RIEN NE VA PLUS – Antonio Manzini

 

rien ne va plus - manzini

 

Nello stesso giorno, il dieci di gennaio, sono tornati in libreria due scrittori che io amo molto: Michel Houellebecq – del suo Serotonina ho già scritto su Telegraph Avenue – e Antonio Manzini con Rien ne va plus. Il 29 di questo mese uscirà anche la seconda parte de L’assassinio del Commendatore, il thriller psicologico di Murakami Haruki. Come dire, il 2019 non poteva cominciare meglio. La storia raccontata da Manzini riprende dove si era interrotta la trama precedente, quella di Fate il vostro gioco. Un furgone portavalori con tre milioni di euro, l’incasso del casinò di Saint-Vincent, scompare nel nulla. Sembrerebbe un normale caso di rapina, ma il vicequestore Schiavone sente che qualcosa non quadra, lo intuisce, dice lui, dall’odore. La scomparsa del furgone è collegata al caso dell’omicidio del ragioniere Favre, un ex dipendente della casa da gioco, i cui mandanti sono rimasti sconosciuti. Serve allora un supplemento di indagine per trovare il nesso, il punto di contatto tra i due fatti, nuovi indizi necessari a ricomporre il puzzle. Contro il parere dei vertici della questura e della procura, che vorrebbero indirizzare l’indagine altrove, Schiavone decide di seguire il proprio intuito, quello strano odore, e di andare fino in fondo, ovviamente alla sua maniera, con i suoi metodi, forzando le regole, abusando del ruolo. Sono giorni difficili per Rocco, le ombre del passato cominciano ad addensarsi minacciosamente; la vicenda della morte di Luigi Baiocchi, il killer di sua moglie Marina, sembra giunta ad una svolta decisiva. La storia raccontata da Manzini come sempre viaggia sul doppio binario, non manca, non può mancare quello del cazzeggio e della commedia: gli amori, il rapporto paterno tra Schiavone e Gabriele nel frattempo trasferitosi con la madre Cecilia a casa sua  – i tre seduti in salotto a guardare un film di zombie con pizza e coca sembrano una famiglia in piena regola – le gag del solito cast di poliziotti imbranati “In questa squadra mobile adottiamo un sistema dispotico e piramidale che vede in cima il capo, cioè io, e giù alla base la bassa manovalanza grigia e silenziosa, cioè voi due” dice Rocco, indovinate a chi? La scena poi della telefonata che Ugo Casella fa al cugino Nicolino per ricevere una dritta sul corteggiamento che sta goffamente portando avanti alla sua vicina di casa, è a dir poco esilarante, una delle cose migliori che ho letto negli ultimi anni, degna del dialogo tra Schiavone e Gigi er cesso in 7-7-2007, ricordate? Eh sì, da tempo Manzini ha ribaltato la massima di Umberto Saba secondo cui la letteratura italiana è secoli di noia: con Rocco Schiavone non ci si annoia mai. Non solo. In questo libro, a mio avviso tra i due barra tre migliori delle serie, Manzini ci appare addirittura migliorato, rodato, nella scrittura, oggi più morbida, scorrevole, colloquiale, come nella costruzione delle trame, perfettamente armonizzate tra loro.

Angelo Cennamo

 

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SEROTONINA – Michel Houellebecq

serotonina - michel houellebecq

Per recensire un capolavoro – parola abusata, me ne rendo conto, ma nel caso di specie non me ne vengono in mente delle altre, sinonimi o vocaboli “equipollenti” come dicono le persone colte – basterebbe scrivere: questo libro è un capolavoro. Punto. Tuttavia di Serotonina di Michel Houellebecq, romanzo edito in Italia da La nave di Teseo e arrivato in libreria il dieci di gennaio, qualcosa mi tocca pur scriverla, non fosse altro che per onorare i pochi lettori che ho, assecondare la loro curiosità fatta lievitare per settimane da giornali, tivù, blogger, scrittori e altri addetti ai lavori, intorno a questo tomo di 332 pagine, divenuto un caso letterario ancora prima che venisse pubblicato. E allora raccontiamolo questo capolavoro.

