CONVERSAZIONI AMERICANE. JOHN FANTE / con Luca Ricci

L’8 maggio del 1983, quarantadue anni fa circa, ci lasciava John Fante. Era nato a Denver, nel Colorado, l’8 aprile del 1909, da uno scalpellino abruzzese e da una casalinga dell’Illinois, anche lei di chiare origini italiane (i suoi genitori si erano trasferiti a Chicago partendo da un paesino della Basilicata). Chi volesse conoscere la vita di Fante può leggere i suoi libri, hanno tutti una forte impronta autobiografica, oppure il ricco epistolario raccolto nel volume Lettere 1932 – 1981, edito da Einaudi, sulla cui cover però campeggia per errore la foto di un altro scrittore: l’inglese Stephen Spender. Sono a Cinecittà, in compagnia di Luca Ricci, fuori a un teatro di posa dove si registra un noto show televisivo che va in onda non so quando, con… vabbè. Parliamo di Manganelli per quanto l’argomento della nostra conversazione dovrebbe essere un altro. Ma perché ci siamo visti qui, Luca? E che ne so, me lo hai detto tu di venire. Sì, ma avevo detto zona Cinecittà, non dentro Cinecittà. Beh, per il tema della conversazione a me questo posto sembra perfetto. Luca ha tra le mani una vecchia copia de La confraternita dell’uva, uno dei pochi romanzi che John Fante si è goduto da vivo. Francis Ford Coppola avrebbe voluto trarne un film poi il progetto saltò. È il mio libro preferito di Fante, dico, una delle più belle storie mai scritte sul rapporto padre figlio. Non trovi?

In Fante è interessante il rapporto tra biografia e finzione. Nonostante tutta la sua opera parli della sua famiglia, nessuno ha mai messo in dubbio che si tratti di letteratura. Nessuno ha mai minimamente pensato a una sorta di autofiction ante litteram. Motivo? Fante ricorre all’espediente degli alter ego, non solo per sé stesso ma per la pressoché totalità dei componenti della sua famiglia. Un conto è romanzare sé stessi, tutt’altra cosa è disporre di un universo romanzesco speculare a quello reale. Alter ego: persona che rappresenta un’altra. Già nella definizione della parola c’entra l’arte. Così ne La confraternita dell’uva abbiamo la figura di questo muratore in pensione che si chiama Nick Molise che è il padre di Fante pur non essendolo. Qui si annida la benedetta adulterazione della letteratura nei confronti della vita. Lo scarto che salva Fante dall’essere soltanto il mesto cantore degli immigrati italiani in America negli anni trenta, dell’epopea dei dago red (i bevitori di vino scadente, gli anti wasp). 

Effettivamente Cinecittà è la location più adatta per parlare di Fante: il nostro amico si era guadagnato da vivere scrivendo per il cinema. Senza gli ingaggi delle case di produzione Fante non avrebbe avuto la giusta serenità (comodità) per dedicarsi alla narrativa. Quando partì per Los Angeles con pochi spiccioli in tasca e una valigia di cartone legata con lo spago, negli studios era in atto la rivoluzione del sonoro: le major reclutavano scrittori, soggettisti, sceneggiatori… la paga era buona e consentiva ai nuovi arrivati di coltivare senza affanni anche altri interessi. A Scott Fitzgerald toccò la stessa sorte ma lui seguì il procedimento inverso: cercò di risollevarsi dai debiti e dalla crisi di ispirazione riciclandosi come sceneggiatore. Gli andò malissimo. Una volta Joyce, la moglie di Fante, disse che suo marito era sprecato per il cinema, avrebbe dovuto fare solo il romanziere. Ti hanno mai chiesto di scrivere per il cinema o per la tv? 

Ne I primaverili, il quarto romanzo del ciclo sulle stagioni, metto in scena una madre in fissa sul riadattamento delle opere del figlio scrittore (e io narrante del libro). Credo che a tutt’oggi sia stato il mio modo per esorcizzare la questione. Il mondo del cinema è impenetrabile, gli sceneggiatori sono una casta chiusa tipo i notai. Ho ricevuto una opzione per Gli autunnali e ho avuto qualche interessamento da parte della filiera dell’audiovisivo ma tutto è immerso in questa atmosfera alla Barton Fink, il lungometraggio capolavoro molto fantiano dei fratelli Coen. 

Il nome di Fante spesso viene accostato a quello Bukowski. Pare che il giovane Bukowski un giorno avesse trovato in una biblioteca pubblica – le uniche che poteva frequentare non avendo allora il becco di un quattrino – Ask The Dust (Chiedi alla polvere), e che si fosse riconosciuto nel giovane spiantato Arturo Bandini. Da scrittore affermato, alla fine degli anni ’70, Bukowski riuscì a conoscere e diventare amico di Fante al punto da spingere il proprio editore a ripubblicare alcune sue opere ormai dimenticate. Fante era prossimo alla morte, cieco e senza gambe per via di una grave forma di diabete. L’intercessione, chiamiamola così, di Bukowski fu essenziale per la riscoperta dell’anziano collega ma non decisiva, visto che negli Usa, subito dopo la sua morte, Fante nessuno se lo ricordava più. La simbiosi tra lui e Bukowski è una storia dentro le storie. C’è tanto da scavare, da imparare anche da quella comune visione della vita.

La storia della letteratura è costellata di queste corrispondenze miracolose, forse medianiche. È una storia anche di reincarnazioni. Ho sempre pensato che Henry Chinaski sia Arturo Bandini invecchiato. Gli alter ego più famosi di Bukowski e Fante sono lo stesso personaggio. Sono entrambi scrittori in attesa della consacrazione, umanamente vitali e pieni di difetti e impegnati in lavoretti umilianti, emarginati dalla società. Ci sono dei singoli passaggi che Bukowski sembra letteralmente avere ricopiato da Fante – nelle lettere che le riviste inviano a Bandini –  in quel che si potrebbe definire tranquillamente un furto onesto. 

Prima parlavamo del padre di Fante, Nick. È una figura ricorrente in molte storie di Fante. Direi uno dei personaggi migliori. A volte viene indicato come Nick Molise, in altre è Svevo Bandini. In Aspetta primavera, Bandini, Nick è il protagonista assoluto del romanzo: tutto ruota intorno al suo presunto adulterio, alle lusinghe inaspettate della vedova danarosa che lo circuisce, al rispetto per la famiglia, al duro lavoro, ai sacrifici di una vita. È una storia profondamente italiana. Una volta scrissi che Aspetta primavera, Bandini è uno dei più bei romanzi italiani del ‘900. 

Non dobbiamo dimenticarci che, per quanto lo ritenesse un lavoro negletto, Fante era o provò a essere uno sceneggiatore di Hollywood, oltre che un italo americano. Il suo registro è perennemente in bilico tra pianto e riso, una prerogativa da cui mosse la commedia all’italiana. Bisogna ricordare il libro di racconti che si mise alle spalle un certo neo realismo molto plumbeo e inaugurò questo doppio registro poi saccheggiato dal cinema: I racconti romani di Alberto Moravia del 1957. 

Il tema principale della narrativa di Fante è l’ambizione di scrivere. Il giovanissimo Arturo Bandini parte per Los Angeles sognando di diventare uno scrittore di successo. Nella tua quadrilogia sulle stagioni lo scrittore senza nome è perennemente in crisi di ispirazione e deve fare i conti con un’editoria stagnante, moribonda, che si barcamena tra romance e gialli da ombrellone. Il sogno di Bandini si smarrisce nel tempo di Gittani e di Lello Annibali. 

