L’ECLISSE DI LAKEN COTTLE – Tiffany McDaniel

Nel suo ultimo romanzo, DeLillo immagina che il mondo si fermi per via di un blackout tecnologico, l’umanità de “Il silenzio” è sconnessa da internet e da se stessa. Il buio di Tiffany McDaniel, giovane scrittrice dell’Ohio – ah questo Midwest! – è buio vero, è assenza di luce, un lento spegnimento del sole che ingoia tutto e tutti: persone, animali, continenti.

“L’eclisse di Laken Cottle” arriva in Italia sull’onda del successo dei libri precedenti “L’estate che sciolse ogni cosa” e “Il caos da cui veniamo”, sempre con Blue Atlantide. Laken Cottle ne è il protagonista. Mentre la terra si oscura, Laken cerca disperatamente di tornare a casa dalla propria famiglia. Il suo viaggio è il viaggio di Ulisse, la metafora cioè della continua ricerca di una redenzione forse impossibile, di un’empancipazione dall’errore e dal malvagio che permea ognuno di noi. Il buio che soffoca la terra è come l’eclissi della mente che nasconde la verità, qualcuno spiegherà a Laken nelle ultime scene del suo peregrinare. E allora non resta che annullarsi, rimuovere sovrastrutture, false convinzioni, paure, pregiudizi, per ritrovare la giusta rotta per Itaca. 

Dicevo prima del Midwest, la landa piatta e ventosa de “Il re pallido” di Foster Wallace o dei più recenti “Shotgun lovesongs” di Nickolas Butler e “Ohio” di Stephen Markley, ma anche terra feconda di romanzieri e di storie in cui perdersi come questa.

C’è sempre qualcosa di mistico nei libri di Tiffany McDaniel; “L’eclisse di Laken Cottle” è una fiaba dark sul senso del divenire e sul destino che ci attende. Tiffany McDaniel si fa tentare dal gotico ma vola più in alto, è un po’ Borges un po’ Shirley Jackson; quanta poesia e quanta magia nella sua prosa briosa, nei suoi doppifondi. La luce, le ombre, l’incanto.

Angelo Cennamo

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JOSHUA COHEN VINCE IL PULITZER

Poco prima che venisse annunciato il vincitore del premio Pulitzer per la fiction del 2022, avrei scommesso un paio di euro, non di più – non mi piace scommettere – sull’affermazione di “Crossroads” di Jonathan Franzen o di “Smarrimento” di Richard Powers. Più su Franzen. Perché, perché quella di Franzen mi era parsa una bellissima storia familiare, degna o quasi de “Le correzioni”, il suo libro migliore, premiato nel 2001 col National Book Award. E poi perché Franzen il Pulitzer non l’ha mai vinto e questa poteva essere una buona occasione, forse irripetibile, per coronare una carriera più che dignitosa. A vincere è stato invece “The Netanyahus” di Joshua Cohen, romanzo che sarà pubblicato in Italia da Codice nei primi di settembre del 2022, con tanti saluti a “Crossroads” e a “Smarrimento” che non sono entrati neppure nella terzina dei finalisti.

Ma di cosa parliamo quando parliamo di Joshua Cohen. Di lui molti di voi ricorderanno quel librone verde uscito qualche anno fa, alto quanto il palmo di una mano, con una strana numerazione delle pagine – “Il libro dei numeri” – ambientato nel mondo di internet, i cui protagonisti hanno lo stesso nome dell’autore: un gioco di storie concentriche e inquietanti sull’identità e i pericoli del web. Opera complicatissima, oscura ma al tempo stesso geniale. Cohen è cresciuto ad Atlantic City, nel New Jersey, e nel 2017 fu giudicato da “Granta” tra i più interessanti scrittori americani. Quarant’anni, faccia da nerd, con una vaga somiglianza a David Foster Wallace, ha al suo attivo sei romanzi – non tutti pubblicati in Italia – e diverse raccolte di racconti, saggi, alcuni apparsi sul New Yorker e altre riviste importanti degli Stati Uniti. “The Netanyahus” è una strana commedia che mescola verità e finzione. Il libro prende spunto da un episodio raccontato all’autore dal critico Harold Bloom. A suo tempo Bloom si era trovato a fare da chaperon a Benzion Netanyahu in visita alla Cornell University dove quest’ultimo, specializzato in storia ebraica del Medioevo, insegnerà tra il 1971 e il 1975.

