ON WRITING – Stephen King

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Non mi chiedono mai del linguaggio, dice Stephen King parlando di sé in questo delizioso pamphlet autobiografico che somiglia a un vero romanzo. Dove comincia una vita?, si chiede Sandra Petrignani nell’incipit del suo libro su Natalia Ginzburg. Quella di King comincia in prima elementare, quando per una fastidiosa malattia all’orecchio il piccolo Stevie è costretto a saltare l’anno scolastico. Mesi e mesi di detenzione forzata durante i quali  il bambino prodigio comincia a buttare giù i primi racconti – fin da subito storie fantastiche – pagati con pizzicotti sulle guance e le mance dei parenti. Ma quella frase iniziale – non mi chiedono mai del linguaggio – la dice lunga sul personaggio, sulla frustrazione forse, di chi, nonostante abbia venduto decine di milioni di libri in ogni angolo della terra, continua a non essere preso troppo sul serio dalla critica e da una fetta di lettori snob. Hai voglia di dire che il linguaggio non deve presentarsi sempre in giacca e cravatta e che l’obiettivo della narrativa non è la correttezza grammaticale, ma mettere a proprio agio il pubblico e poi raccontargli una storia: lo steccato che divide la letteratura mainstream da quella di genere resta ancora alto, e non solo in Italia. Né serve citare gli illustri precedenti di Dickens, Twain o Simenon, tre dei numerosi abbagli dei palati fini, per invertire la sciocca credenza del disvalore di certe narrazioni.

Ma On Writing non è affatto un libro polemico, anzi. I numerosi aneddoti che l’autore racconta nelle duecentosettantanove pagine che lo compongono sono un utile compendio non solo per chi ha l’ambizione di avviarsi al difficile mestiere di scrittore, ma anche per un semplice lettore.

Scrivi con la porta chiusa, correggi con la porta aperta”: notate l’effetto di questa frase, la perfezione anche stilistica. Una volta scritta la prima stesura, il racconto si apre all’esterno, al vaglio di chi legge. Non sarebbe male, aggiunge King, immaginare un lettore ideale, un amico, un parente che stia lì a giudicare quello che scriviamo. Mai abusare degli avverbi o della forma passiva. Mi raccomando, eliminate le parole superflue. La scrivania è meglio tenerla nell’angolo della stanza, non al centro: la vita non dev’essere di sostegno all’arte, ma viceversa. Piccoli suggerimenti, una sorta di cassetta degli attrezzi, nulla di speciale, anche perché il solo modo per imparare a scrivere è quello di leggere e scrivere molto, non esistono scorciatoie. Quanto all’aspetto strettamente biografico, quella di King è davvero una vita speciale, ricca di eventi, non tutti esaltanti: l’alcol, la droga, un gravissimo incidente d’auto. Figlio di ragazza madre costretta a fare mille mestieri per crescere e mantenere agli studi i suoi due figli, King, come dicevo, fin da ragazzo ha manifestato una spiccata propensione alla creazione di storie. Prima il giornalino della scuola, poi i romanzi scritti nel retrobottega di una lavanderia, è stato questo il suo primo lavoro nonostante la laurea e un’abilitazione all’insegnamento. Interessante il passaggio nel quale King racconta il momento della svolta. Lui e sua moglie sono in macchina senza un becco di un quattrino. Lei ha il figlio in braccio che vomita. E’ malato. Ha bisogno di un farmaco costoso. Rientrando a casa, King apre la cassetta postale e ci trova dentro la lettera del suo editore che gli annuncia di aver acquistato Carrie, il romanzo d’esordio, il libro che gli frutterà oltre quattrocentomila dollari. Il resto è storia nota.

Angelo Cennamo

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IL SINDACATO DEI POLIZIOTTI YIDDISH – Michael Chabon

 

Il sindacato dei poliziotti yiddish

 

