IL DELITTO HA LE GAMBE CORTE – Christian Frascella

 

Il delitto ha le gambe corte - Christian Frascella

 

Io e Christian Frascella spesso ci incrociamo sui social per discutere di libri, quelli degli altri, o per cazzeggiare, commentare notizie, insomma quello che più o meno fanno tutti su twitter. La scorsa settimana ero entrato alla Feltrinelli per comprare il nuovo romanzo di Don Winslow, il celebratissimo Il confine – terzo ed ultimo, si spera, capitolo della cosiddetta trilogia del narcotraffico – e ne sono uscito con Il delitto ha le gambe corte di Frascella, secondo capitolo della cosiddetta serie di Contrera. Non starò qui a tediarvi sulle ragioni di questo cambio in corsa, vi dirò piuttosto che il libro di Christian l’ho divorato in poco più di ventiquattro ore, ridendo come poche volte mi era capitato di fare da diverso tempo. Per chi non conoscesse il personaggio, Contrera è un ex poliziotto torinese cacciato per una storia di droga, e che oggi si guadagna da vivere facendo l’investigatore privato. Privato di tutto, perfino di un ufficio: i clienti li riceve in una lavanderia a gettoni di un amico. Tutto nella vita di Contrera è segnato dal prefisso ex: la moglie, la casa, per certi versi la figlia, ragazza dal carattere difficile e dai capelli strani, direbbe David Foster Wallace. Contrera vive “temporaneamente” da otto anni a casa di Ermanno, il Re di Torino Nord, suo cognato, il direttore di banca che non sa più cosa inventarsi per liberarsi di questo ingombro “momentaneo”. La trovata sarebbe un posto da vigilante nella Mondialpol, stipendio sicuro e pochi rischi. Ma a un segugio anarchico e casinista come Contrera non puoi offrirgli un impiego di otto ore da finto poliziotto. Ora, per esempio, è alle prese con tre casi complicatissimi: una ragazza italoamericana scomparsa dopo aver investito il suo pusher; un ristoratore cinese scappato di casa per non pagare gli alimenti; soprattutto uno stalker che minaccia la sua ex moglie, sua di Contrera, figlia compresa, costringendo il nostro investigatore ad un tragicomico ritorno in famiglia. E’ questa la parte più interessante e coinvolgente del libro.

Frascella sa scrivere, ha i ritmi giusti, diverte e fa pensare, intenerisce, a tratti commuove, e un passaguai come Contrera, a metà strada tra Hap e Leonard di Joe Lansdale e il Gorilla di Sandrone Dazieri, non si può non amarlo. Winslow può attendere.

Angelo Cennamo

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IL TERMINE DELLA NOTTE – John D. MacDonald

 

IL TERMINE DELLA NOTTE - John MacDonald

Che John MacDonald sia uno degli scrittori più amati da Stephen King lo si capisce leggendo l’incipit de Il termine della notte – romanzo del 1960, in Italia pubblicato da Mattioli 1885 con la traduzione e l’introduzione di Nicola Manuppelli – in un penitenziario, dei secondini provano a far funzionare la sedia elettrica usando un pupazzo. La stessa scena, quasi identica, King l’ha riscritta in uno dei suoi libri più celebri: Il miglio verde. MacDonald non si perde in chiacchiere, racconta storie dolorose e lo fa con poche parole, misurate, laceranti, potenti come macigni. Il ritmo è cinematografico e le immagini scorrono sulle pagine deliziando i lettori. Il termine della notte è un libro polifonico che racconta a ritroso la parabola di un “branco di lupi”, tre uomini e una donna – Nanette Koslov, Kirby Stassen, Robert Hernandez e Sander Golden – condannati e giustiziati lo stesso giorno per una serie di reati: furti, rapimenti, stupri e omicidi. Le voci narranti sono quelle di un secondino, dell’avvocato dei quattro, e di uno dei condannati a morte. “Sono il genere di persone che rendono complicato il mestiere della polizia…agiscono senza alcun criterio logico o ragione o piano”. Tra i protagonisti si staglia la figura di Kirby, giovane studente che abbandona l’università pochi mesi prima della laurea per avventurarsi a New York.  Kirby è un personaggio inquietante e riuscitissimo. La sua trasformazione da ragazzo perbene a criminale spaventa e dà forza, incisività alla trama. Come il Meursault di Camus, Kirby oltrepassa la linea sottile che separa il bene dal male e diventa assassino per caso “Furto d’auto, stupro, rapimento, omicidio. Erano parole enormi. Non riuscivo a renderle reali nella mia testa. Erano cose che pensavo facessero altre persone, non io”. Sei anni prima di A sangue freddo di Truman Capote, MacDonald ci regala una storia implacabile, senza speranza né redenzione. Pagine indimenticabili come quelle di Cape fear, forse il romanzo più conosciuto di quest’autore che ha segnato la storia del crime e indicato una direzione a tanti suoi colleghi.

