L’AMORE DELL’ULTIMO MILIONARIO – Francis Scott Fitzgerald

Alla soglia dei quarant’anni, poco prima che morisse, fiaccato nel fisico e da una gravosa esposizione debitoria, del Francis Scott Fitzgerald che nel ’25 aveva conquistato l’America con “Il Grande Gatsby” era rimasto ben poco. 

Come altri suoi colleghi (pensate a John Fante), Fitzgerald pensò di riciclarsi come sceneggiatore nella nuova Hollywood del sonoro, affamata come non mai di scrittori disposti a migrare negli studios in cambio di compensi abbaglianti. L’esperienza alla Metro Goldwyn Mayer tuttavia non sortì gli effetti sperati: Fitzgerald e il cinema parlavano lingue troppo diverse. Nel ’38 lo scrittore originario del Minnesota iniziò allora a lavorare ad un nuovo romanzo, rimasto incompiuto e pubblicato postumo in più di una versione. Si sarebbe dovuto intitolare “The last tycoon”. Nel 1976 il libro o quel che ne rimaneva fu tradotto in un film da Elia Kazan.

Le parole con le quali Fitzgerald cerca di convincere il suo editore sulla bontà del progetto (un romanzo breve di cinquantamila parole) – riportate nell’appendice della nuova edizione italiana di minimum fax uscita con un altro bel romanzo “Di là dal tramonto” di Stewart O’Nan, che ripercorre proprio gli ultimi anni di vita di Fitzgerald – danno la misura della disperazione o quasi di un uomo che ha l’urgenza di guadagnare nuovo denaro dopo i lunghi periodi di “astinenza”.

“L’amore dell’ultimo milionario” racconta la storia di Monroe Stahr, personaggio ispirato alla figura del noto produttore Irving Thalberg. La voce narrante è di Cecelia Brady, la figlia ventenne del rivale di Stahr, perdutamente innamorata del protagonista, il quale però non ha occhi che per l’irlandese Kathleen Moore, il personaggio forse più affascinante e riuscito del romanzo. Kathleen è una donna enigmatica; per molte pagine prova a respingere il corteggiamento serrato di Stahr; le ragioni della misteriosa resistenza sarà lei stessa a spiegarle in una lettera.

L’amore al centro, dunque, ma c’è un secondo tema, ineludibile: Hollywood, le sue tentazioni, l’industria del cinema. I dialoghi tra Stahr e lo scrittore inglese George Boxley, reclutato come sceneggiatore, ci dicono molto del disagio vissuto dallo stesso Fitzgerald alla Metro Goldwyn Mayer: lui, il grande romanziere, costretto a lavorare in squadra con degli scribacchini  semianalfabeti, pennivendoli con “un vocabolario che non supera cento parole”. È importante leggere i frammenti lasciati da Fitzgerald, divisi in episodi numerati, con le pagine in appendice, che di fatto ne completano il senso e la trama, rimasta per ovvie ragioni lacunosa e a tratti disarticolata. 

“L’amore dell’ultimo milionario” è soprattutto il ritratto fedele di un tempo (l’America del post Wall Street Crash), di un mondo (la rivoluzione del cinema che da muto inizia a parlare), di un autore caduto nella polvere e a un passo dalla fine. Bello, malinconico, istruttivo. 

