GLI ULTIMI GIORNI – Brian Evenson

Di Brian Evenson, scrittore originario dell’Iowa più o meno mio coetaneo, ne avevo sentito parlare come di un autore horror molto in gamba, innovativo, capace di spingersi oltre l’immaginabile, estremo. Non mi era ancora capitato di leggere qualcosa di suo, forse perché in Italia è arrivato poco oltre Last Days, romanzo uscito negli Usa nel 2009 e pubblicato da noi lo scorso anno da Nottetempo con la traduzione di Orso Tosco (stravedo per le storie allucinanti di Orso Tosco, chiusa parentesi). Gli Ultimi Giorni appartiene a quella rara ed enigmatica categoria di libri che io chiamo I Libri Strani. I Libri Strani sono i libri diversi da tutti gli altri o da molti altri che vediamo in giro sugli scaffali delle grandi catene o sui social; quei libri che sarebbe scontato definire Horror o diversamente Hard Boiled o Gotico o Thriller o Fantasy, o tutte queste cose assieme, e che solo per il loro essere diversi accendono la curiosità dei lettori (di alcuni) meritando uno sguardo più attento, più benevolo. Gli Ultimi Giorni però non è solo un Libro Strano, è prima di tutto una bella storia, una storia buia, claustrofobica, insolita, che ci cattura fin dalle primissime battute, direi dalla prima riga. E nonostante si tratti di una storia del tutto inverosimile, ogni sua parte si sviluppa secondo logiche comprensibili, perfino credibili, si muove secondo logiche profondamente umane. Di cosa stiamo parlando. Di un uomo, innanzitutto. Si chiama Kline ed è molto avvilito. Durante una pericolosa missione sotto copertura, Kline ha perso una mano, e per via di questa amputazione ora si ritrova prigioniero di una setta religiosa (la Confraternita della Mutilazione), che considera l’automutilazione la sola possibilità di salvezza, l’unica forma di emancipazione, di purificazione dai peccati commessi. Kline preferirebbe trascorrere i giorni che gli restano sprofondato nel proprio dolore. Vorrebbe tanto lasciarsi sopraffare dalla depressione e struggersi nel ricordo di quando era sano e felice, ma viene costretto a indagare su un omicidio avvenuto all’interno della Confraternita, un caso assurdo che nasconde nuovi misteri, altri inganni. Ho pensato a questo romanzo come a una gigantesca allegoria sul dolore, o a una parabola biblica sulla non accettazione del limite, sul desiderio di oltrepassare il confine della vita spogliandosi di ciò che è mortale, del corpo e di ogni sua vibrazione sensoriale. È un libro folle, crudo, che ha a che vedere molto con la fede. Qual è il modo migliore per trovare la giusta concentrazione e avventurarsi in romanzi così spinti e fuori dalla realtà? Io dico che non esiste nessun metodo se non quello di abbandonarsi tra le sue pagine. Buona lettura. 

Angelo Cennamo

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LUNE DI MIELE – Chuck Kinder

“Il mondo è il mondo e non scrive storie a lieto fine”. La storia dell’amicizia tra Chuck Kinder e Raymond Carver, perché di questo si parla in Lune di miele, ha un finale triste, l’unico possibile del resto. Nel romanzo i due sono Jim Stark (Kinder) e Ralph Crawford (Carver). Nelle prime pagine li vediamo come dei ragazzacci alcolizzati e visionari che si arrabattano con la scrittura nella California “decadente e modaiola degli anni Settanta”. A fine romanzo saranno le stesse canaglie di allora, con qualche dollaro in più in tasca forse. Più che uno scrittore di successo, Chuck Kinder è un personaggio leggendario, le cui dimensioni esistenziale e artistica si sono alimentate a vicenda, nel senso che senza quella vita lì Kinder non sarebbe diventato l’autore che conosciamo e non sarebbe stato così amato da chiunque abbia orbitato in quella malinconica parabola di sogni, alcol e merda che lo ha trascinato dall’Iowa alla California e dalla California alla Florida, prima di spegnersi a poco più di settant’anni nel ricordo vivo, vivissimo, di romanzieri come Michael Chabon, l’allievo più illustre che gli fece indossare i panni di Grady Tripp nel suo Wonder Boys. 