La chiamano letteratura ucronica, perché l’autore riscrive la storia immaginando scenari ed epiloghi diversi rispetto ad avvenimenti già accaduti. Il complotto contro l’America di Philip Roth ne è un fulgido esempio. Per certi versi, anche la trilogia americana di James Ellroy. In questo romanzo pubblicato nel 2007, e preceduto da capolavori come Wonder boys (1995) e Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay (2001), Michael Chabon – scrittore ebreo-americano ed erede di una gloriosa tradizione letteraria della quale hanno fatto parte autori come Bellow, Malamud e lo stesso Roth  – immagina che gli ebrei dopo la seconda guerra mondiale non siano approdati in Palestina, ma abbiano trovato rifugio in Alaska, luogo meno pericoloso di Israele ma di sicuro più noioso. Più che una Terra Promessa, la terra delle promesse, in primo luogo quella della imminente Restituzione della terra ai nativi. Ci troviamo nel distretto federale di Sitka, città inospitale in ogni senso – nelle quattrocento pagine del libro non si intravede un raggio di sole, un filo d’erba, un odore che non sia quello del tabacco o di un’ascella sudata. Qui, in una camera d’albergo, viene ritrovato il cadavere di un campione di scacchi eroinomane. Si faceva chiamare Emanuel Lasker, come un celebre scacchista dell’Ottocento, ma il suo vero nome era Mendel Shpilman. Figlio di un rabbino ultraortodosso, Mendel, fin da bambino, per la sua spiccata intelligenza e per una serie di prodigi compiuti, era considerato da tutti il Messia. In tanti accorrono al suo funerale, e piangono, ma non lui, la speranza persa, “la perdita del colpo di fortuna che non è mai arrivato”. A indagare sull’omicidio è un curioso detective, un uomo alcolizzato, divorziato da una donna che è anche il suo capo in polizia, con una sorella morta in un misterioso incidente aereo ed un padre – anche lui scacchista – morto suicida. Meyer Lansdman è un uomo sull’orlo di una crisi di nervi. Un ebreo laico, del tutto indifferente alle questioni religiose. La sua vicenda personale, goffa e travagliata dall’inizio alla fine, si intreccia con la trama pubblica del libro, ovvero con la questione storico-religiosa legata all’Olocausto, per quanto riveduta e corretta da Chabon. “Sono tempi strani per essere un ebreo” e di stranezze questo romanzo ne è davvero pieno. La narrazione di Chabon è innanzitutto una storia di perdite: della terra per gli ebrei, dell’amore e della lucidità mentale per Meyer, della vita di Mendel, di un improbabile Messia per la sbandata comunità di Sitka. Un romanzo che sfugge a qualunque classificazione: un noir postmoderno? Un libro di fantascienza? Un romanzo storico? Tutte queste cose messe insieme, forse. Di sicuro un’opera folle, geniale, meravigliosamente ostica, attraverso la quale l’autore è riuscito ancora una volta ad alzare l’asticella delle sue performance e a proporsi come uno degli ultimi sperimentalisti della letteratura americana.

Angelo Cennamo

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IL FANTASMA ESCE DI SCENA – Philip Roth

 

Il fantasma esce di scena - Roth

 

I romanzi di Philip Roth raccontano molto della vita di Roth. La sua adolescenza (Lamento di Portnoy), il matrimonio (La mia vita di uomo), il rapporto con il padre (Patrimonio), il successo professionale e i conflitti con la comunità ebraica (Zuckerman scatenato), e via dicendo. Il fantasma esce di scena risale al 2007 ed è il romanzo che chiude il ciclo di Zuckerman – l’alter-ego dell’autore, lo scrittore attraverso il quale Roth si diverte a simulare e dissimulare la verità, scambiando ruoli e prospettive – iniziato quasi trent’anni prima, nel 1978, con Lo scrittore fantasma. E’ un romanzo breve, non è tra i capolavori di Roth – a tratti, la storia può risultare abbastanza cupa, noiosa – ciononostante nel libro non mancano spunti geniali e momenti di finissimo sarcasmo che ne rendono la lettura interessante, complessivamente gradevole. Zuckerman, ormai settantunenne e malato di cancro alla prostata, torna nella sua New York, la città che aveva lasciato undici anni prima per trasferirsi in campagna e vivere isolato da tutto e tutti, senza cellulare, pc, giornali, fregandosene del mondo esterno. Il vecchio Nathan, rassegnato ad una quotidianità di grigi automatismi, ne avrebbe fatto volentieri a meno di quel controllo medico in ospedale, se solo il suo vicino di casa Larry – morto suicida dopo aver scoperto di avere la sua stessa malattia – non gli avesse lasciato, prima del gesto risolutorio, un accorato biglietto di commiato col quale lo invitava a non lasciarsi andare, a curarsi, e a non vivere come un eremita. Esci dal guscio, Nathan, è questo il senso del messaggio di Larry. E Nathan obbedisce. Il ritorno a New York è il ritorno alla vita, ai ricordi ma anche al sogno di un improbabile ringiovanimento. In città,  Zuckerma fa una serie di incontri che in breve tempo spazzano via la sua solitudine e la rassegnazione. Ritrova Amy Bellette, una vecchia musa dello scrittore E.I. Lonoff, suo maestro di scrittura, e poi un aspirante biografo di Lonoff, un ragazzo ambizioso, disposto a tutto pur di raccontare, rivelare un segreto sulla vita del grande romanziere. Ma le pagine più interessanti sono quelle che raccontano di Billy e di sua moglie Jamie, i due giovani scrittori liberal ai quali Zuckerman propone uno scambio di case. I due sono preoccupati per la seconda affermazione di Bush alle presidenziali e vorrebbero trasferirsi nella residenza di campagna di Zuckerman per sfuggire ad un possibile nuovo 11 Settembre. L’odio feroce che questa coppia prova per la destra repubblicana sorprende l’indifferente Zuckerman. Non è certamente un repubblicano, Nathan, ma arrivare a temere Bush più di Bin Laden, al punto di augurarsi la sua morte, è un sentimento che rasenta la follia. Zuckerman è abbagliato dal fascino di Jamie, è immediatamente attratto fisicamente da lei, e neppure la sua malattia riesce a frenare l’improvviso desiderio. Un’ossessione che lo porta a fantasticare, immaginare altre scene in un continuo rincorrersi tra verità e finzione. Tutto allora diventa surreale: lui, lei, l’eros che serpeggia nei dialoghi ricostruiti in una dimensione quasi onirica. Nelle fantasie di Nathan ho ritrovato la relazione, reale, tra Ezra Blazer – il vecchio scrittore ebreo che incarna proprio Philip Roth nel libro di esordio di Lisa Halliday Asimmetria – e la giovane correttrice di bozze Alice. “Corri verso la follia”, dice Zuckerman a Jamie nelle ultime battute del libro. Nel finale di Asimmetria, Blazer invita Alice a scegliere lui, a scegliere l’avventura. Due romanzi che si toccano e raccontano lo stesso argomento: la paura della morte, la speranza di resisterle attraverso il sesso e l’amore.

