A BOCCE FERME – Marco Malvaldi

 

 

A bocce ferme - Malvaldi

 

Con Marco Malvaldi la geografia del noir ci porta in Toscana, in una località amena – si dice così – del litorale pisano, dove un manipolo di pensionati si ritrova al bar per scambiare quattro chiacchiere, raccontarsi della giornata, ma anche per indagare su delitti misteriosissimi. Aldo, Amelio, Pilade e il Rimediotti sono i vecchietti del BarLume, la banda della Magliadilana o, se preferite, la DIA: Direzione Investigativa Anziani. In un mondo popolato di commissari, ispettori e marescialli dei carabinieri, la trovata di Malvaldi di scegliere come protagonisti dei suoi romanzi seriali quattro ottuagenari è stata davvero geniale. Malvaldi è uno scrittore arguto, pungente, divertente, e i suoi gialli comici sono ormai diventati un appuntamento irrinunciabile per gli appassionati del genere e non solo. A bocce ferme – romanzo del 2018 – racconta la vicenda di un uomo che confessa nel proprio testamento un omicidio commesso ben cinquant’anni prima; un caso di cui parlarono tutti i giornali dell’epoca, che però non fu mai risolto. E’ una storia di imprenditori, di paternità incerte e di eredità controverse. Ma è soprattutto lo spunto per aprire la porta ai ricordi, pubblici e privati, legati alla stagione del ’68: la contestazione dei giovani universitari, le lotte operaie, l’emancipazione femminile. La confessione molto postuma di Camillo Luraschi, il facoltoso imprenditore passato a miglior vita, lascia diversi dubbi e i vecchietti del BarLume, tra un flashback e l’altro, riusciranno come sempre a fare luce su una verità nascosta per troppo tempo. Ne viene fuori un racconto piacevole, scritto per un terzo in toscano, che offre al lettore uno spaccato preciso, puntuale, della bella provincia italiana, a metà strada tra i libri di  Giovannino Guareschi e Amici miei di Mario Monicelli.

Con A bocce ferme Malvaldi si conferma un autore vivace, di una leggerezza soave che non annoia, e la Sellerio una casa editrice esperta, capace come poche altre di scovare giovani talenti che hanno dato nuova linfa alla nostra letteratura arricchendo un filone – il noir –  nel quale noi italiani, da diversi anni, non siamo secondi a nessuno. Viva il giallo italiano, viva gli scrittori genuini e divertenti come Marco Malvaldi.

Angelo Cennamo

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ATTESE

ATTESE

Da casa mia alla panchina di Momo sono quaranta passi. Li ho contati. Momo è lì che rovista nella sua busta bianca, cerca la cicca di una sigaretta. Nell’altra mano stringe un accendino. Di fronte a lui, la spiaggia prende i primi colori dell’alba. L’aria è fresca e dalla baia giunge il suono di una nave. Un transatlantico. Momo si ferma e la guarda. Stringe gli occhi come se il suono lo catturarasse con lo sguardo. Il volto è scavato e un filo di barba lo ricopre fino agli zigomi, alti e sporgenti. In testa ha un basco, di quelli militari. Lo porta inclinato come un vero soldato. Le mani ora le ha appoggiate alla panchina in una posizione di attesa. Le dita lunghe, nodose. Le unghie segnate di nero.

– Momo! –

– Ehi, amico. Hai birra? – fa il gesto del bere.

– No birra. Biscotti. Buoni –

Sorride. Toglie il cappello, si passa una mano tra i capelli, sottili, scuri come la pece, poi allunga il braccio per prendere il pacco.

– Grazie, amico mio – abbassa la testa e mi fa un mezzo inchino.

– Quanto manca? –

– Non molto. Due giorni. Tre –

Guardiamo il mare nella stessa direzione. È calmo, senza increspature, dello stesso colore del cielo. Due ragazzi corrono uno di fianco all’altro, ci passano davanti lasciando una scia di sudore e gommapiuma.

Saluto Momo poi salgo sulla bici da corsa e pedalo senza sosta lungo tutto il molo fino al negozio di esche. Alice è già arrivata, mi passa un caffè fumante, appena preparato con la cialda. Senza zucchero, sa che lo preferisco amaro.

– Che dice, Momo? –

– Niente. Aspetta –

– Non si rassegna –

Faccio di no con la testa.

– È dura.

