisterà oltre ogni promessa e vincolo. In una trama parallela, Martin, compagno di Crystal e attore teatrale fallito, abbandona Kismet e sua madre dandosi alla fuga con i fondi per la ristrutturazione della chiesa locale. Le voci e i pettegolezzi sulla scomparsa di Martin investono anche altre questioni come l’uso e la difesa della terra, le difficoltà economiche della comunità di Tabor nel tempo peggiore dopo il Wall Street Crash, un incidente occorso a Gary e ai suoi amici. Insomma, nel libro di Erdrich c’è molta carne al fuoco, con tanti personaggi secondari che entrano ed escono dalla storia, ma non tutti questi blocchi narrativi sembrano intersecarsi nel modo giusto, specialmente il tema ambientalista e la crisi degli agricoltori con i dubbi amorosi di Kismet, che restano la parte principale e la più interessante della storia. La grande piena va accettatto per quello che è: un romanzo ben scritto e ben calato nel contesto tipico di Erdrich, ma confuso, con alcune parti divertenti, altre lente e un po’ noiose. 

Angelo Cennamo






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SUNDOWN, YELLOW MOON – Larry Watson

Bismarck, North Dakota, una giornata qualunque del 1961. Un sedicenne sta tornando da scuola insieme al suo compagno Gene. I due vengono distratti dal suono di una sirena. Un’ambulanza. Un’auto della polizia. Qualcuno si è suicidato dopo aver ammazzato un noto politico della zona, il suo nome è Raymond Stoddard: è il padre di Gene. Inizia come il più classico dei noir Sundown, yellow moon, il romanzo del 2007 che Larry Watson ha intitolato come un vecchio successo di Bob Dylan, arrivato in Italia in questi giorni con l’editore Mattioli 1885 e la traduzione di Nicola Manuppelli. Qual è il movente del delitto, e perché mr. Stoddard, subito dopo aver stroncato la vita del senatore Monty Burnham, ha deciso porre fine anche alla sua? L’intera trama del romanzo ruota intorno all’enigma irrisolto, ma questo clima di sospensione e di incertezza Watson lo adopera per spingere la storia in altre direzioni. Lo studente senza nome oggi è uno scrittore affermato, e quella vicenda l’ha ricostruita a modo suo, scomponendola e trasformandola in fiction. Il doppio fondo zuckermaniano di Watson è il vero fulcro del romanzo, che dall’inizio alla fine scorre sul doppio filo della verità e della supposizione. Il vero e il falso si alternano anche nelle trame parallele a quella iniziale: l’amore conteso dai due amici per la seducente Marie Ryan; la nuova relazione della vedova di Raymond, Alma… Le ipotesi sulla tragedia di Keogh Street vengono vagliate e rielaborate ad alta voce nella fantasia del futuro scrittore, e la finzione diventa corsivo.

Cosa si nasconde dietro quel pomeriggio di un giorno da cani, uno squallido gioco di potere politico o una turbolenta vicenda di passioni? “La mia ipotesi non richiede molto altro oltre a ciò che sappiamo delle vite dei protagonisti, e alla consapevolezza che per portarci verso l’omicidio e l’autodistruzione nulla ha un potere simile a quello dell’amore”.  

Sundown, yellow moon è un romanzo sulla memoria e la sua dissimulazione, la storia di un’amicizia, di un apprendistato, di vita e di scrittura, la storia di un amore tradito. Se non avete letto nulla di Larry Watson, cominciate da Sundown, yellow moon, poi recuperate i superlativi Montana 1948 e Le vite di Edie Pritchard. 

Angelo Cennamo

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IL GIORNO DELL’APE – Paul Murray

Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo e il modo dei Barnes non potreste paragonarlo a quello di nessun altro. The bee sting – Il giorno dell’ape – dello scrittore irlandese Paul Murray è arrivato in Italia (con Einaudi e la traduzione di Tommaso Pincio) sull’onda di giudizi che definire entusiastici sarebbe poco: romanzo dell’anno per diverse riviste americane; uno dei più importanti libri di questo quarto di secolo per Sandro Veronesi; somiglia a Le correzioni di Jonathan Franzen, a detta di qualcun altro. Mi pare tutto molto esagerato o forzato. Intanto il Franzen de Le correzioni non c’entra nulla con questo libro: Franzen è più sofisticato di Murray, che del collega americano ha però più senso dell’umorismo, questo lo si può dire. E poi nelle dinamiche dei Lambert il gap generazionale è marcato, più centrale, porta a forme e architetture di maggiore precisione. Di cosa parliamo allora. Di un romanzo familiare in piena regola (il riferimento a Franzen ha senso per questo) che sorprende per l’ampiezza e gli incastri dei suoi blocchi narrativi. La storia è ambientata dopo la crisi economica del 2008, ma con dei salti all’indietro di quattro decenni. Murray alterna le voci e le prospettive dei protagonisti: moglie e marito (Imelda e Dickie), e i loro due figli (Cass e PJ). I Barnes sembrerebbero una sana famiglia della borghesia rurale irlandese; proprietari, come gli Angstrom di John Updike, di una concessionaria di auto. Ora però gli affari vanno male e lo spettro della povertà smorza sorrisi e finzioni. No, i Barnes non sono quello che sembrano. Cass è un’adolescente tormentata dall’incertezza del futuro e manipolata dalla sua amica Elaine, figlia di Mike, un viscido mercante di bestiame che potrebbe non solo incunearsi nella gestione della concessionaria ma approfittare dell’infelicità sessuale di Imelda. Il flusso di coscienza joyciano della bellissima signora Barnes è senza segni di interpunzione. Dickie gestisce “il garage” ma non pare portato per quel mestiere: legge i libri, pensa al clima e alla natura. Per farsi notare e riunire i genitori, prossimi al divorzio, PJ immagina di fuggire e nascondersi da un suo follower. La sola persona che può risollevare le sorti della famiglia è il vecchio Maurice, il suocero di Imelda che anni prima era stato costretto a lasciare l’azienda a Dickie. La comparsa sulla scena del ricco copostipite, che oggi trascorre le giornate a giocare a golf in Portogallo, consente a Murray di aprire la storia con dei succulenti flashback: prima di sposare Dickie, Imelda era fidanzata con suo fratello Frank, promessa del calcio, morto tragicamente a pochi giorni dalle nozze. Murray è bravo a scavare nel torbido e a sorprendere sia i lettori che i personaggi, nessuno dei quali sa dei segreti degli altri. I Barnes sono profondamente soli e infelici; i loro drammi, esistenziali sessuali economici, formano singoli romanzi dentro il romanzo. Ma al di là degli errori e delle imposture, è facile simpatizzare con ognuno dei protagonisti, anche perché tutti e quattro ci appaiono bisognosi di amore, di maggiore considerazione, di essere capiti. Nei conti della concessionaria c’è un buco di diversi milioni. Cosa sarà mai accaduto? E per colpa di chi? Di fronte al disastro, sull’orlo dell’abisso, Dickie guarda altrove, costruisce un bunker nel bosco dietro casa. L’imminente catastrofe economica viaggia sul binario di una possibile crisi ambientale, ma niente di woke. Il bunker è come l’arca di Noè, l’illusione o la speranza di Dickie è quella di traghettare la famiglia in un posto sicuro, entrare in una nuova vita, ribaltare tutto. 

Angelo Cennamo

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IL TAGLIAPIETRE – Cormac McCarthy

Dramma in cinque atti. Un’opera teatrale dunque, scritta nella sua stagione più feconda, qualche anno dopo Meridiano di sangue e contemporaneamente alla Trilogia della frontiera. Teatro. Ma quale opera di Cormac McCarthy non ha a che fare col teatro, dagli abissi e le visioni di Stella Maris e de Il Passeggero ai tormenti di (Cornelius) Suttree? Il tagliapietre uscì negli Stati Uniti nel 1994 ma ebbe poca fortuna; oggi ne avrebbe avuta ancora meno, con l’autore processato di appropriazione culturale e minacciato ai reading o sotto casa da frotte di lettori woke: come si permette quello yankee di McCarthy di scrivere di quattro generazioni di neri? Il libro, in Italia in questi giorni con Einaudi e la traduzione di Maurizia Balmelli, racconta (molto brevemente, meno di 130 pagine) le vicende della famiglia Telfair, arrivata a Louisville, Kentucky, dalla Carolina del Sud. Il protagonista della pièce, ambientata perlopiù nella cucina di casa, è Ben, nipote dell’ultracentenario Papaw, un trentenne che ha riununciato agli studi universitari per fare il lavoro del nonno: lo scalpellino.  

“Se non fosse stato per lui avrei fatto l’insegnante… Il mestiere non era nei libri. Ce lo tenevamo stretto al cuore. Ce lo tenevamo stretto al cuore ed era come un potere e sapevamo che non ci avrebbe tradito”.

