I TRADIMENTI – Russell Banks

Russell Banks, scrittore di Newton, Massachusetts, viaggia oltre gli ottanta, la stessa età di Leonard Fife, il protagonista del suo ultimo romanzo – “I tradimenti”, edito in Italia da Einaudi con la traduzione di Gianni Pannofino. Leonard è un documentarista del Vermont ma dal 1968 vive e lavora in Canada. Lui e Emma Flynn, l’attuale compagna, formano una coppia di artisti “di una certa notorietà”.

La storia ha inizio nella casa di Fife dove un suo ex allievo ha allestito il set di “Oh, Canada”, il film intervista che ricostruirà la carriera del protagonista ormai prossimo alla morte per via di un cancro che lo sta consumando. All’insaputa di tutti però, Fife trasforma l’intervista in una lunga confessione per smascherare se stesso, l’ipocrisia, le menzogne di una intera vita, a cominciare dalle ragioni che lo hanno portato oltre il confine (non era partito per sfuggire alla leva e alla guerra in Vietnam?).

Essenziale è la presenza di Emma, reclamata in continuazione (“Emma, ci sei?”) e posta da Fife come condizione ineludibile per parlare alla videocamera. Emma è la sola destinataria della confessione, e il tormento del vecchio filmmaker la traccia che lega ogni capitolo del libro in un continuo alternarsi di passato e presente. 

Dunque, Fife è un impostore. Ma c’è ancora tempo per rimediare. Basta volerlo. Fife lo pretende. 

“Il futuro non esiste più, e il presente non è mai esistito. Nessuno sa chi fosse lui in passato. Nessuno può saperlo, a meno che non lo dica lui: a Emma… Quando un individuo non ha futuro e il presente non esiste, se non come coscienza, la sua identità si riduce al suo passato. E se, come per Fife, il suo passato è una menzogna, una finzione, allora non si può dire che questo individuo esista, se non come personaggio immaginario” (è scritto a pagina 129, la migliore del libro). 

“Emma, ci sei?”. Non distraetevi “I ricordi di Fife scorrono come diapositive in un proiettore”, terza persona, presente indicativo, dialoghi senza trattini né virgolette. Le famiglie precedenti, i figli avuti, quelli perduti, gli amici, i trascorsi nella Beat Generation che si intrecciano alle vite di Bob Dylan e di Joan Baez. Ed è qui che Banks rischia di rovinare tutto aggiungendo parti poco utili alla storia e dando l’impressione di non sapere dove andare a parare. Poche decine di pagine, un pantano che buca la fiction e si somma alla confusione mentale di Fife. Poi la sterzata. Ritorna la luce. Banks si muove con agilità tra narrativa e filosofia. E alla maniera di Philip Roth, ci racconta del personaggio parlando di sé. Il romanzo è salvo. Bello e imperfetto. 

Angelo Cennamo

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COME UN’ONDA CHE SALE E CHE SCENDE – William T. Vollmann

“Il mio primo obiettivo nell’accingermi a scrivere questo libro era quello di creare un calcolo morale semplice e pratico per stabilire in quali casi sia accettabile il ricorso all’uccisione, quante persone si possono uccidere e così via”.

Oltre vent’anni di studio, migliaia di pagine ridotte all’osso, si fa per dire (l’edizione italiana tradotta da Gianni Pannofino ne conta 957), e l’ambizione più o meno esibita di segnare una tacca nella storia recente della letteratura americana con un’opera inclassificabile e di ampio spettro “Un libro che si propone di ridurre la quantità di violenza ingiustificata nel mondo, o almeno di ridurne l’insensatezza” scrive l’autore nella nuova prefazione, come dicevo notevolmente ridotta – un solo volume invece dei sette iniziali – tornata nelle librerie italiane quasi vent’anni dopo la prima apparizione del 2003. A spiegare il motivo della drastica riduzione dell’opera è lo stesso Vollmann: “l’ho fatto per soldi”. Proseguendo “questo libro mi ha tenuto in pugno, anno dopo anno. Provo un grande sollievo nel liberarmene: lo odio”. Niente male. 

