EASTER PARADE – Richard Yates

“Né l’una né l’altra delle sorelle Grimes avrebbe avuto una vita felice, e a ripensarci si aveva sempre l’impressione che i guai fossero cominciati con il divorzio dei loro genitori”. La migliore sinossi  di Easter Parade – romanzo del 1976 e uscito in Italia più di trent’anni dopo con  minimum fax – è nel suo incipit. Sarah e Emily Grimes crescono tra New York e il New Jersey, lontano dal padre, giornalista di poco talento costretto a correggere bozze in un giornale reazionario “Che mestiere fa vostro padre? Scrive titoli. Scrive titoli sul Sun, rispondevano”, e con una madre che le incoraggia a chiamarla “Pookie”, donna fisicamente minuta, dai nervi fragili, sola, ossessionata dall’idea di finezza, che affoga nell’alcol i dispiaceri di una vita complicata, sempre in salita. Le due sorelle hanno caratteri diversi; una è più sorridente e tradizionale, l’altra più introversa e indipendente. Sono attese da destini opposti ma dalla stessa infelicità, direbbe con parole sue Lev Tolstoj. Sarah sposa il rampollo di una famiglia di immigrati inglesi decaduta, Tony Wilson, bello come Laurence Olivier. Si trasferisce, sarebbe meglio dire si  rinchiude, nella sua tenuta di campagna e con lui farà tre figli. La più giovane, Emily, è invece una donna  in carriera, emancipata, single, che da giovanissima perde la verginità con un soldato appena conosciuto, e che da quel momento passa da una relazione all’altra senza mai accasarsi. L’ultimo dei suoi amanti è Howard, il  suo  capoufficio, uomo di mezza età, facoltoso e divorziato, che dopo pochi mesi di convivenza decide però di tornare dalla sua ex moglie. Alla soglia dei cinquant’anni, Emily si ritroverà sola, senza lavoro, e inizierà a soffrire di gravi disturbi mentali. La storia delle due sorelle è una sequenza di delusioni, aspettative tradite, anche di gesti violenti, specialmente quelli subiti da Sarah, la più sfortunata delle sorelle Grimes. Pensava di aver trovato in Tony il  grande amore della sua vita, ma presto si rende conto di aver sposato un uomo insensibile, rozzo e manesco. Le storie di Richard Yates non hanno mai un lieto fine, sono trame disturbanti che contraddicono l’immagine perfetta e gaudente della borghesia americana di successo. I protagonisti sono vittime di destini crudeli, uomini e donne sconfitti, spesso spinti dalla miseria e dalla mediocrità nel tunnel dell’alcolismo o della follia. Easter Parade – il titolo evoca il bacio tra Tommy e Sarah immortalato in una foto scattata durante una sfilata di Pasqua – non fa eccezione. Yates, che è maestro di realismo e di narrazioni drammatiche, a volte ci appare addirittura spietato verso la debolezza dei suoi personaggi: quando Sarah le confida i maltrattamenti, le molestie subite dal marito, e le chiede un consiglio sulla possibilità che divorzi da lui e la raggiunga a New York, Emily si mostra sì addolorata, ma nello stesso tempo teme di perdere la propria indipendenza e di sentirsi costretta a modificare il proprio stile di vita. Yates, che conosce a fondo la miseria dell’animo umano, la solitudine, avendo vissuto sulla propria pelle tante delusioni, la frustrazione per l’insuccesso, oltre che la dipendenza dall’alcol e dai farmaci, con questo romanzo riesce perfino a superarsi, arrivando, da uomo, a raccontare un dedalo di relazioni femminili credibili. Ho letto da qualche parte che Easter Parade sarebbe stato paragonato a Piccole Donne e trattato come un libro destinato a un pubblico di sole donne. Non ho mai dato importanza a simili classificazioni: L’Amica Geniale è forse un libro precluso al lettorato maschile? Il romanzo delle sorelle Grimes è meravigliosamente malinconico, di grande attualità e destinato a chiunque abbia voglia di confrontarsi con un gigante della letteratura come Yates. Una riflessione sull’amore, la solitudine, il significato della famiglia, il rispetto per le donne.

Angelo Cennamo

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FREEDOM – Jonathan Franzen

Nel 2010, nove anni dopo Le Correzioni, Jonathan Franzen pubblica Freedom – in Italia Libertà, con Einaudi e la traduzione di Silvia Pareschi. È il suo quarto romanzo. La curiosità tra gli addetti ai lavori che fanno circolare segretamente le bozze dattiloscritte prima dell’uscita del libro contagia i lettori più affezionati e finisce per alimentare intorno all’autore di Western Springs un alone leggendario. Cresce l’attesa per quello che si preannuncia l’evento letterario dell’anno. Ad agosto, Time incorona Franzen come il più grande scrittore americano. Prima di lui, la prestigiosa copertina era toccata solo ad autori come Vladimir Nabokov e il premio Nobel Saul Bellow. 

Freedom racconta la storia di una famiglia apparentemente perfetta, i Berglund, pionieri di Ramsey Hill, un quartiere esclusivo della cittadina di St. Paul, nel Minnesota. Qui Walter e Patty hanno cresciuto i loro due figli Jessica e Joey secondo i principi della buona tradizione liberalprogressista. Ma come spesso accade nelle storie familiari di Franzen, dietro quell’armonia di facciata, quella freschezza mista di perbenismo e di ineccepibile senso civico, si nascondono conflitti laceranti e sentimenti torbidi. Dopo essere stato sedotto da Connie, una ragazza più grande di lui, sua vicina di casa, Joey decide di abbandonare i suoi genitori e di traslocare dai suoceri, gente di destra, maleducata e incolta. Patty vive la ribellione del figlio e il suo allontanamento come un tradimento immeritato, e sfoga la sua frustrazione nel diario segreto che uno psicanalista le ha suggerito di scrivere per affrancarsi dalla depressione. Poche righe giornaliere che rivelano al lettore una seconda storia, la più importante del romanzo: la relazione tra la signora Berglund e il musicista Richard Katz, migliore amico di suo marito al college (pare che per il personaggio di Richard, Franzen si sia ispirato al suo amico David Foster Wallace). Fin dai tempi dell’Università Patty è combattuta tra l’amore passionale per il fascinoso Richard e quello più composto per Walter, marito affidabile e padre esemplare. Il triangolo è angosciante e mette a dura prova i sentimenti dei due amanti, entrambi molto legati a Mr. Berglund, incarnazione di quell’agognata purezza che Franzen continuerà a inseguire nel romanzo successivo: Purity. Walter è “il bravo ragazzo”, l’amico fedele, il marito che sa ascoltare e che sullo sfondo della guerra in Afghanistan e delle politiche spregiudicate di Bush si inventa una crociata ambientalista per salvare un uccellino che rischia l’estinzione, del quale non importa niente a nessuno: la “dendroica cerulea”. Le deviazioni dal giusto di Patty Berglund e di Richard Katz non sono poi così diverse da quelle dei fratelli Lambert che abbiamo conosciuto ne Le Correzioni: “Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo” scrive Tolstoj, citato da Franzen per declinare in chiave moderna l’eterno conflitto tra il bene e il male. Freedom è  una storia con un lieto fine? Mm. Difficile comprendere quanto ci sia di lieto nella conclusione del libro, ma per arrivare a somigliare all’immagine di famiglia ideale che tutti gli altri vedono in loro (colti, attraenti, benestanti, con una bella casa, il giardino curato, invidiati dal vicinato) i Berglund dovranno percorrere un tempo lungo, l’intero tempo del romanzo. 