“A mordant, linguistically deft historical novel about the ambiguities of the Jewish-American experience, presenting ideas and disputes as volatile as its tightly-wound plot”.

Questa la motivazione con la quale la giuria ha attribuito l’ambito riconoscimento. Ma del nuovo libro di Cohen avremo modo di riparlarne prossimamente, in occasione della pubblicazione italiana, e in uno del suo autore, scrittore sicuramente fuori dall’ordinario, con Ben Lerner e il giovanissimo Matthew Baker tra le voci più significative del nuovo avanguardismo americano. 

Angelo Cennamo

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CITTÀ IN FIAMME – Don Winslow

“Oh, allora tutta Troia mi sembrò sprofondare tra le fiamme…”. 

Si apre con una citazione dell’Eneide di Virgilio “Città in fiamme”, l’ultimo romanzo di Don Winslow, il primo di una nuova trilogia – “Città di sogni” e “Città in cenere” saranno le prossime due uscite – ispirata all’epica della letteratura greca e latina: Iliade, Eneide, Odissea. Trilogia già tutta scritta perché Winslow ha annunciato che lascerà la letteratura per dedicarsi a un nuovo progetto, non meno ambizioso della narrativa: impedire a Donald Trump di ritornare alla Casa Bianca. 

Il romanzo è ambientato a Providence, nel Rhode Island, il più piccolo degli Stati Uniti, un fazzoletto di terra affacciato sull’Atlantico, tra il Connecticut e il Massachusetts, a pochi passi dal villaggio dove Winslow è cresciuto. Providence è abitata perlopiù da irlandesi e italiani, ci sono arrivati tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo; di fatto l’hanno colonizzata con i loro usi, tanti figli, il malaffare, la religione cattolica “I vecchi yankee odiavano gli snelli irlandesi e gli italiani unti…venuti a rovinare la loro bella città protestante con candele e santi cattolici…”. Nella fiction gli irlandesi sono i Murphy e i Ryan; gli italiani i Moretti, Sal Antonucci e soprattutto Pasco Ferri, il vertice di una piramide criminale che per via di una donna (Pam) si consumerà in una guerra feroce, sanguinosa, imprevedibile, e in una spirale di vendette, accordi traditi, alleanze precarie minate dal sospetto e dal tentativo di cambiare assetti, emanciparsi da ruoli marginali. I protagonisti sono numerosi ma è Danny Ryan che Winslow pone all’attenzione dei suoi lettori. Danny è la pecora nera della famiglia; marinaio, esattore per i clan, rapinatore di camion, è arrivato a sposare Terri, la figlia del boss John Muprhy ma deve accontentarsi delle briciole. Il canovaccio è collaudato, “Città in fiamme” è un crime in piena regola: i dialoghi sono perfetti come gli stacchi tra una scena e l’altra e i profili di ognuno dei personaggi. La storia di Madeleine è un romanzo dentro il romanzo: se Pam somiglia a Elena di Troia, la madre di Danny è una specie di Filumena Marturano che osserva e vigila sulla vita di Danny da lontano. 

Il molo di “Frankie Machine”, il mood irlandese di “Corruzione”, le spiagge de “La pattuglia dell’alba”, i clan della trilogia del “Cartello”: non farò classifiche ma in questo libro c’è il meglio di Don Winslow…I won’t rank but the best of Don Winslow is in these pages.

Angelo Cennamo

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LA FORTUNA – Valeria Parrella

Pompei, 79 d.C.. Lucio ha solo diciassette anni quando dalla flotta di Plinio il Vecchio assiste al “prodigio” che fa tremare la terra e apparire per la prima volta il Vesuvio come un vulcano infuocato governato da una forza brutale, spietata, che in poche ore cancella ogni traccia della città e della sua infanzia. “Non era una tromba d’aria, non era un incendio”. 

