SABBIA NERA – Cristina Cassar Scalia

 

Sabbia nera - Cristina Cassar Scalia

Nel montacarichi di una villa alle pendici dell’Etna viene ritrovato il cadavere mummificato di una prostituta. Cinquantasette anni prima, nella stessa villa, era stato assassinato Gaetano Burrano, uomo danaroso, di bell’aspetto, sciupafemmine inconsolabile. I due si conoscevano? Le loro morti sono collegate? A indagare è la Vicequestora Giovanna “Vanina” Guarrasi, trantanovenne palermitana dal curriculum sfavillante, figlia di un poliziotto ammazzato dalla mafia. Inizia così Sabbia nera il romanzo della svolta Noir e primo di una serie che ci auguriamo lunghissima, di Cristina Cassar Scalia, medico chirurgo specialista in Oftalmologia e autrice tra le più interessanti del fecondo universo thriller che domina ormai da qualche anno le classifiche dei libri. La misteriosa vicenda della mummia ritrovata costringe Vanina ad aprire un file anche sull’altro delitto e la coinvolge in una complicata opera di archeologia investigativa. Un viaggio a ritroso che trasporterà la giovane poliziotta in un’altra epoca, quella dei suoi amati film in bianco e nero girati nella Sicilia del dopoguerra. Vanina rintraccia e interroga vecchi testimoni, vecchi in ogni senso, ritrova gli spazi, i luoghi, le suppellettili, perfino l’auto sulla quale la vittima aveva viaggiato. Tutto è sorprendentemente rimasto com’era. E’ come se il tempo si fosse fermato a cinquant’anni prima. Sulla scena compare anche un ex commissario che aveva seguito il caso Burrano nella prima inchiesta: Biagio “Lando Buzzanca” Patanè, migliore attore non protagonista di questo romanzo meraviglioso – che desta meraviglia – con il quale Cristina Cassar Scalia ci spalanca le porte di una Sicilia perennemente in bilico tra passato e presente. Vanina che blocca la mano di Patanè sulla portiera della vecchia auto di Burrano perché non indossa il guanto di lattice è l’immagine più significativa di questo bizzarro interludio. Due epoche, due delitti, due poliziotti in una Catania in grande spolvero, sulla quale incombe la “Muntagna” con la sua fitta pioggia di cenere nera, nera come il mistero. Sabbia nera è un Giallo con tutti i crismi del Giallo classico, imperdibile per gli appassionati del genere e non solo. Tutto è ben congegnato: ambientazione, trama, personaggi, e la qualità della scrittura è alta come la tensione alimentata  dal racconto fin dalle sue prime battute. Cos’altro si può aggiungere: l’erede di Camilleri esiste, si chiama Cristina Cassar Scalia.

Angelo Cennamo

Standard

LA MOGLIE PERFETTA – Roberto Costantini

 

La moglie perfetta - Roberto Costantini

Roma. Primi anni Duemila. Due matrimoni. L’italoamericano Victor Bonocore è uno stimato docente universitario. Sua moglie, Nicole Steel, una giovane donna, molto affascinante, succube di lui, della sua arroganza, delle sue manie sessuali soprattutto. Giovanni “Nanni” Annibaldi è uno psicologo specializzato nelle terapie di coppia. Bianca Benigni, un magistrato irreprensibile, vissuta secondo il principio del “dover essere”, innamorata delle debolezze di Nanni, delle sue fragilità. Nanni è un uomo senza libertà e senza coraggio. Bianca ha deciso di essere una donna felice, e ha costruito intorno a sé una vita fintamente perfetta. Il suo matrimonio è ordinato, fin troppo: il lavoro, un figlio da accudire, i fine settimana trascorsi dai suoceri. Tutto scorre secondo un copione necessario, improntato alla durevolezza “l’amore non è i cento metri, è la maratona”. Fin qui La moglie perfetta, quarto libro di Roberto Costantini, si direbbe un romanzo di sentimenti, una storia di fedeltà o infedeltà coniugale, quasi un trattato sulla incomunicabilità – e lo è – ma tra le vicende delle due coppie in crisi l’autore ha sviluppato una delle sue migliori trame gialle: l’omicidio di una ragazza stuprata all’uscita di una discoteca di Ostia. Ad indagare è come sempre Michele Balistreri, commissario di polizia con dei trascorsi in Libia, ex sciupafemmine, negli anni Settanta affiliato a Ordine Nuovo, oggi uomo solitario e senza famiglia. Balistreri non è uno stinco di santo, è un personaggio borderline poco simpatico, dallo stile rozzo e pragmatico: si convince che qualcuno sia il colpevole e fa di tutto per incastrarlo, fanculo il garantismo, fanculo le regole. Le storie delle due coppie nel frattempo si intrecciano pericolosamente: Nicole chiede a Nanni di “curare” il suo matrimonio, mentre la sorella di lei, una Lolita sfacciata e disinibita, prova a sedurlo. Un secondo delitto, che si scoprirà essere collegato al primo, finirà per complicare anche il matrimonio di Nanni, smascherarne le finzioni e stravolgere quel clima ordinato che Bianca aveva costruito intorno alla sua famiglia. Tutto allora precipita e nessuno dei protagonisti troverà scampo. La moglie perfetta è un romanzo polifonico – raccontato con più voci – ricco di spunti e di argomenti: l’amore, l’odio, il sesso, il malaffare, il senso della famiglia; con un impianto narrativo complesso ma solidissimo. La scrittura di Costantini è fluida, perfino migliorata rispetto agli esordi. Un giallo come Dio comanda.

