UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE – Piera Carlomagno

Una favolosa estate di morte - Piera Carlomagno

Nella terra di mezzo tra Matera e Potenza, in una notte d’estate, vengono ritrovati i cadaveri di due amanti. Sante Bruno è un architetto ammanigliato con i politici locali. Floriana Montemurro, la sua giovane e bellissima amante, figlia di un notaio molto in vista. Ad indagare sul duplice omicidio sono Loris Ferrara, magistrato di origini napoletane con un matrimonio in crisi, e Viola Guarino, una anatomopatologa motociclista, con brillanti studi all’estero e dotata di un intuito speciale: la chiamano “la strega”. Il nuovo romanzo di Piera Carlomagno – scrittrice salernitana capace come pochi di affrancarsi dai cliché della letteratura di genere offrendo ai lettori trame sempre originali ed intriganti – è una storia essenzialmente di luoghi: è il paesaggio ad imporsi su tutto il resto. Una storia che doveva essere raccontata lì, tra i calanchi di Pisticci, perché non avrebbe avuto senso ambientarla altrove; tutta giocata sul contrasto e sulla contaminazione tra vecchio e nuovo: la Matera dalle tradizioni millenarie, con i suoi sassi scavati dal vento e da secoli di piogge; la città nuova, quella del boom turistico, del cinema e della televisione, la capitale della cultura europea. Il contrasto tra antico e moderno è perfettamente incarnato da due figure di spicco del romanzo: Viola Guarino, il volto della città moderna, dinamica e istruita, e quella di sua nonna, Donna Menghina, espressione della civiltà contadina, della saggezza popolare, ma anche di una certa mentalità bigotta della provincia del profondo Sud. E’ un binario, quello del contrasto, che si insinua in ogni cosa, in ogni dettaglio, perfino nelle indagini sul delitto, guidate dalla scienza sì, ma anche dal chiacchiericcio, dal pettegolezzo, talvolta dall’omertà. Il rapporto professionale tra Loris Ferrara e Viola è un’altra traccia del libro. Tra i due nasce un’amicizia borderline, fatta di tentazioni e di rinunce. Viola è attratta dal tenebroso Sostituto napoletano ma lui sembra non curarsene. Le donne. Sono loro, oltre il suggestivo paesaggio della Lucania, a dominare la scena della narrazione. Le donne vive, quelle scomparse, le assassinate. Floriana è protagonista con la propria assenza, un’assenza ingombrante, avvolta in un mistero fitto. L’avvenente figlia del notaio Montemurro non è soltanto vittima del suo assassino ma anche di un ambiente ostile che non le ha mai perdonato di essere bella, ribelle, di essere libera anche di trasgredire. Tutto il resto è una faccenda di soldi, i tanti soldi che girano intorno alla città capitale: affari, appalti, criminalità, corruzione. Sono questi i mille ingredienti del noir oltre il noir di Piera Carlomagno Una favolosa estate di morte, il giallo dell’estate.       

 Angelo Cennamo

Standard

LA CITTA’ PERFETTA – Angelo Petrella

 

La città perfetta - Angelo Petrella

 

Cerchi un thriller tosto, di quelli made in Usa, e ti ritrovi a leggere un autore che non avevi mai sentito prima – non per colpa sua  – napoletano come te. Chissà quante volte io e Angelo Petrella ci saremo incrociati per strada, a Mergellina o al Vomero, magari allo stadio, ignorandoci a vicenda, prima di ritrovarci amici su Facebook non ricordo come e perché. La città perfetta è un romanzo voluminoso, cinquecento pagine, pubblicato da Petrella nel lontano 2008 – dov’ero quando è uscito? – che ho voluto leggere dopo essere rimasto impressionato da una serie di commenti e di recensioni spulciate qua e là su Ibs e vari social. E’ un thriller con una trama potente e ben strutturata. Un romanzo polifonico, dall’ambientazione metropolitana, personaggi tratteggiati con precisione, credibili, e con storie personali di grande impatto emotivo. Sanguetta è un sedicenne dei Quartieri Spagnoli. Un pusher. Nel carcere di Nisida finirà per diventare informatore dei servizi segreti. Chimicone è poco più grande di lui. Studia al liceo Classico Genovesi, scuola che occupa con altri suoi compagni di sinistra, con i quali fonderà una cellula terroristica. L’Americano è un poliziotto borderline della DIGOS, strafatto di cocaina, sulle tracce dell’assassino di un suo collega. Tre storie parallele che a un certo punto si intrecceranno in un mix esplosivo che coinvolgerà politici, camorristi, docenti senza scrupoli, squallide pedine di una Prima Repubblica ormai ai titoli di coda. La narrazione ricalca il linguaggio dei tre protagonisti, talvolta sgrammaticato, altre volte proceduralpoliziesco, con intermezzi – dispacci, intercettazioni telefoniche – che evocano la trilogia americana di Ellroy. Petrella sa scrivere e conosce ciò di cui scrive. E’ magnificamente calato nel contesto della sua città, della quale sa raccontare umori, colori, sentimenti. E’ ironico – dote necessaria a un autore noir per alleggerire i toni cupi, spezzare il mood e arricchire la narrazione. E riesce ad essere se stesso, quindi originale, pur strizzando l’occhio ai maestri d’oltreoceano. Romanzo perfetto.