Il progetto si divide in due parti. Nella prima, più teorica, Vollmann tenta tramite induzione, senso comune e analisi delle azioni anche di personaggi storici (Platone, Giulio Cesare, Gesù, Machiavelli, Napoleone, Lenin, Gandhi, e tanti altri), “di trovare un modo di classificare sul piano etico la violenza”. Questo blocco, a mio avviso il più interessante dei due, si conclude con un calcolo morale ricavato dalle precedenti elaborazioni.

La seconda parte è legata invece all’esperienza dell’autore e comprende una serie di studi monografici “sulla violenza e la percezione della violenza”. Il canone di Vollmann è documentato con perizia, dettagliatissimo, sviscerato alla sua maniera – nel post di lancio su Facebook, Luca Briasco ha definito Vollmann il più grande scrittore americano vivente – eppure comprensibile nonostante le fitte implicazioni/ramificazioni storiche, filosofiche, religiose, politiche (uno dei passaggi cruciali è sull’11 Settembre: la fondatezza del criterio di calcolo deve avere come precondizione che i fatti non siano controversi; un altro sull’autosufficienza che spiega l’uso delle armi nel Nordamerica).

La morte procurata dalla ferocia della condotta umana, dalla guerra, dagli Stati, da un destino beffardo, è un argomento che lo scrittore californiano conosce bene. L’empirismo di Vollmann, il tentativo riuscito o meno di vivisezionare la banalità del male, i suoi pensieri in libertà sulla violenza, passano attraverso la tragica scomparsa della sorellina Julie, annegata a sei anni quando lui ne aveva nove, e la guerra nella ex Jugoslavia che lo ha visto impegnato in prima linea. Vite spezzate. Molte di queste Vollmann le ha conosciute, ha guardato loro negli occhi prima di raccontarle nel suo “Come un’onda che sale e che scende”. 

Perché si dovrebbe leggere un libro così lungo, impegnativo, complesso, magmatico – la prosa è come sempre torrenziale – e con un’impostazione di tipo logico-matematico (la nonfiction di Vollmann ricorda un po’ quella del suo “gemello diverso” Foster Wallace)? Va letto perché è un libro di Vollmann e Vollmann è tra i pochi geni della parola scritta rimasti in circolazione dopo la scomparsa di Bolaño, il già citato Wallace, DeLillo, Pynchon (questi ultimi sono ancora vivi ma hanno già dato). Va letto perché è un libro fuori dall’ordinario e dal senso comune della letteratura, del tutto indifferente al gusto dominante e a qualunque tendenza (l’incoscienza dei grandi). Con “Europe Central” forse la cosa migliore pubblicata da Vollmann.

Angelo Cennamo

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CHIAMALO SONNO – Henry Roth

La strana epifania sulla scena letteraria di Henry Roth – autore di origini ucraine ma naturalizzato americano – e l’unicità della sua opera riconosciuta – quasi un one/book/novelist – ricordano la parabola del John Fante di “Chiedi alla polvere” e l’immutata freschezza di Raffaele La Capria, anche lui come Roth entrato nel mito con un solo romanzo. 

“Chiamalo sonno” – “Call It Sleep” – che nel corso della sua vita l’autore citerà spesso con l’acronimo CIS, venne pubblicato nel 1934. Roth allora aveva meno di trent’anni ed era un perfetto sconosciuto. In poco tempo il romanzo si trovò al centro di un’aspra polemica tra chi accusò lo scrittore di non aver colto l’opportunità di raccontare la cruda realtà dei ghetti ebraici confezionando al contrario un’opera borghese, e chi invece lo difese apprezzandone la vena poetica e intimista. Piccoli fuochi, se vogliamo, rapportati al grande successo che arrivò solo nel 1960, a seguito cioè di una insperata ripubblicazione del libro che se da un lato consacrò il non più giovane Henry tra i maggiori romanzieri americani della sua generazione, nel contempo lo trovò del tutto impreparato alle luci della ribalta, avendo egli abbandonato le iniziali ambizioni di scrittura per dedicarsi ad altri mestieri tra i quali quello di allevatore di anatre. 