Angelo Cennamo

Standard

IO LA TROVERO’ – Romano De Marco

Io la troverò - Romano De Marco

Dieci anni fa Marco Tanzi era un superpoliziotto stimato, riverito. Oggi ha perso tutto: il lavoro, la casa, gli affetti più cari, il collega e amico fraterno Luca Betti, finito come gli altri in un vortice di tradimenti e di soprusi innescato dall’alcol e dalla droga e da sette anni di carcere scontati per una brutta faccenda collegata a una vendetta personale. Ma quando Luca si mette sulle sue tracce per comunicargli la scomparsa della figlia, Marco deve decidere se affondare per sempre o rinascere. Comincia così Io la troverò di Romano De Marco, voce tra le più autorevoli del thriller italiano, autore di altri romanzi di successo come Città di polvere, Ferro e fuoco, L’uomo di casa, Nero a Milano. La ricerca di Giulia è il tema centrale di questa storia, cruda, nerissima, ambientata in una Milano insolita e spietata, intorno al quale però ruotano altre trame legate ai rapporti familiari dei due protagonisti: i rispettivi matrimoni, i tradimenti reciproci, il rapporto con le figlie. Ma è soprattutto la rimozione del passato e la capacità di perdonare a tenere banco nel corso della narrazione, che De Marco ha impostato a più voci, alternate, con un ritmo serrato e una serie di colpi di scena che tengono alta la tensione dall’inizio alla fine del libro. Marco è un personaggio poco simpatico, anzi non lo è affatto: è un uomo violento, insensibile, capace delle peggiori nefandezze, destinato alla perdizione se il rapimento di sua figlia Giulia non lo avesse scosso, risollevato da quello stato di abbandono nel quale è crollato dopo il licenziamento e la galera. Di tutt’altra pasta è Luca, uomo buono fino all’eccesso, un eccesso che può arrivare perfino ad irritare i lettori: dopo tutto quello che ha fatto Marco alla sua vita, cosa spinge Luca a voler aiutare l’ex collega al punto di rischiare la sua stessa fine? L’indagine parallela e fuorilegge dei due è una corsa contro il tempo. De Marco è bravo nei dialoghi, nel creare un clima di suggestioni potenti, e nel disegnare personaggi credibili, perfettamente calati nella quotidianità. Io la troverò non è solo un poliziesco, ma un libro che indaga ad ampio spettro sui sentimenti umani. La prosa di De Marco è asciutta, precisa, plasmata sul linguaggio reale della strada. Dieci e lode.