John Fante è un autore che ho letto e amato tantissimo a vent’anni. Se sei giovane e cerchi di essere uno scrittore non c’è lettura più avvincente, è una goduria a ogni pagina. In occasione di questa nostra conversazione mi ero ripromesso di rileggere la saga di Bandini ma poi non l’ho fatto, volevo venire impreparato, o meglio con l’impressione che quei libri mi avevano lasciato. Non ricordo più che fine faccia Arturo Bandini alla fine. Per me sarà sempre quello che lotta contra tutti per riuscire ad avverare il suo sogno di scrittura. E credo che in questo singolo tratto sia racchiusa tutta la potenza, tutta la memorabilità di John Fante. Uno scrittore deve fare benissimo anche una cosa soltanto. Certo poi le cose sono più complicate di così. Già Bukowski-Chinaski ha una visione più indolente e pessimistica. Nella mia quadrilogia delle stagioni non poteva andare meglio: è nata la rete, la letteratura non va più letta, va fotografata. 

Negli anni in cui Fante ha iniziato a scrivere in Europa si consumava la tragedia del nazifascismo con la deportazione e lo sterminio di migliaia di ebrei. Nei libri di Fante non c’è traccia di questi avvenimenti. Come Philip Roth, Fante si è concentrato su stesso, ha tradotto in inchiostro la propria esistenza, le vicende dei familiari, perfino del suo cane stupido. 

Fante ha parlato di altro, ci sono molti appigli sociologici nei suoi libri, in filigrana, ma fortunatamente nessuna forma di sociologia. Gli scrittori si fermano sempre un attimo prima oppure un attimo dopo, ma non possono scrivere in maniera diretta sulla storia. Glielo impedisce la letteratura, che è sul pezzo proprio perché non è sul pezzo. Dicono storie universali, ma si potrebbe anche chiamarle storie inattuali. L’inattualità è un principio letterario, e non significa essere vecchi o non capire il proprio tempo, tutto il contrario. 

Fante lo si può includere nella vasta categoria degli scrittori minimalisti e realisti che proprio in quegli anni cominciavano a venire fuori. Fante è quasi coevo di Hemingway, li divide un decennio. 

L’Hemingway di “Festa mobile” non era forse un Arturo Bandini al contrario, un giovane americano espatriato a Parigi? Certo non proprio un wop, ma comunque fuori dalla sua nazione e dalla sua cerchia affettiva, vivendo di espedienti per realizzare il sogno della scrittura, in attesa di un parere favorevole da parte di Gertrude Stein. La potenza di Fante sta in questo: puoi trovare Arturo Bandini nelle aspirazioni di ogni giovane scrittore. 

Tu nasci come autore di racconti. Ultimata la quadrilogia delle stagioni sei tornato quest’anno alla forma breve con Gotico rosa. Come giudichi il Fante scrittore di short stories?

Lo invidio perché all’epoca in cui Fante scriveva i primi racconti le riviste lo pagavano fino a 175 dollari. Nei suoi racconti torna sempre la sua famiglia con alter ego differenti. C’è il padre, artista del mattone e gran donnaiolo, la madre cattolica e castrante e le sorelle iper critiche nei confronti di chi ha velleità letterarie. La scrittura di Fante è sempre quella, scabra e scattante, ma i suoi racconti mi sono sempre sembrati bozzetti preparatori ai romanzi. Insomma dietro ci vedo sempre Bandini, tutto mi porta a Bandini. Un racconto invece dovrebbe bastare a se stesso. 

L’ultima parola la lasciamo al cinico Gittani. Fosse vissuto settant’anni prima, di fronte a tutto questo sbattersi di Bandini per fare lo scrittore, gli avrebbe detto: ma lascia perdere, tanto ti leggeranno quando sarai già morto. 

Temo gli avrebbe detto di peggio. “Bandini, per non fallire evita di iniziare”.

Standard

UOMINI DI POCA FEDE – Nickolas Butler

Lyle Hovde e sua moglie Peg che la domenica indossano il vestito buono e risalgono in auto le colline dove si erge la chiesa di Sant’Olaf. È una delle tante immagini che ti restano dentro di “Little Faith” (in Italia “Uomini di poca fede” con Marsilio editore e la traduzione di Fabio Cremonesi) di Nickolas Butler, scrittore che del Midwest ne ha fatto un vero e proprio tratto identitario (puoi togliere Butler dal Wisconsin ma non puoi togliere il Wisconsin da Butler, un po’ come Chris Offutt col Kentucky). E pensare che tempo fa proprio con Butler ebbi un piccolo screzio per via di una cosa che scrissi forse con troppa leggerezza, e cioè che dava l’impressione di essere uno che gioca a fare lo scrittore di provincia: camicia di flanella, Iowa writers’ workshop, pick-up scassati, campi di mais sui social, minimalismo ruvido, eccetera. Ehi, Angelo, rispose piccato, io sono del Wisconsin al 100%! Vabbè, acqua passata. Ma torniamo al libro. Lyle e Peg Hovde hanno una figlia adottiva (Shiloh) appena tornata a vivere con loro dopo un lungo periodo di assenza e di ribellione, e un nipotino (Isaac) che la madre considera una specie di divinità: Shiloh è convinta che il piccolo abbia dei poteri sovrannaturali, che sia capace di guarire i malati. Lyle, personaggio chiave del romanzo (pare ispirato dal suocero di Butler, Jim) è preoccupato per le sorti del nipote e fa il possibile per sottrarlo alle assurde credenze di quella cerchia di fanatici che gli ruota intorno. Siamo nella parte decisiva del racconto: è qui che la storia decolla definitivamente con una serie di scene di grande impatto. Come il precedente “Shotgun Lovesongs” – che romanzone anche quello – “Little Faith” è uno spaccato preciso e vivido di un’America rurale (non dirò “America trumpiana”, nel Wisconsin Trump vinse per una manciata di voti), per certi versi ferma alla prima metà dello scorso secolo, fatta di piccole comunità e di fattorie, con i suoi ritmi lenti, un forte senso della famiglia e dell’amicizia, la fede comune ma anche la più integralista di certe chiese che sfidano qualunque forma di emancipazione o progresso, perfino la legge. Una vicenda colma di umanità e di una religiosità ancestrale, quasi demoniaca, che sconfina nella superstizione e nell’intolleranza, a metà strada tra “Benedizione” di Kent Haruf e “Gilead” di Marilynne Robinson, autori dalle radici antiche, vicini a Butler e alla sua vocazione di uomo e romanziere autenticamente del Midwest. 