Ralph e Jim si dividono di tutto: ambizioni, spinelli, bottiglie di bourbon, perfino le donne. Le due mogli, Alice Ann e Lindsay, hanno un ruolo da coprotagoniste nel romanzo, Alice Ann in particolare riempie la scena almeno quanto Ralph; il loro matrimonio è burrascoso, focoso e violento, fatto di fughe e di ritorni, di singhiozzi notturni, soprattutto di tradimenti. Alice Ann è un personaggio magnifico, la metà del successo di questo libro lo dobbiamo a lei. Ralph, Alice Ann, Jim e Lindsay trascorrono molto tempo insieme, sono praticamente una sola famiglia. È una promiscuità curiosa, lussuriosa, scontrosa. Nonostante tutto: liti, bugie, sputtanamenti, i quattro sono inseparabili, uniti da un solo destino.

Tutta la storia è pervasa da un clima di precarietà, tutto è sempre sull’orlo del precipizio, a un passo dal baratro, ma a tenere in piedi Jim e Ralph è la loro profonda umanità, e la speranza. Lune di miele è un romanzo sulla speranza, una dichiarazione d’amore alla vita anche quando non mantiene le promesse o ti si mette di traverso. Il realismo sporco e comico di Kinder ricorda quello di Bukowski e Lansdale: poche parole, dialoghi serrati senza virgolette, qualche volgarità, tanto cuore.

Angelo Cennamo

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L’INFORMAZIONE – Martin Amis

L’insuccesso gli ha dato alla testa ma della sua pazzia lui ne va fiero, anzi, dice, è l’unica cosa bella che gli sia capitata da anni. L’unica? Di chi stiamo parlando. Di uno scrittore fallito. Peggio: di uno scrittore “indimostrato”. Alla soglia dei quarant’anni, Richard Tull si può definire un rottame: un romanzo carino, decente se non altro, sì ma era tanto tempo fa, poi una serie di rifiuti… uno, due, tre, sei… “Non era nato per diventare migliore… inseguito da avvocati e da editori per anticipi su libri mai scritti… fumava e beveva soprattutto per consolarsi dei danni del fumo e dell’alcol”. Se c’è una cosa che oggi a Richard gli riesce bene, è piangere. “Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste. O qualcosa del genere…”. Non occorre addentrarsi troppo nella storia, per capire che L’informazione di Martin Amis è un romanzo speciale ci basta leggere le prime due righe.  

Richard Tull e Gwyn Barry sono amici fin dai tempi del college, lì a Oxford. Gwyn non vale una cicca, lo sa bene anche Demeter, la moglie nobile imparentata con la regina; eppure, per qualche strana o imprecisata ragione, Mr. Barry è diventato una vera celebrità. Perché i romanzi di Gwyn erano così popolari? Va a sapere. “Non era merito suo, era colpa del mondo”. A Richard non resta che recensire libri di altri e dirigere una piccola rivista che non conosce nessuno. “Il mondo di Gwyn era parzialmente pubblico. Mentre il suo era pericolosamente, crescentemente privato”. Che fatica vivere, che fatica osservare il divario, prenderne atto. Diciamola tutta: Richard è incazzato nero, e non lo nasconde affatto “Pur gioendo in maniera sincera e schietta del successo di Gwyn, si riservava il diritto di mettere in chiaro che secondo lui i libri di Gwyn erano merda… e che il successo di Gwyn era assai comicamente transitorio”.

È un modernista, lui “abbandonato su un’isola deserta”, non gli va di assecondare i lettori, non cerca di scrivere romanzi talentosi, cerca di scrivere romanzi geniali; vuole diventare come Joyce. Ma se i libri di Joyce sono per metà geniali e per metà di una noia mortale, i suoi sono di una noia mortale dalla prima all’ultima pagina.

Perché ti ostini a scrivere romanzi che nessuno pubblica?, chiede Gina, la moglie adultera, dopo aver taciuto per un anno intero (stando ai patti) sulle perdite, e i conti ancora da pagare. “Perché senza la scrittura non mi rimarebbe altro che questo. I giorni. La vita… bacinelle di panni sporchi, la spesa…”. Che potenziale sprecato per questo poeta dannato, incompreso, cornuto. Cornuto, sì, perché la crisi del romanziere segue quella del marito. Gina lo lascerà? Forse, ma non subito “Insieme, si erano uniti al grande gregge degli esausti”. 

Ora basta. Richard deve fare qualcosa. Gli serve un piano. Già ma per cosa, per entrare finalmente nelle grazie degli editori e dei lettori? Per trovare la giusta ispirazione che lo porti a scrivere il Grande Romanzo Inglese e guadagnare un pacco di sterline? No. Il piano folle è un altro: mitigare la propria infelicità, renderla meno indigesta, annientando l’altro, l’amico fortunato. 