Angelo Cennamo

Standard

UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE – Piera Carlomagno

Una favolosa estate di morte - Piera Carlomagno

Nella terra di mezzo tra Matera e Potenza, in una notte d’estate, vengono ritrovati i cadaveri di due amanti. Sante Bruno è un architetto ammanigliato con i politici locali. Floriana Montemurro, la sua giovane e bellissima amante, figlia di un notaio molto in vista. Ad indagare sul duplice omicidio sono Loris Ferrara, magistrato di origini napoletane con un matrimonio in crisi, e Viola Guarino, una anatomopatologa motociclista, con brillanti studi all’estero e dotata di un intuito speciale: la chiamano “la strega”. Il nuovo romanzo di Piera Carlomagno – scrittrice salernitana capace come pochi di affrancarsi dai cliché della letteratura di genere offrendo ai lettori trame sempre originali ed intriganti – è una storia essenzialmente di luoghi: è il paesaggio ad imporsi su tutto il resto. Una storia che doveva essere raccontata lì, tra i calanchi di Pisticci, perché non avrebbe avuto senso ambientarla altrove; tutta giocata sul contrasto e sulla contaminazione tra vecchio e nuovo: la Matera dalle tradizioni millenarie, con i suoi sassi scavati dal vento e da secoli di piogge; la città nuova, quella del boom turistico, del cinema e della televisione, la capitale della cultura europea. Il contrasto tra antico e moderno è perfettamente incarnato da due figure di spicco del romanzo: Viola Guarino, il volto della città moderna, dinamica e istruita, e quella di sua nonna, Donna Menghina, espressione della civiltà contadina, della saggezza popolare, ma anche di una certa mentalità bigotta della provincia del profondo Sud. E’ un binario, quello del contrasto, che si insinua in ogni cosa, in ogni dettaglio, perfino nelle indagini sul delitto, guidate dalla scienza sì, ma anche dal chiacchiericcio, dal pettegolezzo, talvolta dall’omertà. Il rapporto professionale tra Loris Ferrara e Viola è un’altra traccia del libro. Tra i due nasce un’amicizia borderline, fatta di tentazioni e di rinunce. Viola è attratta dal tenebroso Sostituto napoletano ma lui sembra non curarsene. Le donne. Sono loro, oltre il suggestivo paesaggio della Lucania, a dominare la scena della narrazione. Le donne vive, quelle scomparse, le assassinate. Floriana è protagonista con la propria assenza, un’assenza ingombrante, avvolta in un mistero fitto. L’avvenente figlia del notaio Montemurro non è soltanto vittima del suo assassino ma anche di un ambiente ostile che non le ha mai perdonato di essere bella, ribelle, di essere libera anche di trasgredire. Tutto il resto è una faccenda di soldi, i tanti soldi che girano intorno alla città capitale: affari, appalti, criminalità, corruzione. Sono questi i mille ingredienti del noir oltre il noir di Piera Carlomagno Una favolosa estate di morte, il giallo dell’estate.       

 Angelo Cennamo

Standard

LA CITTA’ PERFETTA – Angelo Petrella

 

La città perfetta - Angelo Petrella

 

Cerchi un thriller tosto, di quelli made in Usa, e ti ritrovi a leggere un autore che non avevi mai sentito prima – non per colpa sua  – napoletano come te. Chissà quante volte io e Angelo Petrella ci saremo incrociati per strada, a Mergellina o al Vomero, magari allo stadio, ignorandoci a vicenda, prima di ritrovarci amici su Facebook non ricordo come e perché. La città perfetta è un romanzo voluminoso, cinquecento pagine, pubblicato da Petrella nel lontano 2008 – dov’ero quando è uscito? – che ho voluto leggere dopo essere rimasto impressionato da una serie di commenti e di recensioni spulciate qua e là su Ibs e vari social. E’ un thriller con una trama potente e ben strutturata. Un romanzo polifonico, dall’ambientazione metropolitana, personaggi tratteggiati con precisione, credibili, e con storie personali di grande impatto emotivo. Sanguetta è un sedicenne dei Quartieri Spagnoli. Un pusher. Nel carcere di Nisida finirà per diventare informatore dei servizi segreti. Chimicone è poco più grande di lui. Studia al liceo Classico Genovesi, scuola che occupa con altri suoi compagni di sinistra, con i quali fonderà una cellula terroristica. L’Americano è un poliziotto borderline della DIGOS, strafatto di cocaina, sulle tracce dell’assassino di un suo collega. Tre storie parallele che a un certo punto si intrecceranno in un mix esplosivo che coinvolgerà politici, camorristi, docenti senza scrupoli, squallide pedine di una Prima Repubblica ormai ai titoli di coda. La narrazione ricalca il linguaggio dei tre protagonisti, talvolta sgrammaticato, altre volte proceduralpoliziesco, con intermezzi – dispacci, intercettazioni telefoniche – che evocano la trilogia americana di Ellroy. Petrella sa scrivere e conosce ciò di cui scrive. E’ magnificamente calato nel contesto della sua città, della quale sa raccontare umori, colori, sentimenti. E’ ironico – dote necessaria a un autore noir per alleggerire i toni cupi, spezzare il mood e arricchire la narrazione. E riesce ad essere se stesso, quindi originale, pur strizzando l’occhio ai maestri d’oltreoceano. Romanzo perfetto.

