UN GIORNO QUESTO DOLORE TI SARA’ UTILE – Peter Cameron

Un giorno questo dolore ti sarà utile - Peter Cameron

“Io mi sento me stesso solamente quando sono solo”

James Sveck è un giovane newyorchese, figlio di genitori divorziati. Il padre fa il manager a Wall Street, la madre tornerà a gestire la sua galleria d’arte moderna non appena si sarà ripresa dallo choc per la terza separazione, maturata addirittura nei giorni della luna di miele. James si divide tra lo studio e la galleria d’arte, dove finge di lavorare assieme ad un collaboratore anche lui scansafatiche, un omosessuale che chatta su internet per procurarsi appuntamenti al buio. E’ una vita solitaria, senza amici e con pochi interessi oltre la lettura. James ha informato i genitori che non intende andare all’università: è inutile, dice, si possono imparare un sacco di cose rimanendo a casa a leggere i romanzi di Trollope. La sua unica sponda di conversazione è la nonna, tra le poche persone che sa ascoltarlo senza giudicare. La solitudine che James si autoinfligge tuttavia desta preoccupazione, al punto che i suoi familiari decidono di spedirlo da una “strizzacervelli” perché ne indaghi le ragioni: non sarà mica diventato gay?

Un giorno questo dolore ti sarà utile – Questo dolore un giorno ti sarà utile – Tutto questo dolore ti sarà utile, un giorno: quando non ricordi il titolo di un libro vuol dire una sola cosa… – è il romanzo più celebre di Peter Cameron, scrittore americano vicino a Jonathan Franzen e a Jeffrey Eugenides non solo per motivi generazionali ma anche per la sensibilità e la delicatezza con le quali affronta le dinamiche familiari: incomprensioni, conflitti, invidie. L’emotività è il terreno di gioco sul quale Cameron riesce a dare il meglio di sé; uno spazio narrativo fatto di sfumature a volte impercettibili, e di silenzi più eloquenti di mille parole. L’infelicità di James è un sentimento comune a tanti adolescenti, come lui alla ricerca di una identità – anche sessuale – più definita possibile o facile da accettare. Il tema dell’omosessualità viene solo sfiorato ma c’è, lo si avverte. Il libro di Cameron è il più classico dei romanzi di formazione, immaginato e raccontato con la voce di un diciottenne; una storia che ci riporta ad altre declinazioni di questo genere, meglio riuscite e più interessanti di questa, da Il giovane Holden di Salinger a Il cardellino di Donna Tartt. Tenero, newyorchese, noioso.

Angelo Cennamo

 

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VINCOLI – Alle origini di Holt – Kent Haruf

VINCOLI - Kent Haruf

Nella note biografiche di Kent Haruf ritroviamo i tratti di molti altri scrittori americani giunti alla popolarità senza passare per accademie o ristretti circoli culturali. Prima di affermarsi come romanziere, infatti, Haruf – originario di Pueblo nel Colorado – si è arrabbattato in mille mestieri, dal bracciante agricolo all’operaio, è stato obiettore di coscienza durante la guerra in Vietnam, per poi laurearsi nel Nebraska non si sa bene in cosa. Di lui, in Italia, conoscevamo poco o nulla fino a quando la meritoria opera di scouting della NN editore non ha prodotto i suoi migliori risultati: Crepuscolo, Benedizione, Canto della pianura, Le nostre anime di notte.

Vincoli – Alle origini di Holt è il primo libro, Haruf lo pubblicò nel 1984. Oltre trent’anni dopo, sulla scia dei precedenti successi, è arrivato nelle nostre librerie carico di aspettative. Il romanzo racconta la storia di una famiglia dell’Iowa trasferitasi alla fine dell’Ottocento in Colorado, nella cittadina immaginaria di Holt, che nei primi anni del secolo – scrive l’autore – era poco più di una distesa sabbiosa con tre negozi, una pensione, un bar, il cimitero e una ventina di case. Holt, dunque, è ancora una volta al centro di una trama di Haruf. Holt come la Macondo di Garcia Marquez, il piccolo villaggio nel quale ciascuno ritrova la propria terra, le proprie origini. Chi ha letto anche gli altri romanzi sa bene che l’America di Haruf è lontana dai soliti circuiti dello show-business: è una nazione rurale, silenziosa, conservatrice ai limiti del bigottismo, popolata da mandriani e piccoli commercianti. Edith e Lyman Goodnough sono i figli  di un uomo prepotente, violento ed egoista, la cui vita è segnata da un brutto incidente: la lama di una mietitrice gli ha tranciato entrambe le mani. I due fratelli, orfani di madre, vivranno prigionieri del padre padrone sgobbando senza sosta tra campi di mais e mucche da mungere. Anni ed anni di giornate lente, monotone, vuote; quella dei due fratelli è una sudditanza avvilente, triste, priva di sussulti anche per i lettori che la osservano con sofferenza e con noia. Nelle prime pagine del romanzo, Edith ha ottanta anni e giace moribonda in un letto di ospedale a seguito di un incendio appiccato non si sa ancora da chi. La lunga storia della famiglia Goodnough viene raccontata da Sandy Roscoe, un vicino di casa che per Edith è stato quasi un figlio. E’ un racconto lungo, denso di dettagli talvolta inutili – la trama nella parte centrale sembra deragliare su fatti di scarso interesse – ma nel finale riprende quota dando il giusto senso al romanzo. Vincoli è un buon western con venature noir, un libro a tratti commovente e sicuramente ben scritto – ottima anche la traduzione di Fabio Cremonesi. La migrazione della famiglia Goodnough, raccontata nel primo capitolo, mi ha ricordato quella dei Peruzzi di Canale Mussolini di Antonio Pennacchi, diversamente pionieri dell’Agro Pontino negli anni del fascismo. Haruf ha saputo dare il giusto ritmo, lento come le giornate di Edith e di Lyman, ad una storia intensa, fatta perlopiù di sacrifici e di amarezze. Il risultato è discreto, ma manca la magia dei successivi romanzi, quelli che compongono la trilogia della Pianura, di cui Vincoli ne è in qualche modo l’embrione.