L’informazione è una storia di invidia e di frustrazione. Il cinismo e la goffaggine di Richard Tull ricordano quella di certi personaggi di Philip Roth. Il racconto delle sue vicende di marito e di scrittore finito è denso di fatti e riflessioni, e si sviluppa in orizzontale più che in verticale, con parti metanarrative e trame parallele che talvolta sembrano esorbitare troppo dal nucleo della narrazione. È un gran romanzo, L’informazione, perfetto nella scrittura e nella costruzione, ma di non facile lettura. Non sono ammesse distrazioni. Quando sosteniamo di amare uno scrittore ci riferiamo al massimo alla metà della sua produzione, diceva Martin Amis. Di Amis invece amiamo tutto, con poche eccezioni. 

Angelo Cennamo

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RAGTIME – E. L. Doctorow

“D’estate tutti si vestivano di bianco. Le racchette da tennis erano pesanti, con il piatto ellittico. Il sesso provocava svenimenti. I neri non esistevano. Gli immigrati non esistevano”. 

È tornato in libreria con la nuova traduzione di Silvia Pareschi il capolavoro di E. L. (Edgar Lawrence) Doctorow: Ragtime, il romanzo tributo allo scrittore tedesco Heinrich Von Kleist che in diverse occasioni Doctorow indicò tra i suoi mentori. Ragtime è infatti la riscrittura, in chiave moderna e americana, di Michael Kolhaas, uno dei libri più noti di Von Kleist, la storia di un rispettoso e onesto commerciante di cavalli che a seguito di un raggiro si trasforma in uno spietato delinquente. Il Kolhaas di Doctorow è Coalhouse Walker (quasi l’anagramma dell’altro), ma intorno all’avatar di Von Kleist Doctorow fa ruotare una New York in ascesa e brulicante di illusionisti, imprenditori, finanzieri, musicisti, costruendo, tra verità e finzione, l’affresco letterario forse più riuscito dell’America dei primi del Novecento. I canali della narrazione sono due, perfettamente intrecciati tra loro. Uno privato con il racconto di una famiglia anonima: il Padre, la Madre, il Ragazzo, il Fratello minore. L’altro pubblico, con personaggi realmente esistiti come Henry Ford, Pierpont Morgan e il mago Houdini, che entrano ed escono dalla scena arricchendola di ulteriori riferimenti storici. Il nome di E. L. Doctorow figura nella lista dei grandi maestri della letteratura americana poco letti in Italia (la nuova edizione di Ragtime è uscita nell’indifferenza anche di molti addetti ai lavori e non è raro entrare in librerie sprovviste anche di una singola copia). La lista è lunghissima, include ogni genere e autori del calibro di John Barth, Don Robertson, Elmore Leonard, Richard Yates, Anne Tyler, William Gaddis, Cynthia Ozick, Hubert Selby Jr…  Doctorow è un minimalista colto, capace di coniugare il realismo con altre proiezioni e stili. La sua prosa è duttile, mai vischiosa, e si articola in frasi a volte brevissime. Dopo aver ritradotto Il vecchio e il mare di Hemingway, con Ragtime Silvia Pareschi aggiunge al suo già vasto repertorio una delle voci più significative e originali del panorama americano. 

Angelo Cennamo

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LUCY DAVANTI AL MARE – Elizabeth Strout