Angelo Cennamo

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ARIA DI FAMIGLIA – Alessandro Piperno

“Quando ero giovane pensavo di odiare tutti, ma quando sono cresciuto ho capito che sono solo i bambini che non sopporto…” inizia con una citazione di Philip Larkin Aria di famiglia di Alessandro Piperno, sequel di Di chi è la colpa, uscito tre anni prima sempre con Mondadori. Come nel libro precedente, la storia è raccontata in prima persona dal professor Sacerdoti, docente di letteratura francese in una università romana, scrittore di chiara fama, ebreo, cinquantenne, tifoso della Lazio, calvo – se questo non è l’identikit di Piperno chi vi parla è il fantasma di Harold Bloom. 

Prima di essere adottato dallo zio Gianni, uomo ricco e vanitoso come solo certi aristocratici pariolini sanno essere, Sacerdoti, il cui nome di battesimo rimane sconosciuto, ha vissuto un’infanzia terribile: una madre morta forse ammazzata, un padre in galera, con buone probabilità, ingiustamente; debiti, menzogne, problemi di autostima. Nella prima scena, lo Zuckerman di Piperno lo vediamo aggirarsi tra le navate di una chiesa al funerale della sua ex compagna di scuola Veronica; rito che subito dopo si trasforma in un goliardico come eravamo verdoniano, tra confessioni e nuove scoperte. Non è un buon momento per Sacerdoti, sopraffatto dal disamore per l’insegnamento e la scrittura “…Per affermarti nel mondo letterario devi mostrare interesse per ciò che, di fatto, non è in grado di scaldare il cuore a nessuno: l’istruzione pubblica, la salute della democrazia, la giustizia sociale, la pace nel mondo, le sorti del pianeta, le pari opportunità”, e che nelle stesse ore della morte di Veronica finisce vittima del “più infantile e infido dei crimini: la delazione”. Come il Coleman Silk del romanzo di Roth, lo stimato professore di lettere classiche che per una parola male interpretata deve difendersi da un’ingiusta accusa di razzismo, Sacerdoti si ritrova davanti al plotone di esecuzione di una commissione “paritetica” che intende processarlo e cacciarlo dall’ateneo per delle frasi sessiste dette sì da lui ma scritte da Gustave Flaubert. “Maschio, bianco, di mezza età, istruito, agiato, di buona famiglia” Sacerdoti ha tutti i requisiti del classico tipo che la gente odia. In più è ebreo. Ma il momentaccio del prof non finisce mica qui. Tra le macerie di una carriera ormai compromessa e di una reputazione infangata “con le peggiori intenzioni”, si fa largo una nuova e insidiosa presenza. Noah, un lontano parente di otto anni, rimasto orfano di entrambi i genitori, potrebbe essere affidato proprio a quel “cinquantenne misantropo e disoccupato che ammazza il tempo guardando tutorial di chitarra su You Tube”. 

Come uscirne. Come ricominciare. Vendersi l’anima per sceneggiare una fiction tv di sole donne intitolata Fanculo gli uomini è la più spietata e comica delle nemesi, ma Sacerdoti ha altre risorse. Forse.

Aria di famiglia è un romanzo sulla paura di invecchiare, sulla paternità, e sul declino di un tempo schiavo del politically correct e di un femminismo feroce e ottuso. Le storie di Piperno sono spesso popolate di accademici ebrei, di ricchi possidenti che frequentano circoli lussuosi, habitué di una mondanità anacronistica. Un mondo rarefatto nei contenuti e nella forma, talvolta leziosa o narcisa. Si chiama “romanzo borghese”, in altri tempi ha fatto la fortuna di autori come John Updike, Saul Bellow e Philip Roth, maestri forse inarrivabili per Piperno, ma gli interni delle loro opere sono gli stessi. 

Angelo Cennamo

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ADDIO A PAUL AUSTER

In Baumgartner, il suo ultimo romanzo, uscito pochi mesi fa, aveva raccontato la storia di un professore di filosofia che in un sogno rivede la moglie morta dieci anni prima. La speranza di ritrovarla è così forte che la immagina poco distante da lui, bloccata in una terra di mezzo tra la vita e l’aldilà. Paul Auster è morto questa notte all’età di 77 anni. Malato da tempo di cancro, proprio la moglie ne aveva rivelato la malattia su Instagram, ha fatto in tempo a congedarsi dai suoi lettori con uno dei personaggi migliori, forse quello a lui più somigliante. A Seymour Baumgartner Auster ha delegato i pensieri e le parole ultime sull’assenza, sulla vita che fugge via insieme agli affetti più cari. Paul Auster era originario di Newark, nel New Jersey, città che ha dato i natali anche a Philip Roth e Stephen Crane, protagonista del suo penultimo libro (Ragazzo in fiamme), ma il suo nome è indissolubilmente legato alla Grande Mela. Pochi scrittori hanno raccontato New York come Paul Auster, a cominciare dalla celebre Trilogia, passando per Follie di Brooklyn, fino al più recente 4321. Scrittore postmoderno e votato all’introspezione, Auster ha accarezzato la morte, dell’anima oltre che del corpo, in opere come Diario d’inverno, Nel paese delle ultime cose, L’invenzione della solitudine. Ma il tema essenziale, il più ricorrente della sua vasta produzione letteraria, è il caso che governa le nostre esistenze oltre la volontà e la fede. In romanzi come Sunset Park, Leviatano e 4321, le vite dei personaggi sono perennemente davanti a un bivio, e seguono il loro corso condizionate da circostanze insignificanti. Paul Auster ci lascia a poca distanza da altri due protagonisti della letteratura mondiale: Martin Amis e Cormac McCarthy, come lui filosofi di una narrativa che non si arrende al realismo ma penetra a fondo nei misteri del mondo, scandaglia l’ignoto, i suoi angoli più remoti.