Angelo Cennamo

Standard

TRA LORO – Richard Ford

tra-loro-di-richard-ford-640x450

Questa storia ha inizio negli anni Venti dello scorso secolo, nel profondo Sud degli Stati Uniti. Una giovane coppia viaggia tra il Mississippi e l’Arkansas su una Ford scassata, a due porte. Lui è un rappresentante di detersivi. Lei è sua moglie “Non si annoiavano, sentivano di avere poco per cui voltarsi indietro, e non lo facevano“. Parker Ford e Edna Akin sono ragazzi semplici, poco scolarizzati, allevati secondo i sani principi della provincia, votati e forgiati al sacrificio. Gente comune. Non sanno – come potrebbero – che di lì a poco concepiranno un figlio, l’unico, e che quel figlio, da bambino scalmanato e svogliato negli studi, da adulto diventerà uno dei maggiori scrittori americani della seconda metà del Novecento. Tra loro è un memoir brevissimo ma denso di aneddoti e riflessioni, sulla vita e la morte. Un libro sull’essere figli che non hanno figli. Sull’essere figli adulti di un padre morto troppo presto “Non riesco a ricordare il suono della sua voce, anche se lo desidero ardentemente”. Il titolo suggerisce che lui, il figlio, nascendo, si è intromesso tra le singole unità che formano la coppia, affiatata, innamorata. Due memoriali scritti a distanza di trent’anni l’uno dall’altro. Nel primo, Ford racconta la storia di suo padre, gli inizi in un negozio di frutta e verdura, il licenziamento, la nuova professione di commesso viaggiatore che lo ha portato in giro per sei Stati americani del Sud in compagnia della moglie. Poi da solo, lontano dalla famiglia cinque giorni la settimana. L’infarto. Un secondo infarto. La morte un sabato mattina, con il giovane Richard che prova a praticargli la respirazione bocca a bocca sul letto.

Edna, la madre. Con lei Richard ha un rapporto di complicità. I due stabiliscono un patto di reciproca assistenza. Sono soci. Richard va all’università nel Michigan, lei conosce un tizio sposato, la sua unica distrazione. Nessuna illusione, nessuna gioia “Richard, io non andrò mai in estasi. Non è nella mia natura. Concentrati sulla tua vita. Lascia in pace la mia. Saprò badare a me stessa”. Mamma, ti stai godendo la vita? Gli aveva chiesto lui tra un viaggio e l’altro. Quanto è grande l’America. Tra Loro è un libro sulle distanze: da due vite perdute, da una famiglia ridotta all’osso, dai ricordi che non ci abbandonano. Un libro che commuove, un grande libro.