Angelo Cennamo

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IL MALE OSCURO – Giuseppe Berto

Il male oscuro - Berto

Quando Ernest Hemingway definì Giuseppe Berto tra i migliori scrittori italiani con Vittorini e Pavese, diversi romanzieri di quel tempo storsero il naso, molti furono rosi dall’invidia. Berto, del resto, non fece mai mistero del clima di ostilità alimentato intorno alla sua figura di uomo libero, estraneo alle solite conventicole, da una certa editoria dominante di sinistra. Nel 1964, all’età di cinquant’anni, dopo aver fatto i conti con una brutta malattia che lo aveva fiaccato nel fisico e nell’anima, Berto si ritira in un luogo isolato della Calabria, Capo Vaticano, e in poco più di due mesi butta giù di getto alcune centinaia di pagine poi racchiuse in un libro destinato a sconvolgere la letteratura italiana: Il male oscuro. E’ un non-romanzo, spiegherà lo scrittore nell’appendice al testo, che racconta la sua lunga lotta con il padre, una lotta durata sessant’anni. Il libro, che vinse sia il Premio Viareggio che il Campiello, per stessa ammissione dell’autore riflette due importanti precedenti della narrativa: La coscienza di Zeno di Italo Svevo e La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, opera che ne ha ispirato non solo l’impianto narrativo ma anche il titolo:

“Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgorato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato”.

A differenza di questi due romanzi, il racconto di Berto non si limita tuttavia a descrivere una nevrosi, ma la incarna, le dà voce, la storia è come se si raccontasse da sola

E in effetti accade che fatti e pensieri sgorghino in gran parte automaticamente da quelle oscure profondità dell’essere dove la malattia prima e la cura poi sono andate a sfruculiarli fino a fargli venire questa immoderata voglia di esternarsi della quale mi sembra di essere passivo esecutore”

Il male oscuro, scritto secondo uno stile che Berto definirà “psicanalitico”, molto moderno, con una prosa scarna e una punteggiatura minimalista, per quanto affronti un tema serio e scabroso come la malattia, non è affatto un libro deprimente, e neppure noioso. Non mancano infatti spunti ironici, momenti di comicità che ne alleggeriscono la narrazione alternando toni, registri e stati d’animo in una perfetta sincronia di situazioni che comprendono ogni aspetto della vita quotidiana dell’autore: le difficoltà della professione di sceneggiatore, la disperata ricerca della gloria, la perenne mancanza di quattrini, il matrimonio litigioso con la giovane consorte “la ragazzetta”, oltre ovviamente ai sensi di colpa legati alla morte del padre, che condurranno lo scrittore alla nevrosi e alla psicanalisi

“Come ha dimostrato il padre mio che da vivo non contava più niente mentre appena morto o poco dopo ha ripreso a soverchiarmi…Proprio l’abbandono del padre in punto di morte avrebbe determinato il conflitto morale che mi ha condotto alla psiconevrosi, è quella la realtà orrenda dalla quale fuggo per rifugiarmi nella malattia” 

Il male oscuro è un libro struggente che ci riguarda tutti: padri, figli, amici, lavoratori, amanti. Scavando nella propria anima, Berto si mostra al lettore per quello che è: un uomo fragile, disperato, ma desideroso di ritornare a vivere, per il bene di se stesso e soprattutto di sua figlia, nella quale rivede la propria infanzia e la paternità sconosciuta di quell’uomo severo e scorbutico che morendo lo ha scaraventato nell’abisso. Il rapporto difficile tra Berto e suo padre, ma anche gli stenti di una professione povera di successi mi hanno ricordato la parabola di John Fante, il giovane scrittore squattrinato che sogna la gloria e che in uno dei suoi capolavori, La confraternita dell’uva, si scontra con il vecchio Nick Molise, il padre padrone che non gli perdona di averlo abbandonato per inseguire il successo.

“Ed ecco che piango un’altra volta sul mio fallimento e sconforto, e sulla mia solitudine al limite del nulla”

Angelo Cennamo

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INFINITE JEST – David Foster Wallace

INFINITE JEST NEW

“Mi siedono in un ufficio, sono circondato da teste e corpi. La mia postura segue consciamente la forma della sedia.”

Maneggiare un romanzo di David Foster Wallace è un’esperienza difficilmente comparabile ad altre letture. È come avventurarsi senza indicazioni in un luogo che non è contemplato su Google maps, un luogo abitato da un’umanità esasperata, quasi lobotomizzata, assuefatta al male, perennemente inquieta. Perché uno scrittore ostico come Foster Wallace ci piace così tanto? Forse perché in quella oscurità ritroviamo le nostre stesse insicurezze. Forse perché “non esisteva scrittore vivente dotato di un virtuosismo retorico più autorevole, emozionante e inventivo del suo”, come scrisse Jonathan Franzen in un suo saggio.

I tergicristalli dipingono arcobaleni neri sul parabrezza luccicante dei taxi.”