– Domani non vengo –

– Come mai? –

– Devo accompagnare Jim dal medico. Ha sempre mal di testa –

Alice abbassa gli occhi. Sembra preoccupata. Ha un camicetta bianca stropicciata e un jeans attillato. Jim lo ha tirato su da sola col sussidio di disoccupazione e qualche lavoretto extra. L’ho conosciuta al Chico’s. Serviva ai tavoli tutte le sere. Le chiesi se le andava di venire da me al negozio. Non se lo fece ripetere due volte. Il lavoro le piace, è brava, e la paga è buona. Ha abbandonato il camper rubato a suo padre, giù a Sacramento, e preso in fitto due camere dietro la stazione. I fine settimana mi fermo a casa sua, le faccio la spesa, qualche riparazione, e quando Jim è fuori a giocare con gli amici, restiamo sotto le coperte a fare quattro chiacchiere. Vuoi sposarmi, Alice? Non gliel’ho mai chiesto. Mi piacerebbe. Il fatto è che Alice ha la metà dei miei anni, anche se ne dimostra dieci di più. So che prima o poi si rimetterà in viaggio, lei e Jim da soli, senza una vera meta. Non rimane mai nello stesso posto per più di qualche mese. Una volta mi disse che le sarebbe piaciuto trasferirsi in Canada.

– Quanto manca, Momo? –

– Due giorni. Al massimo tre –

– Ciao –

Angelo Cennamo

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LA CORSARA – Ritratto di Natalia Ginzburg – Sandra Petrignani

 

La Corsara - Sandra Petrignani

 

Da dove comincia una vita?” Si chiede Sandra Petrignani all’inizio del libro che ha dedicato alla scrittrice Natalia Ginzburg. Da dove comincia la recensione di un libro come il suo, mi chiedo io, così fitto di storie, aneddoti, curiosità, retroscena, e così ricco di approfondimenti non solo sulla vita della Corsara – nome che ci riporta agli scritti graffianti del Pasolini di via Solferino – ma di quel vasto mondo di letterati che insieme a lei ha orbitato intorno alla Einaudi in pieno Novecento. Natalia chiamata così come la protagonista di Guerra e pace, Natalia che sposa Leone Ginzburg, cofondatore della Einaudi ed eroe della Resistenza, che di Guerra e pace ha il nome del suo autore. Natalia che della Einaudi ne diventerà anche dirigente dopo la morte in carcere del marito, il suo primo marito: in seconde nozze sposerà Giovanni Baldini. Insomma, Natalia e la letteratura sono destinate ad incontrarsi e a non lasciarsi più. Dove comincia una vita? Quella della Ginzburg nella Palermo di inizio secolo, ultima figlia, dopo tre fratelli e una sorella, di Giuseppe Levi – scienziato triestino, ebreo, che alla soglia dei settant’anni sarà maestro ed amante, scopriremo, di una giovane Rita Levi Montalcini – e della milanese Lidia Tanzi. Il trasferimento a Torino avverrà pochi anni dopo, in quell’appartamento di via Pastrengo divenuto scenario del romanzo più celebre Lessico famigliare. Sandra Petrignani visita i luoghi dell’infanzia alla ricerca delle ultime tracce riconoscibili: l’albero nel giardino, una finestra, le voci dei giochi che riecheggiano nella memoria. Molte cose sono cambiate e in tanti neppure sanno della grande scrittrice, dei suoi libri. La passione per la scrittura la Ginzburg la coltivò già nei primi anni della giovinezza, per quanto a scuola fosse un’asina e dovesse faticare non poco per conseguire la maturità. L’incontro con Leone Ginzburg è un momento cruciale della sua esistenza e di riflesso della sua biografia. Leone ci viene descritto come un uomo brutto ma intelligentissimo e molto colto, cospiratore antifascista fin dai tempi del liceo. Un apolide alla ricerca di radici, mezzo italiano, mezzo russo. Al suo amico Augusto Monti disse una volta “Sono senza patria due volte, come ebreo e come russo”. Struggenti le parole dell’ultima lettera inviata dal carcere alla giovane moglie “La mia aspirazione è che tu normalizzi, appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori e scriva e sia utile agli altri”. Questo era Leone. Sono anni difficili, la guerra, la persecuzione degli ebrei, Natalia sola con due figli da crescere. La Einaudi diventerà il suo rifugio ma anche il luogo della sua consacrazione. Insieme a lei un gruppo di giovani intellettuali destinati a scrivere la storia della letteratura italiana: Italo Calvino, Alberto Moravia, Elsa Morante, Cesare Pavese. Le pagine dedicate all’amico “Cesarito”, ai suoi tormenti, a quella solitudine autoinflitta che accompagnò lo scrittore fino al giorno del tragico addio, la notte tra il 26 ed il 27 agosto del 1950, sono tra le più emozionanti del libro “Scelse, per morire, un giorno qualunque di quel torrido agosto; scelse la stanza di un albergo nei pressi della stazione: volendo morire nella città che gli apparteneva, come un forestiero……Guardò oltre la morte, come quelli che amano la vita e non sanno staccarsene”. Questa parte del racconto mi ha ricordato un’altra storia d’amore e di amicizia ambientata nella Napoli del dopoguerra, le vicende della giornalista militante Francesca Spada e del genio della matematica Renato Caccioppoli, splendidamente evocate da Ermanno Rea in Mistero napoletano. La lunga e straordinaria vita di Natalia, tra amori più o meno taciuti ( Salvatore Quasimodo, Cesare Garboli), libri, articoli di giornale, impegni politici, segue i dossi e le curve del Novecento; non c’è evento, fatto, guerra, strage, nel quale Natalia non sia in qualche modo coinvolta, direttamente o attraverso il suo pensiero critico di saggista e romanziera. Natalia è lo specchio del Novecento e il Novecento si riflette in lei. Questo e molto altro racconta Sandra Petrignani nel ritratto fedele, intenso della donna e della scrittrice che meglio di tante sue colleghe ha saputo incarnare lo spirito del secolo in cui ha vissuto. Non è un saggio, La Corsara, ma un romanzo vero, un meraviglioso grumo di ricordi, di tracce indelebili che la Petrignani ha raccolto e filtrato attraverso la propria esperienza di letterata e di ammiratrice della Ginzburg. Sandra Petrignani di questa storia ne fa parte, per certi versi ne è la continuatrice, le suggestioni che rivive e trasmette ai lettori visitando i luoghi e parlando con i testimoni dei fatti raccontati, sono parte  integrante della sua narrazione, sempre vorticosa, incalzante, amorevole. Un libro necessario.