Angelo Cennamo

Standard

IN QUESTO PICCOLO MONDO – Philip K. Dick

Roger Lindahl e Virginia Watson, marito e moglie come tanti con alti e bassi, un figlio di sette anni che lei (Virginia) pretende di iscrivere in una scuola costosissima di Oja, cittadina a due ore di macchina da Los Angeles, e il negozio di televisori di lui (Roger): contenuto, poco in vista, ma ben avviato. È il primo frame di In questo piccolo mondo, romanzo scritto nel 1957 e pubblicato quasi trent’anni dopo, quando il suo autore, Philip Dick, era già passato a miglior vita. Per chi non avesse ancora fatto esperienza del Dick realista e più intimista, siamo in zona Richard Yates, in quella dimensione amara e sinistra del sobborgo dove covano sogni e dissapori familiari della middle class americana uscita ammaccata dalla seconda guerra mondiale. Come in Confessioni di un artista di merda, altro meraviglioso romanzo mainstream dello scrittore di Chicago, anche in questo caso il tema dominante è l’adulterio. L’istituto dove viene iscritto Gregg è lo stesso dove studiano i figli di Chic e Liz Bonner, i vicini di casa di Roger e Virginia che di lì a poco mineranno la loro già traballante unione matrimoniale. Chic è un uomo d’affari invadente che decide (da solo) di entrare in società con Roger: si informa su costi e ricavi, fa sopralluoghi nel suo negozio di elettrodomestici, progetta improbabili restyling dei quali dice di volersi accollare le spese. Liz è una donna svampita e sensuale che esce di casa senza indossare la biancheria intima, specie quando sa di incontrare Roger, col quale divide i viaggi di andata e di ritorno per accompagnare i figli a Oja, e una relazione clandestina folle, bruciante, fatta di soste in motel, sotterfugi, ripicche. Nel piccolo mondo di Dick si muovono pochi personaggi ma a primeggiare su tutto e tutti sono le donne. Da un lato il solido pragmatismo di Virginia, il cui amore per Roger è più forte dei condizionamenti e i moniti di Marion, la madre di lei che in quell’inconcludente del genero non ha mai creduto; dall’altro la romantica sciatteria di Liz, la figura chiave della storia, la circe intorno ai cui capricci e slanci emotivi ruotano tutte le aspettative del lettore. Siate indulgenti con Roger: non è il ragazzo rozzo e incapace dell’Arkansas che Marion rimprovera a Virginia di aver sposato; fa del suo meglio, vuole bene a Gregg e gestisce con successo quel negozietto costatogli tanta fatica e ostinazione. La sua unica colpa è aver ceduto al richiamo di Liz, ma quanti al suo posto non sarebbero inciampati nei subdoli tentativi di seduzione di questa specie di Marilyn? Il realismo di Philip K. Dick è uno scrigno di capolavori semisconosciuti che meritano migliori ribalte. Senza troppa enfasi Mondadori li ha riportati in libreria con una nuova veste grafica (la traduzione di In questo piccolo mondo è di Simona Fefè) nella collana degli Oscar. Prima ho citato Richard Yates, altro gigante sottostimato della narrativa americana (in Italia lo pubblica minimum fax); è il riferimento più vicino al Dick fuori dal cosmo e dalla distopia, forse il Dick migliore.    

Angelo Cennamo

Standard

CONVERSAZIONI AMERICANE. CORMAC McCARTHY/ con Sandro Bonvissuto

Seduti in una trattoria dietro il Pantheon alla vigilia di Ferragosto, io e Sandro Bonvissuto sembriamo Enzo e Sergio, i protagonisti di Un sacco bello di Verdone in procinto di partire all’avventura per l’Est Europa con la spider decapottabile e le calze di nylon nel cruscotto. Sono le dieci di sera, la sala è mezza vuota. Alle nostre spalle una coppia di francesi sta litigando per una questione di eredità, ma del mio francese mi fido poco. Per strada ci saranno ancora trenta gradi, dentro però si sta freschi. Sul tavolo, spartano e con una tovaglia rosso pompeiano, tra la Falanghina e un piatto di bruschette, fa la sua figura una copia di Suttree di Cormac McCarthy. È il nostro argomento di conversazione. Da qualche anno Sandro è ostaggio della sua capigliatura rasta; Nun me li posso taglià, dice, me ce vorrebbe na fiamma ossidrica. Sulla mia polo bianca mi accorgo di avere una macchia di sugo a forma di sigaro. Fingo di non farci caso ma la macchia si vede benissimo anche con le luci soffuse. Suttree intanto è lì, al centro del tavolo, che ci fissa.

Su una cosa io e Sandro siamo d’accordo: il capolavoro di McCarthy non è Meridiano di sangue. “Se non hai mai letto Cormac McCarthy, della letteratura non hai capito niente”, disse una volta David Foster Wallace a un suo amico regista, suggerendogli di prendere spunto proprio da Suttree per il suo nuovo film. La storia di Cornelius Suttree, l’uomo che fugge dagli affetti più cari per rifugiarsi in una baracca su un fiume e sopravvivere pescando pesci gatto da rivendere al mercato, è un romanzo senza trama e senza un vero finale. Un lungo flusso di coscienza o diario che in alcuni passaggi lo fa somigliare all’Ulisse di Joyce, in altri alla Divina Commedia. L’habitat di Cornelius è un perimetro di ladri, neri, ubriaconi, puttane. Una fauna di derelitti e di balordi con vissuti di galera e di grande sofferenza che l’antieroe del romanzo incontra navigando con la sua barca e nei bar sgangherati di una landa oscura fatta di “anonime costruzioni di carta catramata e lamiera, abitazioni fatte di nudo cartone e pisciatoi di assi traballanti inghiottiti da un turbinio di mosche”. Se vuoi entrare in contatto con la parte più intima e più vera di te stesso, devi arrivare a toccare il fondo, devi perdere tutto. È questa la lezione di Suttree?

È il suo capolavoro senz’altro. Anzi, non il suo, è proprio un capolavoro nella storia della letteratura americana, e ha consentito che il nome di Cormac McCarthy venisse annoverato nell’Olimpo della scrittura a stelle e strisce, assieme a W. Faulkner e F. O’Connor. È un libro lento e fangoso come il fiume, divertentissimo e straziante insieme, che potrebbe andare avanti all’infinito, e che spiega l’America come nessun altro al mondo, presentando una carrellata di personaggi straordinari, lasciati ai margini dell’esistenza da un sistema socio economico che costruisce il successo di alcuni sul fallimento di molti altri, ai quali altri poi non resta che sopravvivere in mezzo a squallore violenza e privazioni. Credo che voglia dirci questo. La parte del neonato morto trasportato dall’acqua, o della famiglia che arriva con una baracca alla deriva sul fiume a cui qualcuno ha tagliato gli ormeggi, sono dei momenti di un’altezza tragica e di una grandezza umana vertiginose. Meritava il Nobel. 

L’ultimo romanzo della Border Trilogy, Città della pianura, è uscito nel 1998, a ridosso di una manciata di capolavori la cui concentrazione temporale credo abbia pochi precedenti nella storia della letteratura americana: Fight Club di Palahniuk e Infinite Jest di Foster Wallace, nel 1996; Underworld di DeLillo, Mason & Dixon di Pynchon e Pastorale Americana di Roth,  nel 1997. Proprio nel ’98 il libro di Roth si aggiudica il Pulitzer, McCarthy lo vincerà un decennio più tardi con La Strada, l’opera che anticipa l’apocalisse del suo ultimo tratto, quello più sorprendente. John Grady Cole e Billy Parham, i ragazzi che sognano il vecchio West e che abbiamo conosciuto nei capitoli precedenti, li ritroviamo in un ranch tra il Messico e il Texas ad allevare cavalli e ad ascoltare storie di vecchi cowboy. Siamo nei primi anni Cinquanta, in un tempo di confine, un tempo ormai al crepuscolo. Il confine è il luogo reale e ideale nel quale McCarthy proietta ogni sua storia, e sonda la mente e il cuore di un’umanità corazzata contro qualunque dolore. 

La concentrazione di libri americani straordinari in quegli anni è effettivamente incredibile, ma la scrittura ci ha abituati a sorprese del genere: Puskin nasce nel 1799, Tolstoij muore nel 1910; in quei 111 anni c’è tutta la letteratura russa classica, un diluvio di capolavori che ti fanno girare la testa. A proposito del concetto di confine, direi che questo per McCarthy è il limite di uno spazio smisurato che hai davanti, la fermata prima dell’ignoto, un ambito letterario che a noi manca completamente. È il punto dal quale parte il concetto di frontiera, il suo limite basso, quello dove sono i suoi personaggi, è il margine. L’altro capolinea, quello dalla parte opposta, è sconosciuto. E nessuno è mai tornato da lì per poterci raccontare qualcosa. Il modo nel quale questo spazio sconfinato ha saputo agire nell’immaginario collettivo di chi scrive e di chi legge, è una cosa americana. Il limite prima dello spazio, e’ una categoria dello spirito che a noi manca, perchè siamo figli dei vicoli rinascimentali delle città d’arte, non delle praterie, del vento e delle catene montuose. Noi siamo schiacciati dentro noi stessi dalla storia, gli americani sono cavalli al galoppo nell’infinito senza destinazione. Loro sono sul limite che poi ha davanti uno spazio narrativo, noi su un limite ma lo spazio ce lo siamo lasciati alle spalle. Loro guardano all’eternità sporgendosi in avanti, noi indietro. Loro devono capire dove vanno, noi da dove veniamo. E così via. Spero di non essermi capito da solo. 