Angelo Cennamo

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IL METICCIO – Federica Fantozzi

 

IL METICCIO - Federica Fantozzi

 

Federica Fantozzi è una giornalista che scrive o ha scritto per diverse testate importanti: L’Espresso, Sette, La Repubblica, Venerdì, L’Unità, Il Mattino. Nei primi anni 2000 debutta nel variegato mondo del noir con i romanzi Caccia a Emy (2000) e Notte sul Negev (2001). Nel 2017 pubblica Il logista. E’ il libro della svolta. La protagonista è Amalia Pinter, una giornalista d’assalto di un piccolo quotidiano di cronaca giudiziaria, una ragazza coraggiosa, determinata, col killer instinct, che se ne va in giro per Roma con uno Scarabeo rosso in cerca di scoop. Amalia la ritroviamo anche nel nuovo romanzo, uscito in questi giorni sempre con Marsilio editore, intitolato Il meticcio. Quanto ci sia di Federica in Amalia non saprei dirlo, magari un giorno glielo chiederò, ma  la sensazione che la cronista del Vero Investigatore rappresenti, incarni per certi versi, l’alter ego dell’autrice secondo lo schema collaudato del zuckermanismo rothiano credo sia abbastanza fondata. Anche perché Federica Fantozzi scrive storie attuali, anzi, attualissime. E’sul pezzo, come si dice nel gergo. Non sta lì a cincischiare con sentimentalismi o con vacui tormenti interiori di donne tradite, milf depresse, madri respinte da figlie anaffettive. Il meticcio, come il romanzo precedente, è una finestra spalancata sulla Roma di questi anni. La storia – almeno nella prima parte – si muove tra le stradine di Ponte Milvio, il quartiere popolare di Amalia, abitato da piccoli commercianti e baristi che resistono all’ondata globalizzatrice del divertimento chic come il Brokeland Records, il negozietto di dischi in vinile del celebre romanzo di Michael Chabon, e il centro antico, dove ha sede Il Vero Investigatore. E’ una Roma afosa, rumorosa, multietnica, caotica, che ci ricorda la città del commissario Balistreri dei romanzi di Costantini. Durante un servizio di routine all’aeroporto di Fiumicino, Amalia manda a monte un’operazione di antiterrorismo guidata dal suo amico poliziotto Alfredo Pani. Il rapporto professionale, e non solo professionale, tra Amalia e Alfredo è uno dei temi centrali del libro. Nella primissima scena, Alfredo bacia Amalia all’aeroporto, ma per ragioni che hanno poco a che vedere con l’amore. Forse. Pani sta indagando su un complicato caso di traffico di diamanti nel quale è coinvolta una sanguinaria organizzazione mafiosa nigeriana chiamata L’Ascia Nera. I nigeriani hanno stretto un patto con Cosa Nostra e mirano alla conquista dell’Europa continentale. Per realizzare i loro obiettivi si servono di giovani corrieri costretti a lunghi viaggi, molto rischiosi, sono i viaggi della disperazione che ritroviamo nelle cronache di questi tempi. Ragazzi bisognosi come Bambino, uno studente universitario disposto a qualunque sacrificio per salvare i suoi familiari dalle angherie dei clan. Amalia nel frattempo viene inviata dal giornale ad un’asta di pietre preziose dove un facoltoso imprenditore brasiliano si aggiudica un rarissimo diamante rosso. E’ qui che le strade della cronista e del poliziotto si incrociano e la storia prende corpo. Nella seconda parte del romanzo, Amalia viene addirittura reclutata come agente sotto copertura e diventa soggetto attivo, la protagonista, della pericolosissima indagine. La vicenda è intricata e intrigante. Quanto ad Amalia, è un personaggio vero, buca la pagina, prende il lettore per mano e lo trascina con sé in giro per il mondo. Nel secondo round, la narrazione cresce di tono, acquista nuovi colori, nuovi registri. Il meticcio è un romanzo di ampio respiro, scritto in Italia ma capace di affermarsi su qualunque mercato estero – lo so che è brutto collegare la parola libro alla parola mercato, ma il senso è questo. Un libro di avventure più che un noir, con atmosfere da “All’inseguimento della pietra verde”, il film di Zemeckis con Michael Douglas. Ricordate? La scrittura è sinuosa, fluida, il ritmo serrato dall’inizio alla fine. Non ci sono cali di tensione né inutili divagazioni che possano distrarre il lettore dalla trama principale, dalle sue declinazioni anche politiche e sociali – il noir, quello italiano soprattutto, è romanzo sociale. Ho divorato Il meticcio in due giorni. Sono sicuro questo libro farà molta strada.