Due anni dopo “Quel tipo di donna”, Valeria Parrella torna in libreria con un nuovo romanzo, breve come i precedenti ma completamente diverso per genere, trama, stile, personaggi. Ne “La Fortuna” – edito da Feltrinelli – le donne della Napoli contemporanea, per una volta, lasciano spazio ad un giovane uomo vissuto duemila anni fa, testimone, suo malgrado, di un evento destinato a segnare il tempo e la storia del mondo. 

Lucio è il figlio unico di una famiglia pompeiana benestante; vede da un solo occhio, ma “Un limite è un limite solo se uno lo sente come un limite, sennò non è niente”. Dalla villa di Plinio arrivano le prime immagini di quell’esplosione indecifrabile. Nello stesso tragico frangente Lucio realizza il suo sogno: gli viene affidato il comando di una nave. Dirigersi verso la costa penetrando la pioggia di fuoco e cenere che oscura tutto il golfo di Napoli è un’operazione rischiosa, ma “Ci sono solo due modi di vivere: uno è avere sempre paura”. Quando il nocchiere de “La Fortuna” – questo è il nome della nave – grida di tornare indietro, Lucio capisce che l’unico modo per superare la paura è attraversarla. La navigazione breve e disperata tra le onde nere come la morte è un viaggio a ritroso nei ricordi: i giochi, le recite, le voci dei bottegai, la scoperta del sesso al lupanare, gli studi a Roma con Quintiliano, l’incontro con Plinio. 

“La Fortuna” è un romanzo sul senso del coraggio, l’accettazione e il superamento delle proprie fragilità; ma anche un libro sull’importanza della memoria, una memoria doppia, quella storica-collettiva che ci riguarda tutti, quella familiare dell’autrice che nei luoghi del racconto ha ritrovato una parte di sé. Tra ricostruzione storica e fiction, Valeria Parrella ci regala un racconto denso di emozioni, epico, scritto in una lingua per lei nuova ma perfettamente aderente alle vicende narrate e alla voce del giovane protagonista.  

Angelo Cennamo

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LA CALDA ESTATE DEL COMMISSARIO CASABLANCA – Paolo Maggioni

Commissario Giuliano Casablanca, detto Ginko. Dalla Omicidi lo hanno imboscato all’Ufficio Passaporti…ma non per molto. Un africano tenta la fuga in Svizzera: muore folgorato sul tetto del treno. Afa, camicie sudate, puzza di piscio e di kebab tra i palazzoni della periferia milanese, il mondo di sotto, l’universo parallelo a quello della mondanità e dell’opulenza. Anche Ginko, come tutti i commissari e i vicequestori che lo hanno preceduto, ha il suo cast di poliziotti simpatici e sgangherati: l’obeso Panettone, il cineromano Zohng, lo sfaticato Minimo Sindacale.

Per un giallista la difficoltà più grande non è tanto saper scrivere, ma ritagliarsi uno spazio credibile, nuovo. In Italia ce n’è davvero poco. Paolo Maggioni lo ha trovato. Maggioni sa intrattenere, ha ritmo, diverte, fa pensare. La sua Milano marginale ricorda quella di “Torto marcio”, il romanzo della svolta di Alessandro Robecchi, lo scrittore che con Massimo Carlotto racconta il Nord Italia meglio di qualunque altro. Maggioni si muove in quel perimetro: un po’ Bisio un po’ Robecchi. Provaci ancora, Paolo.

Angelo Cennamo

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NESSUNO NE PARLA – Patricia Lockwood

“Era diventata famosa per un post che diceva semplicemente ‘Esiste un cane gemello?’. Tutto qui”.

