Nessuna recensione per l’Ulisse di Joyce. Sarebbe sciocco e presuntuoso aggiungere altre parole alle mille già dette su un’opera che sfugge a qualunque canone. Penso sempre a quella breve lectio di Carmelo Bene, per me il migliore esegeta di Joyce. Ascoltare Carmelo Bene è (quasi) come leggere il libro.
L’Ulisse è un romanzo? È una lunghissima poesia? È qualcos’altro? Non lo so. Quello che so è che queste 867 pagine – nella edizione Feltrinelli a cura di Alessandro Ceni – mi hanno divertito, ma anche annoiato, stancato, stupito, istruito. Ecco: mi hanno istruito. Dopo aver letto l’Ulisse penso o mi illudo di essere un lettore migliore. Perdetevi nell’Ulisse, senza domande né timore. Non capirete tutto, ma capirete abbastanza, di voi, di Joyce, della letteratura.
Anni Cinquanta. Una piccola comunità di nativi americani, nella riserva della Turtle Montain, in Nord Dakota, è minacciata da un disegno di legge – la House Concurrent Resolution 108 – che propone di smantellare le ultime tribù, tra le quali quella dei chippewa, e cancellare di fatto l’identità indiana.
“Emancipazione” è la parola beffarda che si insinua tra le idee di integrazione e di liberazione, ma non dalla schiavitù: dall’essere indiani, “Emanciparli dalla loro terra”.
È da qui che Louise Erdrich, scrittrice da sempre sensibile alle tematiche di quella minoranza, la sua minoranza, riprende il racconto del Grande Romanzo dei Nativi Americani iniziato con altri libri di successo come “Il giorno dei colombi”, “La casa tonda”, “LeRose”.
La storia della Erdrich è ispirata a fatti realmente accaduti. Suo nonno, Patrick Gourneau, capo della tribù e unico personaggio esistito, lottò strenuamente contro quel disegno di legge. E allora Thomas Wazhashk, questo il nome di Gournau nella finzione, non poteva non essere uno dei protagonisti del romanzo.
Thomas è un uomo saggio, innamorato della propria moglie, moderatamente colto, impegnato nel sociale. Di notte fa il guardiano in uno stabilimento di rubini destinati agli orologi Bulova. In quelle ore, Thomas si ritaglia piccoli spazi per pensare, scrivere, e osservare nel cielo Ikwe Anang, la stella donna che lui ama come una persona. Sono forse le pagine migliori, le più poetiche del racconto.
L’altra protagonista è la giovane Patrice, detta Pixie, la sola a mantenere una famiglia sgangherata composta da un padre alcolizzato, una madre arcigna e diffidente, un fratello aspirante pugile. Patrice vive con poco, non ha un’auto per recarsi a lavoro né un telefono per avvertire quando non può andarci. Il viaggio in città per ritrovare Vera, la sorella scomparsa col suo bebè, è una delle tracce del romanzo. Patrice è corteggiata da Loyd Barnes, insegnante di matematica e gestore di un circolo di pugilato. Ma Barnes non sembra avere particolari chances di conquista, perlomeno non quante ne avrebbe il suo giovane allievo Wood Mountain: è molto più adulto di lei, soprattutto non è indiano.
E qui siamo ad un altro degli argomenti affrontati dalla Erdrich: l’identità refrattaria ad ogni tentativo di contaminazione. Si direbbe un pregiudizio a contrario. “Se sposassi un’indiana, diventerei indiano anch’io?”, chiede Barnes al vecchio Thomas. “No, ma ti vorremmo bene lo stesso”, risponde lui.
Le vicende di Pixie e di Thomas hanno come sfondo un’America povera, rurale, che non ha ancora conosciuto l’energia elettrica, sull’orlo dell’estinzione, ma combattiva e animata da un forte senso di solidarietà. I personaggi del romanzo, tutti, comparse comprese, sono disegnati dalla Erdrich con cura e con l’esperienza di chi quella storia l’ha conosciuta da vicino. “Scrivi di quello che sai”. Louise Erdrich lo fa da tanti anni e lo fa bene. Premio Pulitzer meritato.
Tra i mille personaggi di Stephen King, Billy Summers si ritaglierà un posto speciale nel cuore dei lettori, ne siamo sicuri.