Angelo Cennamo   

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SABBATH’S THEATER – Philip Roth

Nel 1995, con Sabbath’s Theater – il Teatro di Sabbath – in piena maturità, Philip Roth, il più grande romanziere del suo tempo, si consacra tra i migliori scrittori di sesso. Il libro racconta la storia del sessantaquattrenne Mickey Sabbath, un ex burattinaio tormentato dai fantasmi del passato: il fratello più giovane morto in guerra, la madre, la prima moglie fuggita chissà dove, e Drenka, l’adultera con la quale ha sfogato per tredici anni tutta la sua depravazione sessuale “Con Drenka era come lanciare un sasso in uno stagno. Entravi, e le ondine si dispiegavano sinuose dal centro verso l’esterno finché l’intero stagno si ondulava e tremolava di luce”. Mickey Sabbath è un personaggio grottesco, sembra uscito dalla commedia dell’arte “un bugiardo totale, una canaglia, subdolo e disgustoso che si fa mantenere dalla moglie e va a letto con le bambine”. Un uomo senza scrupoli che conduce un’esistenza insensatamente fuori da ogni convenzione, senza nessuno scopo e senza armonia. Ma Mickey ne è consapevole e prova a farsene una ragione: “ho fallito perché non mi sono spinto abbastanza oltre! Ho fallito perché non sono andato fino in fondo.” In una delle scene salienti del romanzo, l’amico Norman, che nella vita ha avuto più fortuna e successo di lui, scopre che Sabbath ha tentato di sedurre sua moglie, e che nelle tasche dei pantaloni nasconde una mutandina di sua figlia. Colto in flagrante, il vecchio artista risponde alla sua maniera, alla maniera di Roth: “So che ti stupirò, Norman, ma oltre a tutte le altre cose che non ho, non ho neppure una teoria. Tu trabocchi di amabile comprensione progressista ma io scorro veloce lungo i marciapiedi della vita, sono un mucchio di macerie, e non possiedo nulla che possa interferire con una interpretazione obiettiva della merda.” È un povero disperato, Mickey, che non vive dando le spalle alla morte come fanno le persone normali. Non ispira simpatia nei lettori, è un uomo inassolvibile, solo l’autore sembra provare per quei fallimenti, per quella vita ripugnante, una vera compassione: “Caro lettore, non giudicare troppo duramente Sabbath: molte transazioni farsesche, illogiche e incomprensibili, sono classificabili grazie alle manie della lussuria.” Dopo una sequela di disastri, nelle ultime pagine del libro, le più esilaranti, ormai sull’orlo della follia, Sabbath cerca in ogni modo di farla finita. Nel cimitero dove riposano i familiari prova goffamente a organizzare la sua sepoltura immaginando il giusto epitaffio: “Morris “Mickey” Sabbath, Amato Puttaniere, Seduttore, Sfruttatore di donne, Distruttore della morale, Corruttore della gioventù, Uxoricida, Suicida 1929 – 1994.” Ma è solo un altro fallimento, l’ennesimo, l’ultimo. Non c’è verso, Sabbath è un uomo condannato a soffrire, la sua vita di povertà e di lussuria è una carambola di sconfitte già scritte, una commedia dolorosa in cui imperversa lo sfacelo, in cui imperversa l’odio, in cui imperversa la disobbedienza, in cui imperversa la morte. Il più rothiano dei romanzi di Philip Roth. 

Angelo Cennamo

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CONVERSAZIONE CON CLAUDIA DURASTANTI

Claudia Durastanti è nata a Brooklyn trentanove anni fa, ma alle sue spalle ha già una laurea in Antropologia culturale, quattro romanzi, il quinto è appena uscito, una lunga serie di traduzioni di libri americani, saggi, articoli, recensioni anche musicali per la rivista Mucchio Selvaggio. Dal 2021 cura La Tartaruga, marchio de La Nave di Teseo, suo attuale editore. Cresciuta tra gli Stati Uniti e la Basilicata, vive stabilmente a Londra dove ha contribuito a fondare il “Festival of Italian Literature”. Collabora infine (infine?) con il Salone del libro di Torino. La prima cosa che mi viene da chiederti è a che ora iniziano le tue giornate e se ti resta del tempo libero. 

Ora iniziano alle 7.30 e procedono in grande confusione tra treni, traduzioni, pagine di lettura rubate (ormai leggo i libri che desidero leggere come se mi stessi ubriacando di nascosto, è diventata un’attività quasi viziosa), manutenzione del lavoro e mestizia perché nelle fasi di promozione dei romanzi senti i pensieri originali che si allontanano, scrivi peggio e pensi peggio. Poi finisce. E torno a svegliarmi alle 10 per andare a dormire alle 2. 

Ti ho conosciuta come autrice nel 2019 (poi ho recuperato il pregresso). La straniera, il tuo quarto libro, un po’ romanzo un po’ memoir (“La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato”) ha riscosso un grande successo di pubblico e di critica e ha sfiorato il premio Strega. Quando lo lessi rimasi folgorato prima ancora che dalla storia, dalla bellezza e dalla modernità della scrittura. La straniera è stato anche libro dell’anno per Telegraph Avenue. Mi risulta che è stato tradotto in una ventina di paesi, dico bene?   

Sono diventati venticinque, ha avuto una storia particolare come libro e per certi versi irripetibile. Da traduttrice, ho una percezione approfondita e anche particolare della traducibilità, non credo che sia tutto necessariamente trasferibile in ogni lingua e contesto. Quello era un libro intrinsecamente comparato. Una cosa che volevo fare dal giorno dell’uscita e per cui non ho avuto mai tempo era passare un po’ di tempo con mia madre a NY. L’ho portata lo scorso Natale, e passeggiando verso South Street Seaport mi ha raccontato delle storie assurde sulla sua vita americana che non finiranno mai nella Straniera. Stavo chiudendo le bozze del libro nuovo e ho voluto prepararlo che quella fase della mia vita durata cinque anni stava un po’ per chiudersi – La straniera avuto davvero la fortuna di vivere una vita lunghissima – e dunque magari in un certo senso sarebbe finita questa fase anche per lei che era al centro di quel romanzo. Mia madre mi ha guardato in maniera perentoria intimandomi: “La straniera non finirà mai” (ho una foto buffissima in cui sembra il patriarca di Succession mentre lo dice)  e proprio in quel momento mi è arrivata una mail di Elisabetta Sgarbi per dirmi che i diritti del libro erano stati venduti in Giappone. Ho riso moltissimo. Ha ragione lei, per alcuni aspetti. Ma poi è uscito Missitalia, che per tanti aspetti è un romanzo più personale, intimo, nella misura in cui riguarda le mie visioni e ossessioni e lo stato dei miei pensieri sulla storia e la contemporaneità. E avrà le sue traduzioni, che saranno altrettanto preziose, anche se rispetto alla Straniera si tratta di ere geologiche contigue ma separate. 