Angelo Cennamo

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AMATISSIMI – Cara Wall

Cosa tiene insieme Charles Barrett e sua moglie Lily è un bell’argomento, il più interessante forse di questa lunga storia che ha inizio nel Mississippi e nel Massachusetts degli anni Cinquanta per concludersi nella New York dei movimenti studenteschi e delle proteste pacifiste. Charles è il rampollo di una famiglia alto borghese, inizialmente destinato a studi storici ad Harvard, come il padre. Lily ha perso entrambi i genitori a quindici anni in un incidente d’auto. L’incontro tra i due è plasmato da un’insospettata evidenza: Charles ha “incontrato” Dio; ora vuole studiare teologia e diventare ministro di culto. Lily è atea. Il corteggiamento di Charles è discreto ma serrato, una goccia che scava la roccia. Nel cuore di Lily non c’è posto per l’amore, soprattutto per l’amore di Dio, ma un giorno Charles arriverà a sposarla. La storia di Charles e di Lily, donna arida di sentimenti e senza speranza, incrocia quella di James MacNally e di Nan. James è poverissimo; come Charles si iscrive a teologia per diventare anche lui ministro di culto. Ma fate attenzione: James non crede in Dio. Perlomeno, non alla maniera di Charles. I suoi dubbi sembrano andare d’accordo con le solide convinzioni di Nan, ragazza devota e a sua volta figlia di un pastore del profondo sud. 

Nella seconda parte della storia, le due coppie le ritroviamo nel centro di New York: Charles e James – entrambi – vengono assunti dalla Terza Chiesa Presbiteriana in un momento che è delicatissimo anche per le trasformazioni sociali con le quali il mondo religioso deve fare i conti. Charles e James hanno stili diversi nella loro missione di cambiamento, e per quanto la Chiesa Presbiteriana si professi apolitica, tra mille diffidenze, il piglio movimentista e pragmatico di James e l’approccio più ortodosso, astratto, di Charles sembrano completarsi a vicenda. La diversità dei due ministri si riflette soprattutto nella condotta delle rispettive mogli. Fin da subito, infatti, le due coppie ci appaiono asimmetriche: è come se Nan e Lily avessero sposato il ministro sbagliato. Ma le prove più difficili, quelle che testeranno la solidità dell’amicizia tra i quattro e la tenuta dei loro matrimoni, arriveranno nel finale. Sentite le parole di Charles in una delle scene salienti “Esistono tre tipi di prove nella vita…quelle inviate da Dio…che portano quasi sempre alla saggezza, perciò vale la pena affrontarle. Poi ci sono quelle che vi imponente voi stessi, e che bisognerebbe abbandonare sul nascere…E infine, ci sono le prove che noi creiamo l’uno per l’altro…e che sono più complicate, perché è impossibile sapere quale mano sia alla guida”.

“Amatissimi” è il romanzo d’esordio di Cara Wall, scrittrice newyorchese, fresca di laurea all’Iowa Writer’s Workshop, la più quotata scuola di scrittura degli Stati Uniti – e si vede – la stessa che negli ultimi anni ha sfornato talenti come Nickolas Butler e Stephen Markley (l’autore di “Ohio”). Cara Wall non è da meno, e la vivacità della sua prosa dissipa ogni dubbio sulla presunta “serialità del prodotto” che a volte viene tirata in ballo per mettere in discussione certe scuole. “Amatissimi” è un romanzo sulla continua ricerca della fede in Dio e negli uomini. Una tempestosa storia d’amore e di amicizia che in alcuni passaggi può ricordare “Crossroads” di Jonathan Franzen. Libri che ci lasciano con tante domande. I libri migliori. 

Angelo Cennamo

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LA LINGUA PERDUTA DELLE GRU – David Leavitt

Che ne sarà stato di Owen Benjamin dopo averlo lasciato a pagina 364 raggomitolato come una palla sul pavimento della cucina di suo figlio Philip, ce lo siamo chiesto in tanti. 

Nel 1986 David Leavitt è una specie di enfant prodige della letteratura nordamericana: due anni prima, poco più che ventenne, aveva esordito con una raccolta di racconti intitolata “Ballo di famiglia”. Il tema centrale delle storie è praticamente lo stesso delle opere che seguiranno (l’omosessualità), a cominciare proprio da “La lingua perduta delle gru”, il più noto dei romanzi di Leavitt, che da qualche settimana Sem ha riportato in libreria con una nuova traduzione di Fabio Cremonesi. Il quasi debutto di Leavitt si inserisce forse nel decennio più prolifico di esordi memorabili della narrativa a stelle e strisce: Auster, McInerney, Ellis, Foster Wallace, Franzen, Chabon… 