Angelo Cennamo

Standard

PER TUTTO L’ORO DEL MONDO – Massimo Carlotto

 

Per tutto l'oro del mondo - Massimo Carlotto

 

Una rapina in una villa del Nordest finisce male: un duplice omicidio. Caso irrisolto. Chi ci abitava non era uno stinco di santo, custodiva merce rubata da altri e riciclava denaro sporco. A indagare ora è Marco Buratti, l’Alligatore dal cuore fuorilegge, l’ex cantante di blues, l’uomo solitario che beve calvados e infrange i cuori di vecchie puttane o, come in questo caso, di infermiere che la notte si trasformano in cantanti di jazz per qualche brivido di gloria e per distrarsi dalla routine familiare. “Puoi togliere l’alcol dal blues ma non il blues dall’alcol” – frasi del genere valgono il prezzo del libro. Parole che ritroveremo anche in un altro romanzo della fortunata serie. Buratti è un uomo perso al comando. Intorno a lui ci sono i compagni di sempre: Max la Memoria e Beniamino Rossini, personaggio romantico che evoca la mala di altri tempi, il ladro gentiluomo tutto sesso e mitra. Dov’è la felicità, Buratti? In Per tutto l’oro del mondo è nel gesto di umanità riservato ad un bambino rimasto senza madre. Sergio, dodici anni, il figlio della governante assassinata nel corso della rapina, è lui il cliente per il quale la banda dell’Alligatore si è messa all’opera. 20 centesimi di euro il prezzo dell’ingaggio. Buratti sale sulla sua Škoda Felicia e dalle casse che aveva fatto montare da poco ascolta “It Hurt So Bad” dalla voce di Susan Tedeschi. Comincia più o meno così questo magnifico romanzo di Massimo Carlotto, maestro di noir e poeta metropolitano. E il blues? Quello c’è sempre.

Angelo Cennamo

Standard

IL VELO NERO – Rick Moody

IL VELO NERO - Rick Moody

Comincio dalla fine. Se non vi è ancora capitato di leggere i libri di Rick Moody, fatelo, e partite da questo. Per anni abbiamo importato poca narrativa dagli Stati Uniti – Americana di Don DeLillo, tanto per citare un esempio, arrivò in Italia con trent’anni di ritardo e solo grazie a un piccolo editore napoletano: Tullio Pironti. Per tradurre in italiano Infinite Jest, Sandro Veronesi mise su una casa editrice a proprie spese. Oggi siamo sommersi di romanzi americani di ogni genere. Non sono tutti dei capolavori, e orientarsi in questo mare magnum di titoli e recensioni accattivanti, in molti casi si tratta di veri e propri spot pubblicitari, non è semplice. Americana di Luca Briasco è un manuale dettagliato, istruttivo, illuminante, che vi potrà tornare utile almeno per una prima selezione di autori, alla quale però è sfuggita, chissà perché, Rick Moody, tornato di recente nelle librerie italiane con La nave di Teseo.

Il velo nero è un memoir che si legge come un romanzo. Racconta la storia di un ragazzo annichilito dall’alcol, dalla droga, e dalla depressione. Questo ragazzo è Rick Moody “Io stesso sono l’argomento di questo libro”. Un libro scritto come la sua vita “a ritmo di spasmi, in un modo più vicino all’epilessia che alla narrazione”. Moody si mette a nudo, dà in pasto al lettore la propria intimità, senza filtri, senza pudore forse. Leggendo mi sono venuti in mente altri due romanzi che seguono lo stesso tracciato e che ho amato molto: Il male oscuro di Giuseppe Berto e Il re pallido di David Foster Wallace, scrittore al quale Moody è vicino per stile – massimalismo argomentativo – e intensità. Come Berto e Wallace, Moody elabora il dolore e lo trasforma in letteratura, alta letteratura. La sua storia personale si intreccia con quella di un antenato, che scopriamo essere stato il protagonista di un racconto di Nathaniel Hawthorne intitolato “Il velo nero del pastore”. Dopo aver ucciso involontariamente un amico, il trisavolo di Moody se ne andò in giro per il resto della sua vita con il viso coperto da un velo che non tolse neppure in punto di morte. Il velo della vergogna diventa nel memoir del giovane Rick il manto triste dell’autodistruzione, il buio nel quale lo scrittore newyorchese viene risucchiato con forza. Cos’è questa dannata malinconia? Si chiede Moody nel lungo flusso di incoscienza, audace, sincero e denso di umanità che forma il libro “La malinconia non si riferisce a nulla. La malinconia ha uno stile o un modo ma nessun oggetto. La malinconia è un modo di pensare, un modo di pensare al pensiero, e ha bisogno di consumare la propria vittima“. Sono pagine strazianti, crude, poetiche, quelle che raccontano il ricovero nell’ospedale psichiatrico, ultima tappa di un girone dantesco senza fine  “Cosa avevo imparato? Avevo imparato che il mio passato non esisteva se non nelle interpretazioni del passato“. Se coltivate l’ambizione di scrivere, leggete Rick Moody e vedrete che vi passerà presto.