(La straniera) è una storia di confini e sul superamento dei confini: normalità / disabilità, povertà / benessere, il silenzio  e il suono delle parole dette, il dialetto lucano e l’italiano, lo studio e la cultura come strumento di emancipazione. Un altro tema del romanzo è l’identità. Tu sei nata a New York e ci sei rimasta fino ai sei anni. Cosa vuol dire nascere in un posto come New York? Pensi che abbia segnato in qualche modo il tuo destino di autrice, che lo abbia caricato di ulteriori significati? 

Oltre all’infanzia ho avuto le estati americane, tutte fino ai diciassette anni, poi ho iniziato a fare altri viaggi. Penso che questo punto di origine mi abbia trasmesso immediatamente un senso di elettricità e di importanza, di ricerca del pericolo e dell’angolo sbagliato; invece di capire me stessa e la mia casa e la mia famiglia volevo capire le case degli altri e le strade in cui stavano male e le ragazzine che scappavano e rubavano nei negozi e si sceglievano presto un’appartenenza e una divisa fuori dalla famiglia. E questo forse ha lasciato un’impronta importante. New York mi ha messo subito a contatto con i fantasmi dell’arte e della storia, probabilmente mi ha dato sin da subito la sensazione di possibilità e affrancamento dalla solitudine. E io sono diventata una lettrice e scrittrice così, cercando i miei sentimenti selvaggi nella folla, negli altri. Ci ho messo tantissimo tempo a tornare a me. Non so come sarebbe andata se fossi stata una creatura silvana o nata e cresciuta in provincia, negli anni della formazione ho avuto sia il deserto lucano che la domenica a messa che appunto questa dimensione totalizzante della città assoluta, cruda, verticale. Per certi aspetti è stato un privilegio assoluto: vivere NY senza sparirci dentro, senza addomesticarla del tutto, senza annoiarmene, anche se ora che sono adulta e ci passo più o meno un mese l’anno sento che si è sedimentato tutto e forse ho perso anche una lingua con cui raccontarla.  

Il tuo romanzo di esordio Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra (premio Mondello giovani) è praticamente un romanzo americano. La storia risente chiaramente delle tue letture giovanili, mi viene in mente su tutti Meno di zero di Ellis, ma anche Le ragazze di Emma Cline, che però è uscito qualche anno più tardi. Passami la battuta: sei stata Emma Cline prima di Emma Cline. 

Che esordio impressionista quello! Anche se credo che con L’ospite abbia scritto il suo libro davvero importante. Quello che mi piace di Cline è il suo modo di flirtare con i generi, che sia il true crime o l’horror psicologico mettendo tutto indissolubilmente al servizio della frase, dell’estetica, dello stile, che per alcuni è il suo vero peccato. Come se diventasse troppo filmica. Ma capisco quel vizio originale: per me all’inizio il modo era tutto, forse lo è ancora anche se credo che dalla Straniera in poi e in parte con la sequenza che ha portato a Cleopatra va in prigione sono diventata più una scrittrice di forma, e credo che il rischio sia di un approccio così il manierismo, l’eccesso di stile ovviamente. Ma io ho avuto un approccio molto fisico alla letteratura americana, prima ancora di Ellis e Didion e DeLillo ed Egan sono stata una grande consumatrice di Fitzgerald e Kerouac e ho capito che non volevo fare niente se non c’era ritmo e possessione, se la lingua non diventava anche un esorcismo, un’immagine indelebile, uno squarcio nella percezione che solo un certo scrittore o una scrittrice poteva generareInsistere e accelerare fino a creare un proprio mondo, un proprio codice. È come diceva quel personaggio nella Trama del matrimonio di Eugenides modellato su David Foster Wallace, che era ossessionato dal voler diventare un aggettivo. Ho amato gli autori divorati da questa ambizione. Rispetto a una letteratura seriale impostata sulla somiglianza e la riconoscibilità, continuo a difendere la differenza.

Io e te apparteniamo a generazioni diverse eppure siamo cresciuti leggendo gli stessi autori; prima ho citato Ellis, ce ne sono altri: DeLillo, Carver, McInerney, David Foster Wallace… A proposto di Wallace, una volta chiesi a Luca Briasco se il postmodernismo può dirsi un’esperienza archiviata dopo opere come La scopa del sistema e Infinite Jest. Briasco rispose che è morto e sepolto con Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan. Uno degli autori che traduci è il premio Pulitzer Joshua Cohen (ad oggi in Italia sono usciti quattro libri di Cohen con Codice editore, tutti e quattro li ha tradotti Claudia Durastanti. Durastanti è per Choen quello che Silvia Pareschi è per Franzen: la sua unica voce italiana). Senza nulla togliere all’autorevolissima opinione di Briasco, non pensi che autori come Cohen e Ben Lerner, per esempio, il postmodernismo riescano in qualche modo a tenerlo in vita e a declinarlo secondo altre forme?

Premetto che io ho un rapporto distorto con l’idea di classico. Tanto che in A Chloe per le ragioni sbagliate c’è un personaggio che vuole laurearsi con una tesi che mette al confronto Nikolaj Stavroghin dei Demoni di Dostoevskij e Nick Shay di Underworld di DeLillo, perché per me Underworld è un classico contemporaneo, e cioè un romanzo che non può essere scritto e sovrascritto, che genera ed esaurisce la sua unicità. Io credo che se vogliamo usare delle categorie, dobbiamo esporle all’andamento temporale, non per segnalarne la nascita e la fine (il romanzo non muore, l’autofiction non muore) ma per riconoscerne le varie fasi interne. Cioè un genere letterario diventa abbastanza maturo o vecchio da maturare varie stagioni dentro di sé. E il postmoderno a cui si riferisce Briasco chiudendolo con Il tempo è un bastardo è finito sottotraccia, ma abbiamo il postmoderno di Joshua Cohen o di Valeria Luiselli ma soprattutto dell’ultimo romanzo di Catherine Lacey, Biografia di X, anche se credo che resterà un episodio circostanziato nella sua produzione letteraria. Così a spanne mi verrebbe da dire che si tratta di un postmoderno in cui il romanzo ha coscienza della sua fragilità e debolezza, allora saccheggia dalla literary non fiction, si rigenera e torna a sé stesso in forma aumentata. L’altro elemento di crisi rispetto al postmoderno di Egan, che è e resta una grande progettatrice di interni quando si tratta di storie, è l’idea (appunto originaria e costitutiva della narrativa postmoderna) di qualcosa che non può tornare e non deve tornare. Non a caso lei ha tratto tantissima influenza dalla serialità televisiva, e il fatto che anche questo formato ora non riesca più a portare avanti dei progetti labirintici ma perfettamente giustificabili in termini di senso e costruzione del mondo, fa sì che si viva una fase di scritture di quel tipo in cui c’è una maggiore precarietà e crisi di senso, che nei casi migliori diventa materia viva del romanzo. E quindi forse siamo addirittura a un postmoderno che vampirizza le sue fasi germinali, un po’ un uroboro. 