La vicenda si svolge a New York, grosso modo tra la Second Avenue e Central Park. Più che alla metropoli sfavillante di “American Psycho” o a quella grigia e ferrosa di “Underworld”, la città che Leavitt usa da sfondo per il suo racconto ha un non so che di rassicurante e al tempo stesso di sobrio. L’appartamento dove abitano da oltre vent’anni Owen e Rose è stato messo in vendita; il probabile trasloco della coppia diventa la metafora di un cambiamento più grande che sta per abbattersi su ognuno dei componenti della famiglia. Philip, l’unico figlio dei due, decide di rivelare ai genitori la propria omosessualità. Sul chi deve confessare cosa e a chi, Leavitt imbastisce una trama piena di spunti e di sfumature emotive che sorprendono in quanto a precocità e talento, nella quale sono proprio i coniugi Benjamin a ritagliarsi i ruoli più interessanti del romanzo. 

Tutte le domeniche pomeriggio Owen saluta Rose ed esce di casa per andare  non si sa dove. Quell’assenza ingiustificata e insindacabile fa parte di un patto: negarsi la verità a vicenda. Quella tra Owen e Rose è dunque la simulazione di un matrimonio felice. Tra silenzi e trasgressioni reciproche, tutto sembra filare liscio fino a quando l’outing di Philip non infrange definitivamente quel patto di inquieto vivere. 

L’altro pezzo della storia è il racconto, sempre in terza persona, della vita adulta di Philip lontano dal suo nucleo familiare: le amicizie (l’incontro con Jerene, la studentessa lesbica la cui storia sembra specchiarsi in quella del protagonista), il sesso, gli amori, e nel finale il rinnovato rapporto con il padre, improvvisamente autentico, senza imposture. La verità ci renderà liberi: in quella tribolata notte newyorchese, Philip e Owen finalmente lo sono. 

Angelo Cennamo

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VERSO IL PARADISO – Hanya Yanagihara

Quando di un romanzo si dice che è ambizioso, si dovrebbe spiegare se l’ambizione in questione abbia o meno prodotto dei risultati o tradito le aspettative. “Verso il paradiso” (di Hanya Yanagihara – edito da Feltrinelli con la traduzione di Francesco Pacifico) è un libro lunghissimo, circa ottocento pagine; forse basterebbe questo a renderlo ambizioso: convincere i lettori ad acquistarlo. Le tre storie che lo compongono – almeno tre, perché poco alla volta la narrazione si dilata/sfibra così tanto da contenerne altre dieci – si toccano sì e no in un paio di punti: i nomi dei protagonisti (gli stessi), e un luogo molto chic di New York (Washington Square) intorno al quale gravitano alcune delle situazioni raccontate.

“Verso il paradiso” è romanzo ucronico: l’autrice cioè ha riscritto la storia secondo schemi e paradigmi alternativi rispetto alla realtà. E si sviluppa in tre epoche diverse: il 1893, il 1993, il 2093. 

Tre le storie, tre le epoche, quattro i temi affrontati: amore omosessuale, identità, libertà, malattia. 

La prima sezione, per chi scrive la più interessante, sembra rubata alla grande letteratura russa dell’Ottocento: il rampollo di una ricca famiglia newyorchese si rifiuta di sposare un uomo molto più anziano di lui e fugge dalle grinfie del nonno padrone con uno spiantato di dubbia moralità. 

Nella seconda storia, sotto la cappa dell’AIDS, un giovane assistente si lega al socio più adulto dello studio legale dove lavora. Tra le pieghe del racconto l’autrice lascia un’impronta autobiografica: il giovane innamorato è di origini hawaiane.

La terza parte, la più corposa per numero di pagine, ci proietta in una New York del futuro, flagellata dalla dittatura e da una misteriosa epidemia che somiglia molto alla pandemia di questi anni (Yanagihara riferisce che ha iniziato a scrivere il romanzo nel 2016, prima quindi che si scoprisse l’esistenza del covid-19. Ha iniziato, dice lei, ma quando ha finito?). 

