Se vuoi fare lo scrittore e ti chiami Jonathan, sei già a buon punto. Ce ne sono troppi nella letteratura, scrive Franzen in Purity. Ma il Jonathan di cui voglio parlarvi non è del Midwest degli Stati Uniti, abita a Rozzano – Rozzangeles – estrema periferia sud di Milano, terra di rapper e non solo. Non ti liberi di Rozzano, scrive lui, lui è Jonathan Bazzi: te la porti dietro. Febbre è il suo libro d’esordio, un memoir per raccontare la scoperta di una malattia subdola, sfiancante, incessante: la sindrome da HIV. Bazzi lo fa con leggerezza e intensità, alternando i dettagli biomedici al romanzo della propria storia familiare. Figlio per sbaglio di due genitori giovani e sprovveduti separatisi poco dopo la sua nascita, chiamato così per il titolo di un programma televisivo di Ambrogio Fogar, Jonathan cresce nel melting pot di una parentela un po’ terrona un po’ lombarda. Milano è lontana, la Terra Promessa dove approdare per scrollarsi di dosso miseria, pregiudizi, iella. La notizia dell’HIV non sembra scuoterlo più di tanto, è quasi un sollievo: le alternative potevano essere peggiori. La scuola, i centri commerciali, il degrado, la toponomastica di Rozzano, i colori ancora vivi di una napoletanità animosa filtrata attraverso la migrazione, l’ospedale, gli amici, il fidanzato Marius, la narrazione di Bazzi è ampia, densa di fatti, dettagli, riflessioni. Bazzi sa scrivere, è perfettamente calato nel suo tempo, è il volto nuovo di un canone – italiano – che non può prescindere da certi linguaggi. Bazzi li conosce. Li applica. Il romanzo non è morto, il romanzo continua con giovani autori di talento, Bazzi è tra questi. Provaci ancora, Jon.
La rilettura di autori impegnativi come DeLillo offre nuovi spunti di riflessione. Alcune nebbie si diradano, altre permangono (di DeLillo, come di Pynchon, John Barth o Foster Wallace, non si può capire tutto). Cosmopolis esce nel 2003, a ridosso dell’attentato alle Torri Gemelle. Il romanzo si apre con una dedica a Paul Auster, scrittore di Newark come Philip Roth, al quale il vecchio Don è legato se non altro da una comune impostazione postmoderna: Cosmopolis è virtualmente il quarto romanzo della celebre trilogia newyorchese di Auster. Un libro apocalittico, per due terzi ambientato dentro una Limousine con pavimento in marmo di Carrara “estratto dalle cave dove Michelangelo, mezzo millennio prima, aveva sfiorato con la punta deldito la bianca pietra stellata”, in un tempo che sfida le leggi della fisica: accelera, poi rallenta, si dilata. Il miliardario Eric Packer ha voglia di tagliarsi i capelli, esce dal suo grattacielo di duecentosettantametri, dove abita all’ottantanovesimo piano, monta in macchina. Inizia così il viaggio racconto di una giornata interminabile, di una vita, di un matrimonio d’amore e di interessi con la giovane poetessa Elise – i due si incrociano al semaforo, al ristorante, in libreria – di investimenti sbagliati, di ricordi più o meno vividi. La Limousine di Packer solca una New York distratta, la metropoli di Underworld, brulicante di uomini d’affari e mendicanti, tra tumulti e sbarramenti per la visita del presidente degli Stati Uniti. “Gli uomini pensano all’immortalità” dice la bella Kinski a Eric. Di questa frase DeLillo, qualche anno più tardi, ne farà l’incipit di Zero K “Tutti voglionopossedere la fine del mondo”. La vita, la morte, il denaro che fluttua, l’inafferrabile senso del tutto, Cosmopolis è una lunga riflessione sull’ineluttabilità. Il senso estetico delle parole ci colpisce più di ogni altra cosa. Parole ordinate, misurate, incastonate nella pagina come diamanti in un diadema. Le forme, i suoni. Le parole di DeLillo non vanno solo lette, vanno osservate, sono belle anche da vedere. Se coltivate l’ambizione di scrivere, non buttate soldi in corsi di scrittura, leggete questo libro. Ah, dimenticavo: la traduzione è di Silvia Pareschi.