Angelo Cennamo

Standard

TRA LORO – Richard Ford

tra-loro-di-richard-ford-640x450

Questa storia ha inizio negli anni Venti dello scorso secolo, nel profondo Sud degli Stati Uniti. Una giovane coppia viaggia tra il Mississippi e l’Arkansas su una Ford scassata, a due porte. Lui è un rappresentante di detersivi. Lei è sua moglie “Non si annoiavano, sentivano di avere poco per cui voltarsi indietro, e non lo facevano“. Parker Ford e Edna Akin sono ragazzi semplici, poco scolarizzati, allevati secondo i sani principi della provincia, votati e forgiati al sacrificio. Gente comune. Non sanno – come potrebbero – che di lì a poco concepiranno un figlio, l’unico, e che quel figlio, da bambino scalmanato e svogliato negli studi, da adulto diventerà uno dei maggiori scrittori americani della seconda metà del Novecento. Tra loro è un memoir brevissimo ma denso di aneddoti e riflessioni, sulla vita e la morte. Un libro sull’essere figli che non hanno figli. Sull’essere figli adulti di un padre morto troppo presto “Non riesco a ricordare il suono della sua voce, anche se lo desidero ardentemente”. Il titolo suggerisce che lui, il figlio, nascendo, si è intromesso tra le singole unità che formano la coppia, affiatata, innamorata. Due memoriali scritti a distanza di trent’anni l’uno dall’altro. Nel primo, Ford racconta la storia di suo padre, gli inizi in un negozio di frutta e verdura, il licenziamento, la nuova professione di commesso viaggiatore che lo ha portato in giro per sei Stati americani del Sud in compagnia della moglie. Poi da solo, lontano dalla famiglia cinque giorni la settimana. L’infarto. Un secondo infarto. La morte un sabato mattina, con il giovane Richard che prova a praticargli la respirazione bocca a bocca sul letto.

Edna, la madre. Con lei Richard ha un rapporto di complicità. I due stabiliscono un patto di reciproca assistenza. Sono soci. Richard va all’università nel Michigan, lei conosce un tizio sposato, la sua unica distrazione. Nessuna illusione, nessuna gioia “Richard, io non andrò mai in estasi. Non è nella mia natura. Concentrati sulla tua vita. Lascia in pace la mia. Saprò badare a me stessa”. Mamma, ti stai godendo la vita? Gli aveva chiesto lui tra un viaggio e l’altro. Quanto è grande l’America. Tra Loro è un libro sulle distanze: da due vite perdute, da una famiglia ridotta all’osso, dai ricordi che non ci abbandonano. Un libro che commuove, un grande libro.

Angelo Cennamo

Standard

PER TUTTO L’ORO DEL MONDO – Massimo Carlotto

 

Per tutto l'oro del mondo - Massimo Carlotto

 

Una rapina in una villa del Nordest finisce male: un duplice omicidio. Caso irrisolto. Chi ci abitava non era uno stinco di santo, custodiva merce rubata da altri e riciclava denaro sporco. A indagare ora è Marco Buratti, l’Alligatore dal cuore fuorilegge, l’ex cantante di blues, l’uomo solitario che beve calvados e infrange i cuori di vecchie puttane o, come in questo caso, di infermiere che la notte si trasformano in cantanti di jazz per qualche brivido di gloria e per distrarsi dalla routine familiare. “Puoi togliere l’alcol dal blues ma non il blues dall’alcol” – frasi del genere valgono il prezzo del libro. Parole che ritroveremo anche in un altro romanzo della fortunata serie. Buratti è un uomo perso al comando. Intorno a lui ci sono i compagni di sempre: Max la Memoria e Beniamino Rossini, personaggio romantico che evoca la mala di altri tempi, il ladro gentiluomo tutto sesso e mitra. Dov’è la felicità, Buratti? In Per tutto l’oro del mondo è nel gesto di umanità riservato ad un bambino rimasto senza madre. Sergio, dodici anni, il figlio della governante assassinata nel corso della rapina, è lui il cliente per il quale la banda dell’Alligatore si è messa all’opera. 20 centesimi di euro il prezzo dell’ingaggio. Buratti sale sulla sua Škoda Felicia e dalle casse che aveva fatto montare da poco ascolta “It Hurt So Bad” dalla voce di Susan Tedeschi. Comincia più o meno così questo magnifico romanzo di Massimo Carlotto, maestro di noir e poeta metropolitano. E il blues? Quello c’è sempre.