“Luccicavano tutte leggermente nell’aria torrida, queste forma di vita, come minuscole apparizioni. Rozze sembianze elevate a dicerie, dopo che le cose stesse erano svanite nella mente degli uomini”. Il confine tra il bene e il male – “Ha la capacità di dare la vita e la morte” disse di McCarthy Saul Bellow – è la prima traccia anche di Meridiano di sangue, il romanzo che contende a Lonesome Dove di Larry McMurtry, pubblicato nello stesso anno (1985), il titolo di più bel Western di sempre. È una storia brutale leggendo la quale hai continuamente la sensazione di essere giunto al punto che accada finalmente qualcosa, ma di fatto non accade nulla oltre il lento scorrere del tempo, e del sangue, naturalmente. Sangue e lentezza sono i binari sui quali McCarthy spinge la sua tragedia omerica assecondando il mood dell’antica tradizione orale sui bivacchi di pionieri e fuorilegge. Harold Bloom definì Meridiano di sangue Il Grande Romanzo Americano alla pari di Moby Dick di Melville e di Mentre morivo di William Faulkner. 

“Moby Dick” è il più grande romanzo americano ma non è del tutto americano, è anche intriso di idealismo tedesco, un libro che ha due livelli di lettura, uno terrestre e un altro speculativo. Verismo e trascendentalismo insieme. “Mentre Morivo” di Faulkner è un coro tetro, oscuro, di voci e figure appartenenti ad un paese per noi sconosciuto, arcano e agricolo, è la storia dell’America. Meridiano di Sangue invece ne è la leggenda. Ti confesso che, nonostante “Suttree”, è il mio preferito. Il giudice Holden di “Meridiano di Sangue” è una delle più grandi figure letterarie di tutti i tempi, semplicemente apocalittico. Per ciò che mi riguarda l’unico erede del comandante Achab. 

Il passeggero e Stella Maris sono stati i romanzi più attesi degli ultimi sedici anni. In Italia Stella Maris è uscito a distanza di qualche mese rispetto a Il passeggero, negli Stati Uniti invece la pubblicazione dei volumi è avvenuta in contemporanea. Si può stabilire con esattezza quale dei due libri sia il sequel dell’altro? Joy Williams dice che la sequenza giusta è quella inversa rispetto alla scelta di Einaudi. Le reazioni dei critici e dei lettori sono state abbastanza diverse, direi opposte. Sandro, non mi hai ancora detto come la pensi, ma a chi non avesse mai letto nulla di McCarthy io non suggerirei mai di cominciare a farlo da questi ultimi testi, entrambi straordinari, siamo d’accordo, ma troppo ostici e distanti dalla vera identità di McCarthy. Ma secondo te, chi glielo ha fatto fare al grande Cormac di ritornare in pista a novant’anni suonati, dopo tutto quel ben di Dio che ci aveva regalato prima?

Il vero campione non vuole mai mollare (guarda Francesco Totti). A chi si accosta a McCarthy per la prima volta, consiglio di cominciare con “Il Buio Fuori” o con la “Trilogia della Frontiera”. Per quello che concerne “Il Passeggero” e “Stella Maris” credo che tutta la critica mondiale sia fuori strada: mi dispiace che debba essere io a dovervi dire che se i libri in America sono usciti insieme è perchè vanno letti insieme. Io almeno ho fatto così. Te li metti sulla scrivania tutti e due e leggi stereo. Alle prime incertezze de “Il Passeggero” vai a rifugiarti nelle pagine di “Stella Maris”, che alla fine sta nell’altro libro come un romanzo nel romanzo, un po’ come l’episodio della “Monaca di Monza” nei “Promessi Sposi”. Perchè il grande Cormac non abbia pensato a fare un unico libro non lo so, ma a 90 anni si può concedere un lieve rincoglionimento anche al più grande di tutti. 

In Italia uno scrittore come McCarthy non lo abbiamo mai avuto. Vale per lui ma anche per altri autori diversississimi da lui, da Stephen King a Thomas Pynchon, da James Ellroy a Don DeLillo. Come te lo spieghi?  

Nel 300 abbiamo avuto dante Petrarca e Boccaccio quando nel resto del mondo ancora andavano in giro con le corna di montone in testa, fino al 1600 non c’è stata altra letteratura in Europa oltre quella italiana. Poi le cose cambiano, la ruota gira. Ora tocca agli americani, sono ancora la società dominante, e noi, alienati da trent’anni di berlusconismo e di telefilm di merda, abbiamo perso qualunque contatto con la nostra dimensione antropologica, diventando una specie di colonia di un’altra cultura, siamo sprofondati in un nuovo Medioevo senza fine, e a fare libri e classifica sono Moccia, Fabio Volo, la Mazzantini ecc ecc. Tutti alberi abbattuti per niente. Purtroppo il responsabile dei libri brutti è il cattivo lettore, l’editore, si sa, risponde dicendo che lui vende ciò che la gente vuole. Anche se questo non lo giustifica affatto, anzi, lo rende complice. Per il resto ti ringrazio di cuore; poter parlare di grande letteratura è un modo per resistere, per combattere. Siamo come i Càtari ormai.

Standard

TALKING HEADS 77 – John Domini

Non ci crederete ma è esistito un tempo in cui i giovani ascoltavano della buona musica. Chi ha più di cinquant’anni, come il sottoscritto e come John Domini, scrittore e critico italoamericano trapiantato nel bel mezzo del Midwest, avrà certamente consumato i vinili di una leggendaria band newyorchese chiamata Talking Heads. Cosa c’entrino le teste parlanti di David Byrne con questo romanzo, il primo di Domini, uscito negli Usa nel 2003 e ripubblicato in Italia da Arkadia con la traduzione di Alessandra Ceccoli, lo capirete nelle ultime pagine del libro, quando tutti i pezzi del racconto riprendono la loro giusta collocazione e la storia si ricompone in forme più nitide dopo alcuni passaggi abbastanza criptici e postmoderni (Domini ha studiato con John Barth e Donald Barthelme, due a caso). Cominciamo col dire che Talking Heads 77, il titolo è un evidente omaggio al più noto degli album della band, è fondamentalmente un romanzo sugli anni ’70. Se in Italia li abbiamo chiamati anni di piombo, negli Stati Uniti non sono stati da meno in termini di violenza e di disordini. Kit Viddich è un ragazzotto del Minnesota sposato con la rampolla di una famiglia bostoniana molto in vista, il “clone” di Farrah Fawcett, e con un’idea fissa: aprire una rivista alternativa che scardini le regole del mainstream della solita stampa accomodante e asservita al potere. Con “Sea Level” Kit intende rovistare nel torbido, denunciare i crimini fuori dai radar, dare voce agli ultimi, distinguersi dall’omologazione mediatica di marchi più noti. Siamo a ridosso del Watergate e a pochi anni dall’insediamento di Ronald Reagan alla Casa Bianca, una stagione di mezzo che ribolle per la dure rivendicazioni delle minoranze, per il massiccio uso delle droghe, ma anche per l’emersione di nuovi fermenti musicali come il punk. Se avete letto romanzi come Chronic city di Jonathan Lethem, Città in fiamme di Gart Risk Hallberg o Città di morti di Herbert Lieberman, avrete un quadro preciso dell’atmosfera sapientemente riprodotta da Domini nella sua storia, che per due terzi ruota intorno a un’inchiesta sulla decadenza architettonica e sugli abusi perpetrati all’interno di un penitenziario di Boston chiamato Monsod. Nelle stesse ore in cui ho letto il romanzo di John, in Italia si è registrato il 64° caso di suicidio nelle carceri dal primo gennaio del 2024. L’indagine di Kit sul trattamento disumano riservato a molti detenuti del Monsod, a cominciare dal giovane di colore Junior Rebes (“Vuoi prenderti solo la tua storia del cazzo e andartene via comodo da qui!… Non siamo niente e saremo niente per sempre”), mostra una realtà poco distante da quella dei nostri giorni, a qualunque latitudine. Kit è un idealista ma Boston non è il Minnesota; la sua condizione di uomo semplice e privo di sovrastrutture ideologiche è una delle tracce principali della storia, che include anche aspetti più intimi del difficile rapporto tra lui e Bette: il sesso, il distacco, un possibile adulterio. Le voci di dentro che infestano la coscienza di Kit si riverberano in un Non è come immaginavo, Sono troppo piccolo per ripulire l’Inferno, È tutto uno schifo, ma poteva andarmi peggio. Che ne sarà del Sea Level e della purezza di Kit? Teste parlanti 77. 