Meno di zero esce nel 1985, quando Bret Easton Ellis ha appena compiuto ventun anni, anche se gran parte del romanzo era stata scritta due anni prima, come tesi di laurea al Bennington College. Con questo debutto precoce Ellis si affianca ad Alberto Moravia, che aveva pubblicato Gli indifferenti a ventuno o ventidue anni. Entrambi i romanzi guardano da vicino, con la crudeltà di chi non ha ancora gli strumenti della pietà, la borghesia decaduta di un’epoca: il fascismo nascente per Moravia, il reaganismo trionfante per Ellis. Da una parte e dall’altra, famiglie disgregate producono figli anestetizzati. Il libro procede senza una vera trama. Clay torna a Los Angeles per le vacanze natalizie dal college nel New England e passa le giornate tra feste, cocaina, videoclip su MTV lasciati accesi senza sonoro, ristoranti costosi e camere d’albergo. Intorno a lui ci sono Blair, con cui intrattiene una relazione fatta più di ambiguità che di sentimento, e Julian, l’amico che scivola nella tossicodipendenza e nella prostituzione. I genitori restano assenti per scelta prima ancora che per circostanza: un padre rifatto chirurgicamente, una madre alcolizzata e in analisi come il figlio. Questa assenza di trama racconta una temporalità sospesa e ciclica, la stessa che Clay registra nella ripetizione ossessiva del tormentone “People are afraid to merge”, i cartelloni pubblicitari lungo Sunset Boulevard che diventano un ritornello quasi liturgico. Ellis costruisce Clay innestando due modelli della narrativa americana del Novecento. Come Holden Caulfield ne Il giovane Holden di Salinger, Clay rifiuta il mondo degli adulti e ne intuisce la falsità, ma Holden conserva un residuo di innocenza e il desiderio di proteggere l’infanzia, mentre Clay non ha più nulla da salvare: l’infanzia qui è un privilegio già consumato. In Lamento di Portnoy di Roth la psicanalisi diventa confessione permanente, ossessione per il proprio disagio raccontata in prima persona; Alexander Portnoy grida e produce un eccesso comico e disperato di parole, Clay tace, dice sempre meno di quanto ci sarebbe da dire. Quando telefona al proprio psichiatra da una cabina di Beverly Hills e liquida la seduta con un laconico “Non credo che lei mi sia di grande aiuto”, ribalta in una battuta la loquacità di Portnoy. Il libro appartiene a una tradizione losangelina che ha usato la città come materia stessa del racconto, non come semplice sfondo. Prendila come viene di Joan Didion resta il precedente più diretto: stessa Los Angeles fatta di freeway, piscine e matrimoni falliti nell’industria del cinema, stessa prosa frammentata, stesso vuoto esistenziale che in Ellis diventa maschile e adolescenziale. Il giorno della locusta di Nathanael West aveva già mostrato Hollywood come una macchina che produce disillusione e violenza latente. Gli ultimi fuochi di Fitzgerald, incompiuto e pubblicato postumo, aveva guardato con lo stesso disincanto all’industria dello spettacolo come specchio della società americana. In Ellis Los Angeles è una città orizzontale, senza centro, dove non si arriva mai da nessuna parte, si passa soltanto. Meno di zero inaugura quello che la critica statunitense chiamerà Brat Pack letterario o blank fiction. Le mille luci di New York di Jay McInerney, uscito l’anno prima, è il gemello newyorchese del romanzo di Ellis, con la sua narrazione in seconda persona, la stessa freddezza emotiva, la stessa droga usata come anestetico sociale. Anche Schiave di New York di Tama Janowitz appartiene allo stesso filone. Questi autori devono molto al minimalismo di Raymond Carver, alla paratassi, al rifiuto della metafora elaborata, applicati stavolta non alla provincia operaia carveriana ma all’upper class edonista e cocainomane dell’era di Reagan. I personaggi vengono mostrati, non spiegati, come in un servizio fotografico di moda in cui l’assenza di didascalia è già un giudizio. Il confronto con David Foster Wallace va oltre la semplice antipatia personale: la vera frattura riguarda la poetica. Nel saggio E Unibus Pluram Wallace critica esplicitamente la narrativa blank e la