Di ricente la letteratura, specie quella americana, in più occasioni ha esplorato il mondo di internet e messo in guardia dalle minacce del web: “Il cerchio” di Dave Eggers, “Il libro dei numeri” di Joshua Cohen e “Scatola nera” di Jennifer Egan, l’infelice esperimento narrativo composto interamente da tweet, sono gli esempi più noti di questo filone modernista nel quale va a collocarsi a pieno titolo anche “Nessuno ne parla”, romanzo breve – 160 pagine, edito in Italia da Mondadori – già finalista al Booker Prize 2021. L’autrice, Patricia Lockwood, poetessa e scrittrice dell’Indiana dalla biografia piuttosto singolare (è nata, pensate, in una roulotte da una famiglia nomade numerosissima) del virtuale coglie un aspetto nuovo, diverso dai precedenti citati, cioè la possibilità attraverso lo sconfinato e indecifrabile universo dei social di diventare altro, rinascere, assumere una seconda identità illusoriamente più gratificante di quella reale. La protagonista di questa non-storia, grazie a un post banalissimo per non dire stupido, diventa un’eroina del web (il portale, lo chiama la Lockwood) con milioni di follower e visualizzazioni in tutto il mondo. La sua “voce” su qualunque argomento – sesso, clima, politica ( il portale ha consentito tra l’altro l’ascesa al potere di un pericoloso dittatore) – genera curiosità, attenzione, profitto. Non siamo forse diventati tutti virologi ed esperti di diritto internazionale?, sembra ricordarci l’autrice. Ma una tragedia familiare è in agguato, come una sveglia che ti scuote nel sonno: il reale irrompe nel virtuale, lo denuda e ne mostra i limiti. La non-storia prende un’altra piega, parallela, drammaticamente vera. Il finale è un “Lincoln nel Bardo” senza poesia ma ugualmente efficace nella sua mimesi grottesca.  

“Nessuno ne parla” è uno strano romanzo, scritto in terza persona, con periodi staccati, destrutturato e frammentato esattamente come il mondo dei social: la Lockwood salta da un argomento all’altro in un gioco di file che si aprono e si chiudono tra le pagine del libro. Vivace, spietato, istruttivo. 

Angelo Cennamo

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IL CODARDO – Jarred McGinnis

Jarred è un giovane scapestrato; per dieci anni ha tagliato i ponti con la sua famiglia: un padre alcolizzato e pieno di debiti; un fratello molto più grande di lui, un po’ megalomane, assorbito completamente dal mondo degli affari.

“Il codardo” è una storia vera? “La distanza tra invenzione narrativa e memoriale autobiografico si misura con il metro degli autoinganni”, scrive l’autore nell’esergo. I precedenti degli ultimi anni: Douglas Stuart (“Storia di Shuggie Bain”) e Jonathan Bazzi (“Febbre” e “Corpi minori”) ci confermano il trend di una letteratura introspettiva che non distingue tanto tra realtà e finzione ma pone l’accento sull’autenticità del racconto e la capacità di presa sul lettore. Il romanzo di McGinnis le contiene entrambe. 

Nella storia, raccontata in prima persona, si alternano due piani temporali: l’adolescenza di Jarred – la morte della madre per aneurisma, la difficile elaborazione del lutto, gli scontri con il padre “retrocesso a Jack”, il ricovero in una struttura psichiatrica – e il dramma del presente, che vede il protagonista ventiseienne paraplegico per via di un incidente d’auto, nel quale ha perso la vita Melissa, suo primo amore, oggi sposata con un altro uomo.

Jarred, che non ha un soldo e un posto dove andare, si vede costretto a chiedere aiuto al padre. Il romanzo parte da qui, dal suo rientro a casa dieci anni dopo quella fuga improvvisa. Ma la parabola del figliol prodigo e del suo corpo spezzato qui assume significati diversi, prospettive imprevedibili, nuove consapevolezze. L’incontro con la barista Sarah, nonostante tutto, ha per Jarred il sapore di una possibile rinascita. Coltivando orchidee Jack ha curato la piaga dell’alcolismo. Nella serra dietro la casa, lui e Jarred sembrano investiti da una nuova luce: le schermaglie iniziali, le diffidenze reciproche, cominciano via via a diradarsi. Jack ha imparato a incassare i colpi, punge Jarred con l’ironia, non lo compatisce né lo asseconda, ma è sempre lì, pronto a riannodare i fili del passato, a riempire il vuoto di quell’assenza, a lottare contro la frustrazione e i sensi di colpa.

Più che un romanzo sulla disabilità, “Il codardo” è la storia di un padre e un figlio, una meravigliosa storia d’amore, un inno alla vita e al tempo che non va sprecato.