Angelo Cennamo

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IL LADRO DI MERENDINE – Andrea Camilleri

 

 

IL LADRO DI MERENDINE - Andrea Camilleri

 

Terzo capitolo della serie di Montalbano dopo La forma dell’acqua e Il Cane di terracotta. Due morti violente, forse collegate: quella di un commerciante accoltellato dentro un ascensore e quella di un tunisino ucciso su un motopeschereccio di Mazara del Vallo. E poi una fìmmina seducente, molto seducente, e un simpatico ladruncolo di merendine tra le pieghe di questa storia semplice, con il solito cast di protagonisti: i buoni, i cattivi, gli stupidi, i furbi, i ricatattatori – Camilleri diceva di sé di essere un artigiano della parola, più che uno scrittore un raccontastorie, senza fronzoli o sofisticazioni da accademia. Le trame dei suoi libri sono essenziali, apparentemente disadorne, ma dal sapore e vigore antico. La sua opera è il compendio di una stratificazione spessa, gloriosa, che affonda le radici nel teatro greco, nella narrativa di Verga, Brancati, Pirandello, Bufalino, Sciascia.

L’altra sera, alla Feltrinelli di Salerno, io, Massimiliano Amato, Marcello Ravveduto e gli altri amici del “Porto delle nebbie” abbiamo ricordato il maestro di “Vigàta”, la sua testimonianza civile e politica; il suo genio letterario, l’ironia, l’empatia con milioni di lettori sparsi per il mondo; la sua lingua, sua e di nessun altro. Un mondo favoloso fatto di parole, immagini, umori, sapori. Nei vent’anni o poco più di onesta professione di romanziere, Nenè non si è fatto mancare nulla: devoti appassionati, curiosi dell’ultim’ora, detrattori. Di Camilleri si parlerà a lungo, leggere i suoi libri ci rende migliori.

Angelo Cennamo

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LESS – Andrew Sean Greer

Less - Andrew Sean Greer

Di Andrew Sean Greer – scrittore americano più o meno della generazione di Franzen, Chabon, Egan, Strout, ma abbastanza sconosciuto rispetto a questi suoi colleghi, sia in patria che in Italia, dove tra l’altro è di casa – avevamo apprezzato il romanticismo e l’intensità di romanzi quali La storia di un matrimonio e Le confessioni di Max Tivoli. Con Less, Greer svolta nella commedia. Come Arthur Less, il protagonista del romanzo, Greer è, o forse si sente, un autore minore “troppo vecchio per essere giovane e troppo giovane per venire riscoperto”. Il mood è ironico. Greer si diverte a prendere in giro il suo alter ego; lo fa con intelligenza, simpatia, tenerezza, spiazzando i lettori con una storia frizzante, vorticosa, venata di malinconia – Greer resta un sentimentale. Nella finzione, Less è stato invitato al matrimonio del suo ex fidanzato Freddy. Non se ne parla. Ma anche rifiutare l’invito potrebbe suonare strano. Gli occorrerebbe allora una buona scusa per dileguarsi, per scappare lontano. I festival letterari non li hanno inventati anche per questo? Per farti ospitare e dimenticare che non sai più scrivere? Less coglie la palla al balzo e si mette in viaggio, anzi Less si mette in fuga: da Freddy, da se stesso e da un mestiere che forse non fa per lui. Il giro del mondo di Arthur Less, da New York a Torino, da Parigi a Tokyo, da Berlino all’India, è il romanzo di Greer. Fresco, veloce. In Italia un libro come Less non vincerebbe mai il premio Strega. Penso ad esempio alle commedie di Diego De Silva, genere di narrazione che più si avvicina a quello di questo romanzo. Gli americani hanno più coraggio e meno pregiudizi di noi? Direi di sì. La leggerezza richiede talento. Less è un bel romanzo. Tanto bello da meritarsi il Pulitzer.