sua ironia disincantata, sostenendo che l’ironia, dopo aver liberato la letteratura americana dalle ipocrisie del passato, era diventata essa stessa una prigione, capace solo di registrare il cinismo senza superarlo. In lettere private e interviste, documentate anche nella biografia di D.T. Max Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, Wallace giudicò American Psycho eticamente vuoto, un’opera che si limitava a descrivere il vuoto senza opporvi resistenza. Ellis, anche dopo la morte di Wallace nel 2008, con dichiarazioni su Twitter nel 2012 che scatenarono polemiche, ha sempre rivendicato una lettura diversa: la superficie è il contenuto, la freddezza narrativa è diagnosi, non complicità. In Meno di zero questa idea è già tutta presente: il lettore avverte, nel non-detto, nella ripetizione ossessiva di marchi e canzoni, l’orrore morale che i personaggi stessi non riescono più a percepire. Le pagine conclusive, quelle in cui Julian viene inghiottito dal giro di droga e prostituzione a cui Clay assiste senza intervenire, segnano il vero punto di non ritorno etico del libro: Clay osserva, non agisce, e in questa passività si consuma la sua colpa più profonda. Ellis riprenderà quella stessa assenza di reazione venticinque anni dopo in Imperial Bedrooms, sequel in cui Clay, ormai sceneggiatore cinico a Hollywood, mostra come l’indifferenza giovanile si sia trasformata con gli anni in un potere attivo e predatorio. Meno di zero coincide quasi per intero con una sensibilità storica precisa: quella dell’era di Reagan, dell’edonismo consumistico, della prima generazione cresciuta davanti a MTV. Ellis mette a punto un linguaggio piatto, ripetitivo, saturo di marchi e canzoni, destinato a diventare lo stile di un’intera stagione della narrativa americana, e ancora oggi utile per ricostruire la genealogia che va da Salinger a Roth, da Didion a Carver, fino alla polemica con Wallace.
“La notte era buia e il cielo era alto, e il mondo era un posto molto grande“
Uscito la prima volta nel 1958, Cape Fear è uno di quei romanzi prima o poi destinati al cinema, indimenticabile la versione di Martin Scorsese con Bob De Niro nel ruolo di Max Cady. Di John MacDonald – unico scrittore di thriller ad aver vinto il National Book Award – in Italia sapevamo pochissimo prima che Mattioli1885 – casa editrice esperta nel ripescaggio di grandi autori americani semisconosciuti – si decidesse a ripubblicarlo con la collaborazione dell’ottimo Nicola Manuppelli, traduttore anche di altri scrittori dimenticati come A.B. Guthrie, Andre Dubus e Don Robertson.
Cape Fear è un romanzo breve dalla trama perfetta e con pochi personaggi, tutti ben delineati dall’autore. Sam Bowden era un giovane tenente quando durante la guerra assistette, per caso, allo stupro di una quattordicenne ad opera di una recluta chiamata Max Cady. Sam avrebbe potuto fingere di non vedere, farsi gli affari propri, ma intervenne: denunciò lo stupratore, testimoniò al processo e Cady si beccò l’ergastolo. Da allora sono passati più o meno tredici anni. Sam oggi è uno stimato avvocato e ha messo su una meravigliosa famiglia. Max nel frattempo ha ottenuto uno sconto di pena ed è uscito dal carcere con un solo obiettivo: vendicarsi. Quando Sam se lo ritrova davanti non impiega molto a capire cosa lo attende. Cape Fear è un thriller ad alta tensione, denso di sfumature, nel quale ci si interroga su tema di grande attualità: farsi giustizia da sé quando lo Stato non ha gli strumenti per difenderci. Max Cady è un personaggio astuto, piomba nella vita tranquilla del suo accusatore come un sasso gettato in uno stagno: nell’acqua i cerchi si allargano, Max studia i movimenti dei figli di Sam – Nancy oggi ha la stessa età della ragazzina che violentò durante la guerra. Si nasconde, osserva, poi ricompare, le sue intenzioni sono chiarissime, ma è un cittadino libero e fermare i suoi propositi omicidi è complicato anche per la polizia. Cosa fare? La paura dei coniugi Bowden cresce pagina dopo pagina. Il racconto è una corsa contro il tempo, tutto sembra precipitare, il finale è incandescente.