Infinite Jest  è un libro che per la sua mole – nella versione italiana 1.280 pagine fittissime oltre centinaia di note – incute una certa soggezione  anche tra i lettori forti (“Non leggi un libro di mille pagine perché hai sentito dire che il suo autore è un tipo simpatico. Lo leggi perché ti hanno fatto capire che il suo autore è un genio” – Come diventare se stessi di David Lipsky). Lasciare però quel mattone in bella vista sulla scrivania alla stregua di un fermacarte o di un vecchio almanacco, temendo che la smisurata lunghezza possa annoiare o logorare i nervi – può accadere se non si è rodati al postmodernismo spinto – è più di un peccato veniale: è sottrarsi a un’operazione rigenerativa che dopo tutto finisce per amplificare la nostra qualità di lettori – dopo aver letto Wallace si diventa lettori terribilmente esigenti. Una catarsi dunque. Ma prima della catarsi – che poi è lo stesso rituale di purificazione al quale si è sottoposto l’autore scrivendo il libro – il supplizio, sfiancante, ai limiti della sopportazione. Infinite Jest  è un romanzo meravigliosamente faticoso, nei momenti di scoramento si ha voglia di lanciare il mattone contro la parete della camera da letto e maledire il critico della rivista o l’amico – in questo caso nemico – che ne ha consigliato l’acquisto. Ma dura poco, perché dai libri di Wallace e dallo stupore che alimentano le sue non-trame è difficile stare lontani “Voglio creare qualcosa capace di ristrutturare mondi e anche di far provare qualcosa agli umani”.

Infinite Jest  è un murale di emozioni profonde, chiazzato da una prosa sontuosa e schizofrenica, così argomentativa da cancellare la distinzione tra saggio e romanzo. Un libro fluviale con tre linee narrative (familare, distopico-politica, passionale), un’architettura frammentata e senza un vero finale (un finale probabilmente c’è ma va ricercato oltre la struttura fisica del romanzo), che racconta di una società rassegnata al proprio annientamento psicofisico, per quanto Wallace si ribelli a questo andazzo nichilista attraverso la figura di Don Gately, forse il personaggio cardine. Il libro fu pubblicato nel 1996 – quattro anni prima Michael Pietsch, editor della Little, Brown, acquistò il romanzo versando un anticipo di ottantamila dollari – ma Wallace cominciò a lavorarci già nel 1986. Alcune scene dovevano integrare altri progetti, vennero inizialmente accantonate poi riprese di nuovo, riadattate.

In un tempo imprecisato e sponsorizzato gli Usa avranno inglobato il Messico e il Canada in una supernazione chiamata ONAN (Organization of North American Nations). Wallace ambienta la/le storie all’interno dell’ETA ( Enfield Tennis Academy), un liceo per giovani promesse del tennis che sognano di  giocare nell’ATP “lo Show”, e all’Ennet House, un centro di riabilitazione per alcolisti e drogati che puzza del tempo che passa. Come tutti i protagonisti del libro, attuali nella loro unidimensionalità, i ragazzi dell’ETA sono sopraffatti dalla noia e invischiati nell’uso di sostanze ricreative. ETA e EH sono luoghi di solitudine e di individualismo esasperato; due universi paralleli, idealmente collegati tra loro, ma che nel corso della narrazione si sfiorano appena.

Infinite Jest è anche il titolo di un film misterioso che ipnotizza gli spettatori condannandoli ad una pericolosa assuefazione. Un’arma letale che può cambiare il corso degli eventi. Eccoci  dunque al tema del romanzo: la dipendenza, da qualunque cosa, non solo dall’alcol e dalle droghe, forse anche dallo stesso libro che imprigiona il lettore più intrepido fino alle note del post scriptum in una sorta di stato catatonico. Dicevo della trama come espediente dell’autore per raccontare molto altro attraverso divagazioni su fatti, luoghi e personaggi, seguendo i consueti schemi labirintici ai quali the genius ci ha abituato per guidarci nel suo mondo enigmatico e ricco di suggestioni: dilatazioni spazio-temporali, periodi lunghi e scomposti senza mai un capoverso, punteggiatura fantasiosa “se la realtà contemporanea è frammentaria, deve esserlo anche il romanzo”. Un reticolo di scene l’una dentro l’altra che tolgono il fiato e lasciano attoniti. Una scelta precisa dell’autore che non vuole accattivare i lettori con espedienti immediati ma fare del suo romanzo “Un intrattenimento fallito”. Del realismo isterico di Wallace (espressione coniata da James Wood per Zadie Smith) e dell’impossibilità di cogliere fino in fondo tutte le sfaccettature della sua grammatica mentale non si può dire di più. La cosa più faticosa della mia vita riferì Edoardo Nesi che del libro ha curato la traduzione italiana. Cos’altro aggiungere: Infinte Jest  è un romanzo monumentale – in ogni senso: il tomo è alto quanto il palmo di una mano, scomodo anche nell’approccio fisico – per lettori coraggiosi e un po’ incoscienti, un’opera superba che attraversa molti generi e che richiede costanti riletture per essere compresa al meglio ma mai fino in fondo. Un classico della letteratura dei nostri tempi.

Angelo Cennamo                                       

 

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IO E COLAJANNI

IO E COLAJANNI FOTO

L’appuntamento con Marta era alle 17,30, davanti al portone di corso Umberto. Civico 253. Da Santa Lucia, dove abitavo, avrei impiegato circa 20 minuti a piedi. L’avvocato Domenico Colajanni era molto amico di suo marito. Quando ricevette la notizia della mia laurea, Marta volle farmi un regalo: portarmi nel suo studio per farmi iniziare la pratica forense – Vedrai che Mimì ti prende – disse con tono deciso – di giovani preparati come te ce ne sono pochi in giro – Marta mi conosceva fin da bambino, abitava anche lei a Santa Lucia. Spesso veniva da noi per farsi cucire gli abiti da mia madre, che all’occorrenza faceva anche la cuoca, la baby sitter e tanti altri mestieri. Mio padre, invece, gestiva un’edicola a Monte Calvario. A casa nostra di soldi ne giravano pochi, e così, per seguire i corsi universitari, anche io cercavo di arrangiarmi come potevo, per esempio dando ripetizioni di italiano e latino o sbrigando delle commissioni nel quartiere. Non volevo pesare sui miei genitori, che oltre a me dovevano provvedere all’istruzione di Nicolino e Tommaso, i miei fratelli più piccoli.