Angelo Cennamo

 

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WONDER BOYS – Michael Chabon

WONDER BOYS - MICHAEL CHABON

Scrivere di Michael Chabon su un blog che porta il nome di un suo romanzo fa sempre un certo effetto. Wonder boys uscì nel 1995; dal libro fu tratta anche una versione cinematografica diretta da Curtis Hanson, con Michael Douglas e Tobey Maguire, e con le musiche – udite udite – di Bob Dylan. Wonder boys è il titolo del romanzo al quale lo scrittore Grady Tripp da sette anni non riesce a dare una conclusione. Lui e Terry Crabtree, il suo editore omosessuale, si sono conosciuti da giovanissimi a un corso di scrittura superato da entrambi con un imbroglio. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata: tre libri di successo, un premio prestigioso e una cattedra all’università. Tripp non ha di che lamentarsi. Altrettanto movimentata può dirsi la sua vita privata, condita di droghe leggere, sesso sfrenato, tre matrimoni e un’amante che di mestiere fa il rettore dell’università. La sua università. La storia raccontata da Chabon parte dal blocco di Tripp sulle duemilaseicento pagine che dovrebbero formare il suo quarto romanzo, e si sviluppa in un arco temporale relativamente ristretto, durante il quale al protagonista accade praticamente di tutto, dall’uccisione di un cane al furto di un cimelio appartenuto nientemeno che a Marilyn Monroe. Una delle figure centrali del racconto è James Leer, un giovane studente di Tripp, ragazzo di grande talento, fissato con il cinema e molto depresso. Come Tripp e tutti gli altri protagonisti –  da Emily, la moglie tradita, a Sara, l’amante che confida allo scrittore di aspettare un figlio da lui – anche il ritrovato Crabtree sta attraversando un momento difficile: l’azienda dove lavora potrebbe licenziarlo da un momento all’altro. Sono degli infelici i protagonisti di Wonder boys, uomini e donne alla disperata ricerca di un approdo, di qualcuno che li salvi. Grady Tripp, la cui figura è ispirata a quella del leggendario Chuck Kinder, scrittore e amico fraterno di Raymond Carver, oltre che maestro di scrittura di Chabon, è un uomo profondamente solo. La sua unica famiglia è quella di Emily, la terza moglie dalla quale sta per divorziare. La giornata burrascosa trascorsa a casa del suocero in occasione della Pasqua ebraica, con i parenti di lei e con James Leer al seguito, è uno dei momenti salienti del libro. Tra Grady e Irv c’è un rapporto di profondo affetto, rispetto reciproco, complicità. Irv sa che quella riunione sarà l’ultimo convivio, che il matrimonio di sua figlia è destinato a finire. Pagine di grande tenerezza. Ma da qui la storia si trasforma in un vortice grottesco di sbornie, andirivieni, follie, disavventure di ogni genere che avvicinano la narrazione al capolavoro di Kerouac. A un tratto, i protagonisti, senza nessuna eccezione, sembrano andare alla deriva, e nel libro si avverte una sensazione di incompiutezza e di imperfezione, specie nel finale. Non saprei dire se questa smarginatura, come la chiamerebbe Elena Ferrante, sia stata voluta dall’autore o sia capitata per caso. Ad ogni modo, è la sola nota dolente di un’opera nel complesso magnifica, divertente, indimenticabile,

Angelo Cennamo

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IL GIOVANE HOLDEN – J. D. Salinger