Una scrittrice realista come Elizabeth Strout, la Elena Ferrante del Maine – il paragone la lusingherebbe molto, ne sono sicuro – attenta alle vicende familiari ma con lo sguardo aperto sul mondo, prima o poi non poteva non fare i conti con l’epidemia del Covid. Chi ha seguito negli anni la fortunata serie di Lucy Barton, l’alter ego della Strout che nel cuore dei lettori ha preso il posto dell’arcigna Olive Kitteridge (premio Pulitzer nel 2009), conosce bene i tratti di questa donna di mezza età, nata povera e partita da un paesino del Midwest per inseguire la sua vocazione per la scrittura. Fragile e al tempo stesso risoluta, madre di due figlie, moglie divorziata, disillusa quanto basta ma col cuore grande, in questo quarto episodio Lucy la troviamo alle prese con la sfida più difficile della sua vita: salvarsi la vita. È il 2020 e a New York comincia a diffondersi un virus sconosciuto che incute tanta paura. Di fronte al mistero della nuova malattia, alle incertezze legate alla sua evoluzione, alla forza distruttiva che mina dall’interno anche le relazioni più stabili, non rimangono che la prudenza, il coraggio, l’abbandono all’amore. I protagonisti della storia sono ancora loro, Lucy e il suo ex marito William, che da esperto uomo di scienza fin da subito intuisce la portata del flagello inarrestabile. Il contagio, i morti, le vecchie convinzioni: l’onda travolge qualunque appiglio, semina zizzania, insinua dubbi, rimette in discussione, seleziona le priorità. Il terrore, la resistenza, la catarsi. Tutto potrebbe andare molto peggio, direbbe il Bascombe di Richard Ford. Lucy davanti al mare è romanzo sulla taumaturgia dell’amore e sulla speranza. Una storia malinconica e lucente che conclude, almeno per il momento, una serie tirata un po’ per le lunghe. To be continued (8/13/2024).

Angelo Cennamo

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RUN RIVER – Joan Didion

Della California di Joan Didion ci colpiscono i colori decisi: l’azzurro del cielo limpido, le tonalità cangianti della terra, i marroni delle staccionate, il rosso dei tramonti. La luce ci arriva come una lama, acceca. Il caldo soffocante brucia la sabbia e i muri delle case, accende i cuori, arma le mani. Non riesco a immaginare la California senza accostarla ai libri della Didion, all’afa che pervade le sue trame di uomini e donne sempre sull’orlo di un abisso, alle bottiglie di bourbon sui tavolini nelle verande e a bordo piscina, ai campi sconfinati che misurano le distanze e la solitudine di chi li abita. Run River è il romanzo d’esordio. Negli Usa uscì nel 1963, Didion non aveva neanche trent’anni, lo scrisse nei ritagli di tempo, di notte soprattutto, tra un articolo e l’altro per riviste come Life ed Esquire. In Italia è arrivato mezzo secolo più tardi con Il Saggiatore, non so il perché di questo ritardo. Run River è una saga familiare, una vicenda tragica che si apre con uno sparo sulla riva di un fiume e si conclude con un secondo sparo. In mezzo, come un gigantesco flashback, scorre la storia, che Didion ambienta in un luogo poco distante da Sacramento. Nel ranch dei McClellan si respira un’aria di conquista, è un’aria però viziata da incomprensioni e da sentimenti inespressi. Bugie e debolezze che accompagneranno tutti i protagonisti alla dissoluzione e al dramma finale. La vicenda ruota intorno ai coniugi Everett e Lily McClellan. Quando sposa Everett, Lily è poco più di una bambina, naturalmente fragile, sicuramente viziata e accontentata in tutto dal padre “Sono sposata a Everett McClellan e lui mi ama davvero tanto e non posso farci niente”, dirà più avanti a uno dei suoi amanti. Lily è sempre un passo fuori dalla storia, sia come moglie che come madre, una spettatrice a volte incauta, altre volte cinica, di quanto le accade intorno. L’indifferenza con cui osserva e si lascia guidare o trascinare ci fa pensare a una persona poco consapevole: sembra che Lily non stia vivendo la propria vita ma quella di un altro. Questo senso di alienazione, che la seguirà per tutto il romanzo, diventerà il tratto distintivo anche di altri personaggi femminili della Didion. Il tema centrale della storia è l’infedeltà: vera e non vera, plurima, sfiorata, schivata, avallata, giustificata dall’assenza e vissuta come fuga dalle responsabilità. L’altro tema è la costrizione familiare, e l’ingerenza che in certi casi diventa morbosa, quasi incestuosa. In mezzo, il fiume, metafora di un percorso obbligato, di un destino ineluttabile e crudele.