Ali Smith, scozzese, classe 1962, si è imposta all’attenzione di mezzo mondo con un romanzo uscito nel 2017 intitolato Autunno, il primo di una quadrilogia ispirata alla ciclicità delle stagioni, della quale fa parte evidentemente anche il suo ultimo libro. Inverno è il racconto di una insolita vigilia di Natale vissuta da un blogger (Art), in Cornovaglia, in compagnia di sua madre (Sophia), della zia (Iris) e della finta fidanzata (Lux nei panni di Charlotte). Art è un personaggio poco empatico, un Peter Pan tecnologico che navigando in rete si è inventato uno strano mestiere: scova pirati di copyright e li segnala alle aziende. Art scrive articoli sulla Natura, ma con gli esseri umani non sembra avere la stessa dimestichezza che ha con i computer e gli smartphone. Alla vigilia di Natale offre mille sterline a una sconosciuta per portarla con sé in Cornovaglia e presentarla alla madre come la fidanzata Charlotte, con la quale ha da poco litigato. Lux è una ventenne piena di piercing, una sbandata apparentemente anche poco istruita “I polsi hanno quella sottigliezza della bambina che è stata fino all’altro ieri, le caviglie che sbucano dagli scarponcini sono nude e magre in modo commovente”. Nel corso della storia la finta Charlotte si rivelerà un elemento centrale, decisivo, forse il personaggio più riuscito del romanzo. E intorno alla sua identità, dichiarata, negata, inutilmente confessata, si dipanerà un divertente gioco di specchi dai riflessi filosofici. Inverno è un libro di non facile lettura, un condensato di mille storie nelle quali il privato si mescola al pubblico, il presente al passato: la Brexit, il clima, internet, i social, i migranti. Ali Smith scompone e ricompone la struttura del racconto, sovrappone ed estrapola. La sua scrittura segue un tracciato di essenzialità, la giusta scorciatoia per dire tanto con meno parole possibili. La prosa della Smith somiglia a quel gioco dei puntini, unendo i quali si disegna la figura intera. Perdersi nei suoi virtuosismi, in quell’incedere sincopato e sinuoso, nel suo realismo isterico – espressione coniata per un’altra Smith (Zadie), è la vera sfida per i lettori. Inverno è dissacrante, tenero e assurdo, una grande prova d’autore. Il romanzo postmoderno è ancora vivo e si muove nella direzione che ci indica Ali Smith.
Don Robertson è uno dei grandi sconosciuti della letteratura americana, un po’ come John Williams, l’autore di Stoner, o Chuck Kinder, il romanziere che ha ispirato Wonder boys di Michael Chabon. La stessa sorte sarebbe toccata forse anche a John Fante se un giorno Charles Bukowski non fosse rimasto folgorato dal suo Chiedi allapolvere e non ne avesse preteso dal suo editore la ripubblicazione. Il Bukowski di Robertson, in Italia, è Nicola Manupelli, traduttore e divulgatore della sua intera opera con Nutrimenti, editore particolarmente attento alla narrativa d’oltreoceano, e che oltre a Robertson pubblica scrittori del calibro di Percival Everett, John Hart, Kent Anderson, John Hart.