Angelo Cennamo

Standard

MY NAME IS DAVE

Nel 1987 uno studente universitario di Ithaca (NY), cresciuto nel Midwest, riscrive la propria tesi di laurea in filosofia e ne fa un romanzo folle ma per tante ragioni destinato a lasciare un segno nella letteratura americana, in quegli anni alle prese col minimalismo di personaggi come Carver, Ellis, Leavitt, McInerney. Si chiama David Foster Wallace, di lì a poco diventerà uno degli scrittori più innovativi della sua generazione, e a seguito della morte, avvenuta per suicidio a soli quarantasei anni, una vera e propria figura di culto. Definire lo stile di Foster Wallace è complicato anche per un linguista arguto come Stefano Bartezzaghi che del suo romanzo di esordio ha curato la prefazione italiana per conto di Einaudi. Postmoderno, si è detto. Già, ma c’è dell’altro. La scrittura è vertiginosa, ellittica, in alcuni passaggi ostica e incomprensibile, in altri più snella perché Wallace sa tradurre, scomporre pensieri complessi e rivestirli di nuove forme pop, avvicinare l’alto al basso, ispezionare la mente dei suoi personaggi, destrutturare sinapsi, offrire al lettore secondi e terzi punti di osservazione. La Scopa del Sistema racconta le avventure di Lenore Beadsman, una ragazza fragile e insicura che si mette alla ricerca della bisnonna novantenne (ultima allieva del filosofo Wittgenstein), fuggita misteriosamente dalla casa di riposo insieme a un folto gruppo di altri pazienti e infermieri. Tutto quello che accade nelle cinquecentosettantacinque pagine del romanzo: la difficile relazione – diciamo pure l’impossibile relazione – tra Lenore e Rick Vigorous, l’ultraquarantenne conosciuto nello studio di uno psicanalista; la popolarità di Vlad l’Impalatore, l’uccellino che recita sermoni religiosi su una tv via cavo (in Telegraph Avenue di Michael Chabon c’è un pennuto che gli somiglia molto – Telegraph Avenue è uscito nel 2012); i problemi di tossicodipendenza del fratello minore di Lenore, LaVache, ragazzo nato con una sola gamba; insomma tutta questa proliferazione di storie, ognuna delle quali costituisce un romanzo dentro il romanzo, fa da corollario alla traccia centrale del libro che è proprio l’assenza della bisnonna filosofa. I pezzi cuciti da Wallace intorno alla vicenda della scomparsa non seguono una linea retta, la struttura è volutamente disarmonica, con una punteggiatura avventurosa, ma l’incastro tra le diverse sottotrame è efficace così come l’alternarsi degli spunti comici alle parti più filosofiche, i continui richiami agli studi dell’anziana fuggiasca: aporie, antinomie, messaggi cifrati; dettagli oscuri, in alcuni casi indigesti, che tuttavia stimolano la curiosità del lettore attirandolo in un vortice ipnotico. Quando La Scopa  fu pubblicato non mancarono voci dissonanti di chi contestava a Wallace un eccesso di narcisismo e liquidava la sua opera prima come un vibrante esercizio di stile, nulla di più. In verità il romanzo funziona in ogni sua parte, perfino nei cazzeggi, ma per comprenderne appieno il senso: 1) non va persa di vista la sua fase embrionale, e cioè la tesi di laurea dell’autore, che viene fuori in diversi passaggi del testo, per esempio nelle trascrizioni delle sedute terapeutiche tra Lenore e il suo psichiatra o nei dialoghi tra Lenore e il fratello LaVache all’Amherst College; 2) va inclusa tra i protagonisti la figura invisibile di Wittgenstein. La presenza di Wittgenstein è consustanziale rispetto all’assenza di Lenore. Di più, i due sono praticamente la stessa cosa. Wittgenstein giudicava il linguaggio come un insieme di “giochilinguistici” dove il significato di una parola è l’uso di quella parola in un particolare contesto. Ecco allora la chiave di volta: siamo fatti di parole, non esiste realtà oltre il linguaggio, “La vita è il suo racconto” dice Lenore al suo psicanalista. Questo assioma vale anche per gli osceni sproloqui di Vlad l’Impalatore o gli animali parlanti ne sono esclusi? Dicevo di Wittgenstein, è la password per accedere e decriptare tutta l’opera di Wallace, che due anni dopo questo romanzo si riconferma tra le voci migliori della nuova narrativa americana con La ragazza dai capelli strani, un compendio variegato della cultura occidentale, una brillante carrellata di nevrosi e di ossessioni – una chiara parodia ellisiana, dirà Gerald Howard, editor di Bret Easton Ellis (oltre che di Wallace). Il dramma dell’incomunicabilità. Pagine esilaranti nelle quali Wallace tira fuori il marcio della società americana alla sua maniera, con umorismo, stile, e con quella oscura originalità sempre sul filo dell’incomprensione che lo rende unico e capostipite di una generazione di “strani” talenti. Wallace è forte sia nel romanzo che nel tratto breve (Brevi interviste con uomini schifosi, Oblio).

“Mi siedono in un ufficio, sono circondato da teste e corpi. La mia postura segue consciamente la forma della sedia.”