Colajanni a Napoli era una celebrità, il solo pensiero di varcare la soglia del suo studio mi faceva tremare le gambe. Perché non sfigurassi, mia madre pensò di aggiustare un vecchio vestito che suo marito indossava nelle ricorrenze più importanti: un gessato blu scuro a due bottoni. Il collo era un po’ consumato, ma almeno di sera si notava poco. Le scarpe, seminuove, erano le stesse che avevo indossato all’esame di laurea poche settimane prima. Me le aveva regalate zio Mario, il fratello di mamma, venuto a vivere da noi dopo la morte della moglie Ines. Con la cravatta però volli scialare. Ne avevo adocchiata una bellissima nella vetrina di Marinella, a punta di spillo. Con i pochi risparmi che mi erano rimasti decisi di regalarmela senza farlo sapere a nessuno. Quella cravatta, da sola, valeva più del vestito, delle scarpe e di tutto il resto. Ma si trattò di un buon investimento; sì perché Colajanni, non appena la vide, sobbalzò dalla sedia – Perbacco! La sua cravatta è davvero bella. Dove l’ha comprata? – Da Marinella – risposi io, simulando una certa familiarità con il negozio più chic di Riviera di Chiaia – Hai capito? Si tratta bene il mio giovane collega – Per fortuna che non aveva ancora visto il collo consumato del gessato, la penombra dello studio mi aveva per il momento risparmiato l’imbarazzo – Marta mi ha parlato molto bene di lei, sa? Ma temo di non poterla accontentare: ho già tre ragazzi con me e non saprei dove collocarla. Ad ogni modo, può rimanere qui qualche giorno, nel frattempo avrò premura io stesso di trovarle una buona sistemazione in un altro studio – D’accordo avvocato, ma non vorrei disturbare – dissi, sorpreso dalla buona accoglienza – Nessun disturbo, caro….come ha detto che si chiama? – Eduardo, Eduardo Scalera – Chinò il capo in segno di riflessione, un attimo dopo aggiunse – Facciamo così, per il momento può sedersi alla scrivania nella prima stanza, quella adiacente alla sala d’attesa. Irene le mostrerà il posto – Prima di indirizzarmi da Irene, la segretaria dello studio, Colajanni volle però presentarmi gli altri praticanti che mi avevano preceduto. I primi due, Marco e Federico, erano alti e magri, con gli occhiali da vista molto spessi. Entrambi abitavano al Vomero. Il terzo, Manfredi, grassottello e dall’andatura goffa, prima di laurearsi in legge aveva sostenuto una decina di esami a medicina, e per questo lo avevano soprannominato: “ ‘o duttor”.

Al momento delle presentazioni, i miei colleghi si guardarono di soppiatto, quasi infastiditi dal mio arrivo. Irene lo intuì, ma per non farmi sentire a disagio semplificò i convenevoli con uno dei suoi moniti – Forza, a lavoro, che domani in tribunale sarà una giornata dura! – In tribunale, io? – Certo, verrai anche tu – disse Irene. A differenza di Colajanni, Irene dava del tu a tutti, tranne al suo datore di lavoro, al quale si rivolgeva con il “voi” – Perché, l’avvocato non ti ha detto niente? – Be’, veramente no – dissi, intimorito dal suo fare militaresco – Allora ci penserò io –  Dopo pochi minuti, entrò nella stanza e mise sulla mia scrivania un fascicolo che aveva estrapolato dallo scaffale del corridoio. C’era scritto: Tribunale di Napoli. E più in basso: Perrone +1 contro Annarumma Fabio – E’ un’azione di reintegra – mi spiegò, supponendo che un fresco laureato come me potesse già comprendere il da farsi. L’ottimismo di Irene sembrò pareggiare il mio disorientamento. Osservai con molto imbarazzo quel malloppo di atti e di documenti, intervallati da appunti scritti a mano. Mentre scorrevo l’indice degli atti, fui colto di sorpresa dall’avvocato che era appena entrato nella stanza – Bravo, vedo che comincia nella maniera giusta – Colajanni mi guardava sorridendo, con la sigaretta tra i denti – Non si preoccupi, so bene a cosa sta pensando. Ma dovrà solo mettere in ordine cronologico le carte del processo, poi domani, in udienza, vedrà il resto – Alle nove e mezza Irene mi avvisò che potevo andare via, suggerendomi di fare un salto nella stanza del capo. Colajanni, che aveva appena acceso l’ennesima sigaretta, mi fece segno di sedermi – Allora giovanotto, come le sembra questo posto? – Sa, è la prima volta che entro in uno studio legale, ma è esattamente come me l’immaginavo. Prima mi ha detto che devo venire in udienza con lei, domani – Certo, dove crede che si impari la professione? Ci vediamo a Castel Capuano, alle nove in punto, alla prima Sezione civile. Mi raccomando, alla puntualità ci tengo – Anche io – risposi, credendo di fargli cosa gradita. Ma proprio in quel momento lo squillo del telefono coprì le mie parole. La mente di Colajanni stava per volare altrove, così decisi di guadagnare l’uscita dello studio per non disturbare la conversazione, che, a occhio, sembrava alquanto piacevole. Tornando a casa, presi una pizza “a libretto” all’angolo del Rettifilo, da Orazio. La divorai in un attimo pensando al pomeriggio appena trascorso. Ero stordito da tutte quelle chiacchiere, dall’ambiente nuovo per me, ma al tempo stesso felice. Avevo conosciuto il più famoso avvocato di Napoli e l’indomani in Tribunale mi attendeva una giornata di lavoro assieme a lui.