Angelo Cennamo

Standard

MARS ROOM – Rachel Kushner

Mars Room - Rachel Kushner

Nessuno vive nel futuro. Il presente, il presente, il presente. Questo continua a essere la vita

Romy Leslie Hall, 29 anni e due ergastoli da scontare nel penitenziario di Stanville, California. Romy si esibiva al “Mars Room”, un locale notturno di San Francisco frequentato da reietti come Kurt Kennedy, reduce dal Vietnam, disabile, l’uomo che continuava a perseguitarla, sempre, ovunque. Kurt è la vittima e il carnefice di questa storia di ossessioni e di bellezze sfregiate dalla miseria e dalle droghe. Vite sprecate, lacerate, distrutte da un destino infame, già scritto. Il romanzo si apre con un cellulare della polizia che di notte, lontano dalla curiosità e dagli occhi indiscreti della gente, trasferisce un gruppo di detenute nella prigione di Stanville. Qui Romy dovrà reinventare, rimodulare quel che resta della propria esistenza, adattarla ai nuovi ritmi, le nuove compagnie “Amici non ce ne sono. I sentimenti degli altri non ti riguardano”, ai nuovi spazi. Non è mai stata una ragazza libera, Romy. Non lo era neppure al “Mars Room”. Prigioniera fuori e dentro. Prigioniera della sua bellezza molestata, barattata, della sua rabbia, la sua indignazione. Al “Mars Room” le insegnavano a spillare soldi agli uomini “Gli uomini sono portafogli che camminano”. Romy non è innocente, non cerca riscatti. Un professore del carcere, Gordon, altro protagonista del romanzo – anche lui vittima come tutti gli altri personaggi di questo girone dantesco che è Stanville – finirà per invaghirsi di lei. Le procurerà libri come Il buio oltre la siepe – che fantasia, Gordon. Le storie delle altre detenute, a cominciare da Conan, donna dall’identità sessuale borderline, fanno da corollario alla vicenda di Romy, raccontata su diversi piani temporali – dentro e fuori dal carcere. I fidanzati, i molestatori, la madre morta in un incidente d’auto, il figlio Jackson, sua ultima risorsa. L’ultimo grumo di vita in cui riporre una speranza, l’ultimo contatto col mondo esterno. Che ne sarà di lui? “Gli ho dato la vita. E’ dare molto. E’ il contrario di niente. E il contrario di niente non è qualcosa. E’ tutto”. Mars Room è un romanzo che ti resta addosso. Rachel Kushner ha scritto una storia violenta, dannatamente vera, commovente. Le ultime pagine del libro sono tra le cose migliori che ho letto da qualche anno a questa parte. In Romy Hall ho rivisto la Romana di Moravia, la bellezza mortificata dalla lussuria e dalla bestialità di certi uomini. E’ un romanzo sull’ossessione e sul significato della libertà, claustrofobico, dalle atmosfere cupe, viscerale, profondamente umano e straziante. Una prova d’autore ampiamente superata dalla Kushner, autrice di altri bei libri come Telex da Cuba e I lanciafiamme. E’ lei l’erede di DeLillo.

Angelo Cennamo

Standard

TEMPESTA DI GHIACCIO – Rick Moody

Tempesta di ghiaccio - Rich Moody

Dicembre 1973, un’ondata di gelo blocca gli Stati Uniti. Intere città rimangono isolate nel ghiaccio. Tutto si ferma. In una piccola località del Connecticut, New Canaan, due famiglie di amici – gli Hood e i Williams – cedono alla routine della vita matrimoniale spingendosi in un gioco erotico pericoloso che non lascerà loro scampo. I figli, adolescenti irrequieti e annoiati, storditi dalle droghe e dalla compulsività televisiva, sono scossi dai primi turbamenti del sesso. Benjamin Hood ha una relazione apparentemente segreta con Janey Williams “Forse scopava per protestare contro l’idea di famiglia, per sfuggirne le costrizioni”. Benjamin è amico di Jim Williams, il marito della sua amante. Jim Williams. Un brav’uomo “Lui e sua moglie erano molto affiatati, davvero. Per esempio, nell’evitare ogni contatto intimo”. Fuori, il gelo ferma il tempo. Dentro, la tempesta emotiva che disgrega i due nuclei familiari – la sera della tormenta trascinati in un perverso scambio di coppia organizzato in una villa vicina – travolgerà ogni cosa, e costringerà tutti i protagonisti, ragazzi e adulti, ad un redde rationem dolorosissimo. Rick Moody ha scritto una storia di lussuria – siamo in piena rivoluzione sessuale – e di incomunicabilità, una storia ferocissima nella quale però non mancano momenti di leggerezza e di comicità, con un finale thriller.