Nel bene o nel male, i romanzi di Michel Houellebecq fanno sempre discutere, alimentano dibattiti, spesso polemiche feroci: Sottomissione, il libro che anticipò la stagione del terrorismo islamico fu accusato addirittura di blasfemia e l’autore costretto a rinunciare alla promozione in pubblico per non finire sulla black list dove è già inciso da tempo il nome di Salman Rushdie. Scrive sempre lo stesso libro, dicono di lui i suoi detrattori. Una critica che accompagnò per molti anni anche altri scrittori celebri: Sartre, Camus, Moravia, come Houellebecq cantori del nichilismo e dell’apatia. Leggendo Serotonina, riflettevo sul fatto che i libri di Houellebecq come accade per esempio con i romanzi di Richard Yates, li amiamo e li detestiamo per la stessa ragione: raccontano storie disturbanti, storie che ci costringono a guardare nelle nostre vite e a scoprirci soli e infelici. “In Occidente nessuno sarà più felice” è l’amara conclusione del protagonista, Florent-Claude Labrouste, il quarantaseienne funzionario del ministero dell’Agricoltura perdente fin dalla nascita per aver ricevuto un nome del tutto sbagliato, fastidioso, che non gli somiglia affatto. Nella prima parte del racconto, scritto tutto in prima persona, Florent sta trascorrendo una noiosa vacanza in Spagna in compagnia di Yuzu, la giovane fidanzata giapponese dalla quale intende separarsi a qualunque costo, al punto di escogitare un piano sbrigativo e folle, il piano consiste semplicemente nel gettarla dalla finestra. Yuzu è una ragazza viziata “A essere figlie uniche di genitori ricchi si viene fuori come Yuzu, qualunque sia il paese, qualunque sia la cultura” e molto disinibita, anzi è una vera troia. Florent scopre infatti che in sua assenza la fidanzata organizza festini erotici con uomini e cani. Per i dettagli vi rimando alle pagine 48, 49 e 50. Lui e Yuzu sono una coppia in fase terminale “Non c’era più niente che potesse salvarla, ed era comunque un’eventualità non auspicabile”. E’ a questo punto che la storia raccontata da Houellebecq entra nel vivo. Florent si dà alla fuga, fugge dalla sua vita e da se stesso. Si trasferisce prima in albergo poi nella tenuta di un suo ex compagno di università – Aymeric, uomo di origini nobili oggi allevatore in crisi e marito abbandonato – dove trascorrerà un capodanno tragico ed esilarante – tutto il libro si muove sui binari dell’inquietudine e della comicità – ”Ero felice nella solitudine? Pensavo di no. Ero capace di essere felice in generale? È il tipo di domanda che credo sia meglio non farsi”. Florent è ufficialmente depresso. A tenerlo in vita, anzi ad aiutarlo a non morire, è il Captorix, un farmaco di nuova generazione “una piccola compressa bianca, ovale, divisibile. Non crea né trasforma; interpreta. Ciò che era definitivo, lo rende passeggero; ciò che era ineluttabile, lo rende contingente”. E’ il tempo dei ricordi. Florent si illude di riportarli in vita, di ridare corpo al passato, ma l’appuntamento con Claire, una sua vecchia fiamma, è deludente. La ragazza briosa e sensuale di vent’anni prima oggi è una grassona già sbronza prima di cenare. Anche il nuovo incontro con Aymeric, l’allevatore disperato che lo coinvolge in una rivolta sanguinosa contro la polizia, non ha lo stesso sapore della giovinezza “In fondo le uniche amicizie autentiche, non sopravvivono mai all’ingresso nella vita adulta, si evita di rivedere i propri amici di gioventù per non trovarsi di fronte a testimoni delle proprie speranze deluse“. La sola speranza resta Camille, la studentessa che Florent aveva conosciuto ad uno stage, la sola donna che lo aveva reso davvero felice. Florent la rintraccia, la spia per giorni in compagnia di un bambino, Camille oggi ha un figlio, poi rinuncia ad incontrarla, non ha il coraggio né la forza di alterare i nuovi equilibri della sua vita. E’ la fine di tutto. Niente amici, niente amori, niente sesso, la serotonina riduce il tasso di testosterone. In una delle scene più straordinarie del libro, il dottor Azote, lo psichiatra che lo tiene in cura, suggerisce a Florent di sostituire il Captorix con tre puttane, gli prescrive tre escort con tanto di nome e numero di telefono. Azote compare poco nel libro ma è un personaggio meraviglioso, l’ho immaginato come Philippe Noiret. Ora Florent è in bilico tra il pensiero di farla finita – la ricostruzione fisico-matematica della sua possibile caduta dal balcone è un momento di alta letteratura che ci riporta a certe congetture di Philip Roth – ed una rassicurante rassegnazione alla morte “ In realtà Dio si occupa di noi, pensa a noi in ogni istante, e a volte ci dà direttive molto precise”. Siamo alle ultime battute del libro, un libro potente, divertente, lacerante, il migliore dei romanzi scritti da Houellebecq anche perché li racchiude tutti. Serotonina è il congedo del maschio occidentale da un tempo avviato inesorabilmente al tramonto. Il declino del pene di Florent diventa la metafora di un’Europa che non ha più la forza né la volontà di risollevarsi, un’Europa impotente come lui, che ha smarrito identità, progetti, valori. Vita, morte, disincanto, e tanto riso amaro in questo lungo flusso di coscienza nel quale Houellebecq mescola alla sua maniera il romanticismo alla filosofia, e la comicità alla pornografia.