Nei corridoi bui di Castel Capuano l’odore del marmo consumato si mescolava a quello del dopobarba degli avvocati, fresco ed intenso, in linea con l’eleganza che ostentavano. Non erano ancora le nove ed attendevo con impazienza Colajanni sulla prima scalinata dell’ingresso. L’avvocato era appena arrivato, la sua voce lo precedeva nel cortile centrale. Con lui c’erano Marco e “’o duttor”. Più indietro si attardava Federico. Colajanni sorrideva a destra e a manca, stringendo le mani di altri colleghi che gareggiavano quasi per salutarlo. Il vestito color cachi faceva pandant con i mocassini testa di moro e la borsa di pelle marrone che stringeva sotto il braccio. Sulla camicia, rigorosamente bianca, risaltava una cravatta a fantasia, con pallini bianchi e blu, e dal taschino della giacca si intravedeva un fazzoletto di seta bianca. Imparai presto che quel fazzoletto si chiama “pochette”. Tra le labbra stringeva l’immancabile sigaretta, forse la prima della giornata. Appena mi vide, con la mano mi fece segno di seguirlo, mimando il gesto di bere; capii che intendeva portarmi al bar – Eduà, pigliamoci ‘o cafè – senza rendersene conto era passato al tu. Ne ebbi piacere, cominciavo ad ambientarmi. Il bar di fronte al Tribunale era affollatissimo di avvocati, di loro clienti e di testimoni. Tra un sorso e l’altro, nel marasma generale, si sentivano gli inciuci e i suggerimenti per le udienze che di lì a poco sarebbero iniziate. “Dite così…anzi no, questo non lo dite…se vi chiedono dei soldi, rispondete che non li avete presi…..” quel posto sembrava un suk arabo – Eduà, le cause cominciano al bar – mi spiegò Colajanni, vedendomi spaesato in mezzo a quella confusione. Poi prendendomi sotto il braccio mi indicò un collega – Vedi, quello è l’avvocato Morrone, è un caro amico mio. Tempo fa era alla ricerca di un praticante. Gli farò il tuo nome – Grazie, risposi io, un po’ dispiaciuto di non poter continuare il tirocinio con lui. Non appena uscimmo dal bar, Colajanni si mise all’opera – Marco, tu e Federico avviatevi da D’Onofrio. Manfredi, tu preoccupati di quelle copie in cancelleria. Eduardo viene con me da Cirillo per la prova testimoniale. Quando avrete finito, raggiungeteci – Avevo l’adrenalina a mille, e quel caffè non mi aveva di certo calmato.

Cirillo è nu scassacazz’ – disse l’avvocato, salendo le scale a passo svelto – i testimoni li intimorisce perché è sempre convinto che siano falsi. Qualche volta ha pure ragione. Però, dico io, a te che te ne fotte. Fai il tuo mestiere e lascia perdere! Eduà, tu non ti muovere da vicino a me e guarda attentamente quello che scrivo sul verbale. – Colajanni mi aveva impartito la sua prima lezione, e cioè che la procedura vera è molto diversa da quella studiata sui testi universitari – Capece Vincenzo e Capece Antonietta! – gridò l’avvocato Caliulo, facendosi largo nell’aula. Caliulo, bassino, col naso a patata e peloso, era il nostro avversario; i fratelli Capece, i suoi testimoni. I nostri erano stati già sentiti in una precedente udienza – Capece Vincenzo e Capece Antonietta! – continuava Caliulo – Alfrè, ma sti testimoni li hai citati o no? – chiese Colajanni – Mimì, per la verità no. Però mi avevano assicurato che sarebbero venuti – Alle 10,30 i fratelli Capece non erano ancora comparsi. A quel punto, Colajanni concordò con il suo avversario un rinvio per la prosecuzione della prova testi – Avvocato – dissi, richiamandolo in un angolo – ma se il collega i testimoni non li ha citati per l’udienza, perché non ha fatto rilevare al giudice istruttore l’omessa notifica per ottenere la decadenza dell’avversario dalla prova testimoniale? – La mia osservazione era tecnicamente ineccepibile, ma, da praticante inesperto, ignoravo che potessero esistere anche altre norme, come dire: di buon vicinato, oltre a quelle codificate – Vedi, Eduardo – mi spiegò Colajanni – tu dici una cosa giusta, anzi sacrosanta, in punta di diritto. Ma devi capire che con i colleghi, specialmente con quelli amici, non è corretto sollevare eccezioni come questa. A tutti può capitare di dimenticare un adempimento, no? Oggi è toccato al collega Caliulo, domani potrebbe toccare a me. Ricordati che i clienti passano ma i colleghi restano – In meno di un’ora, Colajanni mi aveva già impartito due lezioni di vita forense sconosciute a qualunque autore giuridico: le cause iniziano al bar, la prima; non è corretto approfittare di un collega in difficoltà, la seconda. Il suo ascendente su di me si era di colpo decuplicato. La causa fu rinviata ad una successiva udienza e l’avvocato Caliulo abbracciò “Mimì” in segno di gratitudine, invitandolo a prendere un caffè. E siamo a due – Eduà, vieni pure tu…Alfrè, però stavolta pago io – disse l’avvocato rivolgendosi al collega Caliulo – A proposito, voglio presentarti il giovane collega Scalera, Eduardo Scalera. Vedrai che tra un po’ ne sentiremo parlare: è uno fino fino – disse, segnandosi la guancia con il pollice – pensa che prima, in udienza, voleva farti decadere dalla prova perché non avevi citato i testimoni – Caliulo sorrise – Scalera, mm, ma sei per caso parente del dott. Scalera, il cardiologo che sta a Fuorigrotta? – mi chiese. Avrei voluto dirgli di sì, ma poi – No, non lo conosco – Scusatemi – intervenne Colajanni – Eduà, c’è il collega Morrone, vieni che gli chiediamo quella cosa – Mariooo! – gridò l’avvocato, alzando il braccio – non te ne andare, devo parlarti. – Raggiuntolo, prima lo abbracciò, poi fece le presentazioni – Mario, lui è il giovane collega Scalera. E’ venuto ieri al mio studio per iniziare il praticantato, ma io non ho molto spazio e allora… se tu potessi…sai è molto preparato, non per dire, ma è un ragazzo in gamba – Non lo metto in dubbio – disse Morrone – del resto, per stare da te non può che essere così. Ma vedi, Mimì, sto traslocando e al nuovo studio dovrebbe venire la figlia del notaio Cicalese, glielo avevo promesso. E poi Gianni e Stefania stanno ancora con me; quei due dicono sempre che se ne vanno e non se ne vanno mai. Mi dispiace tanto. Ma, se non ricordo male, Guido è alla ricerca di un collaboratore – Chi, Guido Caracciolo? – domandò Colajanni – Sì, lui – rispose Morrone – Non sia mai! Se lo mandiamo da quell’azzeccagarbugli non imparerà neppure a scrivere una lettera. No, non se ne parla proprio. Senti a me, Eduà, mò vedo io come risolvere la questione. Vorrà dire che ci stringiamo, e un posto per te lo facciamo uscire lo stesso – In quel momento avrei voluto afferrargli la testa e dargli un bacio in fronte, ma mi uscì solo un timido e commosso – Grazie di cuore, avvocato – Meglio così – concluse Morrone – a proposito – domandò – il caffè lo avete già preso? – Sì, grazie – dissi, pensando di rispondere anche per conto di Colajanni. Ma lui, nel frattempo, aveva già messo il braccio sulla spalla del collega e con l’altra mano mi fece segno di seguirlo. I caffè erano già arrivati a tre e la mattinata non volgeva ancora al termine. Alla mezza, dopo aver simulato di bere una quinta tazzina, tornai a casa elettrizzato – Eduà, ma che c’hai la febbre? – chiese mia madre vedendomi stravolto – No mammà, è solo felicità – le dissi, digrignando i denti.