Tempesta di ghiaccio è uscito negli Usa nel 1994 – le turbolenze familiari di Franzen arriveranno almeno sette anni dopo – ed è il secondo romanzo di Moody, forse il più riuscito. In Italia lo ha riportato in libreria La nave di Teseo, lo stesso editore che ha pubblicato due dei premi Pulitzer degli ultimi anni: Less di Andrew Sean Greer e The overstory di Richard Powers. Adoro Rick Moody; trovo che sia tra i migliori scrittori della sua generazione, quella di Eugenides, Chabon, Egan, Everett, anche se qui da noi è meno conosciuto degli autori che ho citato (non chiedetemi perché, non so rispondervi).

Per la scrittura massimalistica, così virtuosa e ricca di lemmi e di sfumature, per la struttura camaleontica delle sue trame – è capace di cambiare più registri anche nella stessa frase – soprattutto per la propensione a scavare nel dolore con un tono quasi beffardo oltre che poetico e malinconico, Moody ricorda molto David Foster Wallace. Forse lo adoro anche per questo. Cos’altro posso aggiungere: leggete tutto di lui, magari partendo proprio da questo libro.

Angelo Cennamo

Standard

CANCELLAZIONE – Percival Everett

CANCELLAZIONE - Percival Everett

Percival Everett è uno scrittore afroamericano non abituato a esprimere indignazione sociale. È un ruolo che non gli appartiene e che lascia volentieri ad altri: Toni Morrison, Colson Whithead, Paul Beatty e via discorrendo. Everett non scrive per testimoniare né per denunciare discriminazioni razziali. Sa di avere i capelli ricci, la pelle marrone, il naso largo, ma alla razza non c’ha mai creduto. Percival Everett vuole essere uno scrittore. Punto. Nella finzione del romanzo, Everett è Thelonious “Monk” Ellison, scrittore afroamericano radical chic laureatosi ad Harvard, che vive “nei turbini dell’astrattezza” e scrive romanzi di nicchia, illeggibili, noiosi: rielaborazioni di Euripide e parodie dei poststrutturalisti francesi, romanzi poco realistici, lontani dai problemi dei neri. Ma Monk è una stramba eccezione anche dentro la sua famiglia, composta di soli medici: suo fratello Bill è un chirurgo plastico sposato con figli, ma gay. Sua sorella Lisa fa la ginecologa in un ambulatorio di frontiera e ha divorziato dal marito. Medico lo era anche il padre, che nel corso del racconto, scritto in prima persona e strutturato come un diario, compare nell’album dei ricordi di Monk come un genitore saggio, comprensivo, particolarmente affezionato al figlio scrittore, e con qualche peccato di gioventù destinato ad allargare lo stato di famiglia. Monk si muove tra due fronti: deve prendersi cura della madre ammalata di Alzheimer – Everett è abilissimo nel dare voce e corpo alla signora Ellison, nel raccontare la sua sbadataggine, i vuoti di memoria, le dolorose sfumature della malattia – e convincere il suo editore a pubblicare il nuovo romanzo, illeggibile come i precedenti. Di fronte all’ennesimo rifiuto, Monk ha un’idea geniale: mette da parte il manoscritto al quale ha lavorato per anni, e con uno pseudonimo, in poche settimane, scrive un libro pieno di luoghi comuni sui neri, di volgarità, e lo intitola “Cazzo”. Un’apoteosi. Se non avete mai letto nulla di Percival Everett, cominciate da Cancellazione e ne apprezzerete tutte le sue doti migliori: la grande cultura, l’eleganza della prosa, l’ironia, la vena postmoderna, la struttura che si scompone e si ricompone nel corso della narrazione, lo spessore filosofico che viene fuori anche nei passaggi più leggeri della trama, l’umanità, l’originalità nella forma e nei contenuti. Leggendo della famiglia Ellison mi sono venuti in mente i fratelli Lambert de Le correzioni di Jonathan Franzen, ma anche I ragazzi Burgess di Elizabeth Strout: gli stessi conflitti, le stesse gelosie, lo stesso legame solido e invisibile. Cancellazione è un libro sui cliché nei quali la cultura di massa ha segregato per la seconda volta i neri, ma anche un divertente j’accuse rivolto a tanti scrittori di colore che sugli stereotipi hanno costruito le loro carriere.