Maneggiare un romanzo di Wallace è un’esperienza difficilmente comparabile ad altre letture. È come avventurarsi senza indicazioni in un luogo che non è contemplato su Google maps, un luogo abitato da un’umanità esasperata, quasi lobotomizzata, assuefatta al male, perennemente inquieta. Perché uno scrittore ostico come Foster Wallace ci piace così tanto? Forse perché in quella oscurità ritroviamo le nostre stesse insicurezze. Forse perché “non esisteva scrittore vivente dotato di un virtuosismo retorico più autorevole, emozionante e inventivo del suo”, come scrisse Jonathan Franzen in un suo saggio. Nel 1996 Wallace pubblica il suo capolavoro. Per la sua mole – nella versione italiana 1.280 pagine fittissime oltre centinaia di note – Infinite Jest incute terrore e scoraggia anche i cultori più incalliti della parola scritta (“Non leggi un libro di mille pagine perché hai sentito dire che il suo autore è un tipo simpatico. Lo leggi perché ti hanno fatto capire che il suo autore è un genio” – Come diventare se stessi di David Lipsky). Lasciare però quel mattone in bella vista sulla scrivania alla stregua di un fermacarte o di un vecchio almanacco, temendo che la smisurata lunghezza possa annoiare o peggio logorare i nervi – può accadere se non si è rodati al postmodernismo spinto – è più di un peccato veniale: è sottrarsi a un’operazione rigenerativa che dopo tutto finisce per amplificare la nostra qualità di lettori – dopo aver letto Wallace si diventa lettori terribilmente esigenti. Una catarsi dunque. Ma prima della catarsi – che poi è lo stesso rituale di purificazione al quale si è sottoposto l’autore scrivendo il libro – il supplizio, sfiancante, ai limiti della sopportazione. Infinite Jest è un romanzo meravigliosamente faticoso, nei momenti di scoramento si ha voglia di lanciare il mattone contro la parete della camera da letto e maledire il critico della rivista o l’amico – in questo caso nemico – che ne ha consigliato l’acquisto. Ma dura poco. Dura poco perché dai libri di Wallace e dallo stupore che alimentano le sue non-trame è difficile stare lontani “Voglio creare qualcosa capace di ristrutturare mondi e anche di far provare qualcosa agli umani”. Un libro fluviale con tre linee narrative (familare, distopico-politica, passionale), un’architettura frammentata e senza un vero finale (un finale probabilmente c’è ma va ricercato oltre la struttura fisica del romanzo), che racconta di una società rassegnata al proprio annientamento psicofisico, per quanto Wallace si ribelli a questo andazzo nichilista attraverso la figura di Don Gately, forse il personaggio cardine. Il libro fu pubblicato nel 1996 – quattro anni prima Michael Pietsch, editor della Little, Brown, acquisì il romanzo versando un anticipo di ottantamila dollari – ma Wallace cominciò a lavorarci già nel 1986. Alcune scene dovevano integrare altri progetti, vennero inizialmente accantonate poi riprese di nuovo, riadattate. In un tempo imprecisato e sponsorizzato gli Usa avranno inglobato il Messico e il Canada in una supernazione chiamata ONAN (Organization of North American Nations). Wallace ambienta la/le storie all’interno dell’ETA ( Enfield Tennis Academy), un liceo per giovani promesse del tennis che sognano di  giocare nell’ATP “lo Show”, e all’Ennet House, un centro di riabilitazione per alcolisti e drogati che puzza del tempo che passa. Come tutti i protagonisti del libro, attuali nella loro unidimensionalità, i ragazzi dell’ETA sono sopraffatti dalla noia e invischiati nell’uso di sostanze ricreative. ETA e EH sono luoghi di solitudine e di individualismo esasperato; due universi paralleli, idealmente collegati tra loro, ma che nel corso della narrazione si sfiorano appena. Infinite Jest è anche il titolo di un film misterioso che ipnotizza gli spettatori condannandoli ad una pericolosa assuefazione. Un’arma letale che può cambiare il corso degli eventi. Eccoci  dunque al tema del romanzo: la dipendenza. Dipendenza da qualunque cosa, non solo dall’alcol e dalle droghe, forse anche dallo stesso libro che imprigiona il lettore più intrepido fino alle note del post scriptum in una sorta di stato catatonico: il magnetismo di Wallace è un argomento da approfondire, da studiare. Dicevamo della trama come espediente dell’autore per raccontare molto altro attraverso divagazioni su fatti, luoghi e personaggi, seguendo i consueti schemi labirintici ai quali the genius ci ha abituato per guidarci nel suo mondo enigmatico e ricco di suggestioni: dilatazioni spazio-temporali, periodi lunghi e scomposti senza mai un capoverso, punteggiatura fantasiosa “se la realtà contemporanea è frammentaria, deve esserlo anche il romanzo”. Un reticolo di scene l’una dentro l’altra che tolgono il fiato e lasciano attoniti. Una scelta precisa dell’autore che non vuole accattivare i lettori con espedienti immediati ma fare del suo romanzo “Un intrattenimento fallito”. Del realismo isterico di Wallace (espressione coniata da James Wood per Zadie Smith) e dell’impossibilità di cogliere fino in fondo tutte le sfaccettature della sua grammatica mentale non si può dire di più. La cosa più faticosa della mia vita riferì Edoardo Nesi che del libro ha curato la traduzione italiana.                                       

“E’ giusto bollire una creatura viva e senziente solo per il piacere delle nostre papille gustative?” 

Separare il David Foster Wallace saggista dal romanziere non ha molto senso. Nella sua vita Wallace ha scritto di Tennis, Matematica, ha spiegato il Rap ai bianchi. Nel 2005 esce Considera l’aragosta, una raccolta di saggi brevi, articoli, recensioni, lezioni universitarie, nella quale il genio di Athena ci conduce in posti stravaganti come un festival di cinema porno, una sagra di aragoste nel Maine, un tour elettorale di John McCain.

“Raccontare l’apatia con garbo e umorismo. La sconfitta della noia è come l’estasi istantanea in ogni atomo. Se sei immune alla noia, non c’è nulla che tu non possa fare”. 

Si può giudicare l’opera di David Foster Wallace separandola dalla pulsione di morte che abitava la sua mente e che a soli quarantasei anni lo ha portato al suicidio? Il realismo isterico della prosa massimalistica, lo sguardo malincomico sulle vicende umane affrescate nelle pagine dei pochi romanzi  pubblicati e dei racconti, sono probabilmente legati a quel malessere, all’urgenza, già altre volte avvertita, di abbandonare la vita. La sera del 12 settembre del 2008, nella sua casa di Claremont (California), pare che avesse pianificato tutto: scritto due righe di commiato alla moglie Karen, salutato i cani Jeeves e Drones, ordinato negli  scatoloni giù in garage i manoscritti del romanzo al quale stava lavorando già da parecchi anni. “La Cosa Lunga”, un librone di cinquemila pagine che si sarebbero ridotte a poco più di mille, aveva confidato all’amico Jonathan Franzen. Per completare questo librone Wallace aveva rinunciato a convegni, conferenze stampa, al party per il decennale di Infinite Jest, a uscite con gli amici. E a chi come lo stesso Franzen si preoccupava negli ultimi tempi del suo stato di salute e gli chiedeva al telefono come stai, lui alla sua maniera rispondeva:  “mi sento un po’ peculiare”. I pezzi del  romanzo che Wallace stava scrivendo vennero faticosamente assemblati tre anni dopo la sua morte, nel 2011, dall’editor Michael Pietsch in un libro di circa ottocento pagine pubblicato col titolo Il Re Pallido. Parliamo evidentemente di un romanzo incompiuto, ma quale opera di Wallace non lo è? Soprattutto, siamo proprio sicuri che si tratti di un romanzo? La risposta è nell’introduzione o parte metanarrativa, che troviamo, pensate, a pagina ottantacinque “Questo libro non è opera di fantasia, bensì sostanzialmente vero e accurato: Il Re Pallido è di fatto più un libro di memorie che una storia inventata”. Chiaro, no? Un libro di memorie ispirato all’esperienza che il giovane studente universitario David  Wallace avrebbe vissuto per tredici mesi presso l’Agenzia delle Entrate della sperduta Peoria, nell’Illinois “Il libro è basato in buona parte sui vari taccuini e diari che ho tenuto durante i miei tredici mesi come liquidatore standard al Ccr del Midwest. Il Re Pallido è, in altre parole, una specie di libro di memorie professionali”. Mm, bello scherzo, in tanti hanno abboccato. E sì perché tra il 1985 e il 1986 Wallace era impegnato negli studi universitari e a scrivere il suo primo romanzo: in quell’ufficio di Peoria non mise mai piede. Dunque? La noia. È questo il vero argomento, del romanzo? Assolutamente sì. Ma attenzione, non parliamo solo di quel non luogo a procedere della felicità, quel baratro astratto di malinconia nel quale è facile perdersi per sempre. La noia si può sconfiggere, è questo il messaggio contenuto nel libro. Lasciarsi attraversare senza opporre resistenza, sviluppare la capacità, a volte innata a volte acquista, di trovare l’altra faccia della ripetizione meccanica dell’inezia, dell’insignificante, del ripetitivo, dell’inutilmente complesso “eccola la chiave alla base di tutto, la chiave della vita moderna e della vera felicità: essere, in una parola, inannoiabile”. Il Re Pallido è un monumento di introspezione, un’opera di narrativa ma nel contempo un trattato di filosofia, un saggio di psicologia, il migliore testamento che un incursore dell’entropia come Wallace potesse lasciare ai suoi lettori. 