Angelo Cennamo

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L’UOMO AUTENTICO – Don Robertson

L'UOMO AUTENTICO - DON ROBERTSON

Ricordate la storia di John Williams, l’autore di Stoner, romanzo uscito nel 1965 e rimasto pressoché sconosciuto per cinquant’anni, fino cioè a una sua casuale ripubblicazione in Europa che lo fece diventare un clamoroso caso letterario? Bene. La storia di John Williams somiglia molto a quella di Don Robertson, romanziere nativo di Cleveland, nell’Ohio, che Stephen King definisce come uno dei più grandi scrittori meno conosciuti degli Stati Uniti. Lo scrive nell’accorata introduzione a L’uomo autentico, romanzo del 1987 che King ha voluto riportare all’attenzione dei lettori americani, in Italia edito dalla Nutrimenti con la traduzione di Nicola Manuppelli. L’uomo autentico è Herman Marshall, settantaquattro anni, una vita trascorsa a guidare camion, una moglie – Edna – malata terminale di cancro, e un figlio – Billy – morto all’età di diciassette anni per una meningite spinale. Negli ultimi giorni di vita, Edna confida a Herman che il padre biologico di Billy è un altro uomo; la sua identità rimarrà incerta per buona parte del racconto. Un tarlo, un pensiero che non si cancella nella mente del protagonista. È una vita difficile quella di Herman: tanto lavoro, la dura esperienza della guerra, il dolore per la scomparsa prematura di Billy. Nel bene e nel male, lui e Edna l’hanno vissuta sempre insieme “Le aveva tolto la verginità in un terreno abbandonato dietro un cinema di Shreveport nel 1934″. Una vita densa di ricordi, soprattutto, ogni tanto Herman sale in soffitta e ne prende uno per portarlo alla moglie; è un gioco, un rituale per esorcizzare la paura, per non cedere al pensiero della morte “Pensò ai cimiteri. Pensò a tutte le persone che erano sepolte nei cimiteri. Si chiese a cosa succedeva a tutte le loro risate, a tutte le loro ambizioni, a tutti i loro traguardi”. Raccontata così, questa storia vi sembrerà una noiosa sequela di vicende dolorose; di sicuro lo sarebbe se a scriverla non fosse stato quel genio di Robertson, autore capace di farci sbellicare di risate anche nei momenti di maggiore tristezza, per poi cambiare improvvisamente registro usando parole commoventi, poetiche: le pagine da 155 a 163 del libro sono tra le migliori che mi sia mai capitato di leggere negli ultimi anni. La relazione nella quale Herman si lascia coinvolgere da Jobeth, la ninfomane ottantenne che non rinuncia a sedurre il vicino di casa neppure nelle ore del funerale di sua moglie, è malinconica ed esilarante al tempo stesso; nulla a che vedere con Le nostre anime di notte di Kent Haruf, certo, ma la traccia non è poi così diversa. Con la morte di Edna si chiude un ciclo. Herman dà segni di intemperanza. L’uomo buono, onesto, comprensivo, rimugina sul suo passato, rielabora, riconsidera. La frustrazione si trasforma in rabbia, la rabbia in paranoia, la paranoia diventa follia. Siamo al diciottesimo capitolo. Inizia qui un altro romanzo. Inizia il thriller. Preparatevi a un finale incandescente, cruento, un finale imprevedibile “Non avrete mai letto nulla come questo romanzo. Mai. Mai.

 Angelo Cennamo

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CACCIA A EMY – Federica Fantozzi

 

CACCIA A EMY - Federica Fantozzi

 

Di Federica Fantozzi molti di voi avranno letto Il Logista e Il Meticcio, gli ultimi due romanzi seriali che hanno come protagonista Amalia Pinter, la cronista d’assalto all’occorrenza poliziotta che indaga su delitti e traffici illeciti tra Roma e resto del mondo. Sono storie avvincenti e ben scritte che attraverso la trama criminale offrono al lettore uno spaccato ad ampio spettro e credibile della società contemporanea, italiana e non solo. Romanzi sociali e d’avventura più che classici noir. Per gentile concessione dell’autrice – ho ritrovato Federica in una mia recente trasferta romana; come promesso, Federica ha portato con sé i suoi primi due libri – ho letto Caccia a Emy, romanzo uscito nel 2000, quasi vent’anni prima che Federica si dedicasse alla fortunata serie di Amalia Pinter, e ne sono rimasto folgorato. Intanto per la qualità della scrittura, che già al debutto mi è parsa matura come quella di una romanziera veterana. Poi per l’atmosfera, nordica e “cetacea”, a metà strada tra Melville e Vollmann, autori che amo sia pure per ragioni diverse. Oltre a questo, ho ricevuto una conferma rispetto ad una precedente intuizione: Federica è – lo era già vent’anni prima – una scrittrice cosmopolita, non legata cioè a una matrice o radice territoriale, le sua è letteratura italiana ma solo per motivi anagrafici.