Sicario dalla mira infallibile, Billy vorrebbe abbandonare il campo, ma un incarico da due milioni di dollari non si può rifiutare. La storia di King ha un doppio fondo: Billy, che è un appassionato lettore di Zola e Foster Wallace, si prepara all’ultima missione realizzando un sogno: si traveste da romanziere e inizia a scrivere la sua biografia.
L’incontro con Alice, una ragazza “raccolta” per strada e sottratta alle attenzioni sessuali di tre balordi, accende la trama e trasforma questo non-thriller quasi romanzo sperimentale in un appassionante road book. Billy potrebbe essere il padre di Alice, ma tra i due nasce una tenera amicizia fatta di reciproche premure e di una sinistra complicità. Come il protagonista, anche Alice è in fuga da se stessa e da un passato che non ha radici.
L’infinito viaggiare dei due, alla ricerca di vendetta e di un’improbabile redenzione, ci mostra molti pezzi d’America, e un King non più confinato nel solito Maine. Le due vicende principali possono apparire sconnesse tra di loro, peccare forse di verosimiglianza, leggerezza, in alcuni passaggi caricarsi di materiale superfluo, ma “Billy Summers” e le sue avventure riescono a tenerci incollati fino all’ultima pagina, perfino a commuoverci. Il miglior libro di King degli ultimi anni. Traduzione di Luca Briasco.
La quadrilogia di Luca Ricci viaggia verso la sua conclusione. Dopo “Gli autunnali” (2018) e “Gli estivi” (2020) arriva in libreria il terzo capitolo della serie, la stagione fredda “L’inverno è la storia delle cose che abbiamo sepolto”.
“Gli invernali” non è il sequel del libro precedente, le storie di Ricci sono autoconclusive e i personaggi cambiano di volta in volta, eppure tutti e tre i romanzi sono legati dal “doppio filo” delle relazioni personali (matrimonio/adulterio), e di un certo mondo culturale: guasto, autoreferenziale, statico, anzi stitico. “Gli invernali” si discosta dagli altri due romanzi anche per ragioni, come dire, strutturali: la storia è polifonica e si esaurisce in un arco temporale brevissimo, solo ventiquattr’ore.
Scena uno. Antonio è un editore indipendente con le pezze al culo che si rifiuta di pubblicare il romanzo del suo migliore amico. Glenda, la moglie, un ufficio stampa molto precario. La coppia si ritrova a cena proprio con Tommaso, lo scrittore respinto, e la moglie Veronica, figlia di un Magnifico Rettore che finanzia entrambi.
Scena due. Camilla Lellis, scrittrice di romanzi rosa, e il suo amante Eugenio, noto agente letterario, si vedono a colazione con il marito di lei, un tecnico di fibre ottiche che di arte non sa nulla.
Scena tre. Una vecchia scrittrice, Nora, chiede all’ex marito, il temutissimo critico letterario Carlo Offenbach, di promuovere con una recensione il romanzo d’esordio del suo giovane amante Nanni.
La giostra nella quale si muovono gli otto protagonisti del libro è vertiginosa, pirotecnica, esilarante. La migliore dote di Ricci è il sarcasmo. Merce rara. Ricci l’ha affinata in corso d’opera, lavorando per addizione, aggiungendo strati, doppifondi, migliorando ulteriormente i dialoghi – “Gli invernali” è essenzialmente un romanzo di dialoghi – inserendo aforismi degni di Ennio Flaiano e gag alla Woody Allen. “Date retta a me, la letteratura farà la fine dell’Opera e del balletto. E saranno cazzi per tutti noi”. Il pessimismo comico di Ricci non risparmia nessuno: autori, editori, critici, bookblogger da social immortalate con tazze e libri sulle cosce. La lunga scena dell’incontro tra Nora e Carlo, con lei che perora la causa di Nanni e lui che temporeggia, dice, non dice, pontifica, si trasforma in un piccante gioco di seduzione retroattiva. Carlo simula, ammicca, ricorda, sogna, finisce magicamente sul trampolino della piscina di “Per sempre lassù” di David Foster Wallace.
Scrivi di quello che sai, e Ricci obbedisce all’infallibile brocardo: la ritrosia di Antonio maschera una scabrosa e rocambolesca vicenda adulterina (per Ricci è come la terra rossa per Nadal). Il blocco di Tommaso invece nasconde una precisa ostinazione, la stessa del Lello Annibali de “Gli estivi”: non cedere alle lusinghe del mercato “Avrei potuto scrivere gialli, come tutti. Nessuno stronca un giallo, non ne vale la pena”. Il dramma è servito.