“Chiamalo sonno”, uscito in Italia prima nel 1964 con l’editore Lerici poi nel 1986 con Garzanti – traduzione di Mario Materassi – è il più classico dei romanzi di formazione. Non solo. La New York di inizio Novecento vista con gli occhi del piccolo David Schearl, per quanto il romanzo sia scritto in terza persona, è un luogo di meraviglie, di anfratti da esplorare in una duplice dimensione, quella pubblica (in questo senso il romanzo lambisce il saggio storico: immigrazione, ebraismo, dinamiche sociali) quella familiare, tra vicende poco chiare (possibili tradimenti, dubbia identità biologica del protagonista) e violenza domestica.

A differenza di Oskar Schell, il bambino newyorchese del romanzo di Safran Foer che si mette alla ricerca virtuale del padre assente perché scomparso nell’attentato alle Torri Gemelle, il nostro David deve scontrarsi con un genitore fin troppo presente, manesco, svitato, arrogante anche con la moglie, arrivata dall’Europa nella “Terra Dorata” con il suo bambino lasciandosi alle spalle un passato ambiguo e opaco. È questo uno dei temi più interessanti della storia: l’antefatto. David è un ragazzino sensibile e curioso; le sue continue scoperte: il sesso, l’amicizia, la morte, Dio, sono un lento processo di iniziazione che finisce per coinvolgere il lettore e guidarlo attraverso una narrazione potente e lirica al tempo stesso, nella quale ritroviamo pezzi di un’altra straordinaria epopea ebraica dei primi del Novecento, quella dei fratelli Singer.

Angelo Cennamo

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FACTOTUM – Charles Bukowski

Eh sì, la vita del giovane Bukowski somiglia abbastanza a quella di John Fante. Due disperati in cerca di fortuna e con tanta voglia di scrivere. Sempre in giro, Charles e John, tra bettole e squallide stanze d’hotel. Pochi dollari in tasca, mestieri improvvisati. Charles è sempre brillo, John lo è molto meno. Se “Chiedi alla polvere” di Fante è diventato un classico della letteratura del Novecento, lo dobbiamo soprattutto a Bukowski, fu lui a pretendere dal proprio editore la ripubblicazione di quel libro, letto per caso in una biblioteca pubblica e nel quale, da giovane spiantato, si era riconosciuto. Realismo sporco, così viene definito lo stile di questo outsider della narrativa americana, alla stregua di Hubert Selby jr e William Burroughs, poeti maledetti di una stagione che non ha eredi. Scrittura piana, frasi brevi, volgarità, ma anche sprazzi di poesia e tanta ironia, tanta vita vissuta soprattutto. 

“Factotum” esce negli Usa nel 1975; qui da noi arriva vent’anni dopo. È praticamente il romanzo che ha rivelato Bukowski al pubblico italiano. Una storia di sbronze e di lavori precari, tutta on the road; il protagonista, Henry Chinaski – l’alter ego dell’autore – si trascina da una città all’altra degli Stati Uniti “Fare la valigia per me era sempre un momento felice” senza nessuna meta, affidandosi al caso, all’improvvisazione. Henry non ha nessuna voglia di lavorare ma il pallino della scrittura non lo molla. Butta giù racconti in stampatello a “ritmo di record”, ubriacandosi e ascoltando “la Quinta di Beethoven, la Seconda di Brahms”, li spedisce a una rivista newyorchese che quasi sempre glieli restituisce. Henry scrive, beve, scopa. Quanto dista Bukowski da Henry Miller?Disperato, erotico, stomp. 

Angelo Cennamo

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ASPETTA PRIMAVERA, BANDINI – John Fante

Quando l’8 maggio del 1983 John Fante morì, nel suo paese era stato dimenticato quasi del tutto come romanziere; l’editore John Martin non l’aveva sentito mai nominare. Forse per via della cronologia irregolare, sincopata dei suoi (pochi) successi letterari. Prendete ad esempio il primo romanzo “La strada per Los Angeles”, scritto tra il 1934 e il 1936. Nessun editore volle pubblicarlo prima del 1985, vale a dire due anni dopo la morte di Fante. 