Caccia a Emy è un giallo ambientalista. Mi ha ricordato un po’ Strong Motion di Jonathan Franzen, il romanzo che il golden boy della narrativa americana scrisse prima de Le Correzioni, nel 1992. Franzen racconta una vicenda di strani terremoti generati dal pompaggio di rifiuti tossici nel sottosuolo. Nel libro di Federica Fantozzi il sottosuolo è il fondale marino del Circolo Polare Artico. Nelle acque gelide del mare di Norvegia una misteriosa baleniera sperona la Misty Rider, ammiraglia della Earth Pride, un’organizzazione ambientalista che somiglia molto a Green Peace. Sulle conseguenze di quella violenta battaglia navale indaga una tenace avvocata newyorchese, Maddie Cornwell, l’embrione di un personaggio che vent’anni più tardi avrebbe preso le sembianze di Amalia Pinter. Maddie è giovane ma ha un curriculum di tutto rispetto: si è laureata ad Harvard e lavora in un grosso studio legale della sua città. Per Maddie, quella di Oslo non è soltanto una delicata tappa professionale ma anche il provvido rifugio da una vita noiosa e poco stimolante, nonostante il denaro e le fulgide prospettive di carriera lasciate in patria. Maddie ci appare come una donna in fuga, da se stessa e da un amore ormai logoro. L’aria della Norvegia le farà bene? Il caso che l’attende non è di facile soluzione, anzi. Cosa e chi si nasconde dietro quella nave pirata? A “smuovere le acque” con Maddie ci sarà Courtney, un’attivista australiana, anche lei in fuga, alla ricerca di una nuova dimensione. Tra le due nascerà un’amicizia forte, borderline, un’intesa che si spingerà oltre l’indagine. Ormai è evidente: la vita di Maddie sta andando incontro a una catarsi. La storia intanto scorre fluida tra fiordi norvegesi e misteriose macchinazioni, è una sporca faccenda, si rischia l’incidente diplomatico, ma non si può tornare indietro. In tutto questo non vi ho ancora detto chi è Emy e cosa ruota intorno alla sua caccia. Emy è una balena di Brill, un esemplare pregiatissimo perché possiede una gamma di suoni più vasta di quella delle altre specie. E’ il linguaggio delle balene la traccia da seguire, il bene prezioso al centro di un progetto denominato Sirena che potrebbe aprire le porte a una scoperta rivoluzionaria. Leggere di Courtney che, tra scienza e fiaba, dialoga con Emy, è come nuotare nella poesia. Pagine dense di bellezza e di suggestioni nelle quali ho ritrovato i “sussurri” naturalistici di Richard Powers e la salsedine de Il vecchio e il mare di Hemingway. Dei tre libri che ho letto di Federica Fantozzi, questo è quello che mi ha impressionato di più. Potente, avventuroso, romantico, di ampio respiro. Cara Federica, questo romanzo andrebbe rimesso in circolo. Pensaci. Dieci e lode.

Angelo Cennamo

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TEXAS BLUES – Attica Locke

 

 

Texas Blues - Attica Locke

 