Angelo Cennamo                   

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IL SUGGERITORE – Donato Carrisi

 

il suggeritore - donato carrisi

 

“La morte, specie se violenta, esercita uno strano fascino sui vivi”.

Sarà per questo che i thriller vendono molto. Donato Carrisi, come altri suoi colleghi italiani: Dazieri, Costantini, De Marco, Pulixi, le regole del thriller anglosassone le ha riscritte, riuscendo a declinare un genere che fino a qualche anno fa era appannaggio degli americani in una nuova forma e con uno stile più “letterario” – che brutta parola.

Il suggeritore è il suo romanzo d’esordio. L’ambientazione è imprecisata, luoghi e nomi dei protagonisti lasciano pensare ad una città del centro Europa – Svizzera? Poco importa. In un bosco sono state seppellite le braccia di sei bambine. La macabra scoperta dà inizio ad un’indagine complicata e dai rivolti imprevedibili. Al centro della scena si muovono due personaggi: Goran Gavila, un criminologo dal vissuto turbolento: una moglie scappata di casa e un figlio piccolo a cui badare – e Mila Vasquez, un’investigatrice esperta di casi di sparizione, con un trauma infantile che non smette di perseguitarla. Mila ci viene descritta come una trentenne dal fisico tonico e mascolino “ore ed ore di palestra avevano sradicato tenacemente ogni traccia di femminilità”. Leggendo di lei, mi è venuto in mente la protagonista dei thriller di Sandrone Dazieri, la poliziotta Colomba Caselli. Mila e Colomba sono donne coraggiose, anaffettive per le stesse ragioni forse, trasandate, entrambe segnate da brutte esperienze che ne hanno minato il corpo e la mente. A completare il cast ci sono il capo della polizia Roche, un paio di agenti, e il dott. Krepp, un anatomopatologo anziano, tatuato e con i capelli lunghi “Ecco come finiscono i punk quando invecchiano”. Trattandosi di un thriller non posso aggiungere altro sulla trama. Una cosa però posso dirvela: in questo libro non ci sono vincitori né vinti, né buoni né cattivi. Nel corso delle indagini scoprirete infatti che ciascuno dei personaggi ha qualcosa da nascondere, un lato oscuro. Il male non risparmia nessuno, è questo il messaggio, il senso del romanzo “Il buio ci chiama, ci seduce con la sua vertigine. Ed è difficile resistere alla tentazione…” dice Mila in una delle scene finali al suo collega criminologo. Ho accennato prima al passato turbolento di Goran, al suo matrimonio fallito e alla sua vita da single insieme al figlio Tommy. Il rapporto tra Goran e Tommy è uno dei temi centrali del libro, e nelle battute conclusive accenderà la storia con il miglior colpo di scena del romanzo. Un ultimo appunto lo riservo per l’assassino. Rinunciate ad ogni previsione o calcolo, nulla sarà come appare fino all’ultima pagina: Carrisi è abile nel giocare con la verità, si diverte a seminare dettagli, suggestioni, a stimolare ipotesi che puntualmente si rivelano infondate e fuorvianti. L’assassino è il suggeritore. Vi basti questo.

Angelo Cennamo

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TU SEI IL MALE – Roberto Costantini