Angelo Cennamo

Standard

YELLOWFACE – Rebecca F. Kuang

Rebecca F. Kuang, ventotto anni, cinese ma solo di nascita, al suo attivo ha già cinque romanzi, perlopiù Fantasy. Perlopiù perché incasellare Babel, il più noto dei cinque, nella letteratura di genere, sarebbe riduttivo, e forse un errore. Con Yellowface, in Italia edito da  Mondadori con la traduzione di Giovanna Scocchera, Kuang cambia ancora per approdare, non sappiamo se definitivamente, al realismo puro. Come molte storie che parlano di scrittori, perché di questo si tratta, il romanzo contiene un secondo romanzo. The Last Front, questo è il titolo, racconta dell’esperienza vissuta dai 140.000 operai cinesi reclutati dall’esercito britannico e spediti al fronte durante la prima guerra mondiale. È un’opera ambiziosa che ha richiesto un grosso lavoro di ricerca, di studio, e che potrebbe consacrare Athena Liu, autrice sinoamericana nella quale è facile ritrovare gli stessi tratti della Kuang, tra le voci più interessanti della nuova letteratura mondiale. Athena è fichissima, una bellissima donna di ventisette anni, non bianca, “vagamente queer”, e con settantamila follower su Instagram. Appena laureata a Yale, ha già un contratto con un’importante casa editrice, un altro con Netflix, e un elenco di candidature a premi letterari più lungo di una lista della spesa. Proprio nelle ore in cui sta per inviare il manoscritto di The Last Front al suo editore, Athena però muore. Vorrei tanto parlarvi della goffa morte di Athena ma non sarebbe corretto. L’enfant prodige esce di scena nelle prime pagine di Yellowface, davanti agli occhi della sua migliore amica ed ex compagna di college, June Hayward, anche lei scrittrice ma di ben altra caratura: un solo romanzo pubblicato che non ha letto nessuno, e una carriera nell’editoria incertissima per non dire già finita “È dura essere amica di qualcuna che ti surclassa in continuazione”. June, che è la voce narrante di Yellowface, ruba il manoscritto di The Last Front e lo fa diventare il suo bestseller. Il furto del testo è l’espediente al quale ricorre Kuang per introdurre uno dei temi centrali del romanzo, la peggiore nevrosi dell’editoria americana di questi anni: l’appropriazione culturale. Ricorderete qualche anno fa l’incredibile vicenda di Jeanine Cummins, la scrittrice portoricana che qualcuno arrivò perfino a minacciare di morte perché si permise di raccontare nel suo libro “Il sale della terra” una storia di immigrati messicani. Cummins fu costretta ad annullare molte date del tour promozionale e a rinunciare a dibattiti pubblici e interviste. Quello che accadde nella realtà a Jeanine Cummins si ripete nella finzione con June Hayward. June è bianca, non ha origini asiatiche: come può scrivere di operai cinesi? Il suo editore le consiglia di pubblicare The Last Front col nome di Juniper Song “Nessuno ha il coraggio di dire apertamente che “Song” può essere scambiato per un cognome cinese…”, e di servirsi di un sensitivity reader cinese per correggere eventuali frasi razziste e metterla al riparo da eventuali accuse di appropriazione e, peggio ancora, “di parassitismo culturale”. Ma non basta. L’iniziale successo del romanzo si sgonfia di fronte a una raffica di accuse infamanti: June è una truffatrice, una ladra, un’approfittatrice, una razzista. Siamo al secondo e al terzo argomento della storia: l’invidia, il potere di vita e di morte dei social e gli effetti distopici della popolarità “Una volta varcata la soglia dell’editoria professionale, ecco che improvvisamente la scrittura diventa una questione di invidie tra colleghi, vaghi budget per la promozione e anticipi che non sono mai all’altezza di quelli offerti ad altri scrittori”. Poi ci sono i lettori “che proiettano le proprie aspettative non solo sulla storia in sé, ma sulle tue idee politiche, la tua filosofia di vita, la tua etica in generale. Il prodotto sei tu, non la tua scrittura… quando ti accorgi che molti dei tuoi follower sono persone di colore o gente che all’interno del proprio profilo ha hashtag tipo #BLM e #Free-Palestine capisci di essere sulla strada giusta”. Dietro il furto di June non c’è solo la legittima ambizione di inseguire il proprio successo ma anche il desiderio di punire il successo altrui. La verità è  che June è sempre stata invidiosa della sua amica geniale. “Il mondo di Gwyn era parzialmente pubblico. Mentre il suo era pericolosamente, crescentemente privato” scrive Martin Amis a proposito della gelosia dello scrittore Richard Tull per il più famoso Gwyn Barry, nel suo capolavoro L’informazione. La persecuzione ai danni di June è feroce: account fantasma, troll, scambi di persona. Quanto durerà questo supplizio? Yellowface è una prodigiosa e beffarda messa in scena della comunicazione attraverso la lente distorta della Cancel culture. Un romanzo controcorrente sulla paranoia e sull’identità che mescola horror e noir. Una storia di donne senza la questione femminile. Una bellissima satira dei nostri tempi. 

Angelo Cennamo

Standard

CONFESSIONI DI UN ARTISTA DI MERDA – Philip K. Dick

Scritto nel 1959 ma pubblicato solo nel 1975, è l’unico dei romanzi non fantascientifici di Dick uscito quando Dick era ancora vivo. Della narrativa realistica o mainstream di Philip K. Dick, scrittore originario di Chicago ma vissuto per molti anni a Berkeley, si parla poco, eppure libri come Confessioni di un artista di merda o come In questo piccolo mondo non sono meno interessanti di certe opere, per esempio, di Richard Yates, autore che proprio negli anni di Dick ha raccontato gli stessi conflitti familiari della middle class americana, e col medesimo insuccesso commerciale del suo collega californiano, tra l’altro.

Confessioni di un artista di merda non sarà un tipico romanzo distopico ma se per distopia volessimo intendere il disturbo dissociativo descritto più comunemente nei manuali di psichiatria e indagassimo le menti di tutti i personaggi che incontriamo nel libro, allora sì: potremmo definirlo un romanzo distopico come tutti gli altri. Jack Isidore è un demente con delle strane convinzioni: a un certo punto della storia si convincerà che il mondo finirà il 23 aprile del 1959. La sua inadeguatezza di fronte alla realtà spingono la sorella Fay e suo marito Charley Hume a tenerlo con loro nella bellissima casa di Drake’s Landing, nella campagna di San Francisco. Charley è un uomo rozzo, un sempliciotto, ma facoltoso. Fay è una donna colta, astuta, arrogante. Una manipolatrice. La vera protagonista del romanzo è Fay più che Jack: tutta la storia infatti ruota intorno alla perfidia con la quale la giovane moglie di Charley attrae a sé gli altri uomini e li addomestica ai propri bisogni. Una delle vittime, oltre lo stesso Charley, che andrà incontro al peggiore dei destini, sarà Nat, lo studente che abita nei paraggi con la moglie Gwen. I due vengono avvistati da Fay mentre passeggiano in bici. Come una bambina capricciosa, Mrs. Hume costringe Charley ad avvicinarli perché “vuole” conoscerli. Ma vuole conoscere entrambi o vuole conoscere Nat? La storia, raccontata a volte con la voce di Jack, altre volte con quella di Fay, altre volte in terza persona, si concentra sulle dinamiche delle due coppie. L’adulterio di Fay ricorda quello dell’eterna insoddisfatta April Wheeler, la protagonista di Revolutionary Road di Yates, romanzo uscito appena due anni dopo quello di Dick. A differenza di April però, Fay non soccombe di fronte alla propria isteria ma se ne serve per dominare gli altri. Uno dei temi della storia è la follia come condizione umana diffusa: tutti i personaggi di Dick, non solo Jack come può sembrare nei primi capitoli, ci sorprendono per la loro condotta borderline difficile da spiegare nei termini della razionalità. I gesti e le considerazioni fuori dall’ordinario di Charley, Fay e Nat (Gwen comparirà poco) finiscono per annullare la distanza con la mente fragile di Jack, che nelle ultime pagine scoprirà di non essere l’unico matto del romanzo. 

