I REIETTI – Lee Maynard

Crum non è un luogo di fantasia, esiste per davvero. Lee Maynard ci è nato e vissuto prima di fuggire via come il giovane protagonista della sua trilogia, che si conclude con I Reietti, nel 2012. In Italia The Scummers è arrivato ventidue anni dopo con Mattioli 1885 e la traduzione di Nicola Manuppelli. Poco più di duecento abitanti, una scuola, una chiesa, “l’emporio di Clyde”, una strada non asfaltata, niente illuminazione pubblica né rete fognaria, Crum è situata proprio sul confine tra il West Virginia e il Kentucky, “in fondo alle viscere degli Appalachi”. Quando Maynard pubblica il primo capitolo della saga di Jesse Stone, molti dei suoi connazionali si indignano per la ferocia con la quale l’autore ha descritto quello “stagno luccicante di tetti di lamiera” e per la prosa così inutilmente volgare. L’onda della Cancel culture è ancora lontana da venire, eppure il libro viene bandito. “La vita a Crum era gaia, un folle vortice di ignoranza abietta, emozioni che tracimavano emozioni, sesso che tracimava amore, e talvolta un po’ di sangue a ricoprire il tutto” scrive Maynard all’inizio di questa lunga storia, senza immaginare che con Crum Jesse prima o poi avrebbe fatto i conti. I Reietti racconta l’ultimo tratto di una fuga infinita che porterà questo montanaro ignorante e senza particolari abilità a lasciare la contea del South Carolina, dove aveva osato mischiarsi con un gruppo di neri, per puntare a Ovest, dreaming California. Il romanzo è scritto come il diario sul quale Jesse, anche voce narrante, appunta le tappe del suo viaggio e i ricordi che lo legano a quel buco di città dove ha lasciato Yvonne, il primo amore, l’unico. Siamo negli anni Cinquanta, l’America sta cambiando (in meglio) e le opportunità non mancano neanche per una testa calda e inconcludente come Mr. Stone. Pagine di corriere sgangherate e di autostop. Jesse si muove da un posto all’altro, da un ranch all’altro. Nella borsa ha sempre qualche libro, malandato, riparato col nastro adesivo “Al ranch avevo letto abbastanza libri per sapere che avevo bisogno di leggere molti più libri”. Si iscrive all’università, alla facoltà Inglese. Non passa di certo inosservato con la sola camicia che ha, bucata sui gomiti, i jeans logori e gli stivali da risuolare. Dura poco. Nel 1960 lo troviamo all’uscita di un bordello, a San Francisco, in compagnia dei suoi nuovi compagni di merende, un messicano e un indiano. Tra sbronze e scazzottate, Jesse rimarrà invischiato in una brutta vicenda giudiziaria. La pena la sconterà nell’Esercito degli Stati Uniti, ultima ma non ultimissima tappa del suo girovagare senza sosta. I Reietti, come i due libri che lo hanno preceduto, è essenzialmente un romanzo sul disagio: Jesse non ha ancora trovato un posto nel mondo, un posto da chiamare casa. Come Lo straniero di Camus, il personaggio di Maynard sente di non appartenere a niente e a nessuno. La fuga, dagli altri e da sé, è la traccia principale ma non l’unica di questa storia che sembra negare, a Jesse come a chiunque altro, la possibilità di sfuggire al proprio destino, di andare via senza traumi. Lontano da casa non sarai mai te stesso: è questo il messaggio che Maynard lancia al suo lettore. Jesse Stone lo abbiamo già visto nel Sal Paradise di Kerouac e nel John Grady della trilogia del confine di McCarthy. In principio fu Huckleberry Finn, l’archetipo dell’Ulisse americano, l’esploratore, l’inquieto, il ribelle, il sognatore. 

Angelo Cennamo


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GLI INCANTATORI – James Ellroy