Insomma, avrete capito che “Verso il paradiso” non è un romanzo come tanti altri, e più che le trame, non proprio irresistibili – in alcuni passaggi noiosissime, in altri più vivaci – sono il senso e la struttura (bella l’idea degli universi paralleli in cui sembrano muoversi i protagonisti) a fare la differenza; la collocazione spazio-nonspazio-temporale-atemporale di tutta la narrazione. Interessanti anche i richiami a Orwell (soprattutto nella terza parte), e a Dante (le tre sezioni ci appaiono come l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso della Divina Commedia). 

La scrittura di Hanya Yanagihara è scorrevole e luminosa, ma la terza storia avrebbe richiesto un cambio di voce e di registro: non si può raccontare il futuro con la stessa prosa della precedente vicenda ottocentesca. “Non è un grande romanzo ma è un romanzo molto americano” ha scritto Claudia Durastanti. Cosa resta? L’ambizione, quella sì. E un pizzico di delusione.  

Angelo Cennamo

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CORPI MINORI – Jonathan Bazzi

Dopo l’esordio clamoroso con “Febbre”, nel 2019, aveva davanti a sé due possibilità: continuare a raccontare se stesso o scrivere un’altra storia. Jonathan Bazzi ha optato per la prima, forse quella a lui più congeniale, ma anche la più rischiosa: se decidi di dare in pasto la tua vita ai lettori, senza filtri, abbellimenti, rivisitazioni (Karl Knausgard, Emmanuel Carrère, Annie Ernaux, Giuseppe Berto, William Burroughs, John Fante con Arturo Bandini…) devi chiederti per prima cosa se gli altri staranno ad ascoltarti. Bazzi deve aver calcolato così bene il rischio da rendere trasparenti perfino le ragioni della sua scelta: “Esistono tipi di scrittori diversi, ci sono i grandi inventori di trame e personaggi e poi quelli troppo fedeli ai nomi e ai volti, troppo incarnati. A me, secondo tipo o figlio del mio tempo, interessa raccontare la realtà ulteriore che talvolta ammanta quella che vedono tutti… Ciò che mi accade non accade davvero a me, non mi è davvero accaduto, mi si dà già come un fatto esterno, un esproprio, tutti noi spettatori della nostra stessa vita…Io non sono tutti questi fatti …Io sono quel punto neutro, inqualificato che osserva…” [a pagina 282 di “Corpi minori”, il nuovo libro, uscito in questi giorni con Mondadori]. 

Dunque per Bazzi la distinzione tra romanzo e autobiografia è superata, “oltremodo sopravvalutata”; Bazzi vede la propria vita come rappresentazione della realtà; è un’idea condivisa da tutti quelli che la letteratura la amano così tanto da sovrapporre i due piani: la verità e il suo racconto.

Ora resta da capire se la vita di Jonathan Bazzi valga o meno la pena di essere raccontata. 

“Corpi minori” è un romanzo (?) dicotomico, giocato sulla binarietà: periferia/centro, povertà/ricchezza, accettazione/pregiudizio, sesso/amore, interiorità/mondo esterno. “Febbre” è il resoconto di una scoperta: la sindrome dell’HIV; “Corpi minori” il suo corollario. La storia riparte da Rozzano (Rozzangeles) ma proietta il giovane io narrante tra le strade di Milano, le stesse che danno il titolo ai paragrafi del libro. Quello di Jonathan è un corpo nudo, ne vediamo i lividi, i muscoli levigati da ore e ore di yoga, i segni degli amori – di una notte o di un anno – che si susseguono tra una lezione universitaria e l’altra. Ne ascoltiamo il respiro. È un corpo minore perché soccombe alla violenza, all’indifferenza, all’amore. Il vialone che separa Rozzano da Milano è la distanza tra l’angoscia e il sogno; via Missaglia è come lo stradone che percorrono Lila e Lenù nel romanzo di Elena Ferrante quando escono dal rione Luzzatti per conquistare Napoli. La vita di Jonathan Bazzi è speciale nella misura in cui ci appare uguale e unica rispetto a quella di tanti altri che non hanno le parole e la voce di Bazzi per poterla raccontare.