Angelo Cennamo

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L’ACCHITO – Pietro Grossi

L'acchito - Pietro Grossi

Nel gioco del biliardo, la parola acchito sta ad indicare la posizione d’inizio della palla. Il giocatore la colpisce con la giusta intensità, la palla tocca la sponda di fronte e lentamente ritorna nella posizione di partenza. Dino è un giovane operaio, di giorno pavimenta la città, le sere le trascorre al tavolo verde con l’amico e maestro Cirillo “Teneva la stecca come un filo di cristallo e carezzava le palle come le guance di un neonato”. La sua esistenza semplice, spesa tra il lavoro, l’unione con Sofia, dalla quale sta per avere un figlio dopo molti anni di matrimonio, e il biliardo, scorre monotona, silenziosa, senza sussulti, in una città del centro-nord indefinita, in un tempo imprecisato. Dino ama il biliardo, il buio affumicato della sala, il frrr musicale dei birilli che cadono sotto i colpi vellutati dei giocatori, le sue ritualità “Quella ragnatela di geometrie perfette in cui la sfortuna e gli dei maligni non potevano entrare” perché in quel rettangolo di gioco ogni cosa si muove con precisione millimetrica. Nel biliardo Dino trova l’armonia e le certezze che la vita non può offrirgli “Dino aveva bisogno di faccende chiare, precise, di sapere dove andavano a finire le cose”. Davanti al panno verde tutto segue un ordine perfetto e non c’è spazio per la cattiva sorte, la sfortuna non esiste “Se sbagliavi un tiro, se le palle non si mettevano come volevi o la tua andava a finire sul castello, era perché avevi tirato male, e non c’era dio e sfortuna che tenesse”. Non è solo un gioco, il biliardo, è un porto sicuro, la dimensione virtuale di una giustizia altrove negata, la metafora di una perfezione irrealizzabile in ogni altro luogo. E quando l’asfalto sostituirà i ciottoli, la passione, il sogno si tramutano in professione, in guadagno. Dovreste vederlo, Dino, con la sua vecchia stecca che sbaraglia i migliori professionisti aggiudicandosi il “torneo del lingotto”. Tutto allora cambia, tutto si muove, il progresso dell’asfalto, la violenta reazione del Biondo, l’ex collega aiutato a fuggire proprio nelle ore in cui si consuma la tragedia. L’illusione della perfezione, ancora lei.