Angelo Cennamo

       

Standard

FEDELTA’ – Marco Missiroli

 

FEDELTA' - Marco Missiroli

Dopo aver letto un’infinità di commenti, analisi, su web e carta stampata, ho deciso di aprire un varco tra i romanzi americani incolonnati a mo’ di torre Eiffel sul mio comodino per inserirci  Fedeltà di Marco Missiroli, tornato in libreria dopo quattro anni con un libro attesissimo, chiacchieratissimo, pubblicato dal nuovo editore Einaudi. Subito dopo la sua uscita, ero rimasto colpito da una accorata recensione di Luca Briasco, anche lui – molto più di me – affaccendato con i Lansdale, Stephen King e Foster Wallace, che di questo libro – italianissimo – ne aveva decantato contenuti e stile, ma anche da alcune voci di dissenso rispetto al clamore dei più numerosi supporter, come quella di Marco Ciriello de Il Messaggero. E’ un romanzo che divide, mi sono detto. Non è il primo, non sarà l’ultimo. Ad ogni modo, avevo messo in conto di leggerlo perché Missiroli mi piace. Mi piace quello che dice, come lo dice soprattutto. Mi piacciono i suoi mondi, le inquadrature. Quelle di Libero Marsell di Atti osceni in luogo privato, che dallo spiraglio di una porta assiste incredulo all’adulterio della madre, e del piccolo Pietro di Senza coda turbato dai pizzini che un boss mafioso invia a suo padre, mi sono rimaste dentro. In Fedeltà di scene suggestive ce ne sono diverse, a cominciare dall’incipit, dallo scatto di Carlo Pentecoste verso la finestra. Carlo riconosce Margherita, sua moglie, seduta sul muricciolo, col cappotto amaranto, mentre legge un libro di Némirovsky – come nei romanzi precedenti anche in questo non mancano riferimenti letterari – “teneva una gamba accavallata e con la mano libera vegliava lo zaino”. “Vegliava lo zaino”, preparatevi a una lezione di lingua italiana. “Tua moglie mi ha seguita” dice Sofia, la giovane allieva al suo professore, nelle prime righe. Carlo e Margherita sono una coppia milanese come ce ne sono tante. Lui sognava di fare lo scrittore ma si guadagna da vivere con l’insegnamento, lei è un’agente immobiliare, ma le sarebbe piaciuto avere uno studio di architetto. Il loro matrimonio è minato dall’attrazione di Carlo per Sofia, e dalla infatuazione di Margherita per Andrea, il suo fisioterapista, bellissimo e bisessuale. Un doppio binario incandescente che anche nella struttura procede per passaggi repentini,  cambi di “inquadrature”. E’ un terreno scivoloso quello scelto da Missiroli, troppo facile inciampare nel già visto, cadere nei cliché. In un altro romanzo che pure ho amato molto – Gli autunnali di Luca Ricci – un marito, scrittore anche lui o aspirante tale, avverte il peso di un amore ormai logoro, di un matrimonio che sta per spegnersi. La storia di Fedeltà sembra complementare rispetto all’altra. Missiroli alza l’asticella della noia spingendo la sua coppia sull’orlo dell’abisso. E’ un crinale pericoloso, un gioco di malintesi, equivoci, desideri più o meno repressi. I due non precipitano, ma il rapporto ne risentirà. Fedeltà non è tanto un romanzo sul tradimento, quanto sulla difficoltà di resistere alle tentazioni “Siamo sicuri che resistere a una tentazione significhi essere fedeli?”. La storia di Carlo e Margherita – ma anche di Andrea, Sofia, la suocera di Carlo – si muove su due diversi piani temporali ed è ambientata tra la Romagna e Milano, una Milano dai colori pastello che ci ricorda i luoghi dove si consuma la straziante solitudine dell’architetto Dorigo di Un amore di Buzzati, ma anche la città di Morte di un uomo felice di Giorgio Fontana o di certe canzoni di Gaber e Jannacci. Il konw-how letterario di Missiroli è stratificato, Missiroli si porta dietro la parte più vivace e spendibile del Novecento – la lingua usata in questo libro è sublime, ricercata, al tempo stesso leggera, calda, briosa – e sa coniugare la tradizione con la modernità, mai scontata, rinnovandola, alimentandola di nuove strutture e di visioni ad ampio raggio. Ho divorato questo romanzo in ventiquattro ore, dopo aver letto Addio fantasmi di Nadia Terranova. Entrambi i libri sono candidati al premio Strega, entrambi meritano di vincerlo.