Lark è un paesino di duecento anime tagliato in due dalla Highway 59, una riga che attraversa il cuore del Texas orientale, e intorno alla quale si dipana la grande matassa di questa storia nera, lenta e vibrante come le note di un blues. Nelle acque di un fiume vengono ripescati due cadaveri in meno di una settimana: un avvocato di colore di Chicago e una giovane donna bianca del posto. Sembra un caso già risolto, ma per Darren Mathews le cose sono andate diversamente da quello che appare. Darren è un Texas Ranger di colore, un avvocato mancato che a Lark ritrova le proprie origini. Lo hanno sospeso per una vecchia indagine finita male, oggi non ha più la sua stella, ma non si rassegna. E’ lui il protagonista di questo bel romanzo di Attica Locke – nome dalla onomatopea perfetta, aderente al mood di questo genere di narrazioni. In qualche modo Darren viene autorizzato a seguire il caso, del resto è un Ranger esperto e dotato di grande intuito. Nella storia Darren si sdoppia e si ricompone, l’uomo e il poliziotto viaggiano assieme: l’indagine sui delitti, il bourbon facile, il matrimonio in crisi, lo zio Ranger che gli ha fatto da chioccia, l’incontro con Reddie, la vedova dell’avvocato di colore assassinato. Darren e Reddie indagano con una complicità ambigua, i loro vissuti quasi si sovrappongono, tra i due c’è feeling. Sullo sfondo della storia si staglia la caffetteria di Geneva Sweet, altra protagonista del racconto, personaggio ben calibrato dalla penna della Locke. Geneva è la vedova di un cantante di blues morto ammazzato, una donna sofferente, votata al disincanto. Il caso è complicato, molto complicato, e porta nella direzione della Fratellanza, un’organizzazione criminale che spaventa più del KKK. Insomma, di carne al fuoco ce n’è tanta e il mistero fitto tiene alta la tensione fino all’ultima pagina. Texas Blues – vincitore dell’Edgar Award nel 2018 – è una storia d’amore, di razzismo, di rancori mai sopiti. E’ soprattutto un romanzo d’atmosfera, di grande impatto emotivo, crudo e soffocante come il sole del Texas, a metà strada tra Santuario di Faulkner e gli Hap e Leonard di Joe Lansdale. Attica Locke sa costruire mondi e trascinarci dentro. Oltre il thriller c’è di più.

Angelo Cennamo

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LA LOGICA DELLA LAMPARA – Cristina Cassar Scalia

 

 

La logica della lampara - Cristina Cassar Scalia

 

“La pesca con la lampara ha una sua logica precisa. Si accende la luce, non si fa rumore, si sta fermi il più possibile e nel frattempo si armano le reti. Prima o poi anche i pesci più nascosti vengono a galla“.

È l’immagine perfetta che descrive questo nuovo caso, il secondo dopo Sabbia nera, di Vanina Guarrasi, la giovane vicequestora palermitana, “lo sceriffo in salsa sicula”,  al centro delle trame noir di Cristina Cassar Scalia.

Alle quattro del mattino, dalla loro barca, il pediatra Manfredi Monterreale e il giornalista Sante Tammaro avvistano un uomo che trascina una grossa valigia sugli scogli di Aci Trezza. Nelle stesse ore Vanina riceve una telefonata anonima con la quale viene informata dell’assassinio di una ragazza. Di chi si tratta? Soprattutto, dov’è il cadavere della donna? Come nell’episodio precedente, Vanina si lascia aiutare nelle indagini dall’ex commissario Biagio “Lando Buzzanca” Patanè. I due formano ormai una coppia fissa e incarnano le due facce della Sicilia che Cassar Scalia propone ai suoi lettori, una terra cioè eternamente sospesa tra passato e presente, tradizione e modernità. Di dna e whatsapp Patanè non ne sa nulla: Biagio annota tutto sul suo block notes, le sue sono indagini in bianco e nero, come i film che Vanina ama collezionare. La vicenda è complicata più di quanto sembri, e coinvolge le alte sfere della politica e dell’avvocatura catanese. Trama gialla e storie private si intrecciano in una costruzione armonica e gradevole, come dire: oltre il giallo c’è di più. Vanina è una poliziotta, ma è anche una donna, una figlia, talvolta un’amante occasionale. La logica della lampara è un romanzo denso di mistero, di sentimenti, con una connotazione ambientale fortissima. Nella scena iniziale, quella in cui i due amici in barca vedono la valigia abbandonata sugli scogli, la mente va ai Malavoglia di Verga. Tutto il romanzo, dalle atmosfere ai dialoghi tra i protagonisti, riflette immagini, ricordi di altre narrazioni: Sciascia, Brancati, Camilleri. I libri di Cassar Scalia hanno un sapore antico.