IL GIOVANE HOLDEN - J. D. Salinger

C’è un solo modo per ritornare giovani: rileggere i libri che abbiamo amato quando eravamo giovani. Ero al primo anno di università, o forse al secondo, quando mi capitò per la prima volta tra le mani Il giovane Holden di J. D. Salinger. Lo stava leggendo una ragazza che mi piaceva molto, lo confesso. Attraverso quel libro mi avvicinai alla letteratura americana. Mi avvicinai soprattutto a quella ragazza. Ma questa è un’altra storia. Ritrovare lo stesso libro alla Feltrinelli con la fascetta rossa che indicava la nuova traduzione di Matteo Colombo è stata una piacevole epifania che mi ha riportato a quei giorni spensierati, ai corsi di Diritto Privato, alle felpe colorate, le cinte da paninaro, le corse in moto fino al mare. E a lei, alla ragazza con la quale, dopo aver letto il libro, avrei diviso quasi un terzo della mia vita. Ma questa è un’altra storia. E sono due. Scrivere de Il giovane Holden – circa settanta milioni di copie vendute nel mondo dal 1951 ad oggi, uno dei libri più saccheggiati della storia della letteratura: Lamento di Portnoy di Philip Roth ne è per certi versi il sequel – è a dir poco imbarazzante. Cos’altro potrei aggiungere, io, dopo i fiumi di parole, i trattati, le tavole rotonde, i film, le ricostruzioni televisive, le analisi filologiche, che sono state dedicate a quest’opera quasi unica di Salinger, scrittore ebreo ( un marchio di qualità nella narrativa americana) timido, schivo, fotografato una sola volta fuori da un supermercato da un paparazzo che gli dava la caccia da anni? Partirò dalla fine. Il giovane Holden è un libro di una bellezza sconfinata. Andrebbe letto in tutte le scuole, andrebbe letto e riletto al mare, in montagna, in metropolitana, dai giovani ma anche dagli adulti. Chi dice che è un libro per ragazzi non ne ha compreso fino in fondo il senso e il valore. Perché questo romanzo ha riscosso così tanto successo? Perché è diventato una pietra miliare della letteratura di tutti i tempi? Me lo sono chiesto leggendo ogni singola pagina. La risposta che mi sono dato è la seguente: per la sua leggerezza. Che non è superficialità, ma è planare sulle cose dall’alto, diceva Calvino. La leggerezza che apre le porte allo stupore, perché è dalla quantità di stupore che ci regalano che si misura la bellezza dei libri. Holden Caulfield ci stupisce fino all’ultima pagina, fino all’ultima riga “Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, poi comincia a mancarvi chiunque”. Holden è un adolescente ribelle, malinconico, mezzo matto, le sue divagazioni aprono mondi, allargano orizzonti, ci fanno sognare. Holden è il simbolo dell’eterna giovinezza, di una gioventù che non vorrebbe mai diventare grande, di un’umanità che ha paura di decidere. E’ un tipo stravagante, Holden. Se ne va in giro per New York a chiedere ai tassisti dove vanno a finire le anatre del laghetto di Central Park quando l’acqua si gela. Quando decide di aiutare il compagno di stanza a superare la prova di inglese – l’unica materia scolastica nella quale eccelle – scrive un tema sul guantone di baseball appartenuto al fratello morto. Holden è fatto così. Coglie sempre quello che c’è dietro, i dettagli più marginali delle cose, pensa quello che nessuno penserebbe. Al museo “Potevi andarci centomila volte era sempre tutto uguale, l’unico che cambiava eri tu”. Ma di cosa parla Il giovane Holden? Semplicemente di un ragazzo di sedici anni espulso dalla scuola nei giorni di Natale, che fa di tutto per ritardare l’annuncio di quella brutta notizia ai suoi genitori. Il libro racconta il breve vagabondaggio di Holden prima del suo rientro a casa. Di scene memorabili in questo libro – se siete tra i pochi rimasti a non averlo letto – ne troverete un’infinità. Il dialogo notturno tra Holden e la sorellina Phoebe, la vecchia Phoebe, è sicuramente uno dei momenti di maggiore tenerezza. Ma tu cosa vuoi fare da grande? Chiede la saggia Phoebe al fratello in fuga. E’ la domanda che inchioderebbe chiunque al proprio senso di responsabilità, ma non quella simpatica canaglia di Holden Caulfield “Cosa voglio fare? Ricordi quella poesia di Robert Burns “Se ti viene incontro qualcuno in un campo di segale…” ecco. Immagino tanti bambini in un grande campo di segale e io che li acchiappo per non farli cadere nel precipizio. Lo farei tutto il giorno. Farei l’acchiappabambini del campo di segale”. Chatcher in the rye è il vero titolo – in italiano intraducibile – di questo meraviglioso romanzo.

Angelo Cennamo

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IL SANGUE È RANDAGIO – James Ellroy

L’argilla è immobile, ma il sangue è randagio” recita un verso di A.E. Housman. La storia raccontata da Ellroy comincia da qui: ottocentocinquantanove pagine fittissime. Leggerle è stato faticoso. Leggere l’intera trilogia, oltre duemila pagine, in meno di un mese, al limite dello sfinimento. Ne è valsa la pena? Altroché. Sei pezzi da mille si era concluso con gli assassini di Martin Luther King e di Bobby Kennedy. Il racconto riparte dall’estate del 1968. Gli Stati Uniti sembrano sull’orlo di una guerra civile. I movimenti dei diritti dei neri con le diverse sigle – United Slaves e Pantere Nere su tutti – sono in fibrillazione, la morte di King ha scatenato indignazione, tumulti in ogni angolo del Paese. Il clima è rovente. Ellroy riporta sulla scena alcuni dei protagonisti del libro precedente: l’immancabile J. Edgar Hoover – capo leggendario dell’Fbi, burattinaio di mezzo secolo di storia americana e personaggio meta-letterario figurando in almeno una decina di romanzi; Wayne Tedrow Jr – l’ex poliziotto di Las Vegas partito per Dallas per uccidere Wendell Durfee, poi spacciatore in Vietnam, ora collaboratore della mafia italiana di Carlos Marcello nonché intermediario tra il crimine organizzato e l’editore Howard Hughes; Dwight Holly, l’agente federale laureato a Yale che Hoover infiltra nei movimenti dei neri per alimentare disordini e gettare discredito sulla Causa dei diritti civili – OPERAZIONE CATTIIIIVO FRATELLO. Ma Ellroy non si accontenta di stupirci, chiede di più, ai protagonisti storici della serie aggiunge altri tre personaggi, tutti e tre di grande spessore, ben delineati, essenziali per lo sviluppo del racconto: il giovane investigatore Don Crutchfield, karen Sifakis e Joan Rosen Klein – soprannominata la Dea Rossa – due attiviste comuniste ingaggiate dall’Fbi come informatrici, due quarantenni colte, agguerrite e molto seducenti. Saranno soprattutto queste due donne a dominare il romanzo in lungo e in largo, con il loro impegno politico, sempre borderline, poco chiaro fino alle ultime pagine, e con la passione con la quale entrambe travolgeranno, in ogni senso, Dwight Holly. Karen è una donna sposata con un uomo mai nominato, ha dei figli. Gli incontri furtivi con Dwight sono una sfida pericolosa giocata sul non detto e sul reciproco sospetto. Joan è la più avventuriera delle due, mi ha ricordato anche nel nome Rose Zimmer, la regina di Sunnyside de Il Giardino dei dissidenti di Jonathan Lethem. Come Rose, Joan è una tenace idealista di sinistra, spiata, controllata per le sue idee sovversive, minoranza in una società che più di ogni altra è votata al capitalismo. Il doppio triangolo amoroso tra lei, Karen e Dwight, sarà uno dei temi centrali della storia, lunghissima, che si svilupperà tra la California e l’America centrale: Santo Domingo e Haiti. Inutile addentrarci nelle mille trame. Sono storie di violenza, di dolore, ma anche di redenzione, i cui protagonisti viaggiano come dannati alla ricerca di qualcosa o di qualcuno. In questo libro tutti cercano qualcun altro. Il sangue è randagio lo si ama, lo si detesta, lo si apprezza soprattutto per una scrittura impareggiabile, cruda, diretta, moderna, addirittura poetica per quanto lontana dalla poesia. Un pugno nello stomaco. Lasciatevi colpire.