Angelo Cennamo

Standard

IL VELO NERO – Rick Moody

IL VELO NERO - Rick Moody

Comincio dalla fine. Se non vi è ancora capitato di leggere i libri di Rick Moody, fatelo, e partite da questo. Per anni abbiamo importato poca narrativa dagli Stati Uniti – Americana di Don DeLillo, tanto per citare un esempio, arrivò in Italia con trent’anni di ritardo e solo grazie a un piccolo editore napoletano: Tullio Pironti. Per tradurre in italiano Infinite Jest, Sandro Veronesi mise su una casa editrice a proprie spese. Oggi siamo sommersi di romanzi americani di ogni genere. Non sono tutti dei capolavori, e orientarsi in questo mare magnum di titoli e recensioni accattivanti, in molti casi si tratta di veri e propri spot pubblicitari, non è semplice. Americana di Luca Briasco è un manuale dettagliato, istruttivo, illuminante, che vi potrà tornare utile almeno per una prima selezione di autori, alla quale però è sfuggita, chissà perché, Rick Moody, tornato di recente nelle librerie italiane con La nave di Teseo.

Il velo nero è un memoir che si legge come un romanzo. Racconta la storia di un ragazzo annichilito dall’alcol, dalla droga, e dalla depressione. Questo ragazzo è Rick Moody “Io stesso sono l’argomento di questo libro”. Un libro scritto come la sua vita “a ritmo di spasmi, in un modo più vicino all’epilessia che alla narrazione”. Moody si mette a nudo, dà in pasto al lettore la propria intimità, senza filtri, senza pudore forse. Leggendo mi sono venuti in mente altri due romanzi che seguono lo stesso tracciato e che ho amato molto: Il male oscuro di Giuseppe Berto e Il re pallido di David Foster Wallace, scrittore al quale Moody è vicino per stile – massimalismo argomentativo – e intensità. Come Berto e Wallace, Moody elabora il dolore e lo trasforma in letteratura, alta letteratura. La sua storia personale si intreccia con quella di un antenato, che scopriamo essere stato il protagonista di un racconto di Nathaniel Hawthorne intitolato “Il velo nero del pastore”. Dopo aver ucciso involontariamente un amico, il trisavolo di Moody se ne andò in giro per il resto della sua vita con il viso coperto da un velo che non tolse neppure in punto di morte. Il velo della vergogna diventa nel memoir del giovane Rick il manto triste dell’autodistruzione, il buio nel quale lo scrittore newyorchese viene risucchiato con forza. Cos’è questa dannata malinconia? Si chiede Moody nel lungo flusso di incoscienza, audace, sincero e denso di umanità che forma il libro “La malinconia non si riferisce a nulla. La malinconia ha uno stile o un modo ma nessun oggetto. La malinconia è un modo di pensare, un modo di pensare al pensiero, e ha bisogno di consumare la propria vittima“. Sono pagine strazianti, crude, poetiche, quelle che raccontano il ricovero nell’ospedale psichiatrico, ultima tappa di un girone dantesco senza fine  “Cosa avevo imparato? Avevo imparato che il mio passato non esisteva se non nelle interpretazioni del passato“. Se coltivate l’ambizione di scrivere, leggete Rick Moody e vedrete che vi passerà presto.

Angelo Cennamo

Standard

MARS ROOM – Rachel Kushner

Mars Room - Rachel Kushner

Nessuno vive nel futuro. Il presente, il presente, il presente. Questo continua a essere la vita