Ero rimasto impressionato dalla scrittura di Pietro Grossi, scarna, poetica, potente, leggendo il suo libro d’esordio Pugni. Con L’acchito – pubblicato da Sellerio nel 2007 – Grossi conferma le sue doti di bravo narratore, la capacità di dare forma, contenuto, al vuoto esistenziale, e di riempire di parole i silenzi, le inquietudini dei suoi personaggi. Temi e atmosfere che mi hanno riportato a uno dei capolavori di Malamud, L’uomo di Kiev : il torpore, il sacrificio, la precarietà della vita che non ammette deroghe.

Angelo Cennamo             

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LE CENTO VITE DI NEMESIO – Marco Rossari

 

Le cento vite di Nemesio - Marco Rossari

 

Marco Rossari, scrittore e traduttore di grandi autori come Charles Dickens, Mark Twain, Dave Eggers e Percival Everett, del bravo romanziere non ha solo il talento ma anche la faccia, un po’ Jonathan Franzen un po’ David Foster Wallace. Le cento vite di Nemesio esce nel 2016 e l’anno seguente sfiora la cinquina al premio Strega. Il libro, voluminoso, ricco di spunti, trame, e con una miriade di personaggi alcuni dei quali veramente esistiti, racconta la storia di un padre e di un figlio che non si sono mai conosciuti fino in fondo: Nemesio Viti e Nemesio Viti, il vecchio artista, pittore di grido ormai centenario, e il giovane Nemo, Nemo come il capitano Nemo e come nessuno, il ragazzo fragile, “nato da uno sperma vecchio” – il padre lo concepì a settant’anni suonati –  senza una donna, senza un lavoro decente e senza neppure un’esistenza. Da quei testicoli vizzi, del resto, cosa poteva venire fuori: “dal seme rancido non nascono fiori”. Al contrario, il vecchio Nemesio un’esistenza piena ce l’ha avuta eccome “aveva attraversato in prima linea due guerre mondiali, una partigiana, una fredda, ogni tipo di contestazione, qualche movimento d’avanguardia, una prima moglie (deceduta), un primo figlio (morto in circostanze misteriose), migliaia di cause perse e di occasioni colte”. Nemesio, stufo di quella vita scialba, priva di gioie e di soddisfazioni, può dirsi un uomo sull’orlo di una crisi di nervi. Si sarebbe già suicidato se a trattenerlo non ci fosse quella scritta, come dire, incoraggiante, di fronte casa sua “Enrika ripensaci!!! by Kekko”. Seguita da un cuore stilizzato che somiglia a un fallo. Niente. Le strade dei protagonisti, il vecchio e il giovane, sembrano destinate a non incrociarsi mai. Troppo diversi. Troppo lontani, e non solo per una questione generazionale. Nessun contatto, nessuna esperienza condivisa. Due isole. Nel giorno del suo centesimo compleanno – eccolo il 2000 – il vecchio maestro, ospite di una mostra retrospettiva a lui dedicata, viene colto da un malore e ricoverato in ospedale. La storia raccontata da Rossari parte praticamente da qui. Il coma riporta le lancette del tempo all’ora zero. L’ora in cui tutto ricomincia: la vita di Nemo, il sogno che diventa realtà, “la metempsicosi a ritroso” che introietta il figlio nell’esistenza del padre facendogliela rivivere momento per momento. L’infanzia borghese nella Milano dei primi del secolo, con Sibilla Aleramo e Lombroso a cena dai genitori. Le tate, lo zio Minervino col quale il piccolo Nemesio divide giochi ed esperimenti. I viaggi in Europa, la guerre, gli amori, i tradimenti, la pittura, l’infinito girovagare bohemien tra Berlino e Parigi, la Resistenza. Il sogno è una forma di riappropriazione emotiva, dirà Nemo, una misteriosa catarsi che tra verità e finzione riavvicinerà teneramente padre e figlio nel momento culminante del trapasso. Sono le pagine più emozionanti di questo libro leggero e profondo come una favola, extra-ordinario, che sfugge ad ogni classificazione, che diverte ai limiti della demenzialità, che fa commuovere e annoiare, una-cento-mille storie ricche di suggestioni, eventi, e di situazioni paradossali, inebrianti, pirotecniche come la prosa del suo autore. Un romanzo per lettori onirici e folli, ha scritto Rossari nella dedica che immeritatamente mi sono ritrovato nella copia acquistata online. Cos’altro aggiungere: leggetelo.