Freddy Otash è veramente esistito. Nacque nel Massachusetts nel 1922. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta fu il re indiscusso degli investigatori privati di Hollywood, il “Cerbero” di Hollywood. Scrisse libri di memorie, articoli, recitò in film di insuccesso. Estorsore freelence, spalatore di fango per giornali scandalistici come “Confidential”, il nostro Freddy si dice abbia guadagnato molti dollari come intimidatore e pusher per conto di John Kennedy. Credeteci. Freddy Otash è tornato a vivere nei romanzi di James Ellroy, di più: Ellroy ne ha fatto il suo miglior personaggio, trasformandolo in una figura sinistra e leggendaria, in un supereroe del male. “Vivo nel passato, il presente non esiste”, non fa che ripetere lo scrittore di Los Angeles a chi lo intervista, e non è un caso che tutti i suoi libri siano fermi a quel decennio, anno più anno meno, lo stesso in cui sua madre venne strangolata da uno sconosciuto. L’inizio di tutto, lo shock che indirizzò il giovane James, il bambino, al genere Hard Boiled, prima come vorace lettore poi come autore di bestseller venduti in ogni angolo del mondo. Il calendario di Ellroy è fermo a quel giorno: 22 giugno 1958. Raccontando la scena dei delitti americani, Ellroy non fa altro che raccontare quella scena, con il corpo di sua madre riverso sul pavimento e la sagoma di gesso disegnata intorno. Chi è Dalia Nera se non la madre di Ellroy? Nel nuovo romanzo la madre è Marilyn Monroe. La vita della più famosa attrice del mondo è stata stroncata da un’overdose di farmaci o per mano dei Kennedy? È questo l’interrogativo al quale Ellroy prova a rispondere nelle seicento e passa pagine de Gli incantatori, l’ultimo libro, pubblicato in Italia da Einaudi con la traduzione di Alfredo Colitto. La voce narrante è quella dello stesso Otash. Freddy gioca bene le sue carte: “finanzia un’operazione di raccolta fango sessuale da usare a scopi ricattatori”. Ha spiato Marilyn per conto di Jimmy Hoffa, il sindacalista in odore di mafia, ma adesso è la polizia a incaricarlo di indagare sulle ragioni della più clamorosa delle morti dello starsystem. Il romanzo è una full immersion di strategie, procedure, dettagli di una serratissima investigazione a doppio fondo, con Otash che non risparmia colpi bassi ma che di colpi ne riceve anche di più duri. “Pazza Marilyn. Iniezioni di collagene. Segni di morsi. Quarantamila dollari sotto il letto. Strane chiamate da telefoni pubblici. È tutto un gran troiaio”. 

Più delle parole, dei romanzi che ci piacciono ci restano le immagini. Quella di Freddy che tocca la gamba ancora calda di Marilyn, stesa nel letto e senza vita, è fortissima, non si dimentica. Ellroy è sulla sua scena ideale, Ellroy è nel posto giusto: la camera da letto di Marilyn in quella calda notte d’agosto del 1962 è il “suo luogo oscuro”. Leggere Ellroy toglie il fiato; la scrittura sincopata somiglia a una partitura Jazz: stacchi, controtempi, ripetizioni, sfuriate di semibrevi. Ogni frase è composta mediamente da cinque sei parole. Frase punto. Frase punto. Frase punto. Ta-ta-ta-ta-ta. Ta-ta-ta-ta-ta. Ta-ta-ta-ta-ta. Mitragliate di periodi a volte cortissimi ma inseriti in una narrazione espansa. Scrivere così richiede una scelta accurata delle parole. Leggere, molta concentrazione, anche perché il libro è pieno di sottotrame e di nomi talvolta difficili da ricordare o da abbinare ai rispettivi ruoli, nomi che entrano ed escono dalla storia rendendola in alcuni punti ingarbugliatissima. Gli incantatori è il più classico degli Hard Boiled; tra verità e finzione Ellroy ricostruisce in chiave crime e alla sua maniera uno dei grossi fatti di cronaca della storia recente degli Stati Uniti, una vicenda di chiaroscuri e di cliché, i cui protagonisti ancora una volta sono John e Bob Kennedy. Sesso, denaro, potere, bellezza, solitudine: l’America non è mai stata innocente. Non è così? 

Angelo Cennamo

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THE FORTRESS OF SOLITUDE – Jonathan Lethem