Il testo è una specie di parabola biblica (“Un muro è fatto allo stesso modo in cui è fatto il mondo. Una casa. Un tempio”) nella quale Papaw assume il ruolo dell’Altissimo e Ben quello di Cristo. Big Ben, che al mestiere del padre e del figlio preferisce il cemento e che sguazza in affari loschi, è Giuda.

“All’origine di tutto… c’è il mestiere… La sua arte è la più antica che esiste”. L’uscita di scena del patriarca, saggio e silenzioso, innesca la spirale tragica del peccato e della morte. Non saprei dire se l’insuccesso de Il Tagliapietre sia derivato da una retorica un po’ forzata sulla condizione dei neri e in alcuni passaggi su quella delle donne: a pagina 46, sentiamo dire dalla sorella di Ben alla madre: “Tu pensi che gli uomini nascano con dei diritti che le donne non hanno. Che possano andare e venire come uccelli migratori e che sia perfettamente naturale… Certo che è naturale – risponde la madre – Tu cerchi di cambiare la natura”. Dettagli, forse. Nella profonda simbiosi tra Papaw e suo nipote Ben, ho rivisto lo stesso rapporto, ma capovolto, di Nick Molise col figlio Henry ne La confraternita dell’uva di John Fante, il più bel romanzo americano sulla paternità insieme a Patrimonio di Philip Roth. Come Papaw, Nick è uno scalpellino, ma Henry lo ha tradito scegliendo il mestiere dello scrittore. Pur di riavvicinarsi al padre, l’alter ego di Fante decide di seguire il vecchio in montagna con un furgone scassato, nel suo ultimo lavoro di muratore. “Un muro è fatto allo stesso modo in cui è fatto il mondo”, dice Ben sul palco di un teatro immaginario. Deve averlo pensato anche Henry, ne sono sicuro. 

Angelo Cennamo

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TREDICI STORIE E TREDICI EPITAFFI – William T. Vollmann

Da qualche anno, minimum fax sta ripubblicando delle vecchie opere di William Vollmann, autore californiano ormai sulla sessantina, spesso accostato a David Foster Wallace per la sua loquacità feconda e inarrestabile che lo porta a scrivere di tutto e a lavorare contemporaneamente anche su più testi. Pubblicare un genio della letteratura contemporanea come Vollmann, i cui libri però vengono acquistati col contagocce (gli italiani che hanno a casa una copia di Europe Central non riempirebbero la sala di un cinema parrocchiale) richiede una buona dose di coraggio; farlo con la continuità di minimum fax sulla base di un progetto di media o lunga durata, è rasentare l’incoscienza. Scherzi a parte, la qualità di un editore si riconosce anche da operazioni “a perdere” come queste. Si chiama personal branding e il brand di minimum fax, soprattutto per il made in Usa, è solido. 

Tredici storie e tredici epitaffi uscì negli Stati Uniti nel 1991, Vollmann allora aveva poco più di trent’anni ma alle sue spalle si era già messo sei sette volumi (voluminosi) interessantissimi, tra raccolte di racconti, romanzi e non- fiction. Qui da noi fece una lontana apparizione con l’editore Fanucci, la cui anima (Luca Briasco) è poi trasmigrata proprio in minimum fax, che in questi giorni lo ripropone con la traduzione di Chiara Belliti e Simona Vinci. Vollmann, che nel corso della sua carriera lo abbiamo visto sovrapporre generi e stili, mescolare vero e falso, e usare il proprio corpo per calarsi in qualunque vicenda umana, dalla guerriglia alla tossicodipendenza, dalla prostituzione alla povertà, dal mito dei padri fondatori della nazione, allo sbando del mondo giovanile, attraverso epoche diverse e i più remoti angoli della terra, ci offre un mosaico della sua America, continuamente sospesa tra ferocia e sentimentalismo, il cui spettro più ampio si misura soprattutto nella distanza tra scrittura, ricordo e morte. Nella nota introduttiva, Vollmann spiega che le singole coppie di storie ed epitaffi sono stati sviluppati nel tentativo di invertire il movimento solitamente lineare di una storia. L’idea è quella di un carro funebre che traina i lettori attraverso la pagina, nella direzione di un tempo finale dove gli epitaffi li aspettano per un’ultima riflessione sulla morte. La raccolta si apre con la storia più lunga, che è anche la più bella del libro “Il fantasma del magnetismo”. Siamo a San Francisco, l’epicentro della bussola mentale di Vollmann e della sua progressiva ansia da esplorazione che finirà per deflagrare a Las Vegas, con un’alternanza di toni allucinatori e favolistici che possono disorientare i lettori meno avvezzi a una certa narrativa. Il tema dominante è il viaggio. Lo sguardo di Vollmann, tra autobiografia e reportage, vaga dal sud-ovest americano ai bar della Thailandia affollati di ragazze, poi ritorna nelle stradine di San Francisco per proseguire a Gun City, praticamente New York. In “Manette, istruzioni per l’uso” assistiamo alla relazione sadomasochistica tra un uomo e una donna legati l’uno all’altra da manette invisibili ma nel contempo reali. La progressione allegorica è di grande effetto. Gli epitaffi di Vollmann sono come una dolorosa peregrinazione, fuori e dentro sé stessi. La rappresentazione vibrante, cruda, onirica di chi si sente condannato a vagare senza riferimenti in un mondo in frantumi, sempre più indifferente ai propri bisogni e cinicamente mutevole. Una presa di coscienza che non esclude la paura ma che fa posto alla speranza.  