Angelo Cennamo

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L’ETA’ DI MEZZO – Joyce Carol Oates

L'età di mezzo - Joyce Carol Oates

Nella mezza età c’è mistero, c’è mistificazione, scrive John Cheever nei suoi diari. Di misteri e mistificazioni il libro di cui sto per parlarvi ne è pieno. Siamo a Salthill-on-Hudson, un piccolo centro poco distante da Manhattan. I suoi abitanti sono tutti ricchi, di bell’aspetto, apparentemente giovani. L’upper class americana non ancora sconvolta dall’11 Settembre e impoverita dal fallimento della Lehman Brothers. Adam Berendt è uno scultore, e come tutti gli altri residenti ha un’età indefinita: cinquanta, cinquantadue, forse cinquantatré. Corpulento, tozzo, vede con un solo occhio, se ne va in giro con un cane meticcio che ha chiamato Apollodoro, come il discepolo di Socrate. Non è un caso. Non è un caso perché Adam è un socratico, nel senso che vive secondo lo spirito dell’antica filosofia greca: è saggio, disprezza i beni materiali, e pone ai suoi amici domande scomode. Adam non sarà esattamente un bell’uomo, anzi non lo è affatto, ma possiede uno strano carisma che seduce: tutte le donne di Salthill sono innamorate di lui. Adam seduce non solo da vivo, ma anche da morto, ovvero per quattro quinti del romanzo: la Oates, infatti, lo toglie fisicamente dalla scena nelle prime pagine, facendolo morire nel salvataggio di una bambina caduta da una barca durante i festeggiamenti del 4 Luglio. Dopotutto un gesto incauto – la bambina era una sconosciuta, e di sicuro sarebbe stata salvata da qualcun altro dei numerosi gitanti sul fiume – che però trova una sua ragione, un significato profondo negli ultimi paragrafi di questo libro, uscito nel 2001, ovvero in un periodo particolarmente fecondo per la letteratura americana; negli stessi mesi infatti furono pubblicati numerosi altri best-sellers: Le correzioni di Franzen, Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay di Chabon, L’opera struggente di un formidabile genio di Eggers, La macchia umana di Roth, Sei pezzi da mille di Ellroy, In fondo alla palude di Lansdale, tanto per citarne alcuni. Dicevo della morte di Adam. E’ da qui che la Oates dà inizio alla sua storia, lunga, densa di fatti e di personaggi, la storia di un’assenza, rumorosa, ingombrante: la morte di Adam sconvolge l’intera comunità di Salthill, è come un’infezione contagiosa, e il suo fantasma un demone che indirizza, devia le vite dei suoi amici. A cominciare da Marina Troy, la libraia che non ha fatto in tempo a dichiaragli il proprio amore, la donna alla quale Adam aveva imposto di ricevere in dono la sua casa di campagna in Pennsylvania. In quel luogo isolato Marina ritrova le tracce di un passato ancora avvolto nel mistero: libri, vecchie foto, sculture rimaste incomplete. Ritrova soprattutto se stessa, le ambizioni artistiche che per troppo tempo aveva represso per dedicarsi ad altro. La ricerca di nuove identità è un altro tema centrale del libro. Nella seconda parte, la figura di Adam lascia campo a quelle degli altri protagonisti; il romanzo allora si dilata, non più un solo romanzo ma almeno cinque romanzi, ciascuno per ogni personaggio: la storia del tragicomico matrimonio di  Lionel e Camille Hoffmann; quella dell’avvocato Roger Cavanagh e di Abigail Des Pres, la mamma alcolizzata che rischia di uccidere il figlio in un incidente d’auto; il romanzo di Augusta Cutler e della sua improvvisa scomparsa. Di  Marina ne ho già parlato. Ciascuno dei vecchi amici di Adam vivrà una specie di metamorfosi, una catarsi che lo farà approdare ad una nuova vita. L’età di mezzo è dunque un libro corale, polifonico, di grande spessore filosofico oltre che letterario: tutto il libro è  pervaso di filosofia socratica, sembra una declinazione moderna del Fedone. La vita, la morte, il senso inafferrabile delle cose. La scrittura di Joyce Carol Oates non rasenta la perfezione, è perfetta, nel senso che nessuno meglio di lei avrebbe potuto raccontare questa storia, queste storie, con la stessa sensibilità, con la stessa classe.