Negli anni del liceo, tra gli appunti disordinati sulla mia scrivania,‎ avevo una vecchia foto di Brooklyn in bianco e nero, un po’ sgualcita, presa chissà dove. Mostrava lo scorcio di una strada verosimilmente malfamata, con un marciapiede sudicio, crepato, sbilenco, scritte illeggibili sui muri, dei neri con i capelli lunghi e jeans a zampa di elefante appoggiati all’ingresso di un palazzo, anche questo fatiscente, fatto di mattoni scuri – forse marroni – e delle auto con i musi lunghi incolonnate ai bordi della carreggiata. Per parecchio tempo quella foto ha evocato nella mia immaginazione l’idea dell’America – New York o San Francisco era uguale – i suoi mille dialetti, l’architettura, la musica, le sale da gioco nei seminterrati fumosi, i campi di basket all’aperto con le reti metalliche intorno, le fiancate colorate dei vagoni della metropolitana. A distanza di anni, ritrovo quella foto con lo stesso marciapiede consumato, le insegne al neon, le auto in sosta e i muri imbrattati di vernice, tra le pagine di romanzi newyorkesi come Città in fiamme di Garth Risk Hallberg, Follie di Brooklyn di Paul Auster, Underworld di Don DeLillo, o La fortezza della solitudine di Jonathan Lethem, autore che a Brooklyn ha ambientato almeno la metà dei suoi libri. La fortezza della solitudine è uscito nel 2003; racconta la storia di una lunga amicizia tra due ragazzi, uno bianco l’altro di colore, vicini di casa in Dean Street, esattamente a Brooklyn. Nella storia appassionata di Lethem, che si sviluppa tra gli anni ’70 e i ’90, Dean Street ricorda la via Gluck della canzone di Celentano, il luogo di un’infanzia povera, tempestosa, ribelle, ma nello stesso tempo un posto creativo, fecondo di curiosità e di insegnamenti, dal quale non si può prescindere, è impossibile emanciparsi… “dovevo tornare nel luogo a cui un tempo appartenevo“, dice il protagonista in uno dei passaggi più significativi. Al di là del colore della pelle, Dylan Ebdus e Mingus Rude, hanno molto in comune: sono entrambi figli unici cresciuti senza madre né fratelli, e con due padri artisti. Quello di Dylan è un pittore frustrato, costretto a dipingere copertine di libri, ma con un sogno nel cassetto che prima o poi finirà per avverarsi. Mr. Rude è invece una meteora della black music caduta nella desolazione e nella dipendenza dalla cocaina dopo una aver vissuto una breve parentesi di popolarità nei Distinctions. Un romanzo di formazione, si direbbe, nella scia di Oliver Twist o Augie March. Ma quando Lethem attinge dal passato, lo fa con originalità e rimanendo fedele al proprio stile. Le scorribande di Dylan e di Mingus, l’amore per i supereroi, le partite di football, la droga, il bullismo nel quartiere, la scoperta del sesso, sono il diario di bordo di una militanza a volte spietata, pericolosa, tragica come la sparatoria che a un certo punto dividerà le strade dei due amici. Qualche anno dopo, Dylan lo ritroviamo a Berkeley, a scrivere per una nota rivista musicale. Tra un’avventura sentimentale e l’altra, l’ex scugnizzo di New York incontra e intervista big dello spettacolo – il libro è pieno di citazioni sul cinema e sulla musica pop, rock, funk – ma la sua nuova vita è come imprigionata dal passato: Dean Street, l’amico Mingus, la madre sparita sono per Dylan una vera ossessione, un tarlo che nelle ultime pagine lo spingeranno a tornare. The fortress of solitude è sicuramente una storia di amicizia, di conflitti razziali e di buona musica. Ma è anche un romanzo sull’assenza, sulla nostalgia, sui guasti del tempo, e sullo struggimento per qualcosa che è andato perduto. Più  che il grande romanzo americano, un grande romanzo su Brooklyn, come preferisce definirlo Jonathan Lethem.

Angelo Cennamo

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DISTURBING THE PEACE – Richard Yates

“Era cresciuto fuggendo dalla realtà e sarebbe stato così per tutta la vita”. 

John Wilder, è lui il borghese piccolo piccolo di Disturbing the peace (Disturbo della quiete pubblica), l’everyman schiacciato dall’alcol, da un matrimonio infelice e da un lavoro che non ha mai amato: vendere spazi pubblicitari per la rivista American scientist. Eppure nella New York dei primi anni Sessanta non dev’essere stato complicato realizzare il “sogno”: una famiglia solida, una casa accogliente, spaziosa, una buona polizza sanitaria e tanti bei “verdoni” in banca. A John è toccata una sorte diversa: sempre fuori posto, figlio disobbediente, deludente, svogliato negli studi, poi marito e padre irascibile, bugiardo, soprattutto assente. Di personaggi come lui ne troviamo tanti nei romanzi di Richard Yates, “uno dei maggiori scrittori americani meno conosciuti” secondo l’Esquire, maestro della scrittura minimalista e prototipo del romanziere moderno, così moderno da rasentare in certi casi l’ultima frontiera della letteratura d’avanguardia: l’hip hop.

John Wilder è “soltanto un uomo”, uno dei tanti antieroi imperfetti e frustrati della middleclass americana –  Yates deve esserlo stato almeno quanto lui per le sue note disavventure legate all’abuso di alcol e alla depressione  –  finito in questo romanzo per dare corpo e voce a tutti quei perdenti anonimi di una società che invece preferisce esibire la sua parte migliore, quella patinata dei bastardi fortunati, la sua fazione ridens, la più realizzata e gaudente. La storia ha inizio nel 1960 e si apre con una scena drammatica: John telefona alla moglie Janice da un bar di New York per dirle che non può tornare a casa dopo un viaggio d’affari. Le ragioni sono diverse: non ha portato un regalo al figlio Tommy, a Chicago ha fatto sesso per tutta la settimana con un’altra donna, e quando la moglie insiste per farlo tornare, lui sbotta:  “Lo vuoi proprio sapere, dolcezza? Perché ho paura che potrei uccidervi. Ecco perché. Tutti e due”.

Sono i primi segnali di una paranoia che non smetterà di abbandonarlo neppure dopo il ricovero al Bellevue Hospital, in quel guazzabuglio dove tutti urlano, si masturbano e danno calci a porte e finestre. Dovrebbero trattenerlo un paio di giorni al massimo, gli dicono, ma per via del Labour Day il ricovero si protrae per una settimana intera. Quella esperienza tragicomica John proverà a metterla in un film che vuole produrre lui stesso con l’aiuto di Pamela, la sua amante, ragazza disinibita e ambiziosa, e di un gruppo di studenti radical chic del Vermont.