tu sei il male - roberto costantini

Questa storia inizia nel 1982, durante la finale dei mondiali di calcio in Spagna. Una diciottenne impiegata del Vaticano scompare misteriosamente proprio nelle ore in cui Dino Zoff alza la coppa dei vincitori e per le strade di Roma esplode la festa. Il suo corpo viene ritrovato pochi giorni dopo nelle acque del Tevere. Ad indagare sul delitto è un giovane commissario di origini siciliane cresciuto nella Libia di Gheddafi, con un passato da picchiatore fascista e una laurea in filosofia presa con la raccomandazione di un ministro democristiano. Si chiama Michele Balistreri, per gli amici Mike. Mike è di bell’aspetto, gli piacciono le donne di ogni età, l’alcol, il poker, e nel tempo libero –  a Vigna Clara, quartiere chic e sonnolento della Roma borghese, di tempo libero ce n’è abbastanza – se ne va in giro per la città e il litorale ostiense a bordo di un Duetto Alfa Romeo, lo stesso di Dustin Hoffman ne Il laureato. Insieme a lui, Angelo Dioguardi, ragazzo del popolo, orfano, amante del poker come Mike e cantante di night nelle sere d’estate. Angelo lavora nello stesso ufficio dove è impiegata Elisa Sordi, la ragazza assassinata. Si occupa della gestione del patrimonio immobiliare del Vaticano su incarico di un cardinale molto influente, zio della sua fidanzata. Cosa manca a questa storia per essere marcatamente italiana? Il sequel. Sì, perché se il caso di Elisa rimarrà irrisolto per oltre vent’anni, nella seconda parte del racconto i dubbi, i misteri e i depistaggi legati a quella vicenda cominciano a diradarsi a seguito di una nuova tragedia: il suicidio della madre di Elisa, avvenuto per una strana coincidenza durante la finale dei mondiali del 2006, quella in cui gli azzurri battono la Francia. Balistreri oggi è un uomo depresso, solo, la bellezza e gli svaghi degli anni Ottanta sono solo un ricordo, ma una serie di nuovi delitti lo costringono a fare i conti con un passato che sembra non volerlo mai abbandonare. Altro non si può dire di questo romanzone di circa settecento pagine con il quale l’ingegnere Roberto Costantini nel 2011 fece il suo esordio – e che esordio – nella letteratura noir. Tu sei il male è il primo volume di una trilogia che ha avuto riscontri positivi anche fuori dai confini nazionali. “E’ intessuto di affascinante storia politica, i personaggi sono caratterizzati con brillante acume psicologico, ed è un thriller mozzafiato” le parole di Jeffery Deaver non lasciano dubbi: questo libro non è solo un thriller ma uno straordinario affresco di storia moderna italiana, con richiami più o meno espliciti a fatti di cronaca nera realmente accaduti. Leggendo Tu sei il male ho ritrovato il mood di altri due libri “romani”: La scuola cattolica di Albinati e Romanzo criminale di De Cataldo, ma anche il tragico epilogo di Pasolini nella periferia più degradata di Ostia.

Angelo Cennamo                              

 

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1Q84 – Libri I e II – Murakami Haruki

 

1q84 - murakami

“Quello che apprezzo di più, soprattutto per quanto riguarda i romanzi, è non riuscire a comprenderli fino in fondo” dice l’editor Komatsu al giovane ghost writer Tengo. E’ quello che accade leggendo i romanzi di Murakami Haruki, maestro della letteratura giapponese, come Philip Roth – lui ormai a fine corsa – eterno candidato al Nobel. Pretendere di capire fino in fondo Murakami non è solo tempo perso ma un vacuo tentativo di profanare il suo talento. 1Q84 è una storia raccolta in tre volumi, densa di fatti, mescolanze, digressioni, nella quale tutto ci appare inizialmente sdoppiato, sfocato, oltre che incomprensibile. In un altro romanzo distopico – Infinite jest – David Foster Wallace conduce i lettori in una nuova dimensione nella quale il tempo viene sponsorizzato: Anno dei Pannoloni per Adulti Depend, Anno del Whopper, Anno della Saponetta Dove in Formato Prova…. I protagonisti del libro di Murakami varcano invece la soglia del 1984 per ritrovarsi in un anno parallelo denominato 1Q84, in un mondo – un altro mondo – nel quale è possibile riscrivere il passato. La bolla temporale dentro cui si sviluppano le due trame è una sorta di prigione poco dorata dalla quale non è possibile uscire. Il doppio tempo è scandito da una visione inquietante: due lune in cielo. Due lune, due mondi, due trame, due protagonisti: una giovane killer in minigonna e tacchi a spillo che vendica le donne che subiscono violenza, e un suo coetaneo ghost writer incaricato da un editore spregiudicato di riscrivere il romanzo abbozzato da un’adolescente molto promettente, ma dallo stile ancora acerbo, per poi presentarlo alla più importante competizione letteraria giapponese. Aomame e Tengo, questi i nomi dei protagonisti, si erano già conosciuti da bambini, ma ignorano di essere coinvolti in una vicenda più grande di loro, destinata a cambiare le sorti del mondo e forse a farli rincontrare. Il romanzo che Tengo riscriverà per conto della ragazzina – Fukaeri – tra mille dubbi e ripensamenti, nasconde una storia vera, raccapricciante, che una volta svelata rischia di compromettere l’esistenza dell’autrice. Parallelamente, la strana missione di Aomame condurrà la giovane assassina al cospetto di un altro personaggio cardine del libro, il Leader di una setta religiosa che controlla e manipola le vite altrui e che ha ispirato la storia raccontata da Fukaeri nel romanzo riscritto da Tengo. Di più non si può dire di questo racconto fantascientifico, magnificamente congegnato, fatto di numerosi intrecci, incastri millimetrici che alimentano curiosità e suspance. 1Q84 è un thriller psicologico dal sapore orwelliano, nel quale non mancano momenti di tedio. Un romanzo – sdoppiato anche nella struttura: libri I e II – carico di metafore, simbolismi e di messaggi più o meno subliminali: la condanna della misoginia e della cultura di massa, il controllo della società, l’identità familiare, il sesso come fuga dalla realtà e dall’apatia. Un capolavoro di immaginazione che ci riporta alle migliori performance di Stephen King, il solo autore che può competere alla pari con Murakami nel genere distopico-fantasy. Bello, onirico, sfiancante.