Romy Leslie Hall, 29 anni e due ergastoli da scontare nel penitenziario di Stanville, California. Romy si esibiva al “Mars Room”, un locale notturno di San Francisco frequentato da reietti come Kurt Kennedy, reduce dal Vietnam, disabile, l’uomo che continuava a perseguitarla, sempre, ovunque. Kurt è la vittima e il carnefice di questa storia di ossessioni e di bellezze sfregiate dalla miseria e dalle droghe. Vite sprecate, lacerate, distrutte da un destino infame, già scritto. Il romanzo si apre con un cellulare della polizia che di notte, lontano dalla curiosità e dagli occhi indiscreti della gente, trasferisce un gruppo di detenute nella prigione di Stanville. Qui Romy dovrà reinventare, rimodulare quel che resta della propria esistenza, adattarla ai nuovi ritmi, le nuove compagnie “Amici non ce ne sono. I sentimenti degli altri non ti riguardano”, ai nuovi spazi. Non è mai stata una ragazza libera, Romy. Non lo era neppure al “Mars Room”. Prigioniera fuori e dentro. Prigioniera della sua bellezza molestata, barattata, della sua rabbia, la sua indignazione. Al “Mars Room” le insegnavano a spillare soldi agli uomini “Gli uomini sono portafogli che camminano”. Romy non è innocente, non cerca riscatti. Un professore del carcere, Gordon, altro protagonista del romanzo – anche lui vittima come tutti gli altri personaggi di questo girone dantesco che è Stanville – finirà per invaghirsi di lei. Le procurerà libri come Il buio oltre la siepe – che fantasia, Gordon. Le storie delle altre detenute, a cominciare da Conan, donna dall’identità sessuale borderline, fanno da corollario alla vicenda di Romy, raccontata su diversi piani temporali – dentro e fuori dal carcere. I fidanzati, i molestatori, la madre morta in un incidente d’auto, il figlio Jackson, sua ultima risorsa. L’ultimo grumo di vita in cui riporre una speranza, l’ultimo contatto col mondo esterno. Che ne sarà di lui? “Gli ho dato la vita. E’ dare molto. E’ il contrario di niente. E il contrario di niente non è qualcosa. E’ tutto”. Mars Room è un romanzo che ti resta addosso. Rachel Kushner ha scritto una storia violenta, dannatamente vera, commovente. Le ultime pagine del libro sono tra le cose migliori che ho letto da qualche anno a questa parte. In Romy Hall ho rivisto la Romana di Moravia, la bellezza mortificata dalla lussuria e dalla bestialità di certi uomini. E’ un romanzo sull’ossessione e sul significato della libertà, claustrofobico, dalle atmosfere cupe, viscerale, profondamente umano e straziante. Una prova d’autore ampiamente superata dalla Kushner, autrice di altri bei libri come Telex da Cuba e I lanciafiamme. E’ lei l’erede di DeLillo.

Angelo Cennamo

Standard

TEMPESTA DI GHIACCIO – Rick Moody

Tempesta di ghiaccio - Rich Moody

Dicembre 1973, un’ondata di gelo blocca gli Stati Uniti. Intere città rimangono isolate nel ghiaccio. Tutto si ferma. In una piccola località del Connecticut, New Canaan, due famiglie di amici – gli Hood e i Williams – cedono alla routine della vita matrimoniale spingendosi in un gioco erotico pericoloso che non lascerà loro scampo. I figli, adolescenti irrequieti e annoiati, storditi dalle droghe e dalla compulsività televisiva, sono scossi dai primi turbamenti del sesso. Benjamin Hood ha una relazione apparentemente segreta con Janey Williams “Forse scopava per protestare contro l’idea di famiglia, per sfuggirne le costrizioni”. Benjamin è amico di Jim Williams, il marito della sua amante. Jim Williams. Un brav’uomo “Lui e sua moglie erano molto affiatati, davvero. Per esempio, nell’evitare ogni contatto intimo”. Fuori, il gelo ferma il tempo. Dentro, la tempesta emotiva che disgrega i due nuclei familiari – la sera della tormenta trascinati in un perverso scambio di coppia organizzato in una villa vicina – travolgerà ogni cosa, e costringerà tutti i protagonisti, ragazzi e adulti, ad un redde rationem dolorosissimo. Rick Moody ha scritto una storia di lussuria – siamo in piena rivoluzione sessuale – e di incomunicabilità, una storia ferocissima nella quale però non mancano momenti di leggerezza e di comicità, con un finale thriller.

Tempesta di ghiaccio è uscito negli Usa nel 1994 – le turbolenze familiari di Franzen arriveranno almeno sette anni dopo – ed è il secondo romanzo di Moody, forse il più riuscito. In Italia lo ha riportato in libreria La nave di Teseo, lo stesso editore che ha pubblicato due dei premi Pulitzer degli ultimi anni: Less di Andrew Sean Greer e The overstory di Richard Powers. Adoro Rick Moody; trovo che sia tra i migliori scrittori della sua generazione, quella di Eugenides, Chabon, Egan, Everett, anche se qui da noi è meno conosciuto degli autori che ho citato (non chiedetemi perché, non so rispondervi).

Per la scrittura massimalistica, così virtuosa e ricca di lemmi e di sfumature, per la struttura camaleontica delle sue trame – è capace di cambiare più registri anche nella stessa frase – soprattutto per la propensione a scavare nel dolore con un tono quasi beffardo oltre che poetico e malinconico, Moody ricorda molto David Foster Wallace. Forse lo adoro anche per questo. Cos’altro posso aggiungere: leggete tutto di lui, magari partendo proprio da questo libro.

Angelo Cennamo

Standard