“Aspetta primavera, Bandini”, che esce nel 1938, è di fatto il primo libro dell’autore di Denver, l’esordio di Arturo Bandini (alter ego di Fante), e anche il suo unico romanzo scritto in terza persona e completamente ambientato in Colorado, lo Stato americano dove Nicola Fante, padre di John, originario di Torricella Peligna, piccolo comune del chietino, trent’anni prima si era trasferito in cerca di fortuna come muratore. Chiedersi dove finisce la finzione e dove ha inizio la verità nelle storie di Fante è un esercizio pressoché inutile: poche bibliografie sono più autobiografiche di quella di John Fante.

Dicevo prima dell’ambientazione. In “Aspetta primavera, Bandini” tutto accade a Rocklin, una cittadina di diecimila anime del Colorado. Arturo Bandini è un ragazzino lentigginoso, molto vispo, un ribelle “suo padre in miniatura, suo padre senza baffi”. Gli hanno dato questo nome, Arturo, ma lui avrebbe preferito chiamarsi John. Suo padre e sua madre erano italiani “ma lui avrebbe preferito essere americano”. Suo padre era muratore “ma lui avrebbe preferito diventare il lanciatore dei Chicago Cubs”. 

Il romanzo lo apre Svevo Bandini, il padre burbero, lo scalpellino italiano amante del vino e del poker che in altri libri è Nick Molise o semplicemente Nick Fante. È lui il vero protagonista della storia, più di quanto lo sia Arturo. Manca poco al Natale. Svevo ha una casa che non ha pagato, un paio di scarpe sfondate e riparate alla meglio con del cartone, è senza lavoro, le sue tasche sono vuote: gli ultimi dieci dollari li ha persi giocando a poker. Un disperato. Nell’incipit lo vediamo tornare a casa mentre affonda le sue scarpe scassate nella neve. Non è sobrio, bestemmia, maledice quel Colorado sempre ghiacciato, il posto peggiore per un muratore italiano. È andato in America e c’ha trovato l’Abruzzo. Svevo non è mai partito. A casa lo aspettano i suoi tre figli e la moglie devota “si chiamava Maria, ed era paziente, lo aspettava, gli sfiorava i muscoli dei lombi, così paziente, lo riempiva di baci qui e là”. Maria che cucina, Maria che rassetta casa, Maria che sgrana il rosario, unico diversivo in una vita di stenti e di umiliazioni, sempre uguale. Nella fede Maria ha trovato la sua “ragion d’essere”. Ma Svevo almeno la ama? Le è fedele?

Due scene. La prima. Maria nella salumeria del sig. Craik, che ai Bandini fa credito ormai da settimane. Maria entra in punta di piedi, non dice nulla, si ferma in un angolino, il suo imbarazzo ci dà la misura e il senso della povertà. È uno dei momenti più toccanti del romanzo.

La seconda. Arturo decide di andare a casa di Effie Hildegarde, la ricca vedova che ha sedotto Svevo. Ma non appena vede il padre sull’uscio della sua villa con in bocca un sigaro e con addosso un pigiama di seta costosissimo, rimane abbagliato. La rabbia si tramuta in orgoglio. Quel pezzo d’uomo gli appare come il re d’Inghilterra, e allora “soffrisse pure, sua madre!”.

“Aspetta primavera, Bandini” è una storia di miseria e di sentimenti forti, dolceamara come certe pellicole neorealiste di De Sica e Rossellini. Con Svevo che canta “Oi Marì” e “Torna a Surriento”, la gelida Rocklin non è così diversa da Torricella Peligna. Un bellissimo  romanzo italiano. 