Un altro scrittore che traduci è Nickolas Butler (uscito dal prestigioso Iowa Writers’ Workshop). Una volta ebbi con lui un piccolo screzio, niente di che; gli dissi che a volte dava la sensazione di essere uno scrittore costruito, impostato secondo gli stereotipi del Midwest: barba, camicia a quadri di flanella, storie di pick up, fienili, buoni sentimenti, roba del genere. Ma io sono autenticamente del Midwest! rispose piccato. Vabbè, pace fatta. Il mondo di Butler come quello di Tiffany McDaniel, Kent Haruf, Ron Rash, Willie Vlautin…  così rustico, bianco, conservatore, trumpizzato, è l’ultima frontiera di un’America di provincia ancora scolpita nell’immaginario di noi europei ma che nelle nuove tendenze è un po’ scemata. Come sta cambiando la narrativa americana anche alla luce di fenomeni relativamente recenti come il Sensitive reading, la Cancel culture eccetera? 

Butler è uno scrittore antico, ha un approccio alla pagina e alle storie che forse aveva più a che fare con Sherwood Anderson che con Kent Haruf, almeno agli inizi. C’era il bagliore di quel tipo di candore, soprattutto nei racconti. E credo che per la fortuna della sua ricezione, ma anche per la sfortuna della sua autonomia come autore, Butler sia emerso in un momento in cui la traduzione della letteratura americana in Italia ha optato per un paesaggio rurale minimo, a volte consolatorio, selezionando volutamente determinate opere che ricostruissero una mappa di quel tipo. Ma è stata un’America per certi aspetti immaginaria, in differita, un Midwest diluito che ha fatto scuola e piccolo palinsesto in Italia, basandosi sulla somma di certi libri simili e affini, mentre lì accadeva anche altro e soprattutto altro. Quindi quando parliamo di letteratura americana contemporanea, è importante tenere presente che la somma delle traduzioni in Italia e delle scelte di catalogo crea degli scenari artificiali, che possono essere belli e riusciti, ma che trovano senso in questo contesto e in questo paese. Io credo che la narrativa più interessante almeno fino a qualche anno fa sia discesa da non americani madrelingua: Yuri Herrera, Ocean Vuong anche se non so davvero come si evolverà la sua scrittura e se resterà un episodio, Aleksander Hemon, Valeria Luiselli, oppure da pensatori formali come Ben Lerner o Catherine Lacey o Hernan Diaz. Lacey è forse l’ultima autrice americana che mi ha generato un entusiasmo pari a quello di Jennifer Egan. O da autori come Denis Johnson, che per me sta alla letteratura americana come Paul Thomas Anderson sta al cinema: con un senso di essere l’ultimo, ed è stato l’ultimo, poco letto, compreso, volutamente subdolo nel cambiare forma alle aspettative di lettura. Sul sensitive reading credo che aumenteranno i romanzi nella vena di Percival Everett: e cioè smascherando l’idea che questa idea di letteratura auto-rappresentativa e sanificata sia portata avanti dalle minoranze o che sia nel nome di presunti eserciti immaginari. Sul fronte britannico, basta pensare alla meraviglia di Ragazza, Donna, Altro di Bernardine Evaristo. Le schegge di Ellis ha avuto una buona vita editoriale e quando dice che ha dovuto ambientarlo per forza per aggirare il conformismo dei discorsi politicamente corretti sul presente io non gli credo: è andato nel passato perché lì sta la sua forza, lì la terra mitica della sua scrittura, lì funziona l’ingranaggio. Come analista del presente Ellis ha le armi spuntate. Come romanziere è ancora potente. 

Da qualche anno hai accettato una sfida impegnativa: curare e rilanciare il glorioso marchio de La Tartaruga. Che esperienza si sta rivelando?

Sono felice se questa esperienza serve a far circolare dei testi poco conosciuti o talmente noti da diventare quasi sacri come Sputiamo su Hegel, per dare a questi libri una vita pubblica, non basata per forza sui numeri, ma sullo scambio, il consiglio, la creazione di una piccola biblioteca. Sono pochi libri che hanno voglia di restare o di tornare.  È una dimensione nuova per me, mi permette di far esistere cose che mancavano come Mia madre ride di Chantal Akerman o Coniglio maledetto di Bora Chung che rischiano di smarrirsi in cataloghi sensibili al femminismo ma anche molto vari e discontinui. Per natura, non credo di saper fare le cose a tempo indebito. In ogni rivista, realtà editoriale, posto di lavoro o festival culturale sono arrivata per imparare, sono arrivata al punto di assumermi delle responsabilità e poi ho provato la gioia di vedere che un’intuizione personale poteva diventare un’ispirazione per qualcun altro. Senza questa trasmissione di senso inizio a sentirmi male. È faticosissimo oltre che noioso lasciare sempre e solo il proprio marchio su tutto, ed è bellissimo invece quando la letteratura, i libri degli altri, sono talmente potenti che ti sovrastano e ti fanno quasi sparire. È uno strano momento di pace. 

Proprio in questi giorni hai concluso l’editing del tuo nuovo romanzo. La straniera risale a quattro anni fa, c’è molta curiosità tra i tuoi lettori. Puoi darci qualche anticipazione? 

Sono arrivata talmente in ritardo che il libro è uscito quasi da due mesi. Si intitola Missitalia, è un trittico che tratta la storia come sogno e il sogno come storia in duecento anni tra Val d’Agri, Roma, e la Luna, con abbondanti interferenze americane. Scriverlo è stata un’esperienza di esplorazione incontenibile, parla di scoperta di una risorsa, di sfruttamento intensivo di una risorsa e di rapporto con la fine di quella risorsa. Che può essere il petrolio, l’amore, forse anche il romanzo. Una scrittrice che ammiro molto e a cui voglio molto bene mi ha detto che dopo averlo letto le era sembrato un oggetto venuto da una dimensione altra, che le aveva lasciato un po’ una sensazione di curiosità e di meraviglia e voglia di giocarci. È una definizione generosa, ma mi ha reso contenta. E mi sto abituando piano piano alle sue affinità e divergenze con La straniera. 

I dati sulla lettura in Italia non sono incoraggianti: oltre il 60% dei nostri connazionali non legge neppure un libro all’anno, con punte dell’80% al sud. Alla letteratura in troppi preferiscono altre forme di racconto: fiction tv, cinema, social… Pensi che il romanzo abbia i giorni contati? 