Julie è un romanzo rimasto eccezionalmente inedito finora, e pubblicato per la prima volta in questa edizione a livello mondiale. Manuppelli ne ha scoperto l’esistenza conversando un giorno con Sherri Robertson, la vedova dello scrittore. Julie è Julie Sutton, personaggio presente anche in altre opere dello stesso autore, che amava intrecciare le trame dei suoi libri quasi a farne un unico grande romanzo. Attraverso la sua voce, la voce narrante, Robertson mescola il pubblico al privato e finisce per raccontare un pezzo importante della storia americana, dagli anni della Depressione alla rivoluzione sessuale del 1968, passando per la seconda guerra mondiale, la Corea, il Vietnam, l’assassinio di JFK. Leggendolo mi sono ricordato di un altro libro che ho amato molto: Gli anni, il capolavoro di Annie Ernaux, che di questo finto memoir ne è la versione europea. Un padre alcolizzato e inconcludente, una madre mangiatrice di uomini, la vita di Julie diventerà presto una progressione di solitudine e amarezze. La passione per la musica – Julie è una pianista – resta sullo sfondo. Al centro della scena c’è soprattutto il breve e doloroso rapporto tra lei e Morris Bird III, il giovane amore svanito per sempre, che la protagonista cercherà disperatamente in dieci, cento altri uomini “truppe di amanti”. Julie è una donna traviata, come sua madre, ormai “perduta e logora”, senza approdi sicuri oltre i ricordi “Io amo più di quanto mi ricordi davvero di aver amato”. Robertson ne tratteggia la personalità con maestria, precisione, mostrandone la tenerezza, l’infelicità, la lussuria. La sua scrittura non è uguale a quella di nessuno, diceva di lui Stephen King, autore cresciuto nel culto di Don Robertson e al quale più di una volta ha confessato di ispirarsi. Julie è un libro prezioso, doloroso e commovente, un capolavoro rimasto sconosciuto per troppo tempo. Grazie a Nutrimenti e a Nicola Manuppelli per avercelo riportato in vita.
“Io non ho una casa, solamente un’ombra, ma tutte le volte che avrai bisogno d’un’ombra, la mia ombra è tua”.
Da questa citazione tratta da “Sotto il vulcano” di Malcolm Lowry prende le mosse l’ultimo libro di Edoardo Nesi, scrittore toscano già vincitore del premio Strega con Storia della mia gente, e traduttore, tra l’altro, di Infinite jest, romanzo cult di David Foster Wallace “La cosa più difficile che ho fatto nella mia vita”. Nesi ha scritto una commedia divertente con pochi personaggi, ambientata tra le colline fiorentine e Milano. I protagonisti sono uno scrittore di successo che ha pubblicato un solo romanzo venticinque anni prima (Vittorio Vezzosi), e il suo giovane assistente (Emiliano De Vito, detto Zapata). Nell’eremo di campagna nel quale Vezzosi si è rintanato col suo maggiordomo di colore, il tempo sembra essersi fermato agli anni Ottanta e Novanta. Vezzosi è un nostalgico, vive di ricordi, combatte la solitudine con vini d’annata e cocaina, e con falsi pretesti continua a rimandare la consegna del manoscritto del suo ultimo libro ( ma esiste per davvero?). Emiliano – voce narrante del romanzo – è un ragazzo goffo, senza nessuna esperienza, incapace di vivere come vivono gli altri. In tasca ha una laurea in Lettere Antiche presa con 110 e lode, ma non sa che farsene. Il viaggio a Milano, dove Vezzosi è attesissimo per parlare ad una fiera sugli Anni Ottanta, sarà per i due l’occasione per mettersi a nudo e confessarsi sogni, debolezze, amori interrotti. E’ questa la parte più interessante del racconto. Nesi ci regala un On the road in salsa italiana. Vezzosi ed Emiliano partono con una vecchia Jeep senza sportelli e parabrezza; è un viaggio fuori dal tempo che ci riporta a quello di Marty McFly e Doc Brown in Ritorno al futuro. Ai due capiterà di tutto, arriveranno perfino a scambiarsi i ruoli, con il nerd che darà suggerimenti all’uomo di mondo. Vezzosi non vede l’ora di ritrovarsi a Milano, ma i libri e il successo hanno poco a che vedere con quella destinazione. Siamo alle battute finali, le ultime trenta pagine sono commoventi, le migliori di questo romanzo denso di riflessioni sul passato – “Il vecchio è meglio del nuovo”, dirà uno dei personaggi – sul mondo dei social, la buona letteratura (Foster Wallace ritornerà), sull’amore.