La lenta agonia dell’editoria, del suo goffo e avvilente terziario, come nel film di Sorrentino si consuma su una terrazza romana, aspettando una nevicata che non arriverà mai.
“Cos’è più grande, lo spazio cosmico o quello interiore?”.
È uno dei mille interrogativi che Richard Powers – scrittore americano sessantenne, vincitore tra l’altro di un premio Pulitzer con “I sussurri del mondo” – semina nel suo nuovo romanzo “Smarrimento”, in Italia con La Nave di Teseo. Chi ha già letto Powers ne conosce la vena sperimentalista e sa che la scienza è un punto fermo delle sue narrazioni. “Smarrimento” non fa eccezione a questa regola.
Theodore Byrne è un giovane astrobiologo, sonda l’universo, crea mondi e genera atmosfere viventi. Sua moglie Alyssa, attivista ambientale, è morta in un incidente stradale. Robin, il figlio novenne della coppia, è affetto da una malattia difficile da diagnosticare “Finora si ipotizzano due disturbi dello spettro di Asperger”.
La storia, raccontata da Theo in prima persona, è per due terzi un lungo dialogo tra padre e figlio. Robin è un bambino vispo, irrequieto, per aver aggredito un compagno di scuola è stato sospeso dalle lezioni. La preside vorrebbe che il padre lo curasse con degli psicofarmaci come un qualunque malato di mente, ma Theo respinge quella semplificazione, la diversità di Robin va contestualizzata secondo altri parametri “Assistendo all’insuccesso della medicina con mio figlio, sviluppai una teoria sballata: la vita è una cosa che dobbiamo smettere di correggere”.
Ne “La strada” di Cormac McCarthy, un padre e un figlio senza nome se ne vanno in giro in un’America sopravvissuta all’apocalisse. Theo e Robin esplorano il cosmo e la terra nella convinzione che li attenda, di lì a qualche anno, una catastrofe ambientale che non lascerà scampo. A che serve andare a scuola se tra un po’ verrà giù il mondo?, chiede Robin, sempre più deciso ad abbandonare lo studio per farsi istruire da Theo. Lo sguardo di Robin spalancato sull’universo, la sua curiosità creativa, l’incanto di fronte all’ignoto, equivalgono allo smarrimento del lettore, che sfogliando le pagine del libro matura una diversa percezione di sé “Sulla terra ci sono due tipi di persone: quelle che riescono a fare i calcoli e a seguire la scienza, e quelle che sono più felici con le proprie verità”. La storia raccontata da Theo ci aiuta a capire dove siamo e a prendere le distanze da una mondanità capricciosa, ottusa “Quando hai paura di qualcosa, prova a prendere le misure e ti accorgerai che è poca cosa”…saggezza mediterranea. “Smarrimento” è un romanzo sui misteri della vita e della morte, ma è soprattutto la storia di una paternità coraggiosa e fuori dagli schemi. Una boccata di ossigeno per una narrativa che da qualche anno stenta a rigenerarsi secondo nuove forme. Come i suoi personaggi, Powers sonda ed esplora altri mondi possibili. Un eccesso di retorica ecologista forse appesantisce un po’ il racconto, ma non intacca il valore di un’opera certamente originale, dal respiro ampio, destinata a diventare un classico della letteratura.
Arthur Maxley è uno sfaccendato – “un parassita”. La sua giornata particolare è larga 138 pagine. “Nulla, solo la notte” è il romanzo di esordio di John Edward Williams. Fu pubblicato negli Stati Uniti nel 1948, quando Williams tornò dal fronte indiano della seconda guerra mondiale. Come tutti gli altri libri di Williams non ebbe successo; il più grande scrittore americano sconosciuto, qualcuno ha detto di lui. “Stoner”, l’opera più celebre di Williams, rimase sepolta nell’oblio per oltre mezzo secolo prima di essere scovata per caso su una bancarella dalla scrittrice francese Anna Gavalda, che la lesse, se ne innamorò e la fece poi tradurre nella sua lingua.
Senza il “caso Stoner” di John Williams non si sarebbe saputo nulla, né in Europa dove è iniziata qualche anno fa la rapida, imprevista e retroattiva scalata al successo, né negli Stati Uniti. Nemo propheta.