Credo che l’editoria per come è strutturata ha dei giorni se non contati sicuramente turbolenti. Sono le solite storie sui circoli viziosi della sovraproduzione, del ciclo isterico della pubblicazione, che per contrasto sta creando delle realtà quasi vittoriane, di editoria mecenate a ritorno zero, con progetti avulsi da qualsiasi razionalità economica. Mi sembra una fase ripetitiva, isterica. Ma il romanzo vitale, quello che porta avanti il senso del romanzo o la sua permanenza nella storia, va avanti a prescindere da queste logiche. È condannato ad emanciparsene, ma non sempre si trova il coraggio di assecondare quello che chiede. E allora si scrivono libri, si scrivono esemplari di narrativa, si scrivono buone opere con un senso di mercato preciso, ad alta funzionalità. Si è sempre fatto così. E credo che ogni autrice e ogni autore possa essere estremamente visionario o estremamente cinico in base alle circostanze della vita, dal suo rapporto di fiducia con la letteratura. Uno spera di non essere mai troppo scoraggiato da rischiare, e da assecondare una profonda visione intima e interiore. 

Trump. L’ho citato prima a proposito dell’America rurale di Butler. In tempi non sospetti (American Psycho di Ellis), negli anni della Casa Bianca (Il decoro di David Leavitt) e sotto mentite spoglie (Il presidente dell’ONAN di Infinite Jest di Wallace non è Donald Trump ma quel Johnny Gentle gli somiglia molto) ha segnato anche la fiction degli Stati Uniti, il racconto della nazione. Secondo te, Trump è il prodotto di una certa America o è una certa America che è stata forgiata e plagiata da personaggi come Trump? 

Direi la prima. Un tempo era un americano singolare e marginale, oggi per certi aspetti è un arci-americano che gode di risonanza e popolarità, perché la storia tende a elevare certi tratti culturali e spirituali in base alle circostanze di un’epoca, di un determinato momento. È come assistere alla distorsione difrequenza e di volume di certe forme dell’inconscio collettivo; è stato il suo momento mentre ora Trump vive di una bizzarra forma di riciclo, di adesione spossata al pensiero negativo e controcorrente. Non è più una febbre, è una ricaduta. Una guerra civile bagnomaria. Non lo dico per ignorare la violenza delle deportazioni al confino, le morti per razzismo sistemico, il delirio misogino sulla vita sessuale delle donne,l’aggressività e sofferenza che si produce a ogni livello del quotidiano negli Stati Uniti, ma perché la temperatura alla vigilia delle nuove elezioni è più questa, di un infezione estesa e a bassa intensità che compromette il ragionamento e fa andare in giro in maniera sbandata. È una cosa che mi preoccupa quasi di più del trionfo della morte della sua prima vittoria elettorale. 

Quanto influisce, se influisce, l’attività di traduttrice nella ideazione delle tue storie, e qual è un autore o un’autrice che ti piacerebbe tradurre?  

Credo che tradurre Notti insonni di Elizabeth Hardwick per esempio abbia profondamente cambiato il mio modo di rapportarmi all’aggettivazione, al simbolismo della prosa, ero in uno stato di trance e di anomalia della forma – quel libro è misterioso e inclassificabile – che mi ha fatto venire voglia di diventare una scrittrice nuova, più indecifrabile a me stessa. È stata un’influenza profonda su certe scelte di Missitalia. Ma tradurre voci così è un’esperienza che centellino con cura. Ora sono felice di lavorare al mio primo fantasy letterario, The book of love di Kelly Link. Mi fa bene anche questo ordine, questo rapporto con la macchina narrativa. Come diceva Pavese che non voleva tradurre Fitzgerald per non rovinarsi e non rovinarselo, io non toccherei mai una pagina di Don DeLillo. Ne morirei. 

Il tuo rapporto con i social. Alcuni autori e autrici ne sono fuori, pensano che gli scrittori debbano parlare solo attraverso i propri libri. Altri, come si dice, sono sul pezzo, cavalcano l’onda, partecipano anche a discussioni animate sulla politica, sul clima eccetera. 

Sono meno reattiva di un tempo, ma Facebook ha avuto un’influenza positiva nell’esperienza del feedback rispetto a degli esperimenti di pensiero e di stile per me, è stato a suo modo un laboratorio che ho sfruttato intensamente, finché non ho deciso di chiudere quell’esperienza perché si era cronicizzata nel sempre uguale. Non mi interessa tanto cosa si dice e cosa si dibatte – mi sono tolta dopo dei dibattiti molto accesi in seguito a un pezzo che ho scritto su Amanda Gorman per Internazionale – ma il modo in cui la falsa conoscenza che si produce là sopra è diventata una parte integrale del nostro modo di apprendere e trasmettere le storie. Quando Amalia Spada all’inizio di Missitalia dice che la cosmologia di una persona si crea per false conoscenze, frammenti di aneddoti, che restano le cose meno importanti perché bruciano prima e fanno una bella cenere, sta dicendo in fondo quello. E non è solo una critica negativa alle fake news: io credo che abbiamo veramente desiderato e amato questo modo di raccontare più iridescente e spesso irrazionale, dobbiamo farci i conti, e capire quanto ci ha cambiato, e ha mutato i romanzi nel profondo, non nella superficie. 

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150 ACRI – Melinda Moustakis

È l’angolo estremo del continente americano, in alto, a ovest, guardando la mappa. Uno Stato americano che non confina con nessun altro Stato americano. Nel 1956, quando ha inizio questa storia, l’Alaska non è neppure uno Stato ma una terra di nessuno, con poche strade, poche case. Insomma, un posto selvaggio, inospitale, per quanto anche adesso…

Melinda Moustakis è cresciuta in California ma è nata lì. Una quindicina d’anni fa, la sua raccolta di racconti Bear Down, Bear North vinse premi prestigiosi come il Flannery O’Connor Award. Con 150 Acri, il suo primo romanzo, in Italia edito da Atlantide con la traduzione di Ilaria Oddenino e Marco Bianco (bellissima la cover di Andrey Osadchikh), Moustakis ci porta nella sua terra di origine per raccontarci una vicenda familiare di sfide coraggiose, dura e lirica come certi classici della letteratura Western. Quando parte dal Texas per fare visita alla sorella maggiore Sheila, che vive col marito ad Anchorage, una cittadina sulla baia di Cook, Marie è poco più di un’adolescente. L’incontro casuale con Lawrence è un gioco di sguardi e nessuna conversazione. Lawrence è arrivato dal Minnesota per costruirsi una casa su una terra concessa, e per mettere su famiglia “La prima donna che gli sembri in grado di resistere a un inverno nella casa di legno, Lawrence le chiederà di sposarlo”. È un uomo di poche parole, burbero. Dorme su un divano in un vecchio scuolabus, e intanto sogna la sua casa di legno e una dozzina di figli. A Marie, Lawrence non chiede nulla. Su un biglietto scrive 150 acri. Una promessa. Un invito. Una provocazione. Dopo pochi giorni sono già sposati. Il romanzo parte da qui. Il matrimonio tra Lawrence e Marie è un salto nel buio: i due non si conoscono, non c’è nulla che li lega se non quel coraggio, forse incoscienza, di sfidare l’ignoto. La storia è il lungo diario di una coppia che vive un apprendistato lento e difficile. Costruire è la prima parola chiave. Costruire la casa, costruire la famiglia, costruire il futuro “il matrimonio è uno strumento per avere figli”. Destino è la seconda. Esserne parte, assecondarlo contro la malasorte. E poi sacrificio, tolleranza. Preservare. Ma prima di tutto la grammatica dei luoghi: sterpaglie, fango, paludi, melma, tronchi, neve, orsi. Il paesaggio domina. I personaggi sono pochi come gli abitanti. Oltre Lawrence e Marie, c’è l’altra coppia: Sheila e Sly, e poi Joseph, il padre di Lawrence, che nella parte centrale del racconto avrà un ruolo importante: aiutare figlio e nuora a costruire la casa e salvare il loro matrimonio da una serie di incomprensioni e da un dramma che rischia di azzerare ogni piano. Passano i giorni, i mesi, la routine di Lawrence e Marie è una sequenza di gesti e di procedure faticosi. Lawrence ha un passato di cui non va fiero. Il suo lato oscuro è uno dei temi del libro. Ma di argomenti ce ne sono diversi: il senso e il significato dell’appartenenza, l’identità, la noia, la sopportazione del dolore e la sua condivisione. 