Francesca Sbardellati è una giovane scrittrice romana che ho conosciuto attraverso il blog, navigando sui social. Era alle prese con il suo romanzo d’esordio e lo aveva trasformato in un caso editoriale prima ancora che venisse pubblicato.
Il segreto di Ballerup – questo il titolo del libro – racconta una storia densa di argomenti e di suggestioni, la storia di un’amicizia tra due ragazzine, che nel corso del racconto diventeranno adulte. Linda Toleman e Greta Olmens abitano in un palazzo nobiliare nel cuore di Copenaghen. Linda è la figlia del portiere, un tempo proprietario dello stabile. La madre di Greta è invece una nota scrittrice danese, donna tanto affascinante quanto scorbutica, innamorata esclusivamente del proprio successo. La differente condizione sociale, ma anche la diversa personalità delle giovani amiche è plasticamente rappresentata dalle loro abitazioni: Linda vive in un seminterrato poco illuminato, Greta in un attico milionario dal quale riesce a vedere perfino la Svezia, e a coltivare un’idea di bellezza che non ammette confini. Dal suo bassofondo, Linda impara a cogliere i dettagli della quotidianità, particolari apparentemente insignificanti che un giorno si riveleranno utili per la sua professione di psicologa. “Il gioco delle scarpe” è il passatempo preferito dalle due amiche: dalla finestrella del seminterrato, Linda e Greta osservano i piedi dei passanti e provano a ricostruirne il carattere, lo stile di vita. Ma gli anni passano in fretta e i sogni cambiano. Quello di Linda è diventare madre. E’ un sogno smodato, il suo. Un’ossessione feroce che la porterà sull’orlo dell’abisso.
Il tracciato seguito dalla Sbardellati è duplice: il racconto dell’amicizia è intervallato da una serie di colloqui che oggi Linda tiene con il suo medico all’interno di un reparto psichiatrico. Cosa le è accaduto? Questo attiene alla struttura. Sul piano temporale, invece, la vicenda è ambientata negli anni Duemila, nei giorni d’oggi; eppure tutta la narrazione ha un sapore antico: nel libro non ci sono espliciti riferimenti alla modernità, non troverete parole come smartphone, computer, file, social; c’è una musica di sottofondo, ma è una musica classica. Tutto è avvolto nella classicità: i luoghi, i sentimenti, i dialoghi tra i personaggi, perfino la prosa della Sbardellati: raffinata, elegante, sobria. Ma ciò che colpisce di più di questo romanzo, fuori da ogni schema-filone-canone italiano – una storia d’amore? Direi di no. Un Noir psicologico? Forse – è il gioco di specchi creato dall’autrice intorno alla storia, un continuo rincorrersi tra verità e finzione con ampi margini di interpretazione; uno spazio bianco nel quale il lettore è chiamato a decidere cosa è reale e cosa non lo è. Il segreto di Ballerup è un’acqua cheta che preannuncia burrasca. Ma non finisce qui, la storia continua.