Angelo Cennamo

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FERITO – Percival Everett

Ferito - Percival Everett

John Hunt è un cowboy di mezza età, vedovo, laureato a Berkeley in storia dell’arte. Ma alle aule universitarie e ai musei, John ha preferito altro: in un ranch sperduto di uno Stato sperduto e inospitale come il Wyoming, addestra cavalli e si lascia accudire dal vecchio Gus, una specie di Kit Karson di colore. Le giornate di John iniziano all’alba, e sono faticose, irrigidite da un clima che non risparmia nessuno, né gli uomini né le bestie. Un giorno, un suo aiutante viene arrestato con l’accusa di aver assassinato un giovane gay in un ranch vicino. Suo malgrado, John si lascia coinvolgere nella caccia ai colpevoli e in una esplorazione introspettiva che cambierà il suo modo di vedere le cose. Di Percival Everett, prima di Ferito, avevo letto Percival Everett di Virgil Russell, romanzo postmoderno dalle atmosfere wallaciane. Ferito è un libro diverso, una storia western a metà tra la trilogia di Kent Haruf e la narrativa di Jim Harrison. Everett è un autore camaleontico, e non si ripete. Qui, alla prosa massimalistica del labirintico viaggio virgiliano dell’altro racconto, Everett preferisce una scrittura asciutta, con frasi brevi, millimetriche. Ferito è un romanzo sul pregiudizio e sull’integralismo della provincia americana, fondamentalmente bianca, restia al cambiamento, e che negli ultimi anni si è riconosciuta nel nazionalismo fallico di Trump. Nella seconda parte la storia ruota intorno alla figura di un altro giovane omosessuale, David, figlio di un vecchio compagno di college di Hunt. David non si sente accettato dal padre, dal quale è fuggito, e trova nel cowboy John un nuovo riferimento, una spalla. Tra i due nasce un sentimento ambiguo, ed è proprio l’ambiguità una delle chiavi di questo romanzo denso di storie, di tenerezza, di umanità.

Angelo Cennamo

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PERCIVAL EVERETT DI VIRGIL RUSSELL – Percival Everett

 

Percival Everett di Virgil Russell - Percival Everett

 