Angelo Cennamo

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DIVORZIARE CON STILE – Diego De Silva

 

Divorziare con stile - Diego De Silva

 

Qualcuno ha detto che le storie raccontate nei libri sono già tutte scritte e che i romanzieri non fanno altro che cancellare il superfluo, togliere il contorno, eliminare le parole inutili. Un personaggio come Vincenzo Malinconico, avvocato di insuccesso all’anticamera del reddito di cittadinanza, che compra i mobili all’Ikea, divide il fitto dello studio “Diciamo Loft” con un ragioniere commercialista, e che non ha più di  quattro o cinque cause segnate sull’agenda, era necessario alla nostra letteratura, prima o poi qualcuno lo avrebbe per forza scovato, ne avrebbe raccontato la vita, gli stenti, le peripezie. Uso il verbo scovare perché Diego De Silva, avvocato, cinquantenne, napoletano trapiantato a Salerno – sembra il mio identikit –  Malinconico non lo ha mica inventato: è andato a stanarlo in mezzo a frotte di avvocati che affollano i tribunali di questo paese, soprattutto da Roma in giù, dandogli un corpo e una voce.

Divorziare con stile è il terzo romanzo che vede come protagonista questo simpatico disadattato dei tempi moderni, patrocinatore delle cause perse. Il canovaccio di De Silva è robusto e succulento: l’ex moglie, l’attuale fidanzata sposata con un altro uomo dunque l’amante perfetta, e due figli con i quali l’avvocato non si è mai sentito all’altezza di essere padre, perché lui, Vincenzo, all’amore e ai sentimenti non è portato, gli mettono tensione, quando ama non è mai rilassato. Malinconico, avrebbe detto un fine umorista come Marcello Marchesi, che a De Silva somiglia moltissimo, è un Dottor Divago: le sue storie sono iperbolici flussi di coscienza, infinite peregrinazioni verbali e mentali su qualunque argomento, dai tassisti ai social, dai colleghi di lavoro agli ex compagni di scuola. Malinconico si perde in mille pensieri, le sue riflessioni filosofiche ci ricordano a tratti quelle del Bascombe di Richard Ford o di Herzog di Saul Bellow, ne sono quantomeno la declinazione comico-partenopea. Malinconico apre vagonate di incidentali e si dimentica di chiuderle, entra ed esce dalle sue trame bizzarre intrecciando discorsi talvolta inconciliabili, ma è la cifra del sua personalità bipolare, tripolare, quadripolare. Veronica Starace Tarallo, donna affascinante e moglie del celebre avvocato Ugo Maria, si rivolge a lui, udite udite, al più goffo degli azzeccagarbugli vesuviani, per chiedere la separazione al marito. La vicenda del divorzio, esilarante e ricca di colpi di scena, nella quale Malinconico riesce a trovare anche il modo di riscattarsi come professionsta, si mescola ad altre trame solo apparentemente marginali: la causa che Malinconico deve perorare dinanzi al giudice di pace Pestalocchi – La Merda – per risarcire lo zio Mik; la sospetta coabitazione di suo figlio Alfredo con il compagno di università; il matrimonio annunciato a tutti tranne che a lui dell’altra figlia Alagia. Momenti di tenerezza che chiudono una commedia brillante, dal ritmo incalzante e sincopato, scritta magnificamente da un De Silva in stato di grazia. Ci vuole talento per essere leggeri.

Angelo Cennamo

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OGNI COINCIDENZA HA UN’ANIMA – Fabio Stassi

 

 

Ogni coincidenza ha un'anima - Fabio Stassi

 

“Mi chiamo Vince Corso. Ho quarantacinque anni, sono orfano e per campare prescrivo libri alla gente”