Angelo Cennamo

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MOON PALACE – Paul Auster

“A poco a poco vidi i miei soldi ridursi a zero, venni privato dell’appartamento nel quale abitavo, finii con il vivere per strada. Se non fosse stato per una giovane di nome Kitty Wu, probabilmente sarei morto di fame. L’avevo conosciuta per caso soltanto poco tempo prima, tuttavia tale caso finii per considerarlo una forma di predestinazione…”. 

Marco Stanley Fogg è uno dei tanti personaggi di Paul Auster in balia del caso. Cresciuto senza padre e orfano di madre, quest’ultima viene investita da un autobus quando lui ha undici anni, il giovane protagonista e voce narrante della storia è accudito dallo zio Victor, un clarinettista senza ambizioni che per qualche anno lo mantiene agli studi universitari e poco prima di morire gli lascia in eredità oltre mille libri. Per la precisione, 1492. Proprio dallo zio, Marco aveva appreso che inizialmente il suo cognome era Fogelman, poi però qualcuno nell’ufficio immigrazione di  Ellis Island lo aveva ridotto a Fogg. La stessa identica cosa era accaduta al nonno di Auster quando dalla vecchia Europa era sbarcato nel nuovo mondo in cerca di fortuna. Con la morte di Victor, Marco vede assottigliarsi le sue già scarse risorse economiche; per sopravvivere è costretto a vendere i libri: dieci, cento, mille, poi finisce per strada

“Quando me n’ero andato dal mio appartamento, quel primo mattino, mi ero semplicemente messo in marcia, diretto ovunque decidessero di portarmi i passi”.  

Qui la storia del moderno David Copperfield ha una doppia sterzata: prima l’incontro, ovviamente casuale, con la giovane collega universitaria Kitty Wu; poi Auster inventa un uomo ricco e anziano di nome Thomas Effing che assume Marco come suo badante accompagnatore. La lunga storia di Effing, la sua doppia vita, è un romanzo dentro il romanzo. Effing racconta di essere stato un pittore famoso e, dopo una serie di disavventure, di aver intrapreso un viaggio a piedi nel sud-ovest americano, sfiorando la morte e la follia. La complessa vicenda di Effing ha il sapore dell’epica del vecchio west, e si contrappone a quella metropolitana di Marco Fogg. Le due vite si congiungeranno in un finale di rinnovata solitudine per Marco, questa volta non vissuta a Central Park ma nel posto del mondo che somiglia di più alla luna, il sud-ovest americano 

”Per le prime due settimane, mi sentivo come qualcuno che era stato colpito da un fulmine. Tuonavo dentro di me, piangevo, urlavo come un pazzo, ma poi, a poco a poco, la rabbia sembrava esaurirsi e mi stabilizzavo nel ritmo dei miei passi”.

”Moon Palace” (il titolo si riferisce a un ristorante cinese di New York) è tenuto insieme da una serie di improbabili coincidenze. La mia opinione è che Auster in certi romanzi abbia voluto strafare oltrepassando il limite della credibilità e della verosimiglianza. Accade soprattutto in questo e in Leviatano. Tutti i personaggi del libro ci appaiono sopra le righe, quasi si trattasse di caricature, per quanto le loro sfide risultino appassionanti, nulla in contrario, così come i lutti di Marco Fogg (la perdita è il tema più incisivo di Moon Palace, che contiene molti altri argomenti interessanti, dal viaggio inteso come esplorazione all’amore impossibile, al valore iconografico dell’Occidente).

”Questo romanzo mi ronzava in testa da molti anni prima che mi sedessi e lo scrivessi”, pare abbia detto Auster. ”Poi, a un certo punto, è arrivata l’insegna di quel ristorante “Moon Palace” e…”. 

Angelo Cennamo

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