Angelo Cennamo

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SEI PEZZI DA MILLE – James Ellroy

Ellroy - Sei pezzi da mille

James Ellroy riscrive la storia americana in chiave noir: aggiunge, sottrae, cambia, mescola le carte, osservando fatti e personaggi da una visuale insolita e alternativa rispetto alle versioni ufficiali tramandate dai manuali scolastici. Con Sei pezzi da mille la storia ricomincia dove si era interrotta: l’assassinio di JFK. Nelle stesse ore dell’attentato che ha cambiato l’America, un giovane poliziotto di Las Vegas, Wayne Tedrow Junior, viene mandato a Dallas con seimila dollari per uccidere “Un pappone negro di nome Wendell Durfee“. Dietro l’operazione c’è la mafia con le sue propaggini: gestori di casinò, polizia corrotta, ma anche Wayne Tedrow Senior, il padre del ragazzo. Senior è un personaggio molto in vista, un ex palazzinaro che dirigeva un “sindacato di sguatteri”, è soprattutto un fanatico di estrema destra amico del KKK e di J. Edgar Hoover. Il rapporto tra padre e figlio, l’odio e la competizione che li lega, la rivalità in amore, è uno dei temi più affascinanti del libro. Dicevamo di Wayne Junior che parte da Las Vegas con sei pezzi da mille per uccidere Wendell. Wayne inizialmente sembra deciso ad assolvere il compito che gli è stato affidato, ma nel corso del romanzo – lunghissimo, estenuante per la scrittura frenetica, frasi brevi e ripetizioni in stile rap, per i mille intrecci a volte difficili da seguire fino in fondo, per i continui ribaltamenti, e per una fauna di personaggi che entrano ed escono dal racconto – la missione seguirà una diversa traiettoria, inaspettata, sorprendente, e la sua vicenda personale finirà per essere inglobata dalle altre trame. Quali? In American Tabloid abbiamo visto l’Fbi prendere di mira il clan dei Kennedy e il comunista Castro. Nel secondo volume il nuovo bersaglio di J. Edgar Hoover è Martin Luther King. King viene spiato, intercettato, il suo movimento per i diritti civili giudicato sovversivo, una minaccia per l’ordine pubblico. La storia di Ellroy si muove tra l’America e il Vietnam, teatro di guerra sì, ma anche luogo di traffici oscuri e fabbrica di droga. Nel romanzo, accanto ai nuovi personaggi, ritroviamo alcuni protagonisti del primo volume della trilogia: l’editore miliardario Howard Hughes, il suo braccio destro Pete Bondurant, soprattutto Ward Littel, ex agente federale poi avvocato di boss mafiosi come Carlos Marcello. Tutti implicati più o meno direttamente nel complotto che ha portato all’uccisione di JFK. Ma a dominare la scena del libro sono tre donne. Sono loro ad accendere maggiore curiosità nel lettore e a distrarlo dalla narrazione più tecnica dei complotti, talvolta prolissa – in questo romanzo ci sono almeno cento pagine di troppo. Vediamole allora queste figure femminili che deviano la trama noir per colorarla di rosso fuoco. Barb, la moglie di Pete, l’avevamo già conosciuta in America tabloid. Bella e dannata. La rossa per la quale JFK aveva perso la testa, la sua ultima scopata prima che Oswald gli facesse saltare il cervello quel giorno di novembre del 1963. Barb era stata scelta come esca del ricatto. Janice è la seconda moglie di Wayne Tedrow Junior, matrigna ed amante di Junior. Una maga circe capace di sedurre chiunque, anche lei sbandata e segnata da un passato travagliato. Infine Arden, la donna di Littel, la contabile mafiosa, la spia innamorata che mi ha ricordato la Caterina Rispoli dei libri di Manzini. Tre donne di grande spessore, letterario oltre che umano. Forti nella loro fragilità. Bugiarde e innamorate. Puttane fedeli capaci di qualunque follia per un’ora di tenerezza. Ellroy è magnetico; il suo minimalismo da marciapiede emoziona, cattura, redime.