Angelo Cennamo

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FIORI SOPRA L’INFERNO – Ilaria Tuti

 

Fiori sopra l'inferno - Ilaria Tuti

“Mi chiamo Teresa Battaglia e vedo oltre i fiori che crescono sul terreno, vedo l’inferno che si spalanca sotto i nostri piedi”

Siamo a Travenì – nella realtà Tarvisio – tra le montagne innevate del Friuli. Teresa Battaglia è un commissario di polizia specializzato in profiling. Sessant’anni, massiccia “con le rughe su un viso che gli occhi maschili non cercavano più”, e con seri problemi di salute, Teresa non ha esattamente il fisico del ruolo del poliziotto da romanzo giallo. E’ una donna scorbutica, insolente, detestabile, ma esperta, molto esperta. Tra le montagne dove presta servizio viene ritrovato il cadavere di un uomo, e poco distante dal luogo del delitto un totem fatto con gli indumenti insanguinati della vittima. Quel totem, pensa Teresa, rappresenta l’assassino. Ad indagare con l’attempato commissario c’è un giovane ispettore, Massimo Marini, gentile, premuroso. Tra i due non corre buon sangue: Teresa provoca, rimprovera, ridicolizza ogni errore dettato dall’inesperienza. Marini non abbocca, anzi si lascia sedurre da quella supponenza, da quello stile burbero, ai limiti della buona educazione. Lo scenario è agghiacciante, spettrale, a metà strada tra la narrativa di Luca D’Andrea e quella di Stephen King….Misery deve morire….Shining. Il caso, anomalo, come il ricercato. La storia si snoda su due piani temporali: il presente è legato a una vicenda accaduta quarant’anni prima in un orfanatrofio oltre il confine italiano. L’infanzia, l’infanzia negata soprattutto, è uno dei temi portanti di questo libro nel quale ogni cosa ruota nel verso giusto e la suspense si taglia col coltello. Ilaria Tuti, scrittrice friulana dalla penna raffinata e pungente come una veterana americana, ha scritto un thriller magnifico e dato vita ad un personaggio originale e seducente. Teresa Battaglia, mi hai convinto. Gran romanzo.

Angelo Cennamo

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DALIA NERA – James Ellroy

Dalia nera - James Ellroy

In ogni romanzo di James Ellroy c’è un capitolo non scritto nel quale una giovane donna viene assassinata. Quella donna è sua madre. Ellroy aveva dieci anni. Dalia nera opera prima della nota quadrilogia di Los Angeles, romanzo uscito nel 1987, di questo schema meta-letterario ne è il paradigma migliore. Ellroy colloca la trama, che è ispirata a un fatto realmente accaduto, nella Los Angeles degli anni Quaranta. Ma potrebbe trattarsi di Chicago o New York – il solo limite di questo libro è l’invisibilità dei luoghi. Non li vediamo. Non li vediamo perché Ellroy non ce li mostra. Poco importa. Dicevo della storia. Una giovane prostituta viene fatta a pezzi. Il suo nome era Elizabeth Ann Short, per tutti “Dalia nera” perché si vestiva solo di nero. Beth sognava il cinema e aveva un debole per gli uomini in divisa, intanto bazzicava squallidi locali notturni, la fogna di Los Angeles. Sul delitto indagano due poliziotti ex glorie della boxe: Dwight Bleichert e Lee Blanchard. Entrambi sono innamorati di Kay Lake, una ragazza che Lee aveva liberato dalle grinfie di un rapinatore molto violento. Kay è il personaggio chiave del romanzo: donna seducente, enigmatica, troia quanto basta. Il suo profilo, la sua visceralità, la fine intelligenza, vengono fuori quasi con prepotenza. Ellroy sa costruire e dare voce ai personaggi femminili, ne Il sangue è randagio ci sono due donne indimenticabili, e in American tabloid la sorellastra di JFK dà una sterzata vincente e di grande intensità, alla storia. Le indagini si rivelano più difficili del previsto, in nessun modo i due investigatori riescono a risalire al colpevole. La vicenda si complica oltremodo quando Lee scompare dalla scena lasciando il solo Dwight a destreggiarsi tra le due donne, la viva ( Kay), la morta (Beth). Le assenze della Dalia nera e di Lee riempiono il romanzo. Los Angeles si vedrà anche poco, ma il clima cruento, l’umanità perduta dei suoi bassifondi sono palpabili. Dalia nera racconta la storia di un’ossessione terribile, funesta “Il nostro sodalizio è stato infatti solo un tassello nel mosaico della Dalia. Che alla fine ci ha risucchiato entrambi”. Dwight finisce in preda a un delirio, la maledizione della Dalia si materializza nei corpi e nelle sembianze di altre donne. Dwight è James Ellroy, la Dalia lo spettro di sua madre. Capolavoro.

Angelo Cennamo

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