Pamela convince John ad osare di più nel mondo della celluloide, a mollare il suo lavoro di pubblicitario, a separarsi da moglie e figlio, e a trasferirsi con lei in California. Per lunghi tratti del romanzo, Janice e Pamela rappresentano gli unici argini all’alcol, quel fiume impetuoso, inarrestabile che condurrà poco alla volta il protagonista all’autodistruzione. I deliri si moltiplicano: John è geloso di tutti, risponde male, perde le staffe per qualunque sciocchezza, poi crolla davanti all’ennesima bottiglia di whisky, il suo unico rifugio. Su insistenza di Paul Borg, l’amico avvocato, accetta di partecipare agli incontri dell’Anonima Alcolisti, di consultare medici e psichiatri –  i duetti con il dott. Bloomberg sono la parte più esilarante del libro e ci riportano a uno dei capolavori giovanili di Philip Roth, Lamento di Portnoy  “Ti racconto tutta la maledetta storia della mia vita e tu stai seduto lì, senza dire assolutamente niente, e ogni settimana ti metti in tasca cento verdoni che sono miei. Sai come si chiama questo? Si chiama furto” – ma il tunnel della follia sembra non finire mai e preannunciare nuovi disastri.

Facile riconoscere la vita di Yates in quella disperata di John Wilder, ritrovare nella dipendenza dall’alcol e nelle crisi di nervi del protagonista del romanzo la stessa esistenza tormentata e infelice del suo autore, riscoperto e rilanciato solo negli anni Duemila dal New Yorker e da alcuni giovani scrittori come Michael Chabon che si sono offerti volontari per promuovere le sue opere con letture pubbliche.

Angelo Cennamo

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SONO QUASI PRONTO – Giorgio Biferali

Ci vuole un bel po’ di coraggio per scrivere una storia familiare, raccontare la gravidanza della tua compagna e la paura per la morte di mamma che potrebbe annunciarsi negli stessi giorni del parto. Sono argomenti da maneggiare con cura, troppo scivolosi per non impedirti di rimanere invischiato in certe commedie rosa come quelle di, come si chiama, quell’autrice col doppio cognome e la cofana, o in certe nonfiction che vengono presentate nei talkshow pomeridiani e nei circoli per sole donne. Sono quasi pronto, il nuovo romanzo di Giorgio Biferali (edito da Ponte alle grazie) poteva assomigliare a qualcosa del genere, la bella foto sulla cover col faccino della bambina impiastricciata di pennarelli forse ne sarebbe stato un indizio; e invece no, parliamo di tutt’altra roba. Comincio dalla fine: Biferali sa scrivere. Non è scontato. Intendo dire che sa scrivere come uno scrittore vero e non come quei romanzieri allevati in batteria in questa o quella scuola di scrittura (non so se Giorgio ne abbia frequentata una, ma non è questo il punto), narcisi, senza nerbo, mosci, ecco: l’aggettivo giusto è mosci. Biferali non ha mutuato la sua storia da un format, il racconto è autentico, fluido e non indulge alla retorica delle relazioni e dei conflitti: marito/moglie – padre/figlio – madre/figlio – madre/padre. Non sono ancora pronto è la confessione di un trentenne che esplora la vita adulta con la tara dell’adolescenza. Quand’è che si diventa uomini? “Ho cominciato a rendermi davvero conto che sarei diventato padre quando l’hanno saputo anche gli altri”. Qualcuno deve aver detto che non si smette di essere figli finché non si diventa genitori. È una citazione che ho fatto mia non avendo io dei figli ma, per fortuna, ancora un padre e una madre. Dicevo della scrittura. La prima cosa che colpisce del romanzo è proprio la prosa massimalistico argomentativa con la quale Biferali vomita la sua quotidianità, quel procedere per espansione, agli antipodi del precisionismo di Carver, che una quarantina di anni fa ruppe l’incanto del Brat Pack di Jay McInerney e Tama Janowitz per esplodere con autori come Rick Moody, David Foster Wallace, Zadie Smith. Sulla quarta di copertina Tiziano Scarpa paragona Biferali al Franzen de Le Correzioni, il libro si apre proprio con una frase di Franzen. A me Sono quasi pronto ha ricordato invece il romanzo di esordio di un altro autore americano: L’opera struggente di un formidabile genio di Dave Eggers. Come il protagonista di quella storia, autobiografica alla maniera di questa “Memoir o romanzo è uguale… Sono i memoir i veri romanzi… Nei memoir non c’è nulla di vero… Non c’è niente di più inaffidabile della memoria…”, il giovane padre – nel libro di Eggers il padre in verità è un fratello maggiore che si prende cura del più piccolo di otto anni – deve districarsi in una giungla di nuove incombenze, ricodificare la grammatica degli affetti, non farsi prendere dal panico davanti alle sfide che lo attendono. Non basta pensare che prima di te è toccato ad altri, che quella storia appartiene a ciascuno di noi. No, il giovane uomo pensa che tutto questo stia capitando a lui, alla “sua” vita, e che di fronte a certe scelte siamo “tutti terribilmente, terribilmente soli”. E allora assistiamo alla gravidanza di Bianca con il corso preparto tenuto dal ginecologo Augusto (Minzolini); alle solite menate dei tempi moderni come la musica che aiuta il feto, meglio se di Mozart perché quella di Mozart lo calma; alla corsa nella Roma deserta per la prima ecografia; al progetto di una nuova casa con i mobili di Ikea; alla preoccupazione per il nuovo romanzo, “scrivilo sugli ospedali” suggerisce Bianca; alle serate giocando alla Playstation; alle lezioni a scuola; agli scontri col padre che fuma troppo, e alla malattia che potrebbe portarsi via mamma proprio quando Matilde sta prendendo forma nella pancia di Bianca. Voglia di tenerezza. Le scene da una gravidanza di Biferali sono pezzi di vita vera, cumuli di emozioni che stressano, annebbiano la vista, o che scaldano il cuore, dipende dai casi. Sono quasi pronto è un romanzo sul cambiamento e sulle aspettative. Una storia d’amore e di cedimenti, originale con tutti i suoi stereotipi e i già visto. La vita che fa il suo corso. La cosa più difficile è essere normali, cantava Lucio Dalla. Tutto sommato, i personaggi di Biferali non fanno nulla di speciale, direbbe Bret Easton Ellis; i personaggi di Biferali esistono, ed già tanto. 