Angelo Cennamo

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FIVE DECEMBERS – James Kestrel

Novembre 1941, scuri presagi si addensano nel cielo di Honolulu come grosse nubi gonfie di pioggia. Alle Hawaii si respira aria di tempesta, “raffiche di entropia” direbbe Jonathan Franzen. Joe McGrady ha abbandonato la marina per fare il poliziotto. Quello di cui ora ha bisogno è una vita tranquilla, magari insieme alla sua Molly “diciamolo, l’esercito è tutta un’altra faccenda. È il campionato dei professionisti, mentre la polizia di Honolulu non è nemmeno una squadretta di provincia”. Una sera all’improvviso McGrady viene richiamato in servizio: nella proprietà di una persona molto in vista sull’isola è stato trovato il cadavere di un uomo. Inizia da qui la lunga storia di “Isole di sangue” di James Kestrel, che io chiamerò con il titolo originale “Five decembers” (stravolgere i titoli dei libri, anche quelli facilmente traducibili, è una pessima abitudine alla quale non mi rassegno). 

McGrady è un personaggio poco empatico, scostante, ma la determinazione e la serietà con le quali affronta il caso affidatogli sono encomiabili. Nelle indagini non mancheranno intralci (tanti), sorprese, altri punti di vista, scontri con i vertici del comando, specie con il capitano Beamer. Ma a complicare l’inchiesta è soprattutto l’identità della vittima, il ragazzo assassinato è il nipote di un uomo molto influente. E allora? Allora non sono ammessi errori, ritardi, clamore. Occorre agire in fretta, tenere alla larga giornalisti e fotoreporter, rimanere vigili, con un occhio a quelle strane nubi che stanno oscurando il cielo di Honolulu e del resto del mondo, scongiurando l’irreparabile e cioè che i venti della storia spazzino via tutto (uomini, tracce, testimoni) in un solo colpo. Quanto manca all’attacco a Pearl Harbor? Pochissimo.

Di James Kestrel, l’autore del romanzo, vincitore tra l’altro dell’Edgar Award nel 2022, non si può dire che sia un abitudinario: da marinaio ha raggiunto ogni angolo della terra, ha gestito un bar, insegnato inglese, investigato per difensori pubblici, fatto l’avvocato, scritto diversi romanzi di successo. 

“Five decembers” sfugge a qualunque classificazione di genere: thriller, noir, romanzo d’amore, romanzo di guerra, romanzo storico, romanzo picaresco (la traduzione italiana è di Alfredo Colitto). La vicenda è compressa tra il 1941 e il 1945, in un’area geografica, il Pacifico, teatro di uno dei più infuocati capitoli della seconda guerra mondiale. Il ritmo è serrato come gli eventi e i viaggi del protagonista, che si susseguono in un’atmosfera di perenne incertezza, frame rosso fuoco di una pellicola da Oscar. La pista dell’omicidio porterà McGrady prima a Hong kong, poi di nuovo a Honolulu, tra mille volti, mille divise, spari, bagliori sessuali, nuovi amori, mozziconi di Lucky Strike. La guerra distrae, travolge tutto, ma “qualcosa rimane tra le pagine chiare” e le pagine crude dell’odisseico protagonista di Kestrel, eroe per caso di una storia più grande di lui. 

Angelo Cennamo

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VITA E AVVENTURE DI HENRY BECH, SCRITTORE – John Updike

“Caro John, che dire? Se proprio devi commettere la sconvenienza artistica di scrivere di uno scrittore, meglio, immagino, che tu scriva di me piuttosto che di te”.

Apparso la prima volta nel 1964 sul New Yorker, Henry Beck è l’alter ego di John Updike, scrittore originario della Pennsylvania, qui da noi conosciuto per la quadrilogia di Coniglio Angstrom e poco altro. Per quanto tradotto in ogni angolo del mondo e universalmente riconosciuto tra i giganti della narrativa del Novecento, non so perché in Italia Updike si legge poco. Una volta un libraio della Feltrinelli, indicandomi la schermata delle giacenze, mi face notare che de “Il centauro” era rimasta una sola copia disponibile, copia che mi affrettai a prenotare, ovviamente. La stessa serie del Coniglio, anch’essa edita da Einaudi, è mancante di uno dei quattro romanzi: nonostante dal mio umile pulpito ne invochi la ripubblicazione, sono ormai diversi anni, infatti, che “Sei ricco, Coniglio” non è più in vendita. 