Non poteva cominciare meglio questo romanzo di Fabio Stassi, autore pluripremiato con L’ultimo ballo di Charlot e La lettrice scomparsa, tradotto in diciannove lingue, e ultima rivelazione della feconda casa editrice Sellerio. Da oltre vent’anni Stassi scrive i suoi libri sui treni, viaggiando da pendolare da una città all’altra del Lazio. Il protagonista delle sue storie è un insegnante precario che per sbarcare il lunario si inventa la professione del biblioterapeuta, una specie di pronto soccorso letterario per uomini e donne feriti nel corpo e nell’anima. Ad ognuno di questi pazienti Vince suggerisce un romanzo o pochi versi di una poesia. Certi libri possono guarire, indirizzare le nostre vite, alle volte può bastare una suggestione, l’immagine di un ricordo a riaccendere la luce, a farci rialzare dopo una rovinosa caduta. I libri come medicine, dunque, o forse come pretesto per farsi raccontare delle storie, Vince è una persona buona, sensibile, che sa ascoltare, e non giudica. In via Merulana, quella del Pasticciaccio di Gadda, il nostro supplente bohemien ha preso in fitto un antico lavatoio e lo ha adattato a studio. Una stamberga dove scrive tutti i giorni una cartolina al padre che non ha mai conosciuto, prende appunti, annota e classifica le sue letture, e riceve i suoi stravaganti pazienti. Una sessantenne molto distinta gli racconta che il fratellastro, uomo di grande cultura, studioso delle lingue, divoratore di libri di ogni genere, che negli anni ha accumulato un tesoro di oltre ventimila volumi preziosi, si è ammalato del morbo di Alzheimer. L’uomo non fa che ripetere frasi sconnesse, parole senza senso che potrebbero essere citazioni di un romanzo. Sì, ma quale. Se Vince riuscisse ad individuarlo, la sorella glielo leggerebbe ad alta voce, qualche pagina al giorno, per rallentare il decorso della malattia. E’ una missione quasi impossibile, ritrovare quelle frasi tra migliaia di testi e codici letterari è come cercare un ago in un pagliaio. L’indagine del professor Corso è avvincente e costellata di strane coincidenze e incontri fortuiti, come quello con Feng, la studentessa cinese che ha il terrore di perdere il suo telefonino – si chiama nomofobia, le spiega Vince, da No Mobil Phobia. Sa pure questo, il biblioterapeuta. Lei e il protagonista si perdono e si ritrovano nelle strade di Roma senza darsi appuntamenti né scambiarsi i numeri di telefono: Ogni coincidenza ha un’anima. La Roma raccontata da Stassi è una metropoli caotica, multietnica, razzista, in linea con i tempi e gli umori dei giorni d’oggi. In una delle scene finali del libro, Vince si ritrova coinvolto in uno scontro di piazza con la polizia che fatica ad arginare la rabbia degli extracomunitari. I libri possono aiutarci a comprendere la complessità del mondo, ad allargare i nostri orizzonti, a vincere i pregiudizi, a diventare più umani. E’ questo il messaggio che Stassi ci consegna con questo bellissimo romanzo, originale, colto, poetico, e che profuma di mille altri libri.

Angelo Cennamo

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LA COSTOLA DI ADAMO – Antonio Manzini

 

La costola di Adamo - Manzini

 

Leggere la saga di Rocco Schiavone seguendo più o meno l’ordine cronologico inverso, e sfatare il falso tabù della rigorosa sequenza temporale dei romanzi seriali. Questo è stato il mio approccio con Antonio Manzini, scrittore tra i più interessanti della scuderia Sellerio e di riflesso del panorama noir italiano.

La costola d’Adamo è il secondo capitolo del grande romanzo di Schiavone, un solo libro a puntate che Manzini sta cucendo addosso al celebre vicequestore per raccontarne la vita, i vizi, le disavventure e le rotture di coglioni. Schiavone è un personaggio reale, così vero che sembra uscire dalla pagina e guardarti negli occhi. Imperfetto come lo siamo tutti, con il suo loden e le nove paia di Clarks distrutte in sei mesi nella neve di Aosta, città estranea, lontana, troppo inospitale per un trasteverino come lui. Schiavone con i suoi amori leggeri e passeggeri perché lei è e resterà solo Marina, la moglie morta in quel tragico 7-7-2007 – la stessa data qualche anno più tardi diventerà il titolo di un altro romanzo di Manzini, forse il migliore della serie. Schiavone che si fa le canne di nascosto perché lo aiutano a rilassarsi e a concentrarsi, dice lui. Schiavone che deve sbrigare le proprie faccende coadiuvato da una banda di matti, dai cretini D’Intino e Daruta, gli Stanlio e Ollio della polizia, all’agente Pierron, il giovane valdostano che tra un appostamento e l’altro se la spassa con la collega Rispoli. Non sta bene, Italo, gli dice Rocco: “Caterina l’avevo puntata io”.

Quanto alla trama, il vicequestore questa volta dovrà vedersela con lo strano caso di una donna trovata impiccata a un lampadario. Un suicidio, si direbbe. Ma qualcosa non quadra. L’indagine sarà tutta giocata sui dettagli del giallo classico: il guanto, la luce spenta, l’ora in cui la domestica entra in casa, i segreti della vita matrimoniale, gli indizi dell’autopsia. E coinvolgerà tra gli altri il figliastro della domestica della donna impiccata, un ragazzo di origini egiziane, ribelle, scansafatiche e poco integrato. Ma proprio quando la vicenda sembra ormai conclusa e cominciano a scorrere i titoli di coda, un’intuizione di Schiavone assesta il più teatrale dei colpi di scena e riscrive il finale. Manzini è come sempre ironico, malinconico, profondo e leggero allo stesso tempo. Una certezza della nostra letteratura contemporanea, noir e oltre il noir.