Angelo Cennamo

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GOTICO ROSA – Luca Ricci

Morire a Venezia, come nel romanzo di Giuseppe Berto che Enrico Maria Salerno portò al cinema con i volti ancora giovani di Tony Musante e Florinda Bolkan. Che film! E che romanzo! L’Anonimo di Deliquio Veneziano, la prima delle sette storie di Gotico Rosa, il libro che segna il ritorno di Luca Ricci alla forma breve dopo la quadrilogia delle stagioni, la sua Bolkan l’ha persa per sempre. Vorrebbe suicidarsi annegando nel Canal Grande, ma schiantarsi nell’acqua bassa e verdognola che ristagna tra i palazzi per la calura estiva ha poco di romantico. Non è struggente. Non c’è poesia. Meglio allora spostarsi al Lido col vaporetto. Metti poi che quando stai lì, a boccheggiare tra le onde, arrivi a salvarti una sirena, bionda e suadente, che ti frega più di morire? Fuori sincrono col tempo e le stagioni dell’amore, i maschi di Ricci somigliano poco a quelli di Updike e di Philip Roth, o al Chinaski di Bukowski: sono uomini disperati, fragili, in cerca di rassicurazioni, che chiedono in continuazione “Mi ami?”; destinati a soccombere di fronte a donne aride, esigenti, pragmatiche, disilluse.

Il doppio adulterio de Il Racconto Della Pioggia dura undici temporali. Il matrimonio dello scrittore di Gotico Rosa è dominato da un’ossessione ultraterrena. Usurate dalla noia e dall’incomprensione, sopravvalutate o guastate dal sesso, le storie d’amore di Ricci non hanno mai un lieto fine. La baby squillo di Vitalità Dell’Amore seduce il medico che le somministra il vaccino contro il papilloma virus. “Se ti innamori di una ragazzina, non lo fai per la sua freschezza… lo fai per riflettere su te stesso, sul tempo che passa” gli dice l’amico Walter. L’adulto tenuto al guinzaglio dalla sua Lolita è un tipo ricorrente nella narrativa di Ricci, da Gli Estivi a Trascurate Milano, la più lunga di queste storie, che l’autore ambienta nella metropoli frenetica e distratta dalle festività di fine anno. Un uomo sposato e una studentessa si incontrano nei vagoni della metropolitana, metafora dell’invisibile e di un’intimità perversa. Il Natale si spegne e perde la sua forza moralizzatrice. Lo strusciamento dei corpi accende la fantasia; la libertà divampa nella passione, si annullano le convenzioni e tutto diventa pericolosamente lecito: il sessantunesimo racconto di Dino Buzzati, il più bello. 

Angelo Cennamo

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DAY – Michael Cunningham

Tre giornate (il 5 aprile di tre anni diversi) di una famiglia newyorchese prima e durante il Covid. La sinossi fa inarcare il sopracciglio d’accordo, ma fino a un certo punto. Il resto è deludente, noioso, di una mellifluità a volte irritante. Day è un libro lento e grazioso, inutilmente confidenziale, dubbiosamente assertivo, scollato dalla mente e dalle viscere di chi lo ha scritto e di chi si ritrova a leggerlo. Dan e Isabel, personaggio ispirato credo alla Isabel Archer di Ritratto di Signora di Henry James, mostrano il lato buono di sé ma il loro rapporto si sta incrinando anche per via di Robbie (?), il fratello bello e dannato di lei, che nei giorni del lockdown rimane bloccato in una baita. La reclusione solletica l’introspezione, accelera i conflitti… vi dice niente? Dan è un musicista rock fuori dal giro, Isabel un’editor fotografica dalla personalità irrisolta. Robbie sostanzialmente uno spiantato. 

Dan, Isabel, Robbie: tre ologrammi che Cunningham ritaglia dalla cronaca del già visto e inserisce in una storia moscia (sì, moscia) e sentita cento volte. La cronologia, strutturata come nel romanzo più noto dello scrittore di Cincinnati (Le Ore), è una sequenza di ingenue banalità, social compresi, espediente narrativo che se enfatizzato oltre la naturalezza dei gesti non aggiunge realismo né originalità al racconto. La storia gira senza pathos, fuori sincrono; l’afonia di Cunningham è quella del romanziere ormai avulso. Cunningham non è più dentro la stanza, Cunningham è dietro i vetri. Nei momenti angoscianti manca l’angoscia. In quelli dell’eros l’eccitazione. La contesa non è tesa. L’imprevisto non sorprende. I personaggi di Cunningham non sono drammaticamente umani, si sforzano di esserlo. La quotidianità è roba per pochi, direbbe Carver. Più che un romanzo sulla perdita, Day è una perdita di tempo. Va’ dove ti porta il Covid. 