Ma questa è un’altra storia. Dicevo di Henry Bech. Della vasta produzione di Big John, Bech è stato il personaggio più raccontato, quello che ha accompagnato Updike per tutta la vita e la carriera, un concentrato dei maggiori scrittori americani della sua generazione (più o meno quella): un Norman Mailer “rimpannucciato”, l’infanzia sembra presa dall’Alex Portnoy di Philip Roth, il passato “ancestrale” da I.B. Singer, altri pezzi da Salinger, Saul Bellow, H. Roth. Insomma, Bech è una specie di avatar della grande letteratura bianca ed ebraica dello scorso secolo. Da qualche settimana, Big Sur ha portato in libreria “Vita e avventure di Henry Bech, scrittore”, venti racconti che si leggono come un lungo romanzo (oltre seicento pagine) per buona parte mai visti prima in Italia. È tra le operazioni più coraggiose alle quali questo editore particolarmente attento agli outsider della letteratura americana (Updike non lo è), ci ha abituato da tempo. Bech è un personaggio sopra le righe, ironico e istrionico, pungente, a volte goffo a volte irresistibile, la cui dimensione borghese e forse un po’ démodé non ne ha attenuato la simpatia. Ricordate Arthur Less, il protagonista dell’omonimo romanzo – premio Pulitzer nel 2018 – di Andrew Sean Greer? Ecco, se avete letto il romanzo di Greer noterete una certa somiglianza, e non solo tra questi due personaggi ma anche nella brillantezza delle rispettive narrazioni. 

Il librone di Bech si può leggere alternandolo ad altri romanzi o racconti. Non abbiate fretta, né di finirlo né di postarlo sui social. Potete aprirlo, iniziarlo, anche pagina 150 o 400, fa lo stesso: l’essenza e il mood di Bech vanno oltre l’impaginazione. Oltre il tempo.  

Angelo Cennamo

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NEMICI – Isaac Bashevis Singer

Di Isaac Bashevis Singer non si può dire che abbia scritto sempre lo stesso libro, ma che molti dei suoi libri siano capitoli di un unico grande romanzo, è abbastanza vero. “Nemici” (“Enemies, a Love story”) esce la prima volta nel 1972. Sei anni dopo, lo scrittore polacco di lingua yiddish poi naturalizzato americano, già tra gli apripista della grande tradizione ebraica che vedrà in Bellow, Malamud e Philip Roth alcuni dei suoi più illustri continuatori, verrà insignito del Nobel per la letteratura, consacrandosi tra i maggiori autori del Novecento.

Come per “Il ciarlatano” o per “Ombre sullo Hudson”, tanto per citare altri due titoli Adelphi di recente pubblicazione, i personaggi di Singer sono, come lo stesso Singer, ebrei polacchi sfuggiti alla persecuzione nazista che trovano negli Stati Uniti d’America la loro Terra Promessa. I topoi di queste storie sono fondamentalmente quattro: la fuga da Hitler; le relazioni coniugali ed extraconiugali plurime; il confronto/scontro con l’ortodossia della fede ebraica messa a dura prova dalla società consumistica americana; la fitta rete di vicendevole supporto della comunità ebraica insediatasi nel nuovo continente.