Angelo Cennamo

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BIOGRAFIA DI X – Catherine Lacey

Catherine Lacey, nata a Tupelo, nel Mississippi, meno di quarant’anni fa, è tra le voci più innovative della letteratura nordamericana di questo secolo. Dopo i successi di Nessuno scompare davvero, Le risposte e A me puoi dirlo (in Italia editi da Sur), è arrivato in libreria Biografia di X (ancora con Sur e con la traduzione di Teresa Ciuffoletti), romanzo che ha sfiorato il Pulitzer e che lo scorso anno si è guadagnato buoni consensi, recensioni lusinghiere su riviste come Esquire e New Yorker. Dico subito che è un libro ostico (ricordate l’incipit di Case di foglie di Mark Danielwski? “Questo non è per te… Se siete fortunati vi stancherete di questo libro”), letteralmente straordinario (fuori dall’ordinario), un libro che ci dà la misura del funambolismo di Lacey, e di come la scrittura tra le sue mani diventi un magma inarrestabile, ingestibile, scomposto fino all’irritabilità. La protagonista della storia è un’artista osannata per i suoi romanzi ma anche per altre performance: installazioni architettoniche, collaborazioni musicali con Tom Waits a David Bowie. Delle sue origini e della sua identità sappiamo poco o nulla. Prima del 1982, anno in cui ha adottato lo pseudonimo di X, potrebbe essere stata Dorothy Eagle o Clyde Hill o ancora Caroline Walker o Bee Converse. Un solo dato certo: X è morta nel 1996 “Il suo cuore ha ceduto, ha ceduto e basta, così dal nulla, succede spesso”. La biografia procede attraverso una serie di interviste a persone che l’hanno conosciuta, frequentata, amata o detestata, accusata di mistificazione. Più che un libro ostico, come dicevo prima, è un libro strano, indecifrabile come l’identikit della protagonista. L’autore, il “vero” autore del libro, è CM Lucca, ex giornalista investigativa e vedova di X, che per contrastare una precedente biografia, piuttosto imprecisa e sciatta, decide di raccontare la giusta versione dei fatti. Il racconto della vita di X si intreccia a quello della nazione, ma quella degli Stati Uniti è una storia artefatta e riscritta secondi i canoni dell’ucronia (Complotto contro l’America di Philip Roth, Il sindacato dei poliziotti Yiddish di Michael Chabon…): negli anni ’40, l’elezione alla Casa Bianca di una donna socialista ha portato alla secessione di alcuni stati del Sud (la Grande Disunione, processo inverso rispetto all’Onan di Infinite Jest di Wallace), che si sono trasformati in una feroce teocrazia, in netta contrapposizione con gli stati del Nord, che invece perseguono politiche democratiche e progressiste. Il confronto-scontro tra le due Americhe, così diverse per non dire opposte e divise da un muro, è uno dei punti centrali e di maggiore forza del romanzo, sempreché apprezziate simili forme di narrazioni. Scorrendo le pagine di questa lunga opera di ricognizione, a un certo punto scopriamo che X è originaria del Sud. Non si tratta di un dettaglio di poco conto: il fatto che la protagonista sia cresciuta sotto una dittatura sposta infatti il punto di osservazione, ribalta i paradigmi, e costringe il lettore a riconsiderare tanto la sua arte, quanto il misterioso rifiuto di una identità singola. Le sinapsi interpretative sono multiple ma non tutte fondate. L’idea e il desiderio del travestimento X li conserverà anche al Nord “un solo nome, semplicemente, non bastava a contenerla”, con Lacey che intanto si diverte a confondere i piani della storia lasciando il lettore attonito, a volte smarrito nel dedalo delle numerose ricostruzioni, ipotesi, testimonianze e verità fluide, in mezzo a note, allegati, rimandi, materiale fotografico. Biografia di X è certamente un romanzo sul senso e sul significato dell’identità, di una donna come di una nazione (della cultura di una nazione). Una storia d’amore e di inganni ma anche una gigantesca allegoria sulla realtà e la sua rappresentazione, con la vita e l’arte che si dissolvono in un terribile gioco delle apparenze. Un’opera ambiziosa e distopica che fa pensare a Borges e a Luigi Pirandello.