Angelo Cennamo

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CITTA’ DI MORTI – Herbert Lieberman

Città di morti - Herbert Lieberman

In principio fu Herbert Lieberman? Prima di tanti altri suoi colleghi oggi più conosciuti e venduti, da Patricia Cornwell a Jeffery Deaver, è stato lui a rimpinguare gli scaffali del genere thriller con una quindicina di romanzi, tra cui spiccano titoli come Nightbloom e Crawlspace. Quando venne pubblicato nel 1976, Città di morti riscosse grande successo soprattutto in Francia, dove divenne un vero e proprio oggetto di culto vincendo il prestigioso Grand Prix de Littérature Policière, ma passò quasi inosservato negli Usa per ragioni difficili da spiegare. Con qualche decennio di ritardo, il romanzo è sbarcato in Italia grazie a Minimumfax, editore specializzato nel ripescaggio di grandi scrittori dimenticati: Bernard Malamaud, Richard Yates, John Barth, tanto per citarne qualcuno.

La storia è ambientata nella New York degli anni Settanta, i peggiori forse dalla crisi di Wall Street per la delinquenza dilagante, per i numerosi morti ammazzati, da arma da fuoco come da eroina. Pochi i personaggi tra i quali si staglia la figura di Paul Konig, anatomopatologo e capo dei medici legali di New York, il più noto ed apprezzato perché nessuno meglio di lui sa leggere sui corpi dei morti le loro storie.  Le giornate del dott. Konig, che io ho immaginato come l’attore Ernest Borgnine –  il romanzo sembra la sceneggiatura di un meraviglioso film d’azione, per scrittura, ritmo, e per i dialoghi, assolutamente perfetti – sono a volte lente ed inconcludenti, altre volte cadenzate da macabre routine “Come molte altre, fiorenti imprese, quella di Paul Konig è un’attività ciclica. Ci sono stagioni fiacche e stagioni intense. Giorni fruttuosi e giorni infruttuosi”. Quello di Konig è di sicuro un brutto mestiere, brutto come lui – il nostro Paul – il medico, il padre, l’amico, il collega di lavoro Paul – è una persona scorbutica, irascibile, arrogante – un mestiere faticoso, senza orari e sottopagato “Faccio quello che quei fighetti figli di puttana di Park Avenue con i loro uffici di lusso non faranno mai. Faccio il lavoro sporco. Rassetto casa dopo la festa“. Konig si muove in un girone dantesco, tra obitori, squallide aule giudiziarie, uffici della polizia degradati che puzzano di sporcizia e dell’incuria burocratica, laboratori decrepiti “Ogni volta che intraprende quella discesa, ogni volta che entra in quel mattatoio, in quell’ossario dal quale esalano miasmi sempre più intensi, tutto il suo essere è pervaso dalla sensazione strana, eppure assolutamente genuina, di trovarsi di nuovo a casa“. La New York raccontata da Lieberman somiglia alla città tetra e violenta di Underworld di DeLillo e alla City on fire di Garth Risk Hallberg, romanzi ambientati negli stessi anni e con trame per certi versi contigue, quasi si trattasse di una trilogia. Al centro della storia due vicende: il ritrovamento di resti umani sulla riva di un fiume; il rapimento di Lolly, la figlia di Konig, uscita di casa cinque mesi prima e finita nelle mani di un pericoloso squilibrato. Nel libro, come è facile attendersi, abbondano una certa terminologia medica ed una serie di dettagli raccapriccianti che tuttavia non incupiscono la narrazione, non ne alterano la bellezza e il respiro ampio da grande romanzo, grande oltre qualunque classificazione di genere, perché, per chi non lo avesse ancora capito, Città di morti è una storia che trasuda amore e odio, con molteplici sottotracce perfettamente allineate al suo nucleo centrale. Viva Lieberman e viva Minimum fax che ce lo ha fatto conoscere.