Il protagonista di “Nulla, solo la notte” sembra uscito da un incubo, le 24 ore che compongono la storia somigliano più a una gigantesca allucinazione che a una sequenza di fatti reali. Le feste di Max Evartz, l’incontro con l’amico Stafford Lord, i contatti con il padre, le donne. Il giovane Arthur non ha fatto i conti con la propria infanzia, la giornata estiva a San Francisco è affollata di ricordi e di fantasmi. Smarginata. Confusa. Cupa. Il finale del romanzo sorprende, chiarisce, ma non fino in fondo. La scrittura di John Williams è pulita, cristallina, perfetta come “Stoner”, il romanzo perfetto.
Le storie di Omar Di Monopoli somigliano alle foto che pubblica sui social: campagne desolate, carcasse di auto arrugginite, strade sterrate, capannoni dismessi, lo scenario di un west che si snoda tra le province di Brindisi e di Taranto.
In un posto sperduto del Salento, Torre Languorina – Nella realtà Torre Colimena, una frazione di Manduria – nell’estate del 1990 un incendio distrugge parte del litorale e la vita di un uomo molto conosciuto nella zona e dalla rispettabilità borderline: Livio Caraglia, di professione pompiere. È stato lui ad appiccare il fuoco?
“Uno che aveva salvato vite, spento incendi, aiutato gente: come minchia fa uno così a diventare na carogna di quella fatta maniera?”. La storia riprende vent’anni dopo con i figli di Caraglia che devono fare i conti con un passato doloroso e un destino al quale è impossibile sfuggire. Rocco, il più grande, ha già pagato i propri debiti con la giustizia, oggi lavora con le autobotti, una catarsi rispetto al fuoco e alla cenere che lo ha preceduto. Gaetano invece fatica ad uscire dal tunnel: scommesse clandestine, brutti giri, miseria, squallore, sangue.
La vicenda crime si alterna a quella sentimentale di Rocco, ancora innamorato della sua ex Nunzia – oggi sposata con un metronotte geloso e sanguigno come tutti i personaggi del romanzo – che per una beffarda fatalità gli ricompare in casa per badare alla madre malata.
“Alla fine l’aggiu capito, che se non c’eri più non era perché ti avevano arrestato, Rocchì, ma perché a modo tuo te l’eri filata”.
“Brucia l’aria” – il titolo è stato cambiato in corsa all’ultimo momento, vero Omar? – è quello che si dice l’affresco di un mondo naif che resiste ai margini di un Sud d’Italia che non è distante dal Mississippi di Faulkner o dal Texas Orientale di Joe Lansdale. È la cifra di Di Monopoli, pugliese di origine ma americano nel cuore, che già nei libri precedenti, “Nella perfida terra di Dio” per esempio, aveva sperimentato certe coniugazioni, accenti ed atmosfere che risuonano familiari anche ad altre latitudini.
Ma è la lingua a fare la differenza e che pone questo autore in uno spazio di rara bravura. L’italiano di Di Monopoli è un prodigio di contaminazioni, mescolanze dialettali, un lessico nuovo ed antico, moderno e barocco insieme, a metà tra il viganese di Camilleri e lo slang del Bonfiglio Liborio di Remo Rapino. Stordisce, diverte, commuove.
New Prospect, Chicago, Illinois. Mancano pochi giorni al Natale del 1971. Dal Vietnam giungono gli ultimi echi di guerra, Nixon a momenti sprofonderà nel Watergate, l’onda studentesca di Berkeley ormai ha invaso anche le ultime campagne del Midwest.
Jonathan Franzen nel Midwest c’è nato, ed è lì che colloca le sue storie migliori. Dalle correzioni dei coniugi Lambert alle tentazioni della famiglia Hildebrandt sono trascorsi vent’anni. Due decenni che lo scrittore di Western Springs ha riempito con qualche saggio ambientalista e due altri romanzi: Libertà nel 2010 e Purity nel 2015.
“Il cielo spezzato dalle querce e dagli olmi spogli di New Prospect era pieno di una promessa umida, un paio di sistemi frontali che colludevano grigi per offrire un bianco Natale…”.
“Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia. Alberi irrequieti, temperature in diminuzione, l’intera religione settentrionale delle cose era giunta al termine”.