Il protagonista di “Nemici” è un bugiardo, un impostore, che a un certo punto di questa storia arriverà ad avere tre mogli. Ma andiamo con ordine. Durante la guerra, Herman Broder si salva dai campi di concentramento grazie al sacrificio di Jadwiga, una contadina polacca che lo tiene nascosto per tre anni in un fienile all’insaputa anche della propria famiglia. Forse per riconoscenza o forse no, Herman sposa Jadwiga e la porta con sé a New York. L’approdo americano però non coinciderà come per molti immigrati, ebrei soprattutto, con la realizzazione del sogno. Herman è uno squattrinato; vivacchia scrivendo discorsi per un rabbino e, nel molto tempo libero che ha a disposizione, tradisce Jadwiga fingendosi un venditore di libri. Masha, la sua amante, è una donna affascinante, traviata, scaltra, fumatrice incallita. La situazione sentimentale di Herman si complica ulteriormente quando il protagonista scopre che la sua prima moglie, Tamara, non è stata uccisa dai tedeschi come gli era stato erroneamente riferito da un presunto testimone, ma è viva, ed è arrivata a New York per cercarlo. Il precedente matrimonio di Herman, come il secondo del resto, non poteva dirsi felice. Anzi. Eppure, nonostante tutto, tra Herman e Tamara si era instaurato un legame forte, improntato al senso del dovere, e che in quel patto religioso traeva perfino una perversa forma di libidine. Nel ritrovarsi, i due scoprono che quella libidine è sopravvissuta insieme alla consapevolezza della sicura infelicità della coppia. La vita di Herman diventa un inferno. Herman non sa decidere “Le voglio tenere tutte e tre, è questa la disonorevole verità”. L’amore, il sesso non gli bastano a cancellare l’orrore del nazismo, così come non bastano alle sue tre donne. Tutti e quattro i protagonisti appaiono come delle anime in pena, segnate dalla guerra, incapaci di liberarsi dal ricordo e di ricominciare a vivere. Il mood di Singer non è mai drammatico, è più da commedia, una commedia che poi diventa farsa. La prosa tocca spesso momenti di sensualità e leggerezza; quando Herman riceve la notizia che la prima moglie Tamara è viva, trova per terra un giornale “era un foglio che parlava di corse di cavalli. Girò la pagina, lesse una barzelletta e sorrise”. I semi di Singer germoglieranno in diversi romanzi di Philip Roth: “La mia vita di uomo”, “Il teatro di Sabbath” e così via. 

Che fine riserverà Singer a Herman? 

Angelo Cennamo

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LA VOCE ITALIANA DI STEPHEN KING

Se la mente non mi inganna, quando “Americana” di Luca Briasco arrivò per la prima volta in libreria, Telegraph Avenue era già nato da qualche mese: aprile 2016. Non potevo quantificare, allora, l’azione di orientamento, sotto traccia, che l’antologia di Briasco avrebbe esercitato sul blog né ipotizzare altre forme di fascinazione che di lì a poco avrei subito più o meno consapevolmente da fonti autorevoli come quella del noto editor e traduttore di minimum fax. Dal 2016 a oggi ho incontrato Luca tre volte, sempre a Salerno. Nella prima aveva da poco terminato una presentazione ed era in compagnia di un timidissimo Chris Offutt, tra le sue scoperte migliori con William Boyle e Herbert Lieberman. Chissà perché quel pomeriggio finimmo per confrontarci su Rick Moody. Probabilmente il tutto era nato da una delle mie ossessioni sul futuro del genere postmoderno: sopravviverà o meno a David Foster Wallace? È morto e sepolto, dice Luca senza tanti giri di parole. D’accordo ma che dicono Ben Lerner e Joshua Cohen? Li avete avvisati? Nella seconda immortalammo il breve incontro con un selfie (nella foto che conservo compaiono anche le teste lucidissime di Seba Pezzani e di Corrado De Rosa). La terza volta risale a poche ore fa: martedì 12 luglio, una data che ricorderò a lungo, il giorno del tributo a Stephen King al SalerNoir Festival. Con me e Briasco, sul palco, l’amico scrittore Antonio Lanzetta. Devo confessare che parlare di King tra le colonne del duomo di Salerno con la voce italiana del Re, davanti a tante persone, e trovare perfino il modo e il tempo di sviare dal tema della serata per rituffarmi ancora una volta in quella antologia che continua a funzionare come una bussola per il mio blog, è stata una bella emozione. “Billy Summers” è l’ultimo romanzo di King. La traduzione, come di tutti gli altri libri del Re dal 2018 a oggi, è di Luca Briasco. Che esperienza è riscrivere in italiano certe trame? Come scrive Stephen King? “Nessuno mi chiede della scrittura” è da sempre un suo cruccio. La frase tratta da “On writing” ci riporta al complesso che King vive da parecchi anni come il protagonista di “Misery”, l’autore di successo che però non ha Pulitzer né National Book Award nella sua bacheca. Billy è un sicario dalla mira infallibile ma anche un lettore impegnato che alterna l’uso del fucile ai libri di Zola e Dickens. L’antifona è chiara: piantatela di sottovalutarmi, sono uno scrittore serio e non devo dimostrarvi nient’altro.