Angelo Cennamo

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L’ASSASSINIO DEL COMMENDATORE – Murakami Haruki

 

L'ASSASSINIO DEL COMMENDATORE - Murakami

 

Mi hanno sempre affascinato i romanzi che parlano di quadri: Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, Il Cardellino di Donna Tartt, La ragazza con l’orecchino di perla di Tracy Chevalier, La vedova Van Gogh di Camilo Sànchez. Ne L’assassinio del commendatore di Murakami Huraki la raffigurazione pittorica nasconde un mistero fitto intorno al quale si dipana una trama palpitante fin dalle prime pagine, prodigiosa – foriera di uno stupore che lascia il lettore in attesa di qualcosa che sta per accadere, lo si percepisce rigo dopo rigo, paragrafo dopo paragrafo – avvolta dalla solita aura magica che l’autore giapponese infonde alle sue narrazioni. Murakami si diverte a giocare con la verità, a mescolare la realtà con il sogno, e i lettori amano farsi guidare da lui in queste storie talvolta indecifrabili, sempre sospese tra il mito e il pragmatismo di una quotidianità lenta: i protagonisti di questo libro non hanno alcuna fretta di vivere, di lavorare, di muoversi, sembrano collocati fuori dal tempo, in una dimensione ovattata senza i rumori, i tic, le nevrosi della modernità. La voce narrante è quella di un giovane ritrattista, mai nominato, che dopo la separazione dalla moglie inizia un lungo vagabondaggio in auto, senza meta, per poi trasferirsi nella casa dove ha vissuto un noto pittore giapponese, padre di un suo compagno di accademia. Nella casa, costruita in un luogo isolato, tra i boschi, l’assenza del grande maestro, oggi ricoverato in un centro per anziani, diventa presenza attraverso il mobilio, i dischi di musica classica, i libri, e una tela molto speciale, imballata e nascosta in soffitta, una tela che riproduce una scena ispirata al Don Giovanni di Mozart. Vivere nella casa di Amada Tomohiko – questo il nome dell’artista – è stimolante per un pittore ancora alla ricerca di una propria identità e stufo di dipingere ritratti. Ma ci sono commissioni impossibili da rifiutare: un uomo sconosciuto presentatosi con lo pseudonimo di Menshiki, che scoprirà essere il suo dirimpettaio, chiede al protagonista di fargli il ritratto. E’ una richiesta pressante per la quale l’uomo, apparentemente facoltoso, colto, raffinato, è disposto a pagare qualunque cifra. Nel corso della storia, Menshiky acquisterà un ruolo decisivo, essenziale anche per la soluzione di altri misteri, fino a diventare il vero protagonista del romanzo. Chi è Menshiky? Cosa nasconde? È uno dei tre interrogativi del racconto, insieme alla vicenda del quadro e allo strano richiamo che di notte raggiunge la casa del pittore da una cripta forse millenaria, nascosta nel giardino. L’assassinio del commendatore è un thriller psicologico, una storia che ci parla della nostra fragilità interiore e della forza riparatrice dell’arte, ma anche di mondi paralleli, della linea invisibile che separa la verità dal sogno “Spesso non capiamo bene dove passa il confine tra ciò che è reale e ciò che non lo è” dice Menshiky in una delle scene più intense del romanzo. E’ la frase che racchiude il libro, il primo di un dittico destinato a ripetere il successo di altri capolavori come Norwegian wood, Kafka sulla spiaggia e 1Q84.

Angelo Cennamo

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IL RE DI DENARI – Sandrone Dazieri

Il re di denari - Sandrone Dazieri

Non credere a niente”