Angelo Cennamo

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STRADE BLU – William Least Heat-Moon

Un professore del Missouri, lo stesso giorno, perde la cattedra al college e scopre che la moglie, dalla quale si era separato da alcuni mesi, sta con un altro uomo “Rick o Dick o Chick, qualcosa del genere”. È una mazzata durissima. A soli trentotto anni William Trogdon decide di farla finita. Potrebbe spararsi un colpo alla testa, ingozzarsi di barbiturici, oppure impiccarsi. E invece no, William ha un’idea migliore: prende il nome che gli sarebbe spettato per quel poco di sangue Sioux che gli scorre nelle vene, monta sul suo furgone scassato, ribattezzato per l’occasione Ghost Dancing, e parte “Un uomo che non riesce a far quadrare le cose può sempre levare le tende”. 

Il viaggio di William “Least Heat-Moon” nel cuore degli Stati Uniti, attraverso strade secondarie, quelle che sulle vecchie mappe venivano segnate di blu, è lungo tre mesi, avventuroso, con pochi punti di riferimento, soprattutto prodigo di incontri, uomini e donne che sembrano stare lì a non fare altro che aspettare il prof. col suo furgone per raccontarsi, mettersi in posa per una foto, diventare i protagonisti del suo futuro libro sull’America: un bestseller che schizzerà ai vertici delle classifiche e che sarà tradotto in tre continenti. Il viaggio di William è più la fuga da un presente doloroso o un coraggioso tentativo di ricominciare a vivere? Direi entrambe le cose, ma se non sei americano, se non sei cresciuto all’ombra di gente come Twain, Steinbeck, Kerouac, non puoi capire il senso di certe scelte, non puoi capire cos’è una fuga. Di prececenti ce ne sono diversi, leggendo Strade Blu ho pensato soprattutto a due altri viaggi, a quello di David Bell, il manager alto biondo e prestante dell’esordio di DeLillo (Americana), l’uomo di successo che molla gli agi di New York per attraversare l’America in camper, e al più recente Mississippi Solo, la folle traversata in canoa di Eddy L. Harris, arrivata in Italia a distanza di molti anni con l’editore La Nuova Frontiera. Rispetto ai suoi colleghi di viaggio William ha però ben altre motivazioni: William ha perso tutto, William deve ricominciare da zero. Ed è proprio la perdita la traccia principale di questo magnifico road book che ci fa conoscere l’America e i suoi abitanti meglio di mille altre opere di narrativa di autori più blasonati di Least Heat-Moon. Strade Blu è un libro epico e terapeutico, un libro che non si dimentica. 

Angelo Cennamo

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PUTTANE PER GLORIA – William T. Vollmann

Il puttanesimo consapevole è un capitolo a sé della letteratura, un serbatoio senza fondo che non distingue tra mainstream e genere, e che ha come riferimenti autori diversi per stile o voce, da Joyce a Bukowski, da Hubert Selby Jr a Roberto Bolaño, da Fabrizio De André a Massimo Carlotto, la serie è lunga. Nel 1989 William Vollmann aveva già raccontato il mestiere del sesso in Storie dell’arcobaleno (The Rainbow Stories). È un autore complesso Vollmann, speciale per molte ragioni e non tutte legate alla scrittura in sé. Scrive su qualunque argomento e tanto, lavora contemporaneamente anche su dieci progetti diversi. Per essere preciso, credibile, va nei luoghi delle sue storie e vive come i suoi stessi personaggi: povero con i poveri, biker con i bikers, mujaheddin con i mujaheddin.

Con Puttane per Gloria, Vollmann torna nel quartiere malfamato di Tenderloin, a San Francisco, due anni dopo The Rainbow Stories. Jimmy è un reduce del Vietnam; soggiorna in squallide pensioni, frequenta drogati, prostitute, avanzi di galera, senzatetto. Attraverso le testimonianze di questi reietti, Jimmy si mette sulle tracce di Gloria, prostituta e suo primo amore, scomparsa chissà dove, forse mai esistita. 

Ci sono due grandi assenti in questo libro: il primo è il Vietnam, che è uno dei traumi della storia recente americana più rappresentati, nel cinema come nella letteratura (il Vietnam fa da sfondo all’indagine di Jimmy ed è probabilmente la causa dei suoi deliri); l’altro è Gloria, il sogno inafferrabile: l’amore ma anche la gioventù perduta per sempre in guerra. Puttane per Gloria è un romanzo crudo e poetico sull’infelicità con un finale tassonomico che sconfina nel saggio, insolitamente breve per gli standard di Vollmann: appena duecento pagine. Jimmy come Henry Chinaski e Mickey Sabbath, il burattinaio triste di Philip Roth. Disperato, erotico, stomp. 

Angelo Cennamo

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