In tutti i sondaggi lanciati sui social dai fan di mezzo mondo, il romanzo più amato, il masterpiece, è “It”. I giovani perdenti che dimenticano di aver combattuto il mostro ventisette anni prima e che nel frattempo sono diventati uomini di successo, nella penna di King si trasformano in un geniale espediente: ricordarci che gli americani costruiscono il proprio riscatto sulla rimozione del ricordo, e che l’America è la terra delle seconde opportunità. Non cercatelo altrove, dice Briasco, il Grande Romanzo Americano lo ha scritto King, è “It”; se ne facciano una ragione i lettori di Roth e di DeLillo.

Come per Elizabeth Strout, anche le storie del Re, quasi tutte, sono ambientate nel Maine, lo Stato più a Nord Est degli Stati Uniti, quel quadratino in alto a destra osservando la mappa degli Usa, affacciato sull’Atlantico. È un’America che vediamo poco al cinema o in tv, una terra silenziosa, lontana dai grattacieli e dal mondo degli affari. Il gioco dei contrasti (piccolo-grande, assenza-presenza) rende il Maine decisivo nelle trame di King. Lo è altrettanto nei libri della Strout ma per ragioni diverse.

Molti anni fa qualcuno deve aver cucito sulla schiena del Re un’etichetta con su scritto: “autore horror”. King è uno scrittore horror? Non mi pare, a meno che non si spacci per horror il paranormale, il sovrannaturale. In “22.11.63” un tizio se ne va a spasso nel tempo per impedire che venga assassinato JFK. Se questo continuo viaggiare volessimo considerarlo horror, quanta paura vi fa quel mattacchione di McFly di “Ritorno al futuro”?

Briasco parla, argomenta, è un fiume in piena. Per rimanere nei tempi previsti (impossibile) devo brutalmente incalzarlo con altri spunti. Sul quadriportico del duomo intanto è calata la sera. Le luci abbagliano i relatori lasciando al buio la platea sotto il palco. Dalla macchia nera e indistinguibile del pubblico si levano le domande dei giornalisti. Anche con loro Briasco non si risparmia. Siamo alle ultime battute. Non resta che salutare. Grazie. Sipario.

Angelo Cennamo

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ANIMALE – Lisa Taddeo

Joan abbandona New York dopo che il suo datore di lavoro e amante si è sparato un colpo alla testa. A Los Angeles si mette alla ricerca di Alice, l’amica, la sola persona che può aiutarla a rielaborare i lutti sessuali che non smettono di tormentarla. 

“Se qualcuno mi chiedesse di descrivermi in una sola parola, sceglierei depravata. La depravazione mi è stata utile”.

Joan è una deparavata. Lo è diventata. Carnefice e vittima, fragile preda, ragazza tradita, mostro. Joan provoca, seduce, sogna, ricorda. Ama?

Dal Canyon si vede Hollywood, le sue vibrazioni, il denaro, “ma l’America è lontana”, scrive il poeta.  Joan sopravvive vendendo i regali preziosi dei suoi uomini, arrangiandosi con lavoretti extra. Lenny è un vecchio vicino che la sa lunga. River è l’altro. Bello, giovane, aitante. Il sesso vero, il sesso simulato, il sesso perché un giorno potresti avere bisogno di lui. 

“Animale” è una storia di luoghi oscuri e di segreti inconfessabili, di orgasmi finti, desideri spenti, viaggi nella memoria. “American Psycho” per la generazione Me Too, scrive il Times sulla cover. Lisa Taddeo è americana ma di chiare origini italiane; nel romanzo l’Italia compare spesso: la Toscana, il cibo, tradizioni. 

“Tre donne” ci ha parlato di donne, “Animale” di uomini che odiano le donne, con “Chiaroscuro” di Raven Leilani (Feltrinelli 2021) – libro che gli somiglia molto – forma un dittico ideale. Joan ritrova Alice, è più giovane di lei ma del sesso e dei maschi sa tutto. Raccontarsi aiuta, forse basta, forse no. Crudo, perfino divertente, ben scritto. 

Angelo Cennamo

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