Angelo Cennamo

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LUNA ROSSO SANGUE – Antonio Lanzetta

L’infanzia rubata è la matrice di tutte le storie di Antonio Lanzetta. Ferite che non si rimarginano, e che ti lasciano al buio fino a farti sprofondare nella dannazione. Dei bravi romanzieri si dice che scrivano sempre lo stesso libro. Le storie di Antonio non si ripetono ma conservano dei tratti riconoscibili che col tempo diventano impronte nitide di un filone che prima di lui in Italia non esisteva. Luna Rosso Sangue, il nuovo romanzo edito da Newton Compton, segna una tappa importante in questo processo di continua ricerca, quello cioè della piena maturità: Lanzetta ha trovato la sua voce, una voce che è solo sua e di nessun altro. Luna Rosso Sangue è in buona sostanza un Hard boiled che nel finale vira sorprendentemente nell’Horror, una combinazione di generi piuttosto inusuale, specie a certe latitudini. Che Lanzetta sia un divoratore di letteratura nordamericana (lo Stephen King italiano, lo definì il Sunday Times) non è un mistero, e che nel Cilento, il set di tutte le sue narrazioni, ritroviamo le suggestioni di luoghi affini come gli Appalachi, il Midwest o la province del Sud, dal Texas al Mississippi, è altrettanto evidente. Il nuovo romanzo è ambientato in quella striscia di terra che va dal paesino montano di Rocca (forse Roccadaspide) fino al mare di Acciaroli. I protagonisti sono i fratelli Pietro e Toni Casale, due sbandati la cui adolescenza è segnata dal suicidio del padre, avvenuto quando Pietro, il fratello maggiore che è anche la voce narrante della storia, aveva quattordici anni. I due lavorano nell’officina ereditata dallo zio Franco, un ricettacolo di auto rubate più che una carrozzeria, ma a un certo punto del romanzo vengono arruolati come detective da Rosa, l’amica del cuore di Pietro, e messi sulle tracce di Luisa, la figlia di lei, scomparsa, si dice, nel campus universitario di Fisciano. La soluzione della complessa vicenda, che come in ogni romanzo di Lanzetta procede su due piani temporali alternati (gli anni dell’adolescenza e il presente), andrà ricercata in due tragici episodi del passato, uno dei quali è proprio il suicidio del padre dei fratelli Casale. Pietro è il classico personaggio di Lanzetta, l’uomo dalla personalità irrisolta, macchiata e ammaccata da un destino avverso che lo trattiene dall’inizio alla fine in un limbo di amoralità ma che lo sottrae a qualunque giudizio etico. In questa storia quasi nessuno è al di sopra di ogni sospetto.  Del resto Lanzetta è uno scrittore di frontiera, e nel romanzo di confini ne contiamo parecchi: l’infanzia e l’età adulta, il bene e il male, il diritto e il pregiudizio, il rispetto che non fa mai pari con la legalità, la vita e la morte, la verità e la leggenda. Difficile dire se Luna Rosso Sangue sia il più bel romanzo di Antonio ma è sicuramente quello col finale migliore e con lo spettro narrativo più ampio: alla vicenda delle morti sulle quali Pietro e Toni vorranno fare luce, Lanzetta affianca due trame parallele: i rapporti opachi tra politica e malaffare; l’impossibilità di recidere i legami con la propria terra e di emanciparsi dalla superstizione. Il Cilento dei fratelli Casale non è lo stesso dei romanzi precedenti, ha perso quella connotazione di borgo ruspante / piccolo mondo antico per acquistare un’insolita durezza e universalità. Il clan napoletano dei Pappalardo, che investe e ricicla sul litorale di Pioppi e Acciaroli, ricorda certe famiglie italiane che nella Providence di Don Winslow impongono il pizzo agli indigeni di Rhode Island; e i fratelli Casale, da finti carrozzieri a detective con licenza di uccidere, gli Hap e Leonard di Joe Lansdale. Tu chiamale se vuoi proiezioni. 

Angelo Cennamo

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IL CAVALLO – Willy Vlautin

Un tempo Al Ward era un discreto musicista, suonava in cover band di Reno e Las Vegas, nei circuiti dei casinò. Componeva anche delle buone canzoni per altri, alternando periodi fortunati a stagioni di magra. Oggi Al vive a duemila metri di altitudine, nel deserto del Nevada, dentro una baracca senza elettricità né acqua corrente, tirata su dietro una miniera abbandonata. A sessantasette anni si direbbe un uomo finito: solo, povero, nessuna prospettiva. Le giornate interminabili le trascorre facendo lunghe passeggiate in mezzo alla neve e scrivendo canzoni che non canterà più nessuno. Una mattina, dalla finestra del suo rifugio, Al vede un cavallo. La bestia è cieca, immobile, sembra irreale. Potrebbe trattarsi di un’allucinazione e non sarebbe la prima volta: l’isolamento e l’alcol (Al ci va giù duro con birra e tequila) giocano brutti scherzi. Sogno o verità, il nostro eremita ha deciso: farà di tutto per salvare quella strana presenza che dal nulla ha fatto irruzione nella sua vita, proprio lui che con i cavalli non ha mai avuto a che fare. 