Oltre venti libri all’attivo, numerosi riconoscimenti tra cui l’Academy Award in Literature, lo Hurston / Wright Legacy Award, lo Usa Pen Literary Award, finalista al Pen / Faulkner Award, Percival Everett è il più grande scrittore americano sconosciuto in Italia. Nella sua vita ha insegnato matematica in un liceo – e si vede –  scrittura creativa all’università, ha allevato cavalli, scritto romanzi.  Per quanto lo disturbino etichette o classificazioni “Non voglio produrre altri cliché”, Everett è senza dubbio uno scrittore postmoderno, un avanguardista, uno status author – le pagine 224, 225, 226 e 227 di Percival Everett di Virgil Russel  sono interamente occupate da una sequela di verbi coniugati all’infinito – ma anche un autore eclettico, capace di spaziare tra mille registri e di cambiare pelle, differenziando temi, contenuti, stili. Come Foster Wallace – difficile non essere accostati o relazionarsi a lui quando si parla di postmodernismo – Everett ama farcire le sue narrazioni di matematica, trigonometria ed abbandonarsi ad oscure riflessioni filosofiche. Ne La scopa del sistema del genio di Athena, la bisnonna della protagonista fugge con un gruppo di altri pazienti dalla casa di cura dov’è ricoverata; nel romanzo di Everett, il protagonista, anche lui “detenuto” in un ricovero di anziani, ruba con i suoi amici un furgone e fugge ad Ovest, in direzione Malibù. Assonanze che ci fanno amare Everett anche oltre il suo valore, che resta altissimo a prescindere. Ma veniamo al libro. Percival Everett di Virgil Russell – già dal titolo ci rendiamo conto che leggerlo non sarà una passeggiata – racconta di un figlio che va a trovare il padre nella residenza per anziani dove è ricoverato. Il padre sta scrivendo un romanzo. Lo scrive come lo scriverebbe il figlio se fosse uno scrittore. Oppure è il figlio a scrivere il romanzo che il padre immagina di scrivere al posto del figlio “Cosa sto cercando di dire? Niente. Sono un vecchio oppure suo figlio che scrive di un vecchio che scrive di suo figlio che scrive di un vecchio. Ma niente di tutto ciò importa, e se anche importasse non importerebbe”. E’ questo il nucleo intorno al quale Everett costruisce la sua storia o la sua finta storia, che poco alla volta si dipana in altre trame, in un labirinto di nuove esistenze “snodi disinvolti”, in un dialogo esplorativo, un insieme di stratagemmi retorici raccontati da visuali diverse. Ma chi la scrive questa storia? E’ lo stesso autore a porsi e a porci la domanda a pagina 124 “Chi cazzo sta raccontando questa storia?”.

Percival Everett di Virgil Russell è un esperimento narrativo potente, magnetico, un ottovolante dal quale si scende storditi ma felici.

Angelo Cennamo                     

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I DIFETTI FONDAMENTALI – Luca Ricci

I difetti fondamentali - Luca Ricci

Penso che il destino di un libro sia legato anche al suo titolo. I titoli sono importanti. Pastorale americana sarebbe diventato il romanzo cult che conosciamo se Roth lo avesse intitolato Le disavventure della famiglia Levov o che so La figlia ribelle? Non credo. Luca Ricci deve averlo capito: titoli come L’amore ed altre forme d’odioLa persecuzione del rigorista, Gli autunnali, Trascurate Milano sono una subdola istigazione all’acquisto. Non fa eccezione I difetti fondamentali, uscito nel 2017, il libro che ha aperto il varco alla popolarità dell’autore pisano, consacratosi pochi mesi più tardi con il romanzo d’esordio Gli autunnali.

I Difetti fondamentali è una raccolta di quattordici storie di scrittori raccontate partendo dai difetti, perché il più delle volte sono proprio quelli a delineare la personalità di chi scrive. I protagonisti ci appaiono come dei disadattati, degli alieni incompresi, uomini e donne confusi, alle prese con una quotidianità nella quale non sembrano trovare posto né considerazione. Prendete uno scrittore. Cosa fa? Qual è il suo ruolo? Ricci si interroga sul senso di una vita spesa a scrivere ore ed ore, giorno dopo giorno, e su quale sia la migliore collocazione anche fisica per un romanziere: l’isolamento allontana dalla realtà, ma stando in mezzo agli altri si rischia di sconfinare nel documentarismo, si riducono gli spazi dell’immaginazione, la fiction perde quota. Soprattutto, è ancora utile studiare Lettere in un Paese che non investe più un euro nella cultura e che non legge? Ezio, uno dei personaggi de “Il velleitario”, suggerisce al suo giovane amico di lasciare gli studi; i grandi scrittori, gli dice, traggono esperienza dalla strada, si sporcano le mani con lavori umili. Lui fa il barista, e forse il romanzo che ha sempre sognato, immaginato, prima o poi riuscirà a finirlo. Ma vivere alla sua maniera non è forse già come averlo scritto? Le storie di Ricci sono uguali e diverse, spesso hanno come sfondo una Roma sonnolenta, distratta, la città decadente dei premi letterari e delle terrazze radical chic che abbiamo visto nel film di Sorrentino, La grande bellezza. La città eterna perché eternamente sospesa in un tempo indefinito ed indefinibile, tra eccitazione e delusione, desiderio e disincanto.

I difetti fondamentali è un atto d’amore, il generoso tributo ad un mestiere che somiglia a un sogno e che regala sogni, un libro amaro e commovente che evoca le atmosfere di grandi autori del passato: Buzzati, Flaiano, Moravia, Tommaso Landolfi. Ricci è bravo a coniugare l’alto con il basso, la tradizione del Novecento con la modernità. La sua scrittura è misurata, minimalista quanto basta, ironica, raffinata ma mai esibita “L’arte del racconto al suo meglio”.

Angelo Cennamo

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LA PATTUGLIA DELL’ALBA – Don Winslow

 

La pattuglia dell'alba - Don Winslow

 

 

In attesa dell’onda, Boone Daniels si tiene a cavalcioni della vecchia longboard come un cowboy su un pony. È di pattuglia. La Pattuglia dell’Alba”

Divorarsi le unghie oltre i limiti della decenza, leggendo i libri di Don Winslow, è un corollario che chi conosce ed apprezza il genere crime mette in conto dopo aver ritirato lo scontrino alla Feltrinelli. Le declinazioni narrative di Winslow sono diverse, spaziano dal narcotraffico – nessuno come lui tratta questa materia – al poliziesco classico nella serie di Neil Carey.