E’ la frase chiave di questo romanzo, scritta a caratteri grandi, in stampatello, anche sulla quarta di copertina – come mi piacciono le copertine con le scritte grandi: fa molto american novel. Dicevo che è la frase chiave perché leggendo, non solo l’ultimo libro ma l’intera trilogia, si scopre che in questa storia niente o quasi niente è come appare. Del resto, la missione di un thriller non è forse quella di spiazzare i lettori e di ribaltare ogni frammento di verità o di presunzione della verità? Con Il re di denari Sandrone Dazieri, sceneggiatore e autore di noir cimentatosi solo da qualche anno col genere thriller, ci riesce alla perfezione. Prima di addentrarci – molto poco – nella trama, per ovvie ragioni, è bene mettere in guardia i lettori e dire loro che la vicenda raccontata dallo scrittore cremonese parte da molto lontano, ovvero dal primo capitolo della serie, intitolato Uccidi il padre seguito poi da L’angelo; e che i protagonisti, Dante Torre e Colomba Caselli, sono gli stessi degli altri libri. Chi sono Dante e Colomba? Lei è una ex poliziotta scampata ad una serie di attentati dinamitardi e a svariate aggressioni. Lui è un ex ragazzo prodigio, nel senso che è prodigioso sopravvivere ad un sequestro di persona durato ben tredici anni, e rimanere chiuso in un silo, prigioniero di un’entità malefica, reale ma poco definita, denominata Il Padre. Della sua tragica infanzia, dei segni, delle cicatrici, nel corpo e nell’anima, che gli sono rimasti, Dante oggi ne ha fatto un mestiere: ritrova persone scomparse, scomparse come lui, torturate come lui, qualche volta uccise, come a lui per fortuna non è accaduto. Dante e Colomba sono una coppia borderline, che opera tra le pieghe della legalità, del possibile, del concesso, tra mille difficoltà, spesso ostacolata da poteri occulti che manovrano e corrompono chi invece dovrebbe far luce sulle drammatiche vicende raccontate. L’intera trilogia di Dazieri si muove nel nome del Padre, ruota intorno alla sua ombra misteriosa che incombe sul passato ma anche sul presente di Dante, prigioniero di un tempo che sembra non finire mai.

Il re di denari ha inizio dove la storia si era interrotta, l’indomani di quella esplosione al palasport di Venezia, e con il nome ricorrente di Leo Bonaccorso: uno sbirro o chi altro? Colomba ha lasciato la polizia da oltre un anno, trascorre il tempo a tentare di riprendersi dopo aver rischiato la morte.  Nel capanno degli attrezzi della sua casa innevata, nelle Marche, scopre un ragazzo autistico, sotto shock, imbrattato di sangue. Tommy, questo il nome del giovane, è sopravvissuto alla strage dei suoi familiari. L’identikit dell’assassino ha il volto del dieci di quadri: il re di denari. E Dante? E’ scomparso di nuovo, lotta tra la vita e la morte chissà dove, prigioniero forse di un complice del Padre. Ma non lo avevano tolto dalla scena? Sono solo alcuni dei misteri, fitti, fittissimi, che Dazieri semina nel corso della sua narrazione, sempre lucida, impetuosa, incalzante, e con un finale aperto.

Angelo Cennamo

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MATRIGNA – Teresa Ciabatti

MATRIGNA - Teresa Ciabatti

Era inverno quando mio fratello sparì.

Andrea aveva sei anni. Sua sorella Noemi, poco più grande di lui, lo teneva per mano durante quella festa di Carnevale che lo inghiottì per sempre.

Un anno dopo La più amata, Teresa Ciabatti torna in libreria con una nuova vicenda familiare, amara, lacerante, burrascosa, 205 pagine fitte di suggestioni e brividi. La Ciabatti è esperta di narrazioni familiari, sa raccontare i conflitti, i sentimenti più profondi che legano i figli alle madri e ai padri, i silenzi – che nella scrittura traduce con la parola “pausa” – e l’incomunicabilità che si perpetua fino a degenerare nei traumi. Non c’è scampo per Noemi, la voce narrante della storia, nella quale abbiamo la sensazione di ritrovare la stessa autrice del libro: quando Teresa Ciabatti scrive ci convinciamo che stia parlando di sé, della sua vita, o di una vita prossima alla sua. Lei è lì, nel racconto, con tutta se stessa: mente, sangue, cuore, e noi lettori non possiamo fare a meno di seguirla negli stessi luoghi; ci lasciamo guidare nel medesimo tormento, nel dubbio, nella disperazione, è il tracciato di una catarsi feconda, feconda perché sappiamo che di quella lettura rimarrà una macchia, un insegnamento, un’immagine. La scomparsa di Andrea è per il suo nucleo familiare una deflagrazione che si rinnova nel tempo, ma un tempo senza fine, un lutto che non smette di seminare dolore, angoscia, e follia: dove sarà finito il bambino biondo dagli occhi azzurri, bello, perfetto, coccolato, esibito, invidiato da Noemi al punto da desiderarne la morte?

Attenzione: nella mia memoria ingannevole, non garantisco che le cose siano andate così, non fidatevi.