Angelo Cennamo

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IL CIARLATANO – Isaac Bashevis Singer

In origine, tra il dicembre del 1967 e il maggio del 1968, apparve a puntate sul “Forverts”, il quotidiano yiddish di New York. Tutti i personaggi di Singer sono perennemente sospesi tra la Polonia e l’America – la terra promessa di chi è sfuggito alla furia nazista di Hitler – divisi tra il sacro e il profano: cosa vuol dire essere ebrei in quel nuovo mondo secolarizzato e affamato di denaro?

“Appena arrivati dicevano tutti la stessa cosa: l’America non fa per me. Ma poi, a poco a poco, si sistemavano, e non peggio che a Varsavia”. 

Hertz Minsker fa eccezione. Colto ma senza titoli di studio, Hertz campa alle spalle degli amici più facoltosi e delle donne che seduce con le sue vaghe teorie sulla felicità; da quarant’anni dice di lavorare a un romanzo, “un capolavoro che avrebbe stupito il mondo”. Hertz Minsker è un ciarlatano.

Sentite come ce lo descrive Singer: “Era alto e magro, di carnagione chiara. Intorno alla pelata aveva lunghi capelli castani. Tutto in lui era affilato: il cranio, il naso, il mento, il collo”. 

Il secondo protagonista maschile del romanzo è Morris Kalisher, di tutt’altra pasta rispetto allo stralunato e lussurioso amico d’infanzia Hertz. Ricco immobiliarista, pragmatico, con un gran fiuto per gli affari, Morris è sposato con Minna, donna senza scrupoli, infedele, una poetessa senza talento e incapace di parlare l’inglese. “Datti da fare come tutti gli ebrei, non perdere tempo con Freud” dice Morris al suo amico più erudito, ma Hertz fatica ad ambientarsi, si annoia, in quella “terra senza illusioni” preferisce bivaccare davanti ai bar e trastullarsi con le sue amanti, nonostante Bronia, la quarta moglie che per lui ha lasciato un precedente marito e due figli. Che canaglia! Hertz ne è consapevole.

La svolta shakespiriana, a metà libro, imprime un’accelerazione alla storia, che da commedia diventa farsa, da farsa tragedia. Il crollo di Morris. La lunga scia di contaminazioni col profano ha prodotto solo guasti. L’uomo d’affari, doppiamente umiliato, riflette e decide: tornerà ad essere ebreo. Ne “La controvita” di Philip Roth, Henry Zuckerman, dopo aver tradito la moglie ed essere sopravvissuto a un delicato intervento chirurgico, abbandona tutto e fugge in Israele per ritrovare le radici della sua fede. Come nella letteratura di Singer, anche nei romanzi di Philip Roth ci capita di incontrare ebrei poco ortodossi corrotti dal materialismo, dalla tentazione della carne. 

Il dialogo tra Hertz e Morris, da pagina 92 a pagina 94, è una delle scene migliori del libro, un inconsapevole redde rationem fatto di equivoci e sospetti che spalanca la porta al più classico dramma della gelosia. La tensione cresce, anche l’interazione tra i personaggi prende un ritmo più frenetico. Manca poco alla fine, ma le storie di Hertz, Bronia, Morris e Minna sono ancora lì tutte da scrivere. 

Angelo Cennamo

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VINELAND – Thomas Pynchon

È il quarto romanzo di Thomas Pynchon – “Un lento apprendistato” è una raccolta di racconti – scrittore invisibile al mondo dei lettori ma anche in tante librerie: se vi va bene, di lui troverete al massimo “L’arcobaleno della gravità”, opera pubblicata un ventennio prima di questa e di ben altro spessore e difficoltà. 