Angelo Cennamo

Standard

ADDIO FANTASMI – Nadia Terranova

 

 

Addio fantasmi - Nadia Terranova

Di Nadia Terranova avevo già letto la bella storia d’amore ambientata nell’Italia degli Anni di Piombo, contenuta in un romanzo uscito qualche anno fa, intitolato Gli anni al contrario. La ritrovo oggi con Addio fantasmi, libro forse più vicino alle sue corde rispetto al precedente, di maggiore spessore emotivo, più maturo anche nella scrittura. E’ un romanzo breve, Addio fantasmi, ma largo, larghissimo, che dilata il tempo, i sentimenti, i ricordi. Denso di una percezione che la Terranova viviseziona strutturando il racconto in tre parti: il nome. Il corpo. La voce. Ida è una giovane donna siciliana, siciliana come l’autrice, la cui vita è stata segnata da un abbandono: quando aveva tredici anni, suo padre fuggì di casa senza alcuna ragione apparente “Mio padre, quella mattina¸aveva deciso di scivolare via, aveva chiuso la porta in faccia a me e a mia madre, immeritevoli di saluti e spiegazioni”. Il corpo di quell’assenza è ingombrante, è un vuoto fisico, Ida lo tocca ogni giorno “Fra il tramonto e la cena, l’assenza di mio padre tornava a visitarmi” interrogando se stessa e gli altri Non vuoi sapere che sono diventata grande, non ti interessa?”. Domande senza risposta che scavano, come una goccia con la roccia, la sua anima fragile di adolescente, poi di adulta. La voce del padre Ida la ascolta e riascolta nella registrazione di una musicassetta. E’ una voce che sembra venire dall’oltretomba, è la voce di un morto che non è morto, di un morto senza tomba. Quando sua madre la chiama perché vuole ristrutturare e vendere la casa familiare, Ida torna a Messina dopo oltre vent’anni. Tornare a casa ha qualcosa di omerico nella simbologia delle suggestioni. E’ un viaggio fatto soprattutto con il cuore e con la mente. Nel tragitto da Roma a Messina, Ida è accompagnata dai fantasmi di sempre, non sono andati mai via. Sono loro, quei fantasmi, ad aver riempito la sua vita, fino a trasformarsi in un’ossessione, una forza diabolica, lacerante, che è arrivata a minare i rapporti con i suoi familiari, la madre, il marito. Quello di Ida è un viaggio a ritroso attraverso i ricordi, ancora vividi, dolorosi, attraverso gli oggetti di un eterno presente. Ma è soprattutto un’occasione per fare i conti con quel groviglio di interrogativi inevasi, i traumi angoscianti, martellanti, un approdo per vincere la paura, una possibile catarsi, una luce in fondo al buio.

Di Addio fantasmi non mi ha solo colpito la bellezza e l’intensità della trama, la tenerezza della protagonista che diventa quella del lettore, trascinato abilmente da Nadia Terranova al centro della scena, ma anche la scrittura: cristallina, elegante, leggera come la brezza che soffia tra Scilla e Cariddi, ed uno stile narrativo a metà strada tra la Ferrante de I giorni dell’abbandono e Resta con me di Elizabeth Strout. Leggete e commuovetevi con  Addio fantasmi.

Angelo Cennamo

Standard