Teresa-Noemi mette in guardia i lettori, li avverte prima di lanciare i dadi di questo gioco sapiente nel quale realtà e immaginazione si rincorrono, si alternano, fino ad intrecciarsi in una combinazione rothiana. Nella storia c’è un prima e un dopo, ripetuti salti temporali, ma la linea di demarcazione di questo tempo pensato non esiste, non si vede: tutto avviene, tutto è già accaduto. Noemi è bambina, poi adulta, poi un’adulta bambina inseguita dai fantasmi del passato. Gli studi universitari in città, il fidanzato “Guardandomi da fuori, chi avrebbe indovinato il mio guasto?”, infine il ritorno a casa, nel paesello di montagna, lo stesso dove si consumò la tragedia. Noemi rivede sua madre e quasi non la riconosce, è cambiata, dopo la morte del marito si è fidanzata con un ragazzo molto più giovane di lei, giovane solo per ragioni anagrafiche, un giovane vecchio, uno sfigato, forse un manipolatore in cerca di denaro. Luca ha forse le sembianze del bambino perduto? Tutto si mescola: le identità, le verità, le parole, quelle dette, quelle mai pronunciate. Questo è Matrigna, questo è il racconto che Teresa Ciabatti ha cesellato con una scrittura minimal, mai vischiosa, fluida come un torrente limpido e inarrestabile, a metà strada tra il postmoderno e la tradizione, con frasi brevi, millimetriche, che offrono al lettore il quadro estetico di una letteratura d’oltreoceano più che italiana.

Matrigna è un romanzo sull’assenza e sui ricordi, una storia di interrogativi inevasi che a tratti sfiora il noir, sempre vibrante, carica di introspezione e venata di poesia. Un libro nel quale molti ritroveranno brandelli del loro vissuto: gelosie, sensi di colpa, inganni, paure. Checché ne dica Nabokov, a questo serve la narrativa: a riconoscersi.

Angelo Cennamo

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IO SONO DOT – Joe R. Lansdale

Io sono Dot - Lansdale

Che si tratti di un’avventura di Hap e Leonard o altro, le trame di Joe R. Lansdale ci tengono sempre di buonumore. Una forza creativa, multiforme, inesauribile, quella dello scrittore texano, che mescola al meglio i linguaggi pop, dando vita a una giostra di suggestioni che trascinano i lettori in luoghi che esistono, reali, ma che nel contempo sono del tutto immaginari. Sentimenti, corpi, auto, case, animali feroci o scoiattoli, ogni cosa ha contorni nitidi. I libri di Lansdale sono colorati come i film dei supereroi della Warner Bros. Quanto Lansdale debba a un genio come Stan Lee è presto detto: è il fumetto il propellente delle sue narrazioni; bang, smack, poff, boom, l’onomatopeica della rissa e del salvataggio fa da corollario a storie avvincenti, scritte con la giusta leggerezza ma che leggere non sono.

Dorothy Sherman, per tutti Dot, ha diciassette anni e vive in una roulotte con sua madre, la nonna, un fratellino più piccolo “Divoratore di Caccole”, e una sorellastra maltrattata dal compagno. Suo padre, una mattina di cinque anni prima, era uscito di casa per comprare le sigarette e non è più tornato. Per sbarcare il lunario, la ragazza serve sui pattini in un Drive-in della zona. Siamo nel Texas orientale, è qui che Lansdale colloca tutte le sue trame; luoghi malfamati dove violenza e razzismo la fanno da padroni. Il destino di Dot sembra segnato, la sua è una vita di soli sacrifici, misera, ma Dot la affronta a rotta di collo, senza arrendersi né soccombere. Le cose cambiano quando sbuca fuori dal nulla un tale che si presenta come lo zio Elbert, un ex galeotto, apparentemente un uomo inaffidabile, ma che nel corso del racconto si rivelerà il più saggio della famiglia. Io sono Dot è un romanzo divertente, come nella tradizione di Lansdale, scritto con la solita levità dietro la quale però si nascondono temi seri, impegnativi: la povertà, l’abbandono, la speranza, il sogno. La voce narrante è femminile come in un altro bel romanzo di qualche anno prima: Tramonto e polvere. Chi conosce questo mestiere sa che non si tratta di un semplice dettaglio: è una prerogativa dei grandi novelist quella di saper immedesimarsi in protagonisti di un altro sesso, per giunta adolescenti. Capita di rado. Di rado come ritrovarsi a Salerno insieme a uno dei maggiori romanzieri americani. Ho scritto di questo libro poche ore dopo aver incontrato Lansdale, fatto due chiacchiere con lui e avergli esibito la mia copia di Io sono Dot perché me la autografasse: “To Angelo – Joe R. Lansdale”. Perfetto.

Angelo Cennamo

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