Ho voluto rileggere “Vineland” per non sottrarmi a quel richiamo periodico che lo scaffale del mio studio mi lancia tutte le volte che mi vede in preda all’avvilimento, impantanato nella mediocrità del presente (non ve l’ho detto ma il mio scaffale ha dei misteriosi poteri sensoriali).

Vineland è il nome di una cittadina immaginaria del Nord della California. Un microcosmo abitato da nostalgici, disadattati, visionari come Zoyd Wheeler – Wheeler è anche il cognome dei coniugi protagonisti di “Revolutionary road” di Richard Yates. Chi è questo Zoyd? Un ex hippy che campa grazie all’assegno di invalidità mentale che gli viene corrisposto per delle strane performance seguite da radio, televisioni e da folle di curiosi: una volta all’anno Zoyd si lancia a peso morto contro le vetrine di bar e ristoranti della zona. Zoyd Wheeler vive in una roulotte con la figlia adolescente Prairie: Frenesi, la moglie, un’ex cineasta, lo ha lasciato, facendo perdere ogni traccia di sé. A chi mi legge concedo solo questi pochi elementi della trama-non-trama che in verità è molto più ampia e ricca di eventi e personaggi di quanto si possa immaginare. Il fatto è che ricostruire l’intera storia-storie sarebbe perfino più faticoso che leggerla-leggerle: ho ripreso il romanzo dallo scaffale anche per comprendere alcune sue parti più oscure, diradare le ultime nebbie, ma per quanto “Vineland” venga annoverato tra i libri più facili di Pynchon, solo Thomas Pynchon sarebbe in grado di capire fino in fondo Thomas Pynchon. E allora vi basti seguire il senso più che la trama del libro: una gigantesca allegoria, una lunga sequenza di metafore, un’analisi critica molto critica degli anni ’80 e delle politiche neoliberiste di Ronald Reagan? Direi proprio di sì. “Vineland” è tutto questo e anche di più: un romanzo comico e folle, colorato, labirintico, massimalistico, perfino noioso. Perché compriamo i libri di Pynchon anche se di Pynchon capiamo poco? Perché Pynchon ci insegna a leggere. 

Angelo Cennamo

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UN UOMO SOLO – Antonio Iovane

Da qualche anno Antonio Iovane, giornalista d’inchiesta oltre che scrittore, sta ricostruendo un pezzo importante della nostra storia recente. Con “Il brigatista” (2019) e “La seduta spiritica” (2021), pubblicati con Minimumfax, Iovane ha raccontato gli Anni di Piombo e la vicenda Moro ricorrendo a una lingua diversa – nel 1973 Tom Wolfe coniò l’espressione “New jurnalism”, ricordate? – introducendo nuovo materiale, dettagli, e offrendo spunti di riflessione a chi quei fatti non li ha conosciuti per ragioni anagrafiche o li ha semplicemente dimenticati, rimossi dalla memoria. “Un uomo solo” si inserisce in questo percorso ricognitivo-divulgativo diventato ormai un brand letterario. Stavolta però Iovane fa un passo indietro per condurci sulla riviera ligure: Sanremo, 26 gennaio 1967. L’uomo solo è Luigi Tenco.