Angelo Cennamo

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PERCHÉ L’AMERICA – Matthew Baker

La raccolta “Why visit America” (“Perché l’America”), uscita negli Stati Uniti nel 2020 e da qualche settimana in Italia con le traduzioni di Veronica Raimo e Marco Rossari, sta incontrando i favori di un certo lettorato, abbastanza esigente e orfano di una narrativa più o meno avanguardista, fondamentalmente nordamericana. Matthew Baker – appuntatevi il nome di questo scrittore – è oggi tra le voci più innovative di quella cultura; il look da ragazzo punk: volto emaciato, felpe e giacche di pelle fuori misura, e l’asimmetria della bizarra capigliatura, lo fa somigliare alla vorticosa rappresentazione dei suoi mondi: stratificati, folli, iperbolici, stupefacenti. 

I racconti di Baker – “tredici, uno per ogni striscia della bandiera americana” – richiestissimi anche dalle case cinematografiche (per “Ergastolo” si è scatenata un’asta feroce) – ci mostrano un’America del futuro prossimo distopica, o utopica se preferite, ridisegnata col compasso e il righello della provocazione: settantenni improduttivi che decidono volontariamente di uscire di scena, criminali puniti con la rimozione dei ricordi anziché con il carcere, maschi che si lasciano schiavizzare da femmine superbe e dominatrici sessuali.

Baker nemico di un Occidente assuefatto al consumo e ossessionato dal desiderio di piacere? Il ragazzo è ironico, diverte e si diverte; in ognuna delle sue storie finiamo per riconoscerci tutti, non ci serve che allungare lo sguardo, proiettarlo poco più in là delle conquiste del digitale, lavorare di fantasia (quello sempre). Racconti spiazzanti, dunque, diversi l’uno dall’altro, (quasi) mai noiosi, coraggiosi/oltraggiosi, originali o emulativi di un’originalità perduta (nella giovane coppia che si mette alla ricerca di uno sponsor per finanziare i costi del matrimonio è impossibile non rivedere la cronologia di “Infinite jest” di David Foster Wallace, anzi sembra quasi che al genio di Ithaca Baker voglia concedere un tributo). 

Baker lavora per sottrazione, gioca a ribaltare la realtà costruendone una nuova, parallela, secondo la logica dantesca del contrappasso, dispensando equità e giustizia, invertendo regole e convinzioni, e ricorrendo a una scrittura chirurgica, millimetrica, sinuosa quanto basta. Baker è fluido, camaleontico, sceglie di essere disturbante e cinico; a volte pecca di narcisismo (chi non lo è stato alla sua età?). Scrivere e riscrivere questi racconti più o meno brevi, armonizzarli in un flusso vitale che rifiuta il reale e lo sostituisce con il profetico, inventare questo lungo viaggio, epico, attraverso un’America altra che si riflette nell’America vera, non dev’essere stato facile, il risultato tuttavia mi è parso eccellente: in “Perché l’America” riconosciamo il tratto dei libri imprescindibili, quelli che sfidano il tempo e le mode del momento, sparigliando canoni, generi, architetture, significati. Lo stile di Baker è stato accostato a quello di giganti come Houellebecq, Atwood, Borges, Calvino, prima ho citato Foster Wallace, in una specie di mimesi del tutto cambia ma tutto si tiene, reminiscenze di un cut-up che procede per immagini impresse nella mente: letture precedenti, affinità elettive. Esiste ancora uno spazio incontaminato nella letteratura moderna, una foresta di parole vergini, un suolo lunare levigato e senza orme? Non lo so, ma Baker sembra averlo trovato. 

Angelo Cennamo

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NIENTE DI VERO – Veronica Raimo

Niente di serio. Niente di nuovo. Il racconto episodico di una famiglia disfunzionale – l’ennesima – attraverso ricordi e aneddoti.

“La maggior parte dei ricordi ci abbandona senza che nemmeno ce ne accorgiamo; per quanto riguarda i restanti, siamo noi a rifilarli di nascosto, a spacciarli in giro, a promuoverli con zelo, venditori porta a porta, imbonitori in cerca di qualcuno da abbindolare che si abboni alla nostra storia. Scontata, a metà prezzo”.