Angelo Cennamo

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QUESTA NON E’ UNA CANZONE D’AMORE – Alessandro Robecchi

 

Questa non è una canzone d'amore - Robecchi

 

Romanzo d’esordio di Alessandro Robecchi, giornalista, autore satirico e da qualche anno tra i più apprezzati noiristi italiani. Carlo Monterossi, il protagonista delle sue storie, è una sorta di alter ego di Robecchi: milanese, autore televisivo – suo malgrado – di un programma trash con una fortissima penetrazione tra le fasce basse, l’impareggiabile Fabbrica Della Merda. Crazy love  – questo il nome del programma – è condotto dall’esuberante Flora De Pisis, la cui descrizione ricalca molto la figura di una nota conduttrice della domenica pomeriggio. Flora sarebbe disposta a qualunque compromesso pur di guadagnare un punto di share, e in studio chiede di essere illuminata da un faro abbagliante antirughe che la ringiovanisce di qualche decennio “con quelle luci, persino Picasso, sul letto di morte avrebbe la pelle di un neonato“. Nel cast di Robecchi figurano altri personaggi che ritroveremo anche nei libri successivi: Dove sei stanotte, Di rabbia e di vento, Torto marcio e Follia Maggiore, a cominciare da Katia Sironi, l’agente cinica e rampante di Monterossi “un poderoso monumento di carne umana avvolto da una specie di tunica nera, collana, orecchini vistosi, trucco appena un po’ più pesante del lecito, sigaretta accesa, voce roca, sguardo intelligente“; i poliziotti Olga Senesi, Gregori e Ghezzi, il sostituto “di velluto” Ghioni, e l’inseparabile Oscar Falcone “traffichino, trovarobe, giornalista d’inchiesta, topo d’archivi, avventuriero, precario della conoscenza, infiltrato speciale, esperto di periferie, devianze, emarginazione, bevitore di aperitivi, cascamorto ecc. ecc.”.

In questo primo capitolo della serie – pubblicato come sempre da Sellerio, nel 2014 – uno sconosciuto si presenta a casa di Carlo Monterossi e tenta di ammazzarlo. Carlo riesce a mettersi in salvo, ma d’ora in avanti si ritroverà invischiato in una vicenda ingarbugliatissima sulla quale indagherà di nascosto, parallelamente alla polizia. Fuori Milano, c’è un terreno occupato da un campo rom. Il proprietario per riottenerne il possesso incarica un tizio, come dire, dai modi spicci che però fallisce nel suo intento ed ora minaccia i mandanti di spifferare tutto. Il caso si complica perché nel giro criminale finiscono altri killer, due zingari piuttosto vendicativi, e avvocati disposti a qualunque nefandezza. Più che un giallo, il libro di Robecchi è a metà strada tra il romanzo sociale e una commedia noir nella quale le vittime sono la comunità rom e il proletariato delle periferie, i carnefici estremisti di destra, professionisti senza scrupoli, la tivù commerciale, che con i suoi programmi spazzatura rincretinisce il paese distraendolo da questioni ben più importanti. Insomma, il  tipico canovaccio di Robecchi, scrittore che non ha mai fatto mistero del proprio orientamento politico e che non disdegna, tra una risata e l’altra, dare un senso etico-pedagogico alle sue fiction.

Questa non è una canzone d’amore non sarà forse il miglior romanzo della serie di Monterossi – la perfezione di stile e di contenuti maturerà qualche anno più tardi con Torto marcio – la trama a tratti è confusa, seguire il filo della narrazione in ogni suo passaggio può risultare difficile, ma la qualità della scrittura – ottima, perfettamente aderente alla modernità – e l’umorismo in modalità Joe Lansdale, con battute fulminanti in ogni frase, fanno di questo libro una piacevolissima lettura.

Angelo Cennamo

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AVVISO AI NAVIGANTI – Annie Proulx

Avviso ai naviganti - Annie Proulx

Annie Proulx è originaria di Norwich, nel Connecticut. Avviso ai navigantiThe shipping news –  il suo romanzo di punta, pubblicato nel 1994, si aggiudicò sia il Pulitzer che il National Book Award. È raro che un libro americano vinca entrambi i premi più prestigiosi, gli oscar della letteratura. Nel 2017 la stessa sorte toccò a Colson Whitehead con La ferrovia sotterranea.