In poco più di cento pagine – agili, veloci anche nella punteggiatura, con le fasi salienti della storia che si susseguono in lunghi periodi senza punti – Iovane ricostruisce le ultime ore del cantante: lui, Dalida, il festival, e quella “Ciao amore, ciao” che forse avrebbe meritato maggiore fortuna. Quando fu ritrovato senza vita nella camera 219 dell’hotel Savoy, Tenco non aveva neppure trent’anni. Un colpo di pistola gli aveva spappolato il cervello. Suicidio? Iovane non apre nuovi file, si limita a riportare i fatti senza omettere nulla. Ma lo scoop non è solo nella precisione del racconto: Iovane dà voce ai protagonisti inserendoli in una trama noir. “Un uomo solo” è una storia di inquietudini più che di canzoni, e Luigi Tenco un giovane animato da propositi più grandi di lui per essere un semplice cantautore alla ricerca di una ribalta nazionalpopolare. Molti di voi faticheranno a comprendere le ragioni del gesto di Tenco, specialmente in un contesto ludico e festoso come quello di Sanremo; fu solo la sbandata di un disadattato, il cedimento di una mente debole? – così lo liquidarono molti suoi colleghi e organizzatori del festival. No. Tenco si uccise in un tempo difficile, di transizione, trascinato da un clima che di lì a poco sarebbe diventato irrespirabile; Mina e Battisti non emularono Tenco, ma le loro “fughe” dai riflettori ebbero a che vedere anche con quel clima. Tenco mal sopportava la leggerezza della canzonetta disimpegnata, e il biglietto lasciato prima dello sparo ce lo ha confermato. Tenco era un paranoico? Un fanatico fuori contesto? Una sola cosa è certa: l’edizione di quel festival non fu sospesa per lutto. 

Angelo Cennamo

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IL SERPENTE MAIUSCOLO – Pierre Lemaitre

Pierre Lemaitre chiude col noir pubblicando il suo primo noir, scritto negli anni Ottanta e rimasto chiuso in un cassetto per qualche strana ragione spiegata dallo stesso autore nell’introduzione del romanzo. “Il serpente maiuscolo” è arrivato in libreria senza nessun’altra operazione di editing o cosmesi, difetti e imperfezioni compresi. È una storia a metà tra il Giallo e il Pulp, divertente anche per la trama surreale che Lemaitre ha costruito intorno alla figura della protagonista: Mathilde Perrin. Mathilde è una sessantenne tarchiata, vedova; ha una figlia sposata con un idiota, per di più americano, e vive in una villa fuori Parigi con un cucciolo di Dalmata. Quello che più conta, però, è che Mathilde è stata un’eroina della Resistenza francese. Non è un dettaglio, è l’antefatto dal quale si dipana tutta la storia e che fa di questa anziana signora, un po’ burbera, una micidiale serial killer. Attenzione: l’identità criminale della signora Perrin la scopriamo fin dalle prime pagine, non è un mistero. Ecco il ribaltamento: l’assassino di Lemaitre lo conosciamo già a pagina venti. 

Protagonista numero due. René Vassiliev è l’ispettore di polizia che indaga sulle vittime di Mathilde. Vassiliev è un tipo taciturno, goffo, forse poco portato per il mestiere che fa; uno spilungone di due metri, magro, inappetente. Vassiliev prende ordini dal commissario Occhipinti e nel tempo libero flirta con l’infermiera del patrigno. Poverina!

Protagonista numero tre. Henri. È il personaggio più oscuro del romanzo, l’uomo dietro le quinte, la mente, il committente delle missioni omicide della signora Perrin. In alcuni passaggi del libro abbiamo la sensazione che non esista, che sia un’invenzione di quella pazza che va in giro ad ammazzare sconosciuti senza un chiaro criterio selettivo. Eppure Mathilde non fa che evocarlo, dichiarare ai lettori la simpatia, diciamo pure l’amore che non ha smesso di provare per il “Comandante” dai tempi della Resistenza, e a giustificarsi per qualche errore di troppo commesso nel suo macabro gioco di delitti.

Speriamo che Lemaitre ci ripensi: il noir ha ancora bisogno di lui.