150 Acri è una parabola biblica, uno straordinario romanzo di frontiera, una storia d’amore e di fede che fa pensare ad autori come Jack London e Ron Rash, ma anche al Pennacchi di Canale Mussolini. 

Angelo Cennamo

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PURPLE AMERICA – Rick Moody

Hiram Frederick Moody III, scrittore e musicista newyorchese meglio conosciuto con lo pseudonimo di Rick Moody, allievo di John Hawkes dal quale ha attinto il piglio sperimentalista, il coraggio di esplorare nuove forme di intrattenimento infrangendo i vincoli e le regole più comuni della tradizione. È stato amico di David Foster Wallace, ha collaborato con riviste prestigiose come  “Esquire”, “New York Times”, “Harper’s” e “New Yorker”. Spesso viene accostato ad autori del passato come Updike e Cheever, io invece trovo che Moody somigli solo a se stesso o che i suoi riferimenti siano altri. Nel 2022 figurava tra gli autori che hanno partecipato alla William Gaddis Centenary Conference. Come Thomas Pynchon e Russell Banks, un altro dei suoi maestri, Gaddis ha sicuramente plasmato la voce di Moody, che nel tempo è arrivato a coniugare il postmodernismo della vecchia guardia con una narrazione emotivamente più accessibile.

Purple America (Rosso Americano) – uscito negli Usa nel 1997, lo stesso anno di Pastorale Americana di Philip Roth, Underworld di Don DeLillo e Mason & Dixon di Thomas Pynchon, e pubblicato in Italia da La nave di Teseo – è il romanzo della consacrazione di Moody dopo i primissimi successi Cercasi batterista, chiamare Alice e Tempesta di ghiaccio. La storia tragicomica riflette il modo di scrivere di Moody: frasi lunghissime e la capacità di sorprendere ricorrendo a più registri, dal comico al drammatico. Tutto accade in quarantotto ore, un tempo breve che nel romanzo però si dilata all’inverosimile. Hex Raitliffe è un trentottenne balbuziente alcolizzato con “massicci occhiali da saldatore legalmente-non-vedente-incapace-di vedere-a-un-palmo-dal-naso” tornato a casa dalla madre gravemente malata per accudirla dopo che il suo patrigno l’ha abbandonata di punto in bianco. Hex non è un figlio perfetto, anzi nella sua vita non è riuscito a combinare nulla di buono –  questo romanzo è fondamentalmente una storia di fallimenti e di occasioni mancate – lo sguardo di Moody verso i suoi personaggi è indulgente, misericordioso, altre volte cinico, brutale, come se volesse prendersi gioco, beffarsi delle debolezze altrui. La tenerezza con la quale Exe aiuta la donna (paralitica e quasi del tutto afona) a fare il bagno nel dettagliatissimo incipit (sette pagine senza un punto) ricorda la premura  del giovane protagonista di un altro bellissimo romanzo italiano di qualche anno fa: L’invenzione della madre, opera prima di Marco Peano. Come nel libro di Peano, le parole di Moody danno corpo al corpo, il corpo del genitore ingabbiato, martoriato dalla tetraplegia, che arriva a implorare il suicidio assistito come ultimo desiderio. Ma il rapporto tra Exe e la madre, che evolverà in un finale thriller, è solo uno dei diversi temi affrontati. Moody alleggerisce il dramma della malattia e della fuga del patrigno, coinvolto nella  stessa giornata anche in un incidente a una centrale nucleare, con una trama parallela, più grottesca, che ha come protagonista una ex compagna delle medie di Hex, Jane Ingersoll. Le due vicende viaggiano insieme ma sembrano non toccarsi. La descrizione anatomico-cabarettistica del breve corteggiamento, tra eros e tanathos, soprattutto del primo bacio tra i due e del conseguente accoppiamento sessuale: goffo, avvilente, esilarante, con Jane che “bofonchia vocali inedite”, è un pezzo di altissima letteratura, tra le scene migliori del romanzo. Non saprei dire quanti libri abbia venduto o venda Rick Moody nel suo paese e all’estero, quello che so è che Moody scrive meglio di tanti autori americani in Italia più popolari di lui “La bocca di lei sa di porti del New England, di sigarette, alcool, esperienza”. Nel 2001, il New Yorker lo inserì tra i venti giovani autori americani che avrebbero segnato la letteratura del nuovo secolo. Il suo ultimo libro è The Long Accomplishment: A Memoir of Struggle and Hope in Matrimony (La lunga impresa del mio matrimonio), uscito nel 2019 con Henry Holt e co. – in Italia edito da La Nave di Teseo.  