Il metereologismo dei due incipit, ne “Le correzioni” e in “Crossroads”, non è il solo punto di contatto tra i due libri, c’è dell’altro: come i Lambert anche gli Hildebrandt devono fare i conti con la devianza dal giusto e i sensi di colpa. Per gli Hildebrandt però la sfida è particolarmente onerosa, quasi invincibile. Sì, perché Russ Hildebrandt, il capofamiglia, non fa un lavoro qualsiasi: è il pastore di una chiesa locale a New Prospect.
Russ ha una moglie (Marion) e quattro figli: Perry, Clem, Becky e il piccolo Judson, quest’ultimo poco più che una comparsa nell’economia della storia. Sono le loro piccole vite, ai margini di un’America lontana dalle luci e dal progresso delle solite metropoli, a dare corpo – solido – a “Crossroads”, sesta opera di narrativa di Franzen, forse la più attesa negli ultimi anni della letteratura americana dopo l’inciampo di DeLillo ne “Il silenzio”.
“Crossroads” come “Cross road blues”, una vecchia canzone di Robert Johnson poi ripresa dai Cream. Ma Crossroads è anche il nome che si è dato il gruppo giovanile della chiesa di Russ, ora gestito dal reverendo Rick Ambrose, più bravo del suo collega, anche per ragioni anagrafiche, a dialogare e a farsi capire dagli studenti. Russ e Ambrose hanno stili diversi. Quello di Ambrose “psicologico e scafato”, quello di Russ “più politico e biblico”. Dal gruppo, del quale fanno parte anche i suoi figli – che smacco – Russ era stato addiruttura cacciato per via di quel brutto vizio di sbavare “inconsapevolmente” dietro le ragazzine.
La crisi matrimoniale di Russ e Marion è una delle tracce del romanzo. Franzen ripercorre tutte le tappe di avvicinamento dei due coniugi, specialmente le precedenti delusioni – sessuali/amorose/procreative – di Marion, la sua follia, diagnosticata ma taciuta al marito dopo le nozze. Tra Russ e Marion c’è uno spazio bianco di silenzi, incomprensioni, astinenze; questo spazio lo ha riempito Frances Cottrell, una giovane vedova che frequenta la parrocchia di Russ. Frances è tra i personaggi più interessanti del libro; la sua leggerezza briosa è una continua provocazione per Russ. La vedova, nonché madre di Larry, amico di Perry Hildebrandt, non perde occasione per ritrovarsi a tu per tu con l’anziano reverendo. Lo stuzzica, gli propone perfino di sperimentare – loro due da soli – l’uso della marijuana per capire fino in fondo cosa sta accadendo ai loro figli, soprattutto a Perry, il più scapestrato della prole di Russ. Ha cominciato fumando erba, poi e passato a ben altro. Una curiosità. Seguite questo passaggio: “Aveva il naso e la bocca così intorpiditi che il moccio gli colò fino al mento prima che se ne accorgesse. Se lo cacciò in bocca e assaporò l’eterna freschezza della sostanza di derivazione naturale in esso dissolta”. Ora seguite questo: “Fuori, nel croccante prato marzolino, alonata dai fasci di luce che spiovono dai lampioni, tra capannelli di ragazzi in blazer blu che risalgono il vialetto rifinendosi l’alito a colpi di mentine, assapora una breve epistassi”.
Il secondo brano è l’incipit de “La scopa del sistema” di David Foster Wallace.
“Crossroads” è un romanzo lungo (629 pagine), corale, stratificato. Ognuno dei protagonisti ha il proprio romanzo dentro il romanzo. La storia di Clem, il figlio ribelle di Russ che vuole partire per il Vietnam per ragioni etiche sfidando il pacifismo degli Hildebrandt, si intreccia a quello di sua sorella Becky. Il legame tra Clem e Becky è morboso, malato.
I viaggi del gruppo di Crossroads in Arizona, tra i navajos – con Frances Cottrell alle calcagna di Russ – e quello di Clem in Cile, sulle Ande, sono il pretesto narrativo che consente a Franzen di allargare il campo ai temi dell’ambientalismo, una sua fissa come l’ornitologia. Sono le uniche “Zone disagio”, parlo per me almeno, di un libro che ha poche imperfezioni e moltissimi pregi.
“Crossroads” è lo specchio fedele di un’America puritana e rurale che ancora resiste in molte province non solo del Midwest. Un’America che non distingue tra peccato e reato, tra sesso e amore, tra giustizia e vendetta. La storia degli Hildebrandt, meravigliosamente tradotta da Silvia Pareschi, non finisce a pagina 629: “Crossroads” è solo il primo capitolo di una trilogia che, ne siamo sicuri, lascerà il segno.