Avviso ai naviganti  racconta la storia di Quoyle, un giornalista di Brooklyn sposato con una donna infedele che, dopo aver perso nello stesso giorno moglie e lavoro, decide di trasferirsi nell’isola di Terranova con le sue due figlie. Quoyle ci viene descritto come un ragazzo grassoccio, goffo, brufoloso, con un mento gigantesco. Non ha di certo un aspetto normale. In più, è molto pigro, apatico, solitario, senza ambizioni, poco brillante negli studi. Approda al giornalismo per caso, grazie alla raccomandazione di un amico. L’incontro con la minuta Petal, la futura moglie, è tra le scene più esilaranti del romanzo “Offrimi da bere. Sono le sette e venticinque. Prevedo che per le dieci di stasera ti avrò scopato. Che te ne pare?”. Petal è una scombinata, soprattutto una ninfomane insaziabile che non riesce a stare lontana dalle stanze da letto di sconosciuti, uomini incontrati ovunque: per strada, nei bar, e che arriva a portarsi perfino a casa sua, con Quolyle nell’altra stanza che ascolta impotente, in silenzio, i gemiti dell’adulterio. Perché lo tratta così? Perché la presenza di Quoyle è diventata così insopportabile per Petal? È forse il suo brutto aspetto ad averla stancata, allontanata da lui? “Non era il mento di Quoyle che detestava, ma la sua umiliante insicurezza”. La breve esperienza matrimoniale di Quoyle e Petal si esaurisce in poco più di settanta pagine: il romanzo, di fatto, inizia con la tragica fuga di lei con l’ultimo dei suoi amanti, e con il licenziamento di lui dal giornale “A trentasei anni, in lutto e in preda al dolore per il suo amore perduto, Quoyle aveva virato verso Terranova, l’isola dei suoi antenati, un luogo che non aveva mai visitato, né mai aveva pensato di visitare”. Quanti di voi sanno dove si trova l’isola di Terranova? Vi confesso che leggendo il libro non ho potuto a fare a meno di rinfrescare le mie reminiscenze scolastiche andando a curiosare su Google. Ricordavo dell’Atlantico, ma di preciso non sapevo dove collocare l’isola: tra l’America e l’Europa? Sopra New York? No. Eccola lì, al largo della costa canadese. Terranova è in Canada. Con le sue due figliolette, un cane e la vecchia zia Agnis, Quoyle parte verso l’ignoto e si stabilisce in una casa che era appartenuta ai suoi nonni, diroccata, isolata, tra rocce e fiordi. È una terra inospitale, con un clima rigido, un luogo selvaggio, aspro, estremo, abitato perlopiù da pescatori o ex pescatori. Il tema dominante del libro è proprio lo scontro tra l’uomo e la natura, il rapporto tra la fragilità dell’individuo e la feroce immensità dell’isola, azzurra come il mare e grigia come la nebbia. I sogni di Quoyle si sono sgretolati, è evidente, ma forse non tutto è perduto. Il nome del giornale che lo assume per scrivere di incidenti stradali e bollettini marittimi è tutto un programma The Gammy Bird. Uno stanzone puzzolente con quattro tavoli e poco altro, messo su alla meglio da un personaggio che somiglia più al nostromo della pubblicità del tonno che a Indro Montanelli. Jack Buggit è un vecchio lupo di mare, un semianalfabeta disoccupato che per sopravvivere un giorno ha la brillante idea di fondare una rivista. Una scommessa vinta, si direbbe. Quoyle poco alla volta comincia ad ambientarsi, a prendere le misure. La parte centrale del libro racconta le sue giornate sull’isola, le nuove amicizie, le storie vere e le leggende che si tramandano di padre in figlio. La narrazione rallenta, la trama si avvita su se stessa, sembra che l’autrice non sappia dove condurre il lettore. Una nave senza bussola. Poi, come la risacca con il mare, la tensione riprende a salire, Prolux ritrova lo slancio dei primi paragrafi. Quoyle ora è un uomo diverso, cambiato, che finalmente ritrova se stesso e forse un nuovo amore. Originale e malinconico, un libro che odora di salsedine e di ruggine. Una lunga riflessione sulla vita. Un manuale di sopravvivenza.

Angelo Cennamo

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