Inizia così Il Cavallo, il nuovo romanzo di Willy Vlautin, in Italia con Jimenez e la traduzione di Gianluca Testani, centottantasette pagine di minimalismo vecchia maniera, farcite di canzoni e nomi di leggendari folk singer. Chi ha letto romanzi come Motel Life, Verso Nord, The Free… – tutti pubblicati da Jimenez – ha avuto modo di apprezzare le doti di questo bravissimo scrittore e frontman di band di successo (Richmond Fontaine, The Delines), nato e cresciuto a Reno, nel Nevada, il set di tutte le sue storie. Il romanzo, diviso in paragrafi brevi, si sviluppa su due piani temporali: il presente, con la vicenda del cavallo; il passato, attraverso una serie di flashback che ripercorrono la carriera del musicista, tra serate e flirt complicati, come quello con la cantante Mona, la donna di un altro. Mona ha il doppio degli anni di Al, beve come una spugna, è gelosissima del suo giovane amante ma non rinuncia all’altro uomo, anche suo datore di lavoro. Sono tanti i bocconi amari da mandare giù “Se odi stare qui, prova a scomparire dentro una canzone”. Le storie di Vlautin sono velate di malinconia e i personaggi che le abitano “camminano sulle sporgenze” come disperati alla ricerca di un approdo, uomini e donne deluse che possono cedere all’alcol ma non all’autocommiserazione. “Perché tutte le tue canzoni sono tristi?”, chiedono a Al nelle ultime pagine del libro. “Otto anni fa mi trovavo in una strada sterrata nel centro del Nevada con un vecchio amico, Brian Foster. Eravamo a cinquanta chilometri da Tonopah e si avvicinava il crepuscolo quando ci imbattemmo in un cavallo selvaggio nel bel mezzo del deserto”. La trama del suo romanzo Vlautin l’ha imbastita intorno a questo episodio realmente accaduto. Al e quel cavallo si somigliano: entrambi sono scarti di un tempo migliore. La scena in cui Al difende il cavallo dall’attacco dei coyote sembra uscita dalla trilogia di Cormac McCarthy. Il Cavallo è una storia di solitudine, un tributo alle buone canzoni e a tutti quei  musicisti invisibili, sempre in viaggio tra squallide stamberghe, bar, locali che puzzano di fumo e di fallimento. Offutt, Rash, Joy… è questo lo spartito letterario di Vlautin, autore, come gli altri citati, dal tratto identitario e poeta di un’America verace, spietata, epica.

Angelo Cennamo

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RABBIT AT REST – John Updike

Finisce più o meno com’è cominciata trent’anni prima, la storia di Harry Angstrom: con una partitella a basket. Oggi però le cose vanno diversamente, Harry non ha la baldanza dei tempi del liceo e le sue coronarie gli hanno giocato più di un brutto scherzo. Tap su rewind. “Riposa, Coniglio” – “Rabbit at rest” nella versione originale – è il quarto capitolo della celebre saga del Coniglio. Uscì nel 1990 e a John Updike valse il secondo premio Pulitzer della sua carriera, il primo se lo aggiudicò con il terzo volume della stessa serie, “Sei ricco, Coniglio”. Siamo nell’ultimo scorcio della stagione reaganiana, la Guerra Fredda – la rigida contrapposizione tra Est e Ovest che per Harry dà senso e misura agli Stati Uniti d’America – è finita. I coniugi Angstrom, cinquantasei anni lui, cinquantaquattro lei, si sono trasferiti sotto il sole della Florida, mentre il loro unico figlio, Nelson, manda avanti le due concessionarie Toyota – “Il terreno” – ereditate da sua madre Janice. Negli ultimi tre decenni gli Angstrom non si sono fatti mancare nulla: povertà, ricchezza, droga, tradimenti reciproci, fughe, ritorni, tragedie familiari come la morte per annegamento della sorellina di Nelson. Il Grande Romanzo di Coniglio Angstrom stupisce per la sua progressiva perfezione di stile e di contenuti, circostanza questa che ha pochi precedenti, e i Pulitzer vinti, attenzione, non con i primi due capitoli ma con gli ultimi due, confermano l’insolita evoluzione di una storia che non solo non si sgonfia ma oltre le mille pagine acquista addirittura nuova linfa in termini di bellezza e di appeal dei personaggi. Mi diceva un commesso della Feltrinelli che i romanzi di Updike, autore particolarmente prolifico ma poco tradotto in Italia – i titoli attualmente disponibili saranno all’incirca sei o sette – si vendono col contagocce. È un peccato perché Updike è tra le voci più interessanti e rappresentative del secondo Novecento americano, almeno quanto John Cheever, Saul Bellow, Bernard Malamud, Richard Yates, Philip Roth …