Angelo Cennamo

Standard

LA CALCOLATRICE MECCANICA – William Burroughs

L’immagine ricorrente di William Burroughs è quella dell’artista maledetto, del vagabondo squattrinato e violento, del tossico. Tossico Burroughs lo fu per davvero ma tutto il resto è un cliché probabilmente ispirato al mondo della Beat Generation che lui stesso, prima di altri, contribuì a costruire con romanzi sconnessi dalla routine di quegli anni come Pasto nudo, per esempio. Erede di una ricca famiglia di imprenditori (il titolo scelto per questa raccolta è un tributo al nonno paterno e a un suo brevetto), Burroughs visse di rendita, e col gruzzoletto che il padre gli mise a disposizione potè laurearsi ad Harvard, perfezionare gli studi a Berkeley, Vienna e Città del Messico, viaggiare in lungo e in largo, farsi un guardaroba degno di un attore hollywoodiano. La calcolatrice meccanica è una raccolta di quarantatre saggi scritti su svariati argomenti: dai Sex Pistols a uno speciale farmaco antinfiammatorio, dal pensiero di Freud all’omosessualità. Le parti però più interessanti sono quelle dedicate alla letteratura, alle tecniche di scrittura, agli incontri con altri autori, reali o attraverso la lettura delle loro opere. Il libro uscì negli Stati Uniti nel 1985, Adelphi lo ha riportato in libreria in questi giorni con la traduzione di Andrew Tanzi. Dicevo della Beat Generation: il tempo trascorso con Jack Kerouac e Allen Ginsberg viene fuori con una serie di dettagli e di curiosità anche divertenti, come il ricordo della visita, proprio con Ginsberg e Fred Jordan, all’Inumano e “senza tempo” Samuel Beckett. L’incontro avvenne a Berlino “Beckett si mostrò educato ed eloquente. Era comunque chiaro, almeno per me, che non aveva il benché minimo interesse per nessuno di noi, né il minimo desiderio di rivederci. Ci avevano avvertiti di portarci da bere perché lui non ce ne avrebbe offerto. Così avevamo portato una bottiglia di whisky”. Beckett è solo uno dei tanti personaggi citati nel libro “Beckett viola tutte le regole e le convenzioni del romanziere… In Beckett non c’è suspense. Beckett è al di sopra della suspense… Beckett è forse lo scrittore più puro che abbia mai scritto. Non c’è altro che la scrittura stessa”.

Straordinarie le pagine dedicate a Ernest Hemingway “Lo stile può diventare una limitazione e un fardello. Hemingway era prigioniero del suo stile. Nessuno può parlare come i personaggi di Hemingway tranne i personaggi di Hemingway”. Il miglior testo di Hem, scrive Burroughs, è senza dubbio Le nevi del kilimangiaro, il racconto che anticipa e racconta il suo suicidio. Come Hemingway, Burroughs ha sfiorato la morte anche da vivo: l’uccisione della moglie la giustificò con la folle parodia di Guglielmo Tell inscenata insieme a lei dopo essersi scolato chissà quanto alcol. La morte è un tema cruciale e sondabile “Gli scrittori sono tutti morti e tutta la scrittura è postuma”. Pasto nudo, il suo romanzo più noto, viene evocato in diverse occasioni a proposito del cut-up, la tecnica di smontaggio e rimontaggio di testi altrui attraverso la quale Burroughs ha perpetuato il proprio mito “Joseph Conrad descrisse in modo superbo giungle, acqua, condizioni atmosferiche: perché non usarle pedissequamente come sfondo per un romanzo ambientato ai tropici?… Rubate tutto quello che vedete… Quando si ritagliano e si riordinano le parole su una pagina, ne emergono di nuove. E le parole cambiano significato”.

Come si diventa scrittori di successo? Si può davvero imparare a scrivere da qualcun altro? “Dopo aver tenuto vari corsi di scrittura creativa, sono arrivato a dubitare che la scrittura si possa insegnare. È come cercare di insegnare a qualcuno a sognare. Così ora insegno la lettura creativa”, spiegava Burroughs cinquant’anni prima che il dibattito sull’importanza della buona lettura prendesse piede in italia. Lo stesso concetto lo ribadisce Stephen King in On writing; esiste una sola regola per diventare scrittori: imparare a leggere bene e leggere molto. Leggete molto. Leggete i libri di William Burroughs. 

Angelo Cennamo

Standard

VITA FRA I GIGANTI – Bill Roorbach

Nella lista dei grandi autori americani mai pubblicati in Italia, fino a qualche giorno fa, alla lettera R avreste trovato Bill Roorbach, scrittore originario del Maine, sulla settantina; nelle foto sui social lo riconoscete per il pizzetto bianco alla D’Artagnan e per i paesaggi di campagna, i cieli azzurri che fanno da sfondo alle sue frequenti gite all’aria aperta. Vita fra i giganti, il romanzo di punta di Roorbach, è arrivato da noi dodici anni dopo la sua prima uscita, con Mattioli 1885 e la traduzione di Nicola Manuppelli. È fondamentalmente una storia di segreti e di occasioni mancate. Il protagonista si chiama David Hockmeyer, detto Lizard (lucertola). David è alto due metri ed è un promettente giocatore di football. Ha una sorella bipolare, Kate, fidanzata con un professore con il doppio dei suoi anni; una madre ex campionessa di tennis e un padre arrestato dall’FBI non si sa per cosa. Siamo nei primi anni Sessanta: John Kennedy è passato a miglior vita e la rivoluzione sessuale sta per affacciarsi anche nei piccoli sobborghi del Connecticut come High Side, abitato dai Hockmeyer e da Sylphide, la ballerina più famosa del mondo, sposata con la nota rockstar Dabney Stryker-Stewart. Gli incroci pericolosi, altre volte pruriginosi, tra i Hockmeyer e i loro dirimpettai sono la parte più consistente della storia, che attraverso le figure di David e di Sylphide, il miglior personaggio del romanzo per la sua fascinosa ambiguità da troia angelica, ci riporta alle iniziaziazioni di certe opere di Updike o di Philip Roth. Uno dei temi del romanzo è il confronto tra il mito della forza e della competizione (David diventerà un discreto quarteback, sua sorella Kate seguirà invece le orme della madre nel circuito tennistico a Yale) e la moderazione, la tenerazza, l’equilibrio della danza. Ma anche l’incontro tra diverse sensibilità di vita. Due mondi che si intersecano nei passaggi più lussuriosi, nei vorrei ma non posso della circe Sylphide, e negli approcci goffi del marcantonio David con un’altra giovane ballerina, Emily. Il tempo del romanzo è fluido, ieri e oggi si alternano senza sosta anche negli stessi blocchi, ma la linea di demarcazione è tragica e netta: i genitori di David saranno ammazzati per una delle tante questioni irrisolte che accompagneranno il lettore fino alle ultime pagine. Nella seconda parte David lascerà il football per aprire un ristorante vegetariano (qui la trama perde il focus iniziale e rischia di sfilacciarsi in una direzione confusa), ma Emily e Sylphide, le giornate a High Side nella grande dimora delle star, il ricordo della danza e di quella leggerezza proibita, non lo abbandoneranno mai. Vita fra i giganti ha il sapore di quei classici della letteratura in cui l’eleganza dei gesti, l’arte e la sua sublimazione si scontrano con le più efferate vicende del denaro e del ricatto. Una storia d’amore e di delitti con molti enigmi da chiarire. Finalmente Roorbach.  

Angelo Cennamo

Standard