Con La pattuglia dell’alba – romanzo pubblicato nel 2008 – il thriller prende i colori della costa californiana, con le onde del Pacifico che si allungano e si ritraggono sulle spiagge assolate di San Diego, le stesse di Baywatch. Qui Don Winslow colloca una delle sue trame più adrenaliniche, la storia di un gruppo di amici che la mattina presto scende in acqua per praticare surf. Tra loro spicca la figura di Boone Daniels, ex poliziotto, costretto a dimettersi per una brutta faccenda che qualche anno prima lo aveva fatto scivolare nella depressione “Fu l’oceano a guarirlo”, e che ora si guadagna da vivere – guadagna è una parola grossa – come investigatore privato. Boone usa la tavola da surf come un comune mortale userebbe le proprie scarpe, sull’acqua Boone ci cammina, e nessuno come lui riesce a cavalcare le onde più alte e pericolose come quelle della “resa dei conti”, la mareggiata prevista per i prossimi giorni sulla costa di San Diego, che tutti i surfisti aspettano come un regalo prezioso. Prima di entrare nel vivo della storia, Winslow racconta il mondo del surf tra miti e simbologie. L’onda diventa più in generale la metafora delle insidie della vita, e l‘acqua una fonte di energia che può ritorcersi contro chi non ha la giusta perizia per dominarla. Le dissertazioni di Winslow sfociano nella filosofia, la filosofia del surf, chi l’avrebbe detto. Le onde possono essere di superficie, e quelle puoi cavalcarle senza troppe sorprese, ma guai a sottovalutare le sotterranee, che sono più profonde dei cervelli di Kierkegaard e Wittgenstein messi insieme, dei veri “pezzi di merda”. Ma veniamo alla trama poliziesca, senza addentrarci nei dettagli, ovvio. Proprio alla vigilia della “resa dei conti”, Boone riceve una visita tanto inattesa quanto inopportuna: la procuratrice di uno studio legale, bella ed ambiziosa, deve rintracciare una spogliarellista scomparsa, teste chiave in un processo per una grossa truffa ad un’assicurazione. Boone farebbe a meno di prendersi quel mandato, al centro dei suoi pensieri c’è la mareggiata imminente, il sogno di ogni surfista; Boone non vede l’ora di lanciarsi tra le onde e di cavalcarle come un fantino. Ma le casse del suo ufficio sono vuote da parecchio tempo, e i fitti arretrati cominciano a moltiplicarsi, non si vive di solo surf. Inizia da qui l’indagine di Mr Daniels, un lungo viaggio tra locali di streaptease e i bassifondi di San Diego. Luci ed ombre di una California suggestiva ed avvincente come non l’avete mai conosciuta prima. Certi libri ci cambiano la vita, i libri di Don Winslow ci rimettono al mondo.

Angelo Cennamo

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TRASCURATE MILANO – Luca Ricci

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Cammino nel buio prematuro di Milano

Un uomo sposato e una ragazzina si incontrano nella metropolitana di Milano. In superficie la città marcia verso il Natale con i suoi riti noiosi, stereotipati: i regali, le lucine degli alberi, il cibo preparato dai parenti, i saluti dei passanti che diventano più cordiali e più fasulli. Il sottosuolo si affolla di viaggiatori distratti, frettolosi, un groviglio di corpi che si muovono come un’onda indistinguibile. L’uomo si lascia attraversare dall’onda e da un’indicibile frenesia sessuale che lo spinge sul bordo dell’abisso. Sfiora, tocca, inala odori e sbuffi. In mezzo all’onda c’è lei, la studentessa di odontoiatria, Martina, il suo antidoto al Natale di Milano. Gli sguardi si incrociano, riconoscono le rispettive sofferenze. Martina si abbandona alla libidine dell’uomo, a quel gioco perverso fatto di palpeggiamenti, si lascia accarezzare, ovunque, nell’indifferenza della folla, che in quegli attimi smette di esistere. I due fanno conoscenza. Ad una appuntamento al bar per un aperitivo, un altro dei riti vuoti e imbecilli, Martina lo presenta ai suoi amici come “l’uomo della metropolitana” – “l’uomo” –  quasi a voler marcare la differenza di età, la sua intrusione, il suo essere fuori posto. In superficie è diverso, l’uomo è sposato, ha una figlia, una vita regolare, ordinata, apparentemente composta. La loro relazione, goffa, improbabile, non si addice alle convenzioni della città reale, al chiarore del giorno, alla pallida luce di dicembre. E’ la metropolitana la giusta dimensione, è lì che il gioco prende corpo e prende i corpi, si accende la fantasia, la libertà divampa nella passione, tutto diventa lecito. In mezzo all’onda della folla si annullano le convenzioni, non c’è passato né futuro. In quel budello buio, infernale, sul binario della trasgressione, il Natale perde la sua forza manipolatrice e moralizzatrice.

Luca Ricci affronta con coraggio i temi più scivolosi: la fine di un amore, la solitudine, l’indifferenza, il tormento interiore, e lo fa col talento del pioniere, dando cioè l’impressione al lettore che nessuno ne abbia scritto prima di lui. Il protagonista di Trascurate Milano non è poi così diverso dallo scrittore annoiato de Gli autunnali, ma lui oltrepassa il limite dell’immaginazione, il suo tradimento è fatto di nuova carne, è reale. La stessa ossessione che si impossessa dell’architetto Dorigo in Un amore di Dino Buzzati, o di Mickey Sabbath, il personaggio di Philip Roth tormentato dai fantasmi del passato che affoga la propria infelicità nella lussuria e nella sregolatezza.

Ho già detto e scritto in altre occasioni che Luca Ricci è il Moravia del XXI secolo, un rinnovato esistenzialista, agile e caparbio nell’introspezione, dotato di una scrittura potente, misurata, mai vischiosa, moderna. Con Trascurate Milano Ricci ha scritto il sessantunesimo racconto di Buzzati, il più bello.

Angelo Cennamo

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