Larry McMurtry è stato un romanziere, un saggista, soprattutto uno sceneggiatore per cinema e tv. Gran parte delle sue storie le ha ambientate nel vecchio West o nel Texas: Lonesome Dove e Le strade di Laredo le opere più conosciute. L’ultimo spettacolo esce in America nel 1966, in Italia arriva quarant’anni più tardi, pubblicato da Mattioli 1885 con la traduzione dell’ottimo Seba Pezzani. McMurtry racconta la vita di provincia in una sonnolenta cittadina texana chiamata Thalia, a Nord di Dallas. Siamo negli anni Cinquanta. Qui un gruppo di ragazzi, Duane e Sonny su tutti, trascorrono le giornate tra la scuola, il basket, il cinematografo e la sala da biliardo di Sam the lion, un uomo anziano segnato dalla morte dei suoi tre figli giovanissimi, e che ora si prende cura di un ragazzo senza famiglia, disabile. Sam è un personaggio meraviglioso, il vero protagonista del romanzo. Saggio, prudente, disincantato, il vecchio Sam sembra uscito dalla trilogia della Pianura di Kent Haruf, e anche Thalia ricorda molto la cittadina di Holt, nel Colorado, il luogo dove Haruf colloca le sue storie rurali e malinconiche. La scoperta del sesso, il sesso proibito, è uno dei temi centrali del romanzo: le pagine che raccontano la relazione tra il giovane Sonny e la moglie del suo coach di basket, Ruth Hopper, quarantenne malata di cancro, evocano altri capolavori della letteratura; sono pagine cariche di tenerezza. Ruth è tra i personaggi più riusciti del libro, gli adulti lo sono più dei giovani. La sua fragilità, i sensi di colpa, la paura di invecchiare esorcizzata attraverso l’adulterio ne fanno un’eroina triste, molto umana, vera. McMurtry è molto abile nel disegnare i ruoli femminili. Oltre Ruth, le disinibite Lois e sua figlia Jacy, l’attempata ma sempre seducente Genevieve, e la prostituta Jimmie Sue, ingaggiata da Sonny e Duane per svezzare il povero Billy “era talmente brutta da risultare provocante”. Tante risate, tanta commozione, tanta America.
Il premio Pulitzer nel 1997 con Pastorale Americana, la National Medal of Arts alla Casa Bianca nel 1998, tre Pen/Faulkner Awards, la Golden Medal per la Narrativa: nella bacheca di Philip Roth è mancato solo il Nobel, ma poco importa; nessuno è stato più grande di lui tra gli scrittori americani del Novecento, dopo William Faulkner. “Il culmine di un enigma irrisolto nella letteratura ebraica dei secoli XX e XXI” lo definì una volta Harold Bloom, il decano, il critico più schizzinoso degli Stati Uniti. Tanto per rimanere sui premi, nel 1960 Roth si aggiudicò il National Book Award con il suo libro d’esordio Goodbye, Columbus. Siamo nella prima parte della stagione rothiana, quella del figlio, la fase dell’eresia, della ribellione, ai valori borghesi e alla religione. Neil Klugman è un giovane bibliotecario da poco laureato in filosofia. Vive in un quartiere povero di Newark, nel New Jersey. Brenda Patimkin è una bella fanciulla di Short Hills, un sobborgo lussuosissimo, quasi inaccessibile a spiantati come Neil. I due si conoscono per caso nella piscina di un club. Nasce una storia d’amore tenera e vivace, ma insieme all’amore anche una serie di incomprensioni legate alla differente condizione sociale e a una diversa educazione sessuale. E’ un’estate speciale per la famiglia Patimkin: i preparativi per le nozze di Ron, fratello di Brenda, mettono agitazione, generano caos. Tutto il racconto è ambientato a casa di Brenda, dove Neil viene ospitato proprio nei giorni di maggiore fibrillazione. In Neil è facile riconoscere il giovane Roth. Neil è Philip Roth prima ancora che Roth inventi il suo alter ego Nathan Zuckerman. L’imbarazzo del giovane protagonista che, dialogando con la madre di Brenda finge di essere un ebreo ortodosso, diventerà uno dei temi ricorrenti nei successivi romanzi, da Lamento di Portnoy all’invenzione-finzione di Carnovsky, il libro contro gli ebrei scritto da Zuckerman che farà morire di crepacuore il padre dello Scrittore fantasma. Il sesso, la testardaggine, la declinazione laica di un sentimento religioso a volte soffocante: in Goodbye, Columbus ritroviamo tutti gli ingredienti della tradizione letteraria di Roth, coniugati con una scrittura forse ancora acerba ma dal tratto già riconoscibile. I dialoghi tra Neil e Brenda, lo spessore dei due protagonisti, sono sicuramente le cose migliori di questo gioiello di costruzione e tecnica narrativa di appena 123 pagine, magnificamente tradotto da Vincenzo Mantovani e corredato da altri cinque racconti brevi.
“A differenza di quelli fra noi che vengono al mondo ululando, ciechi e nudi, PhilipRoth è comparso con unghie, denti e capelli, sapendo già parlare” Saul Bellow.