Angelo Cennamo

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THE PALE KING – David Foster Wallace

“Raccontare l’apatia con garbo e umorismo. La sconfitta della noia è come l’estasi istantanea in ogni atomo. Se sei immune alla noia, non c’è nulla che tu non possa fare”. Si può giudicare l’opera di David Foster Wallace separandola dalla pulsione di morte che abitava la sua mente e che a soli quarantasei anni lo ha portato al suicidio? Il realismo isterico della prosa massimalistica, lo sguardo malincomico sulle vicende umane affrescate nelle pagine dei pochi romanzi  pubblicati e dei racconti, sono probabilmente legati a quel malessere, all’urgenza, già altre volte avvertita, di abbandonare la vita. La sera del 12 settembre del 2008, nella sua casa di Claremont (California), pare che avesse pianificato tutto: scritto due righe di commiato alla moglie Karen, salutato i cani Jeeves e Drones, ordinato negli  scatoloni giù in garage i manoscritti del romanzo al quale stava lavorando già da parecchi anni. “La Cosa Lunga”, un librone di cinquemila pagine che si sarebbero ridotte a poco più di mille, aveva confidato all’amico Jonathan Franzen. Per completare questo librone Wallace aveva rinunciato a convegni, conferenze stampa, al party per il decennale di Infinite Jest, a uscite con gli amici. E a chi come lo stesso Franzen si preoccupava negli ultimi tempi del suo stato di salute e gli chiedeva al telefono come stai, lui alla sua maniera rispondeva:  “mi sento un po’ peculiare”. I pezzi del  romanzo che Wallace stava scrivendo vennero faticosamente assemblati tre anni dopo la sua morte, nel 2011, dall’editor Michael Pietsch in un libro di circa ottocento pagine pubblicato col titolo Il Re Pallido. Parliamo evidentemente di un romanzo incompiuto, ma quale opera di Wallace non lo è? Soprattutto, siamo proprio sicuri che si tratti di un romanzo? La risposta è nell’introduzione o parte metanarrativa, che troviamo, pensate, a pagina ottantacinque “Questo libro non è opera di fantasia, bensì sostanzialmente vero e accurato: Il Re Pallido è di fatto più un libro di memorie che una storia inventata”. Chiaro, no? Un libro di memorie ispirato all’esperienza che il giovane studente universitario David  Wallace avrebbe vissuto per tredici mesi presso l’Agenzia delle Entrate della sperduta Peoria, nell’Illinois “Il libro è basato in buona parte sui vari taccuini e diari che ho tenuto durante i miei tredici mesi come liquidatore standard al Ccr del Midwest. Il Re Pallido è, in altre parole, una specie di libro di memorie professionali”. Mm, bello scherzo, in tanti hanno abboccato. E sì perché tra il 1985 e il 1986 Wallace era impegnato negli studi universitari e a scrivere il suo primo romanzo, in quell’ufficio di Peoria non mise mai piede. Dunque? La noia. È questo il vero argomento, del romanzo? Assolutamente sì. Ma attenzione, non parliamo solo di quel non luogo a procedere della felicità, quel baratro astratto di malinconia nel quale è facile perdersi per sempre. La noia si può sconfiggere, è questo il messaggio contenuto nel libro. Lasciarsi attraversare senza opporre resistenza, sviluppare la capacità, a volte innata a volte acquista, di trovare l’altra faccia della ripetizione meccanica dell’inezia, dell’insignificante, del ripetitivo, dell’inutilmente complesso “eccola la chiave alla base di tutto, la chiave della vita moderna e della vera felicità: essere, in una parola, inannoiabile”. Il Re Pallido è un monumento di introspezione, un’opera di narrativa ma nel contempo un trattato di filosofia, un saggio di psicologia, il migliore testamento che un incursore dell’entropia come Wallace potesse lasciare ai suoi lettori. I libri di Wallace ci spalancano gli occhi, ci mostrano l’invisibile, nuove forme, altri colori, e ci fanno provare un’esperienza unica: la sensazione per un certo numero di pagine di essere lui, David Foster Wallace.

Angelo Cennamo

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CITTÀ IN ROVINE – Don Winslow

Dieci anni prima era fuggito dal Rhode Island su un’auto scassata, con un figlio di diciotto mesi, un padre rimbambito e un paio di borsoni stipati nel bagagliaio, inseguito dalla mafia e dai federali. Oggi Danny Ryan è socio di due hotel sulla Strip di Las Vegas, ha una grossa villa e centinaia di milioni di dollari in banca. Danny non è solo un uomo ricco, è molto di più. Ma tutto ha un prezzo e il passato non si può cancellare, Danny lo sa: non ha dimenticato quando lavorava come uno sguattero sui moli di Providence, pecora nera di una gang irlandese che faceva la guerra ai mangiaspaghetti italiani; il sangue versato, i sacrifici e le rinunce per arrivare dov’è adesso, in cima al mondo. Città in rovine, con HarperCollins e la traduzione di Alfredo Colitto, è il terzo capitolo di una trilogia già tutta scritta prima del 2022 con la quale Don Winslow avrebbe deciso di congedarsi per sempre dai suoi lettori (uso il condizionale perché non credo nel ritiro definitivo di Winslow… “Il clamoroso ritorno del re del crime!” già vedo la fascetta del New York Times sul prossimo libro di seicento e passa pagine, e le file chilometriche per un selfie o una copia autografata), l’ultimo episodio di un solo grande romanzo – le avventure di Danny Ryan – ispirato all’Iliade e all’Eneide. Un progetto ambizioso, epico è il caso di dire, che ha impegnato Winslow per almeno un trentennio, costringendolo a studiare addirittura il latino in un liceo e a frequentare corsi universitari online su Omero e Virgilio. Dicevo della fuga di Danny da Providence al Nevada. A Las Vegas il nostro amico è diventato uno stimato uomo d’affari, un magnate dei casinò. Ora Danny potrebbe tirare i remi in barca e godersela, ma tutto quell’oro non gli basta. Insegue nuovi primati, fare altri investimenti per avere denaro pulito e resettare il marcio della sua vita precedente. Il chiodo fisso si chiama Lavinia, l’hotel più chic di Las Vegas. Danny vuole comprarlo, anzi soffiarlo a qualcun altro, e trasformarlo in un “Sogno”. Una scommessa pericolosa che può costargli il suo impero e farlo ripiombare nel buio. Un’implosione. Tutto crolla dall’interno, non è così, Danny? Il cancro che ha divorato tua moglie, la depressione che ha portato al suicidio la tua star hollywoodiana. L’ultimo tratto della storia di Danny Ryan parte da qui. Tra scalate societarie, tangenti, amori impossibili, offese irreparabili e nuovi sospetti, si ricomincia a sparare. Altro sangue, un altro Inferno: la guerra di Providence non è finita.

“Cinque pagine al giorno a qualunque costo. Indipendentemente da dove mi trovassi. Indipendentemente dall’ora del giorno o della notte. Indipendentemente da quanto fossi o non fossi stato stanco. Cinque pagine. Dopo circa tre anni di quella routine, avevo un libro”. Per tutto questo tempo è stata la sola regola di scrittura osservata da Winslow. Le ultime cinque pagine di Città in rovine sono dedicate ai ringraziamenti per una carriera lunga e irripetibile che lo pone nel ghota del romanzo crime di ogni tempo. Winslow ne ha per tutti, dalla moglie ai colleghi – Stephen King su tutti – dai figli agli editori che hanno creduto e investito nelle sue storie. Per finire, i lettori, milioni nel mondo, follower compresi (me compreso) con i quali lo scrittore newyorchese continua a comunicare sui social. Ma siamo davvero ai titoli di coda? 

Angelo Cennamo

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