“Ti servono gomme nuove, benzina o una Bibbia? Sono tutte cose che ti portano dove devi andare”. Se vi capitasse di partire per il Kentucky ricordatevi di mettere in valigia dei libri di Chris Offutt, vi saranno utili.
Ad un anno esatto da “Il fratello buono”, romanzo uscito la prima volta negli Usa nel 1997, Offutt torna in libreria con “Le colline della morte”, edito come sempre da Minimum fax con la traduzione di Roberto Serrai. È un noir veloce con due tracce ben assestate: un’indagine su un omicidio, e il tradimento – sessuale, personale, tra clan.
Mick Hardin ha combattuto in Afghanistan, Siria, Iraq, oggi è un investigatore dell’esercito. Sua moglie, Peggy, aspetta un figlio da un altro uomo. Mick ha due questioni da risolvere: capire cosa ne sarà del suo matrimonio – lasciare Peggy? Perdonarla e fare da padre a un figlio non suo?; aiutare la sorella Linda, appena nominata sceriffo, a risolvere un delicato caso di omicidio.
Mick è sconvolto, se n’è andato a vivere in una capanna nei boschi come un altro uomo tradito della letteratura americana: Moses Herzog. Ma se il personaggio di Saul Bellow trova presto ristoro tra le braccia della focosa Ramona, il Mick di Offutt non ha tempo per trastullarsi con altre donne, in più rischia l’arresto per essersi allontanato dal suo dipartimento senza permesso.
Il Mick investigatore è un osso duro, l’esperienza sui campi di guerra lo ha temprato contro ogni evenienza “Mick indagava come suo nonno viveva il bosco”, ma l’amore e la fedeltà coniugale sono un’altra cosa. Mick, Linda e Peggy, che compare solo nella seconda parte del romanzo, sono personaggi perfettamente riusciti, riusciti anche i dialoghi del libro, da sempre uno dei punti di forza dell’autore. Il resto lo fanno i luoghi. L’America di Offutt è un paese di boschi, strade sterrate, pick-up, Bibbie, bandiere, scoiattoli, orsi, serpenti velenosi, muli, uomini semplici ma vendicativi. Puoi togliere Offutt dal Kentucky ma non puoi togliere il Kentucky da Offutt.
Esiste un tempo in cui le ombre del maligno si rincorrono in un gioco sottile e perverso di atrocità. Esistono luoghi diversi e uguali dove nascono storie che non puoi fare a meno di raccontare perché ogni uomo è uno scrigno di paure inconfessabili.
A due anni da “Le colpe della notte” Antonio Lanzetta torna in libreria con un thriller inusuale e smarginato che coniuga l’horror e il gotico americano con il neorealismo italiano del Novecento. Nel villaggio globale del racconto il Cilento di Lanzetta non è diverso dal Kentucky di Offutt o dal Maine di Elizabeth Strout.
“L’uomo senza sonno” è uno spettro di false convinzioni e di sospetti mai fugati in cui il reale e l’immaginifico si confondono.
Bruno ha tredici anni e vive in un orfanotrofio, nel salernitano. Vorrebbe fuggire da quel luogo di soprusi e di continue violenze ma non saprebbe dove andare. L’arrivo dell’estate è una liberazione: lui e il suo amico Nino vengono presi a lavorare nella tenuta di una famiglia cilentana molto in vista: gli Aloia. È qui che la storia decolla in una spirale di misfatti che non sembrano avere una spiegazione plausibile. Vicino alla casa degli Aloia vengono ritrovati dei cadaveri in evidente stato di decomposizione. Cosa si nasconde dietro quella macabra scoperta? Lanzetta dice e non dice, semina sulla scena una serie di oggetti inquietanti: statue di legno, vecchie foto e un libro che è arrivato in casa Aloia da un passato lontanissimo. Distinguere il bene dal male è quasi impossibile: ogni personaggio rivela poco di sé, lasciando il lettore nel dubbio fino agli ultimi capitoli. Pia, Caterina, Gennaro, l’uomo col cappello – ricordate il Randall Flagg di Stephen king? – si muovono su un terreno minato dai ricordi e dalla sete di vendetta. Una furia misteriosa sta per abbattersi sul presente. Preparatevi al peggio.