Angelo Cennamo

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COME DIVENTARE SE STESSI (David Foster Wallace si racconta) – David Lipsky

In Italia di David Lipsky, giornalista e scrittore newyorchese, si sa ben poco. Nel 1996, all’indomani dell’uscita di “Infinite jest”, “Rolling Stone” chiese a Lipsky di seguire David Foster Wallace nel tour promozionale del libro: cinque giorni di viaggi in macchina, in aereo, hotel, tavole calde, reading, lezioni, soprattutto confessioni, maturate in un clima di intimità, amicizia, improvvisa empatia. La lunga intervista registrata su nastro diventerà prima un libro, questo, poi un film “The end of the tour”. Nel 1996 Wallace è lo scrittore americano più celebrato, e la popolarità del suo romanzo di oltre mille pagine – almeno quattrocento furono tagliate dall’editor Michael Pietsch – si riverbera in ogni angolo del paese. È un clamore che si autogenera e amplifica anche tra chi il romanzo non lo ha letto ma ne parla lo stesso (molti). Wallace si confida, racconta paure, debolezze, nevrosi, ma anche la convinzione di aver fatto un buon lavoro: se “La scopa del sistema – il primo romanzo scritto ancora tra i banchi universitari – sostanzialmente fa un po’ cacare…l’ho scritto molto velocemente, riscritto senza troppa attenzione…di Infinite jest ne sono fiero”. È la prima volta che un libro di Wallace supera le cinquecento pagine. Come si spiega il successo di un romanzo così lungo e di difficile lettura?  “Uno non legge un libro di mille pagine perché ha sentito dire che il suo autore è un tipo simpatico. Lo legge perché gli hanno fatto capire che l’autore è geniale”. Nonostante la fragilità e le tante insicurezze, Wallace dunque è consapevole di essere un genio. “Infinite jest” è un libro ostico ma anche divertente, molte sue parti parlano alle terminazioni nervose dei lettori, dice. “Terminazioni nervose” è un’espressione ricorrente, l’approccio sensoriale è un aspetto essenziale, direi decisivo nella letteratura di Wallace. Quando Lipsky gli chiede come se lo immagina un suo lettore medio, l’altro David risponde con il proprio identikit: giovane, colto, nerd.
La breve vita del Wallace scrittore prima ancora del Wallace uomo, è un percorso sinuoso e accidentato fatto di alterne fortune e di rovinose cadute. Due anni dopo la “Scopa del sistema” Wallace pubblica “La ragazza dai capelli strani”; è il libro della consacrazione ma anche l’approdo a una scrittura e ad una visione percepite come un ultimo stadio. Il ricovero in un ospedale psichiatrico nel bel mezzo del master ad Harvard diventa lo spartiacque tra un prima e un dopo. Nei primi anni Novanta Wallace si dedica alla stesura del romanzo che non avrebbe mai immaginato di scrivere. Lo scrive per se stesso, senza fretta né condizionamenti di tipo commerciale “Noi scrittori sperimentali non scriviamo per i soldi. Ma non siamo mica santi. Vogliamo comunque essere letti”. Già dai primi capitoli si intuisce che l’opera è particolarmente ambiziosa, nuova, spiazzante. Wallace sonda gli amici più stretti: Jon Franzen e Mark Costello, il compagno di università con il quale ha scritto il saggio “Il rap spiegato ai bianchi”. L’anticipo pagato dall’editore è sostanzioso. Non andare in giro a raccontarlo, gli suggerisce Pietsch. 

Le confessioni di Wallace abbracciano tutta la cultura americana: dalla musica di Alanis Morissette al cinema e alla tv, dalla politica alla letteratura. Abbastanza sprezzanti sono i giudizi su John Updike. Sentite cosa dice di “American Psycho” di Bret Easton Ellis: “Secondo me l’agente e l’editore non gli hanno fatto un buon servizio anche solo a lasciarglielo pubblicare”. Il libro di Lipsky è un saggio, un reportage, o un romanzo (roadbook) su due giovani autori – uno famoso l’altro no – che si scambiano esperienze e pareri sulla vita negli Usa? Non lo so. Penso però che leggerlo sia il modo migliore per approfondire il fenomeno David Foster Wallace dopo averne conosciuto la parte esterna, esclusivamente narrativa, e invidiare Lipsky per quella opportunità che, ne siamo sicuri, se la ricorderà per il resto della sua vita.

Angelo Cennamo

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