Angelo Cennamo

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AMERICAN TABLOID – James Ellroy

american tabloid - james ellroy

In ogni libro di James Ellroy c’è un capitolo non scritto nel quale si racconta l’assassinio di una donna. Nel 1958 Ellroy è un bambino di dieci anni e quella donna è sua madre. Il delitto, rimasto irrisolto, accende la curiosità del ragazzino per il mondo del crimine, spingendolo prima oltre l’orlo dell’abisso poi alla resurrezione, proprio grazie alla letteratura. La storia di American tabloid  ha inizio nello stesso anno. Fin da subito, il libro è una gigantesca scena del delitto, “quel” delitto e molti altri ancora: l’America-tutta è una gigantesca scena del delitto “L’America non è mai stata innocente” scrive Ellroy nell’incipit. Raccontare la trama del romanzo è impossibile per il fitto susseguirsi di fatti, alcuni veramente accaduti, altri inventati. Una decina sono i protagonisti, molte di più le seconde linee. Ellroy riscrive un pezzo di storia americana in chiave noir. Sono gli anni dell’ascesa al potere di John Fitzgerald Kennedy e della sua tragica fine, praticamente la vicenda più scioccante dell’ultimo secolo per la società americana dopo la guerra in Vietnam. Mescolando verità e finzione, Ellroy ne ha tratto un romanzo potente con pochi precedenti nel genere thriller-crime. American tabloid è un libro tentacolare nel quale è difficile distinguere le vittime dai carnefici, i vincitori dai vinti, ognuno dei personaggi è pervaso dal male, ed è proprio il male a muovere, come pedine su una scacchiera, questi uomini e queste donne sulla scena del crimine. Non mi addentrerò nei mille intrecci riportati anche attraverso una verosimile ricostruzione di comunicazioni riservate e di trascrizioni di intercettazioni telefoniche, mi limiterò a delineare il quadro generale della storia, a tracciare i blocchi – tentacoli – essenziali del romanzo. Prima di tutto loro: i Kennedy. Joe, il capostipite, ci viene descritto come un ex produttore cinematografico poi finanziatore di traffici oscuri, disposto a qualunque compromesso pur di “comprare” la presidenza del figlio John. Dei due fratelli, Bob sembra il più assennato: prudente ai limiti del bigottismo, metodico, ineccepibile anche come padre e marito. Di tutt’altra pasta il fratello Jack: pragmatico, spregiudicato, soprattutto un insaziabile donnaiolo per non dire maniaco sessuale – qui Ellroy non ha dovuto lavorare troppo di fantasia. Secondo tentacolo: Fbi. Il suo capo indiscusso, personaggio leggendario, più letterario che storico – lo ritroviamo in almeno una decina di romanzi americani – è J. Edgar Hoover. Hoover detesta i Kennedy, ed è convinto che il comunismo sia più pericoloso della mafia, anche perché la mafia, dice, non esiste. Terzo tentacolo: Jimmy Hoffa con il suo sindacato di trasporti legato alla criminalità organizzata. Nel 1958, Bob Kennedy lavora in una commissione parlamentare allo scopo di incastrare Hoffa e smascherare i suoi intrallazzi malavitosi: è questa la traccia sulla quale si muove tutto il romanzo. Quarto tentacolo: la stampa, ovvero Howard Hughes, editore miliardario, drogato, paranoico, proprietario di una rivista scandalistica chiamata “Hush-Hush”. Con lui, Pete Bondurant, ex sceriffo, oggi investigatore privato, all’occorrenza pusher. Lascio per ultimi i due principali protagonisti della storia: Kemper Boyd e Ward Littel. Sono due ex agenti federali infiltrati da Edgar Hoover nel clan dei Kennedy per rovinare i piani presidenziali di Jack. Kemper è un personaggio diabolico: intelligente, scaltro, cinico, arrampicatore sociale oltre ogni forma di decenza, ricattatore, spia capace di giocare su più tavoli. Da uomo di Hoover diventa fido – si fa per dire – consigliere di Bob e Jack Kennedy. Ward Littel segue la scia del suo mentore. Le parabole dei due supereroi del male seguiranno traiettorie diverse fino ad intrecciarsi inesorabilmente in una delle scene finali e più spettacolari del libro. Il romanzo si apre con le immagini mandate dai tg della rivoluzione cubana: Castro il barbuto ha rovesciato il governo di Fulgenzio Batista. L’Avana al centro dei disordini, la sua miseria, il degrado, mi ha fatto ricordare la Napoli del dopoguerra raccontata da Curzio Malaparte ne La pelle: il contrabbando, la prostituzione, ma anche tanta umanità e speranza. La storia di Ellroy è una spola continua tra Usa e Cuba, ed è proprio la rivolta cubana ad innescare le spirali più noir della narrazione fino alle sue ultime pagine, quelle cioè dell’attentato a Dallas del 22 novembre del 1963. Tutto questo e molto altro è American tabloid, il primo volume di una trilogia cult – Sei pezzi da mille e Il sangue è randagio gli altri due capitoli – con la quale James Ellroy ha dato prova non solo di essere tra i maestri indiscussi del crime ma anche un abile costruttore di romanzi storici. Frasi brevi come dei tweet, ritmo forsennato, battute fulminanti. Leggere American Tabloid è come avventurarsi sulle montagne russe: a giro finito, devi reggerti forte e prendete fiato.

Angelo Cennamo

                                                                       

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