La scoperta del sesso, le amicizie, i parenti: sprazzi di vita forse vissuta o forse no, poco importa. Si ride? Io non ho riso. Un po’ “Lessico famigliare” della Ginzburg, un po’ “Lamento di Portnoy” di Philip Roth. Veronica Raimo scrive meglio di suo fratello, ha una prosa meno vischiosa e contorta del più noto Christian – apprezzabile più in veste di traduttore che di autore – ma il plot di questo libro è troppo debole: tanta leggerezza senza planare dall’alto.

Angelo Cennamo

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IO, DAVID LEAVITT E LA LINGUA RITROVATA

Da via Foria, dove ho parcheggiato, al Teatro Bellini sono quattro passi. Venerdì 8 aprile, il tour di David Leavitt fa tappa a Napoli. Leavitt è accompagnato da Riccardo Cavallero e Teresa Martini di Sem, l’editore italiano che due anni fa ha pubblicato in anteprima mondiale “Il decoro” e che da qualche mese ha riportato in libreria “La lingua perduta delle gru” con la nuova traduzione di Fabio Cremonesi. La sala attigua al teatro è gremita. Leavitt mi stringe la mano e sorride quando gli ricordo che nel 2020 “Il decoro” è stato libro dell’anno per Telegraph Avenue. Ha un’aria da barone universitario, è molto alto, indossa una giacca a quadretti blu sopra il maglione e la camicia, e dei pantaloni marrone scuro non proprio intonati a tutto il resto. Il cranio è rasato e i due puntini azzurri al centro del viso osservano la piccola folla che nel frattempo si è assiepata all’ingresso. Napoli e l’Italia sono luoghi a lui familiari: Leavitt ha vissuto in Toscana per otto anni e un giorno conta di ritornarci. Oggi vive in Florida con suo marito Mark e, tra un romanzo e l’altro, insegna scrittura creativa all’università. Gli interventi che si susseguono sul palco sono precisi ma monotematici, raramente si esce dal perimetro dell’omosessualità o della pansessualità (Leavitt preferisce dire così). Il giovane interprete che dopo la cena gli darà uno strappo in hotel, si chiama Matteo Renzi. Leavitt appartiene a quella generazione di mezzo di grandi autori americani tutti esordienti negli anni Ottanta: Jay McInerney, Bret Easton Ellis, David Foster Wallace, Jonathan Franzen, Michael Chabon; quando glielo ricordo lui si schermisce e cita proprio Foster Wallace che una volta lo chiamò David-TestaDiCazzo-Leavitt (è riportato nella biografia di Wallace). Risate in sala. Degli scrittori che hai nominato, dice, ho conosciuto di persona solo Chabon; la risposta rende l’idea di quanto l’America sia vasta e variegata. Variegata perché Leavitt a quel gruppo è vicino solo per la cittadinanza e per un fatto generazionale: il suo mood letterario infatti è più europeo, più classico (quasi mai legge narrativa contemporanea), e i ripetuti viaggi in Italia (parla un discreto italiano) ce lo confermano. Tra Leavitt e l’Italia c’è un legame stretto, un comune sentire; qui da voi, dice, sono più popolare che nel mio paese. Mi è venuto in mente John Fante: quando morì, dopo una lunga malattia e la cecità, negli Usa non se lo ricordava più nessuno ma in Francia era diventato una leggenda. A cena, Leavitt è seduto a capotavola, dietro di lui c’è una foto di Pino Daniele e Massimo Troisi abbracciati. Leavitt ricorda di aver visto “Il postino” ma della fusion napo-americana di Daniele non sa nulla. Donald Trump è uno temi dell’ultimo romanzo e anche un buon argomento di conversazione. In Florida governa il repubblicano Ron DeSantis, una specie di sosia dell’ex presidente che viene dato in forte ascesa nei sondaggi: Leavitt teme un tragico déjà-vu. Poco male, gli dico, magari scriverai il sequel de “Il decoro”. 

La pizza Margherita di “Lombardi” è deliziosa come la pastiera e tutto il resto. L’aria si è rinfrescata e passeggiare per via Foria a fine serata con Riccardo e Teresa è piacevole: programmi, progetti, nuove uscite. Leavitt è già andato via con Matteo Renzi. Il tour prosegue. 

Angelo Cennamo

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