Tornando al romanzo, tutta la vicenda si compie tra la Florida e la Pennsylvania. Il rapporto tra Harry e Nelson è una delle tracce principali. Diciamola tutta: per quanto gli voglia bene, Harry non sopporta Nelson, non gli è mai andato a genio quel figlio prima mammone, oggi cocainomane e ladro in casa propria. A Harry, Nelson non piace neppure fisicamente: la calvizie incipiente, il codino, l’orecchino, per non parlare del sospetto che il ragazzo sia omosessuale e magari malato di AIDS, lo rendono ai suoi occhi un essere quasi ripugnante. Uno dei personaggi chiave del libro è senz’altro Teresa, o Pru, la nuora di Coniglio. Il bacio in bocca che nella scena iniziale lei dà al suocero al suo arrivo in aeroporto, accende una spia che tiene i lettori in allerta fino alle ultime battute. Il sesso. Cosa ne sarebbe del resto di Coniglio Angstrom e del suo autore – “Un pene con un grosso vocabolario” disse di lui David Foster Wallace – senza quel sofisticato e pruriginoso punto di osservazione che in tempi recenti avrebbe mandato su tutte le furie i paladini della Cancel Culture? Ma c’è dell’altro. Il sogno. Nella storia lunghissima raccontata da Updike, con il pubblico che si alterna al privato (le quattro stagioni di questo simpatico WASP sono la cronaca precisa di una grossa fetta del Novecento americano), il successo che gli Angstrom sono riusciti a conquistare grazie al duro lavoro e all’eredità milionaria destinata alla sola Janice, ora rischia di essere disintegrato dalla dipendenza di Nelson e dalla sua spregiudicatezza nella gestione degli affari. Nessuno dei personaggi del libro, né Harry né Janice né Pru, e nemmeno le amanti o ex amanti di Harry, è moralmente al di sopra di qualcun altro. Tutti sbagliano, tutti invocano il perdono, tutti perdonano tutti. “Riposa, Coniglio” è un romanzo sulla infelicità di qualunque condizione familiare ma anche sulla impossibilità di emanciparsi dalla famiglia. A pochi metri dalla conclusione, dall’alto di un drone immaginario, Updike ci mostra il corpo di Harry steso sul campo di basket con gli occhi spalancati al cielo: la sequenza di un film da premio Oscar.

Angelo Cennamo

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IL CUSTODE – Ron Rash

Quanti anni abbiamo dovuto aspettare perché Ron Rash, uno dei maggiori scrittori americani e voce di spicco dell’Appalachian literature (James Still, Lee Maynard, Chris Offutt, David Joy… il serbatoio è profondissimo) venisse finalmente tradotto anche in Italia? Escludendo la fugace apparizione di Una folle passione, tra il 2008 (Serena) e il 2014 (Salani), direi un paio di decenni. The caretaker – Il custode – il suo ultimo romanzo, è uscito in questi giorni con La Nuova Frontiera, l’editore che aveva già pubblicato Con un piede in paradiso nel 2021 e La terra d’ombra nel 2022, e con la traduzione di Tommaso Pincio. Rash ambienta la sua storia nei primi anni Cinquanta, a Blowing Rock, un posto sperduto nel North Carolina. Da qui, il giovane Jacob Hampton fugge con una cameriera sedicenne venuta dal Tennessee e la sposa contro il volere dei propri genitori. Naomi è una ragazza povera e semianalfabeta, Jacob invece un buon partito, essendo figlio di ricchi commercianti della zona e ormai loro unico erede. Nell’amore contrastato dei due giovani non ci sarebbe granché di originale se a metà romanzo Rash non introducesse nella trama uno strabiliante congegno narrativo che accende la storia deviandola nel più avvincente dei noir. Figura centrale del libro è Blackburn Gant, ragazzo schivo anche per via di una menomazione fisica, amico di infanzia di Jacob, e custode nel cimitero della città. Quando viene arruolato per la guerra in Corea, Jacob affida Naomi e il bambino che di lì a poco dovrà partorire al suo amico fidato, perché se ne prenda cura e difenda entrambi dalle possibili angherie dei suoi genitori. Il gesto di Jacob tuttavia non impedirà agli Hampton di inquinare, oltre le avversità e le incertezze della guerra, l’unione tra il figlio e “quella dannata sgualdrina” di sua moglie ricorrendo a un inganno diabolico che potrebbe sconvolgere per sempre le loro vite. Il custode è un romanzo sulla violenza familiare e sul potere salvifico dell’amicizia. Una storia d’amore e di riscatto che ci racconta la provincia americana negli ultimi scampoli della stagione maccartista. I personaggi di Rash sono legati da un profondo senso di solitudine e condannati a lottare contro un destino crudele dal quale sembra impossibile emanciparsi. Rash lavora per sottrazione, la sua prosa scarna e spigolosa, fatta di frasi brevi, ci dà la misura del dramma che si impone sulle vite imperfette e infelici dei suoi protagonisti. Una curiosità: il romanzo si apre con una dedica a Steve Yarbrough, altro scrittore straordinario come Ron Rash che in Italia, ahimè, gode di poca fama. 

Angelo Cennamo

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